Segnala questo sito - Recommend this site Bookmark and Share



Educare alle lingue e alle letterature: per la costruzione di un curricolo verticale

ASSOCIAZIONE “PROGETTO PER LA SCUOLA”

via Giuseppe Albini n. 3, 40137 Bologna

apscuola@iperbole.bologna.it

 
Intervento al seminario " Governo della scuola e nuovi sistemi formativi. L’incontro dei saperi e l’insegnamento nella scuola"
Bologna, Emeroteca del Mulino, 5 aprile 2001.(Rilasciato alla redazione TS il 5 novembre 2001)
Condotto da Rossella D'Alfonso
Presidente dell'Associazione Progetto Scuola

Download Documento


frecima


fresin


fredex

Il 5 aprile 2001 si è tenuto a Bologna, presso l’Emeroteca de “Il Mulino”, un seminario sui nodi dell’educazione linguistica e letteraria. Si è trattato del primo di quattro incontri, tutti dedicati all’esplorazione dei nuclei fondanti del sapere linguistico-letterario e storico-antropologico.
Una tale ricognizione ha il suo senso profondo in presenza del grande processo di trasformazione che sta conoscendo la scuola italiana da qualche anno. Basti ricordare la legge sull’autonomia scolastica ed il riordino dei cicli, anche se la legge n. 30 del febbraio 2000 sta conoscendo, con l’avvicendamento di una nuova maggioranza politica al governo del paese, un futuro incerto.
Al di là dell’inquadramento legislativo che riceverà la scuola italiana, tuttavia, la grande trasformazione è in atto nella quotidianità della prassi didattica. Troppe ragioni la impongono: una per tutte è la profonda “modernizzazione” tecnologica, ambientale, culturale, economica, politica, demografica che sta conoscendo la società contemporanea.
Gli insegnanti, i genitori, gli studenti sono investiti molecolarmente da questo processo generale e avvertono contemporaneamente il bisogno di ancorarsi ad una identità culturale, ad una tradizione, e l’esigenza di un’apertura ad un mondo che diversamente risulterebbe indecifrabile.
Davanti a simili problemi, quale sarà il destino della nostra tradizionale cultura, scientifica e letteraria, storica e persino linguistica? E’ da abbandonare come reperto inservibile di un passato che ha perso ogni contatto col presente? E’ da riproporre con forza confidando nella sua perenne attualità? E’ da ridefinire nell’incontro con altre culture? E, in rapporto a queste domande, come proporre nella scuola un sapere fecondo e comprensibile al tempo stesso, motivante e non residuale?



LA RISPOSTA DI RICCARDO DI DONATO

Riccardo Di Donato (Università di Pisa), grecista ed antropologo del mondo antico, ha sottolineato con forza l’urgenza di salvare il sapere “antico”, termine che egli preferisce a “classico”, perché più precisamente circoscrivibile da un punto di vista diacronico.
La cultura e la civiltà antiche rappresentano un patrimonio irrinunciabile per l’Europa contemporanea, dal momento che esse esprimono le radici della sua tradizione.
Nel tempo della scienza e della tecnica non ci si può permettere di dimenticare le origini, di cui esse sono figlie; la rimozione del “sapere antico”, pertanto, esporrebbe l’Europa, indifesa e disarmata, alle temibili sfide rappresentate, nel sistema della globalizzazione, da altre grandi tradizioni culturali, molto più consapevoli di noi della rilevanza della tradizione.
Come salvare questa tradizione? Come mantenerla patrimonio comune di massa?
La scuola ha un compito ben preciso da assolvere. Nel primo ciclo (scuola elementare e media) la cultura antica deve essere insegnata come educazione alla civiltà antica.
Questo insegnamento avrebbe una profonda valenza educativa: favorirebbe la formazione dell’immaginario, faciliterebbe la conoscenza e la valorizzazione del territorio, ricco di fonti archeologiche di quell’epoca (musei, monumenti, scavi), agevolerebbe l’apprendimento di quel lessico essenziale per dare parole alla cultura antica.
Il radicamento profondo della civiltà antica nel territorio italiano fornisce molte occasioni per un approccio affettivo alla sua conoscenza da parte dei bambini consegnando alla storia locale una funzione formativa di grande rilievo.
Al biennio del secondo ciclo (superiore), l’antico dovrà continuare ad essere presente nella sua accezione più ampia di cultura e civiltà e non solo di lingua. L’insegnamento del greco e del latino dovrà essere preceduto da un periodo significativamente lungo (quaranta giorni almeno), in cui gli alunni si formeranno il quadro contestualizzante a cui ricondurre tutto ciò che apprenderanno attraverso la lettura dei testi in lingua.
E’ un’esigenza ineludibile, prima di tutto per coloro che dopo il biennio si orienteranno verso i percorsi professionalizzanti della formazione integrata. Sono i più “semplici” che hanno più bisogno di riconoscersi in una chiara identità culturale, di cui l’”antico” è fondamento.
Insomma, l’insegnamento della “grammatica” non può continuare ad essere il focus dei docenti di greco e di latino: senza la comprensione dei valori e delle categorie fondanti della civiltà antica l’insegnamento della lingua rimane un puro esercizio tecnico-erudito.
E’ questa mappa che permetterà la selezione dei nuclei tematici prioritari, è questa mappa che consentirà il riconoscimento della cultura antica nei testi petrarcheschi, ariosteschi, pavesiani, è questa mappa che rappresenta la chiave della decifrabilità del nostro tempo.
Questa disamina consegna alla nostra attenzione due pericoli da cui guardarsi: la cultura tecnica, senza memoria e corrosa dal pericolo della ripetitività, e il grammaticismo, anch’esso affetto dagli stessi mali ed, in fondo, forma particolare di cultura tecnica ed esecutiva.


LA PROPOSTA DI REMO CESERANI

Anche per Remo Ceserani (Università di Bologna), italianista e comparatista, il tecnicismo è responsabile del degrado culturale della scuola italiana. E’ un tecnicismo, di cui sono colpevoli tutti coloro che hanno sostenuto la distinzione e la separazione tra educazione linguistica ed educazione storico-letteraria. A quest’ultima, infatti, va il grande merito di formare l’immaginario individuale e collettivo, vera fonte delle forme creative del pensiero umano.
Senza la dimensione dell’educazione all’immaginario, che l’educazione linguistica ha cancellato nel suo culto dell’analisi formale, si va incontro alla generazione di un pensiero sempre più povero.
La preponderanza dell’educazione linguistica rispetto all’educazione letteraria, tuttavia, è l’indizio del successo che determinati ambiti disciplinari (semiotica, scienze della comunicazione) hanno conseguito in questi tempi: l’approccio formalistico, in altri termini, ha radici profonde estranee alla tradizione culturale europea e sono un segno della subalternità di quest’ultima ad altri modelli culturali.
Come può intervenire la scuola davanti a questo problema? Ceserani propone l’introduzione di una nuova materia, “Educazione all’immaginario”, che riunisca in un grande ambito disciplinare l’insegnamento delle letterature, delle arti, della musica, della storia, della filosofia.
Inoltre, l’”antico” deve riproporsi non solo come linea culturale della classicità greco-romana ma anche come recupero della tradizione giudaica, altro grande filone della cultura europea occidentale.
In questa proposta si vede la consapevolezza di raccogliere la sfida delle culture del tecnicismo in nome della storicità e dell’immaginario, ma l’indicazione di riunire tutti i saperi umanistici ci avverte di qualcosa di più. Evidentemente Ceserani pensa che l’incontro dei linguaggi dell’humanitas sia ormai ineludibile, chiave di volta per dare alla cultura della multimedialità quella fondazione e dignità storica senza la quale è destinata a diventare mera espressione di una operatività senza creatività.


LA RISPOSTA DI GIANCARLO CAVINATO

Un ruolo fondante nella scuola di base ha la narrazione. Essa può concorrere in modo decisivo alla valorizzazione della memoria ed alla strutturazione dell’identità personale, proprio a partire dal racconto dell’esperienza vissuta.
Narrando e insegnando a narrare si esplora il rapporto che ognuno di noi ha con la narrazione: rassicurazione, conferma, piacere, modificazione dell’altro…
Comunicare con gli altri è un raccontare e raccontarsi.
In questo movimento dell’io verso il tu sta la funzione sociale della narrazione; Infatti, una delle caratteristiche del racconto è la sua universalità, la sua presenza in tutte le culture, tempi ed età; in particolare è presente nell’età infantile come modo privilegiato di comunicazione e come bisogno di raccontare e di sentir raccontare.
Narrando si parla di SÉ, degli ALTRI, del MONDO, di MONDI FANTASTICI: sono le quattro dimensioni di sviluppo della scrittura cui fa riferimento G. Perec.

  • IL FANTASTICO
    L’educazione all’immaginario porta con sé una grande ricchezza formativa:
    “aiuto a ricostruire l’identità; rafforzamento di se stessi, proiezione nel futuro, mezzo per affrontare la propria realtà senza disorientarsi, allontanamento per ritornare con maggior forza a sé.
    Un viaggio nel regno di Fantasia. permette un ritorno più consapevole alla propria realtà, un cambiamento di se stessi e della propria realtà.

  • RACCONTARE DI SÉ
    Il narrare, attraverso il racconto di se stessi, è la scoperta del valore della quotidianità come scambio, in quanto essa ha di diverso rispetto agli altri e di specifico, ma anche di comune a tutti gli altri.
    Valorizzando, riscoprendo, ‘sbanalizzando’ aspetti della quotidianità (il bagno serale come ‘avventura’ e tanti altri episodi della vita d’ogni giorno del bambino), si offre ai bambini un aggancio per la strutturazione di una personalità democratica; il lavoro sul quotidiano non discrimina gli individui in quanto ci si riferisce a ciò che accomuna e non a ciò che separa.
    Per questo è necessario riflettere su piccoli fatti, micro-interazioni, non sull’avvenimento eccezionale (il gioco, il rapporto con i coetanei, con gli adulti, il modo di vivere la scuola, la solitudine, il rapporto con gli animali).

  • RACCONTARE DEGLI ALTRI
    E’ un momento importante della relazione interpersonale, la ‘prova’ che la relazione ha acquisito un determinato livello di profondità: rispecchiarsi nell’altro, provare reciprocità. Il racconto apre a prospettive di educazione alla pace, alla scoperta di se stessi come partecipi in molte cose a tutti gli esseri umani (empatia), ma, nello stesso tempo, come diversi.

  • RACCONTARE DEL MONDO
    Sono in gioco i modi e i tramiti dell’accesso dal proprio ‘guscio’, dalla bolla personale, a tanti mondi possibili. Da questo punto di vista la narrazione schiude più di una potenzialità.
    La narrazione, nel momento in cui è cura del sé, è attraverso le nostre narrazioni che costruisce una versione di noi stessi nel mondo, ed è attraverso la sua narrativa che una cultura fornisce ai suoi membri modelli di identità e di capacità d’azione.
    Essa è espressione dell’identità, del progetto personale di realizzazione.
    E, al tempo stesso, è connessione di parti diverse, separate, dell’esperienza; un puzzle, una combinazione di pezzi in un disegno, uno sfondo.
    La narrazione è anche attribuzione di significato, tanti significati possibili combinando i pezzi in vari modi). La negoziazione di significati avviene in un gruppo. Pertanto, essa consente una rielaborazione e rappresentazione della realtà scegliendo un punto di vista.

    (sintesi a cura di Mario Pinotti)

I nodi dell'educazione linguistica e letterariaUn caso di autismoTerritorioScuola Home Page




tick TerritorioScuola.com

Copyleft 1999-2017 TerritorioScuola. Some rights reserved. Informazioni d'uso

Creative Commons License
Salvo nei casi in cui sia diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons.