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Quale Autonomia ?

(Una Scelta per il Futuro?)

 


Davide Suraci



Fratelli

d'

Italia?


Questo documento è stato elaborato per la prima volta e pubblicato verso la fine del 1999 sulla rivista Tracciati. Si incominciava a parlare di federalismo come soluzione radicale ai problemi generati dallo Stato "Centralista". Le considerazioni e le constatazioni di allora ritornano quanto mai calzanti al panorama politico attuale (XVIª Legislatura - Governo Berlusconi - Anno 2009) a dimostrare che il "leitmotiv" non è cambiato e che la "Sovranità Nazionale" (quella del Popolo e della Sua Costituzione Repubblicana) continuano ad essere sistematicamente violate dall'ennesima dittatura oligarchica "ad personam"...(Revisione del 1° Gennaio 2009).
(N.B.: Le analisi e le considerazioni di 10 anni fa non sono state modificate in questa revisione)

La Riforma dello Stato nella direzione di una maggiore responsabilità alle autonomie locali (anche in termini di gestione degli aspetti politici, sociali, economici) privilegiando gli orientamenti di medio-lungo termine, potrebbe conferire all'autonomia il senso che le è proprio? Possono le autonomie locali acquisire piene facoltà deliberativo-esecutive in materia di orientamento allo sviluppo? Con quali obiettivi, regole, verifiche? Il tema è, per fortuna, ancora aperto (sussiste il rischio delle riforme "ad personas"). Riforma dello Stato, quindi, come premessa per la Riforma del Sistema Scolatico (o viceversa?). (Iª Edizione: Novembre 1999)

La Storia e la Società Odierna

Il superamento
del centralismo ?

Quale
autonomia ?

Società civile
o statalismo ?

Le società da
compensazione

 

 

 


La storia e la società odierna ^

1) L'Italia ante-unità ha continuato ad essere tale anche dopo, in quanto l'unificazione è stata un atto politico, un accordo fra centri di potere; sono caduti gli antichi confini fisici ma ne sono stati edificati altri, strettamente legati alle precedenti aree di influenza, in crescita e consolidamento. La struttura originaria del "castello feudale" è rimasta tutt'ora intatta . L'attribuzione allo Stato delle funzioni politico-amministrative non è mai avvenuta e nemmeno delegata attraverso un vasto consenso popolare: lo Stato nascente se le è attribuite come potere "teocratico"......L'Italia attuale è ciò che sono stati (e sono) i risultati delle interazioni fra i centri di potere nell'ultimo secolo.

2) E' stato perciò inevitabile che, a causa dell'inesistenza di una cultura e di una tradizione collaborative stratificate e consolidate, prendessero il sopravvento delle " società da compensazione ", vere e proprie forme di governo mai tutelanti i valori e i mezzi necessari per conseguire gli obiettivi di lungo periodo di una Società' democratica. L'unità d'Italia è stata solo un pretesto per consolidarli, quei poteri; il fenomeno si è riprodotto in tutti gli eventi storico-politico-sociali successivi, fino ai giorni nostri.

3) Se analizziamo tutti i contesti e gli eventi storici italiani dal 1861 ad oggi, i vari governi che si sono succeduti non hanno mai tutelato ampiamente gli interessi della collettività ma solo quelli particolari legati a tipologie di potere delle quali oggi, nella nostra società, conserviamo l'impronta.Gli antichi retaggi della "sudditanza" sono quanto mai attuali....

4) Ritornando alla nostra storia, si possono ravvisare nella sua fase più recente dei momenti in cui la maggioranza dei nostri cittadini ha avvertito profondamente il senso di appartenenza ad un nucleo sociale? Dare una risposta a questa domanda non è poi tanto difficile se prendiamo atto dei risultati, in termini di livello di integrazione e di cooperazione fra individui e nuclei sociali, cui siamo pervenuti. La nostra cultura civica non ha mai accettato a livello sociale i modelli solidaristici e partecipativi (se non in casi di gravi calamità naturali e non, peraltro isolati) nell' "atavica" paura di perdere le "acquisizioni" "donate" dal potere, in "cambio" della facoltà di pensare e di decidere.....il castello dei privilegi. ( segue )

 

 

 

 


Il superamento del centralismo ? ^

Oggi il sistema basato sul centralismo con tutte le sue mura concentriche (come in un "castello feudale" ), accentratore di poteri forti," sembra " crollare a pezzi; l'inefficienza dello stato si erge, paradossalmente, a " fattore della produzione " per consolidare il "castello" stesso e nient'altro. Molti privilegi acquisiti ( e non solo all'interno dell'apparato dello Stato ) sono divenuti ormai "cultura" ed i loro beneficiari difficilmente rinunceranno ad essi in nome di una maggiore equità sociale nella ridistribuzione delle risorse. Queste ultime non sono mai state raccolte equamente e tantomeno ridistribuite. La "macchina" statale non è mai riuscita a controllare la spesa pubblica ed ha fatto di essa metodo e strumento per "creare" consensi al proprio operato.

Uno Stato così conformato ha dimostrato incapacità ad organizzare autentiche "occasioni storiche" di aggregazione e di incentivazione del progresso etico e materiale; ciò ha avuto le sue ripercussioni anche sul sistema scolastico e, da esso, sull'intera società.

E' un caso che le istanze di federalismo siano più forti laddove si è storicamente consolidato il "solidarismo agrario"? Esiste, nella cultura italiana, una memoria storica di appartenenza a "nuclei solidali" ? Questa "domanda" di federalismo è veramente legata ad una cultura popolare stratificata nella quale vi è consapevolezza del significato e delle implicazioni del termine "autonomia" ? Quanto è distante il "sentire" della gente rispetto ai problemi (sanità, scuola e tutto il sociale) che essa vive tutti i giorni ?

Come spiegare e giustificare allora l'esistenza di un movimento politico che non intende condividere la propria identità culturale, politica e storica con quella del resto dell'Italia ? "Quanto" essi sono desiderosi di autonomia ? Tutte quelle manifestazioni di piazza non produrranno piuttosto l'effetto contrario assecondando proprio il "gioco" del sistema "centralista"?

D'altra parte, quanti sono consapevoli che l' inefficienza dello Stato italiano e dei suoi sottosistemi sociali è ormai consolidata, ha radici profonde in sotterranee connivenze ed è molto difficile espiantarla ?...........

Allo stato attuale il superamento del modello di stato "centralista" appare molto lontano; tuttavia la domanda di federalismo è un segnale che non deve essere trascurato.

L'affrancamento dallo "stato centralista" sarà possibile se si manifesterà la volontà a livello locale e individuale di rendersi partecipi della democrazia "in prima persona". Se da un lato è molto difficile immaginare un'evoluzione a breve termine dei comportamenti individuali e collettivi in questo senso, dall'altro bisogna prendere atto che lo "stato centralista" ha ormai raggiunto dimensioni "pachidermiche". Per questo motivo in questa fase storica lo stato " garantista " si sta dimostrando del tutto incapace di tutelare " il castello dei privilegi " e questo a molta gente non piace. Paradossalmente, potrebbero essere proprio i sostenitori di questo "Stato" a decretarne il decesso per sopravvenute complicazioni al " cuore ", ormai diventato troppo piccolo , del suo apparato iper-burocratico......... ( segue )

 

 

 


Quale autonomia ? ^

L' autonomia di un nucleo sociale è la manifestazione da parte dei suoi costituenti della volontà di partecipare alle scelte dei processi di crescita culturali, sociali, educativi e formativi del (e nel ) contesto in cui essi vivono. Tale capacità presuppone l'esistenza di una cultura della tradizione collaborativa e partecipativa rivolta alla risoluzione dei problemi interessanti la comunità . Esiste, allo stato attuale, in Italia un patrimonio storico di questo tipo ?

Come conciliare allora l'esigenza di un'autonomia scolastica e, più in generale, delle altre istituzioni locali, con quella della conservazione di un'entità istituzionale di controllo ? Quanto siamo "culturalmente"preparati come società, istituzioni, individui ad affrontare un eventuale passaggio verso modelli strutturali ed organizzativi alla cui base ci sono fondamenta di razionalizzazione, efficienza ed equità ?

In un contesto come quello attuale, nel quale si assiste alla globalizzazione dell'economia e alla nascita di nuovi processi di integrazione mentre ne muoiono altri, è involutivo proporre modelli di autonomia ? E' moralmente lecito negare e reprimere le richieste di libertà e di autodeterminazione ( e quindi di autonomia ) se fatte in un quadro istituzionale garante dei diritti di tutti ? Le proposte di federalismo sarebbero da sole sufficienti ? Come dovrebbero essere delineati i nuovi rapporti fra cittadino e istituzioni a livello locale e globale ? Può ( in quanto tempo, attraverso quali fasi, con quali modalità) la nostra società "destrutturata" affrontare il passaggio verso il nuovo ? E fino a che punto essa è disponibile al cambiamento ? La diffusa mancanza di sensibilità ai problemi locali non potrebbe costituire un'ulteriore ostacolo al raggiungimento dell'autonomia ? Perché non adottare lo strumento referendario consultivo a livello globale , per delineare le esigenze del cambiamento, e successivamente a livello locale per specificarle e adattarle al contesto ? (segue)

 

 

 

 

 

 

 


I maggiori detrattori dell'ipotesi dell'autonomia sostengono che essa accrescerebbe le differenze fra le aree evolute e quelle arretrate, ma per quanto tempo ancora possiamo sostenere i danni derivanti dall ' "appiattimento" culturale e sociale provocato dal sistema centralista ? Non sarebbe più corretto rimettere in movimento i meccanismi della libera concorrenza assoggettandoli a controllo ( di ciò dovrebbe farsene garante proprio il nuovo stato) con stimoli appropriati e tempestivi ? Non soffriamo già abbastanza a causa delle conseguenze provocate dal monopolio statalista e dall'abbandono in cui versano tutti i settori della vita civile ?

Il rimettere in gioco nuove energie potrebbe permettere una più diffusa stratificazione della ricchezza, restituirebbe fiducia alle economie e alle istituzioni locali che verrebbero in tal modo responsabilizzate nel gestire la cosa pubblica locale e quindi meno motivate allo sperpero del denaro pubblico locale . Un siffatto sistema presuppone l'esistenza di una coscienza e di una responsabilità individuali nonché della consapevolezza di ognuno di far parte di una società strutturata....... In Italia , questa " presa di coscienza " non è ancora " tendenza ".

Bisogna quindi chiedersi per quale scelta di autonomia decideremo di optare:

* un sistema come quello dianzi accennato per ricostruire laboriosamente , lentamente, il tessuto connettivo sociale alterato;

* oppure innestando per decreto una riforma dello stato centralista sulle sue macerie ?

E per ciò che riguarda la prima via, ammesso che tutti noi (come singoli) ci prendessimo la nostra quota di responsabilità, chi dovrebbe garantire l'equita' e la correttezza ? Nell'ipotesi della seconda soluzione, oltre ai presupposti dianzi accennati, è fattibile una riforma dello stato basata solo sulle leggi ? Non sarebbe il caso di promuovere, soprattutto attraverso una seria riforma della scuola, dei processi culturali che portino le persone a pensare e ad operare in senso più democratico, meno egoistico, più partecipativo ?

E' forse un' errata percezione della realtà il constatare che in Italia è del tutto assente (con le dovute eccezioni) la cultura del solidarismo ? (segue)

 

 

 

 

 


Società civile ... o statalismo ? ^

Cosa realmente è una società civile ? Quella italiana si può definire una società civile ? Quali sono ( se ci sono ) i parametri che ci consentono di individuarla ? Nel nostro immaginario collettivo la concepiamo astrattamente come risultante del complesso delle attività relazionali fra soggetti molto diversi oppure, più concretamente, come globalità di rapporti complessi nei quali come persone ci sentiamo direttamente coinvolti ? Se dovesse essere vera quest'ultima ipotesi, quanti di noi si potrebbero definire autenticamente dei " cives " attivi e interessati a che sia realizzato il vero " bene comune " ?

1) Una società civile nasce dal "basso", dall'incontro fra soggetti che hanno in comune il " senso di appartenenza " ad una famiglia o ad un gruppo. La coscienza del " far parte " di un nucleo sociale è frutto dell'acquisizione, maturazione,condivisione, evoluzione dei valori sui quali i soggetti hanno edificato la propria ragione di vita individuale e relazionata. Questa è perciò cultura che diventa "patrimonio storico" .

La premessa culturale per la costruzione di una società " positiva " presuppone quindi l'esistenza di un'identità storica, di "nascita", di "luogo" ; di un rapportarsi in modo equilibrato ad altri soggetti .

2) Una società incivile e disorganizzata è invece un'insieme di centri di potere che traggono linfa vitale (giustificando solo sé stessi) proprio dalle sacche di sottosviluppo . Queste, a loro volta, sono vittime di una "debolezza intrinseca" ( storica e/o da opportunità ? ) da "obbedienza" e da ignoranza influente, in quanto retaggio, negativamente sulla capacità di organizzarsi in modo libero ed autonomo.

3) L'insieme di centri di potere non si può in nessun modo identificare con il termine di "società civile " : assume piuttosto la fisionomia di aggregato di organizzazioni e di strutture (pseudo-sociali) da " compensazione " (società da compensazione) che non riescono a perseguire e a mantenere il proprio equilibrio se non attraverso le ben note forme clientelari ..... (segue)

 

 

 

 

 

 


Le società da compensazione ^

Si sono evolute soprattutto in contesti sociali privi della cultura della coesione e la loro natura "compensatoria" è identificabile nella capacità di sostituirsi allo "stato", oppure di integrarsi con esso per finalità proprie, disintegrando i confini fra lecito e illecito.

Classificazione delle società da compensazione.

a ) Delinquenza organizzata . E' il "substrato culturale" formatosi dall'aggregazione dei "soggetti migliori " di una società destrutturata che si pone in antitesi dandosi, in negativo, una struttura e un'organizzazione efficientissime .

b) "Stato" da dipendenza . E' lo Stato produttore di un distorto tipo di assistenzialismo, il quale genera una dipendenza economica e psicologica. Si può affermare che questa "istituzione" produca " bisogni " e che questi ultimi, come un qualunque bene economico, diventano " merce " di scambio. Il comportamento aberrante,diventato "cultura", sta nel fatto che si " acquistano " e si "vendono" i bisogni (cioè quelli che in realtà sono dei diritti) e non dei beni economici nel senso più stretto del termine.
La "contropartita" è la sudditanza . In siffatte condizioni , ogni libera iniziativa economica e sociale, che dovrebbe invece produrre ricchezza e consentire la liberazione dalla "dipendenza" non attecchisce . E ciò anche in presenza di larga disponibilità di risorse.

c) Società a sviluppo fittizio . Nascono nelle aree depresse, spesso finanziate e perciò dipendenti dai poteri locali .
Non potendosi integrare localmente e vicendevolmente hanno una sopravvivenza limitata, dopodiché diventano serbatoio di alimentazione dei flussi emigratori o dei contesti di cui in a) e/o in b). ( segue )

 





^ Paradossalmente , anche una Società' incivile e disorganizzata ha acquisito un suo elevato grado di autonomia, grazie alle società da compensazione ( òmeostasi dei nuclei sociali ).

Una società "civile" di questo tipo si è evoluta ereditando come "cultura storica" un modello individualistico, fondato sull'aggregazione sociale da opportunismo mirante a soddisfare interessi di breve e medio termine, non appartenenti ad una collettività civile, piuttosto che quelli di lungo termine, autentico investimento nel futuro.

In quale misura è presente in ognuno di noi il senso di appartenenza ad una società civile ? Cosa immaginiamo che sia lo "Stato" ? Un organismo al di sopra delle parti, di esse garante, e del quale non ci dobbiamo occupare senza avere il diritto di esercitare un controllo sulla correttezza del suo operato, oppure un sistema trasparente che sia sempre in grado di essere assoggettato a controlli che riducano la dispersione delle risorse e il loro corretto impiego per finalità civili e collettive ?

Lo stato "civile" che è cresciuto negli ultimi quarant'anni ha manifestato la sua ingombrante presenza soddisfacendo prevalentemente i bisogni delle società destrutturate e "assistite" secondo il più perverso significato di "assistenziale"; giustifica la propria esistenza con il pretesto di garantire una più equa distribuzione delle risorse. In realtà, queste ultime le spartisce con gli elementi delle società da compensazione, non avendo alcun interesse a che la crescita delle " Società a sviluppo fittizio " possa promuovere nuove, reciproche integrazioni e quindi nuove autonomie.A quel punto, nessuno avrebbe più bisogno dello "Stato" così come viene concepito oggi.
Questi fatti spiegherebbero molti perché dell'emigrazione e della necessità di trovare altrove ciò che in patria è stato negato: non perché mancasse lo Stato organizzato (per le finalità già note), ma perché esso si è dimostrato incapace ( o nolente ?) nel favorire le migliori condizioni per la nascita della società civile .
Lo stato civile è figlio della società civile; è espressione diretta dei suoi rapporti interni, delle sue innumerevoli diversità, delle " volontà positive " dei singoli in continua e reciproca integrazione ed evoluzione.
Ogni tentativo di costruire uno stato civile a partire esclusivamente "dall'alto" è sempre miseramente fallito. La morte delle dittature lo dimostra.

Risorse sull'Autonomia Scolastica

 









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