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EDUCARE A SCEGLIERE

ASSOCIAZIONE “PROGETTO PER LA SCUOLA”

via Giuseppe Albini n. 3, 40137 Bologna

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Rossella D'Alfonso
Presidente dell'Associazione Progetto Scuola

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Lo spinoso dibattito sulla parità fra scuola pubblica e scuola privata e sul finanziamento pubblico della seconda, riportato in auge negli ultimi anni dai programmi di governo dell’ultima legislatura dopo una stasi apparente, vive oggi una stagione intensa. Accanto alla discussione in Parlamento vanno ricordati i tentativi di anticipare la legge nazionale compiuti p. es. dalla Regione Emilia Romagna che, con la proposta di modifica della L.R. 52/’95 (“Diritto allo studio e qualificazione del sistema integrato pubblico-privato delle scuole dell’infanzia”, su cui pesa un ricorso), parla tout court di “sistema formativo integrato pubblico e privato”, nonché da alcuni Comuni, tra cui Bologna capofila, con la proposta di rinnovare dopo un triennio sperimentale le convenzioni alle materne private, con un finanziamento pubblico dell’80% delle spese di funzionamento. Questo, in un quadro politico imperfettamente bipolare in cui emergono, oltre alla spaccatura del mondo cattolico, tre distinte filosofie: la prima ispirata alla libera concorrenza fra istituti e al primato della libertà di scelta delle famiglie (F.I. et al.), la seconda orientata all’integrazione fra pubblico e privato entro un sistema di norme comuni (parte delle forze di governo), la terza a difesa della lettera della Costituzione e del pluralismo garantito dalla scuola pubblica (area laica). La complessità dei temi affrontati sollecita una riflessione aggiuntiva, che nel dichiarare la propria scelta di campo per quest’ultima tesi cercherà di argomentarne i punti salienti sgombrando il terreno il più possibile da posizioni pregiudiziali che da ambo le parti pesano sulla serenità del dibattito.

I. Innanzi tutto, si conviene che ‘pubblico’ e ‘statale’ non sono sinonimi, giacché pubblico può definirsi un servizio che si conforma ai parametri fissati dallo Stato indipendentemente dall’ente che lo eroga. Ora, la carta costituzionale sembra intendere nel II comma dell’art.33 che la Repubblica è tenuta ad assicurare a tutti l’offerta formativa per ogni ordine e grado scolastici, e non si ravvisa in alcun modo l’ipotesi di una supplenza da parte di “Enti e privati”, che aggiuntivamente “hanno il diritto di istituire scuole”. Ma all’interrogativo se sia opportuno che lo Stato (o altro ente pubblico) possa appaltare ad altri i suoi servizi là dove non riesca ad attivarli, si obietta piuttosto che, come la giustizia, la scuola non è definibile come un servizio, alla stregua della sanità o dei trasporti, ma è un’istituzione che fornisce un servizio, ed è la sua natura istituzionale a dettare le finalità e le norme che regolano, nel rispetto della Costituzione, l’accesso del personale come quello degli ‘utenti’, il valore legale dei titoli di studio come il riconoscimento della parità degli esiti di percorsi formativi compiuti fuori della scuola pubblica. Che ne direbbero, i cittadini, se lo Stato oberato appaltasse a tribunali privati le cause che non riesce a smaltire? O se si assumessero per cooptazione, senza concorso, giudici e procuratori? Non si nega peraltro che una scuola privatapossa gestire in luogo dello Stato o dell’ente locale l’istruzione, ma per accedere al sistema pubblico deve condividere in toto le finalità ed i valori civici e democratici comuni. Ora, non solo la scuola cattolica, espressione prevalente dell’istruzione privata in Italia, non può prescindere dalla gerarchia ecclesiastica, ma perde la sua ragion d’essere se non educa alla verità cristiana, bandendo “ogni forma d’insegnamento che metta in discussione la rivelazione di Cristo”(E.Severino). E che dire se altre confessioni avanzeranno pretese analoghe? Considereremo pubbliche anche scuole improntate ad ideologie politiche precise? Saranno dunque da valutare con ben altra consapevolezza le regole per attribuire la qualifica di ‘pubbliche’ alle scuole paritarie.

II. E’ certamente necessario ad uno Stato moderno che nella ricerca scientifica come nell’economia sia superato il monopolio statale della gestione per garantire libertà, efficienza e standard qualitativi più alti anche attraverso la competizione. Tuttavia,la ‘gestione’ delle istituzioni è cosa diversa dagli altri settori, perché esse sono res omnium, non obbediscono a logiche di parte, e in esse si sostanzia e si costruisce il rispetto della fonte del diritto nel nostro Paese, la Costituzione. Anche in uno Stato regolatore e non gestore non basta che leregolesiano severe sui parametri di qualità fissati. Si deve garantire che le scuole paritarie ottemperino alle finalità primarie della scuola pubblica, istruire ed educare nel e al rispetto della Costituzione: la scuola seminarium rei publicae, diceva Calamandrei, democratica e aperta a ogni pensieroispirato a valori civici comuni, luogo di confronto e di integrazione.Nessuna scuola che si conformi ad una dottrina, qualsiasi dottrina, religiosa o politica, può dunque essere e dirsi pubblica, perché non è di tutti, non integra ma separa, non promuove il riconoscimento paritario di sé e dell’altro ma esaspera la propria identità e la distanza dall’altro, che ambisce invero a catechizzare.

III. La salvaguardia del pluralismo e della libertà d’insegnamentoè affidata esclusivamente all’assunzione dei docenti e dei dirigenti attraverso pubblico concorso: questo è lo strumento che fin dal 1951 forze politiche pur diverse – liberali, socialisti, comunisti – indicarono come garanzia indispensabile per creare il nuovo istituto sulla parità previsto dalla Costituzione. Chiedevano anche rispetto del principio della libertà d’insegnamento, stabilità e trattamento economico pari a quelli statali per il personale docente e direttivo, controlli per contrastare il proliferare di scuole private che in assenza di normativa godettero d’indiscriminate agevolazioni fin dalla prima legislatura. Ma nel ’51 come nel ’59 e ancora nel ’96 fu il nodo del reclutamento lo scoglio contro cui s’infranse, giustamente, ogni proposta: la scuola pubblica non può subordinare l’accesso del personale docente all’adesione all’identità culturale dell’istituto. Non si nega il diritto di esistere a nessuna scuola privata (lo sancisce la Costituzione), né di scegliere docenti che ne condividano il progetto educativo. Ma se questo è di parte non si dà scuola pubblica. Si confuta perciò recisamente che il denaro di tutti finanzi istituti che reclutano personale in modo discriminatorio e per imporre dottrine: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art.3 della Costituzione). Le risorse di tutti devono obbedire alle leggi di tutti. La legge assicura agli alunni delle scuole non statali un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali (art.33, IV comma) con il riconoscimento del titolo di studio: ma il II comma dell’art.3 che assegna alla Repubblica ”il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che […] impediscono il pieno sviluppo della personalità umana” non consente finanziamenti o accreditamenti agli istituti, bensì “borse di studio, assegni alle famiglie, altre provvidenze […] attribuite per concorso” (art.34), una migliore ripartizione dei fondi per il diritto allo studio proporzionalmente al reddito, eventuali ulteriori detassazioni (ma non si detrae già la retta corrispondente alla tassa pubblica?). Ogni finanziamento pubblico a scuole che si discostino dalle finalità pubbliche è palesemente anticostituzionale.

IV. Attraverso il pluralismo e la tutela della libertà di coscienza che lo garantisce e sottende e della libertà d’insegnamento che lo realizza si assicura poi, ed è il fine più rilevante, il rispetto della libertà, più vulnerabile, di chi apprende: il primo fra i Diritti universali dell’Uomo è l’autodeterminazionee gli alunni vanno considerati liberi ed educati a scegliere liberamente. Pericoloso sarebbe, e in palese contrasto con gli art.2, 3,4 della Costituzione e col nuovo diritto di famiglia, che riconosce al minore il diritto al rispetto delle proprie aspirazioni e a scelte familiari non pregiudizievoli per le sue libertà future, assegnare ai genitori la titolarità esclusiva delle scelte formative dei figli, sulla cui tutela non può prevalere la libertà delle famiglie. Eppure, non dovrebbe esserci conflitto tra il dovere/diritto educativo delle famiglie, che fanno parte della società alle cui leggi e principi debbono conformarsi e non contrapporsi, e la società stessa che, organizzata giuridicamente nello Stato, attraverso la scuola istruisce ed educa ai valori comuni.
   
   
Rossella D'Alfonso
 

 

 

 

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