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Le famiglie italiane tra crisi, bisogni e nuove tendenze demografiche.

EURISPES

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"La famiglia Italiana a cura di EURISPES, demografia, abitudini, stili di vita. Per il documento in formato pdf, clicca su "Download Documento".

Pubblicato su TS il 16 Settembre 2004

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Capitolo 1. La composizione demografica delle famiglie italiane. La famiglia ha subìto un’evoluzione continua nel tempo, in relazione a fattori come l’organizzazione sociale, economica e culturale del momento storico. Un’analisi dei mutamenti principali avvenuti nell’ultimo secolo è fondamentale per comprendere la situazione attuale.

La trasformazione più rilevante subita dalla famiglia nell’era moderna è stata il passaggio da famiglia patriarcale a famiglia nucleare.

Dopo questo radicale cambiamento, anche i rapporti tra uomo e donna all’interno del nucleo familiare hanno iniziato a mutare gradualmente. I rapporti, un tempo basati in primo luogo sull’autorità dell’uomo, sono stati sempre più improntati all’accordo ed all’amore fra i coniugi. Anche dal punto di vista giuridico, la posizione di privilegio e supremazia della figura maschile è stata messa in discussione. A partire dagli anni Sessanta in particolare, la Corte Costituzionale ha manifestato la volontà di stabilire l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Per evitare, poi, la soggezione economica della donna, il regime di separazione dei beni è stato affiancato da quello di comunione dei beni.

L’invecchiamento. Se dovessero risultare corrette le ultime previsioni delle Nazioni Unite, in Italia nel quinquennio 2045-2050 il tasso di fecondità totale dovrà essere di 4,2 figli per donna nell’ipotesi media (4,6 e 3,8 nell’ipotesi di livelli di fecondità rispettivamente più alti e più bassi) per poter assicurare una popolazione costante ossia una popolazione a crescita zero.

Una crescita della fecondità che porti in tempi così ridotti a triplicare i livelli di fecondità attuale è da considerare un evento assai improbabile e comunque non risolverebbe alla radice il problema: è bene ricordare, infatti, che oltre al livello della fecondità vi sono altri due aspetti da non sottovalutare, ossia la velocità con cui avvengono le variazioni e il perdurare di un valore nel tempo. I paesi che negli ultimi decenni hanno sperimentato cali importanti e veloci del TFT (Tasso di Fecondità Totale) e mantengono a lungo il valore raggiunto, come avviene per Italia e Spagna, saranno coloro che, prima degli altri, dovranno trovare misure adeguate per tamponare gli effetti e essere in grado di ricollocare risorse, strutture e professionalità per adeguarsi alla nuova realtà.

Di fronte al bivio che si presenta per molti paesi tra la crescita e l’invecchiamento della popolazione, l’Italia è dunque decisamente indirizzata verso il secondo cammino evolutivo.

Le Nascite. La serie storica delle nascite della popolazione residente mostra come, a partire dal 1998, ci sia stata una leggera crescita nelle nascite: da 532.843 unità si è raggiunta la quota di 538.198 secondo i dati del 2002. Tale andamento è presumibilmente da attribuirsi alla storia passata del nostro Paese e alla sua struttura per età e non all’inizio di un periodo di rinnovata alta fecondità.

Il confronto tra il numero di figli per donna all’interno di un più vasto arco temporale, in particolare quello tra gli anni 1960 e 1995, mostra – come era ragionevole aspettarsi – un forte calo delle nascite in tutte le zone di Italia, al Nord, al Centro e al Sud.

Le famiglie più numerose continuano a vivere al Sud mentre quelle costituite da padre, madre e figlio si concentrano nel Centro e nel Nord-Italia. Le differenze maggiori tra i due anni considerati si manifestano a partire dai secondogeniti: le nascite sono fortemente ridotte e le donne italiane preferiscono avere un solo figlio.

Per quel che riguarda il tasso di fecondità totale, dunque, non potranno che prospettarsi nei prossimi decenni dei valori molto bassi, che non riusciranno nemmeno a garantire il ricambio generazionale che si ottiene in presenza di un TFT superiore a 2 figli per donna.

Se si analizza l’andamento del TFT per regione si può osservare come le regioni più prolifiche risultino essere quelle del Sud del nostro Paese: la Campania ha un TFT pari a 1,49; la Sicilia pari a 1,42. Unica regione del Nord che si discosta dall’andamento atteso è il Trentino Alto Adige che ha un tasso di fecondità totale pari a 1,47. In Sardegna, Liguria e Abruzzo si registrano i livelli più bassi: 1,04 nella prima, 1,11 in Liguria e 1,15 in Abruzzo.

Il matrimonio: l’unico modo di formare una famiglia? Nel nostro Paese il numero dei matrimoni risulta essere in forte diminuzione: a partire dalla fine degli anni Ottanta in cui si è raggiunto il numero più elevato delle celebrazioni – 321.272 nel 1989 – si sono registrati sempre meno eventi tanto che nel 2002 i matrimoni celebrati sono stati pari a 265.635, l’unica eccezione nell’andamento decrescente si è verificata nel 2000 con 280.488 riti celebrati.

Il numero dei matrimoni religiosi risulta essere nettamente superiore a quello dei matrimoni civili (con un rapporto di tre a uno), anche se la percentuale di tali celebrazioni è costantemente diminuita dal 1986 ad oggi: nel 1986, infatti, la percentuale di matrimoni religiosi sul totale delle unioni registrate era pari all’85,8% mentre nel 2000 era pari al 75,6%. Il generale andamento della nuzialità nel nostro Paese mostra come permanga la forte impronta cattolica che spinge a sposarsi con cerimonia religiosa ma, nel contempo, cominciano ad assumere importanza anche i riti civili. La diminuzione del numero delle celebrazioni evidenzia una tendenza generale al dare meno valore alla formalizzazione delle unioni, al non considerare il matrimonio come unico modo per sancire il legame tra due persone.

Ci si sposa di meno dunque, ma anche più tardi. L’età media delle donne al primo matrimonio risulta avere un andamento non costante anche se, a partire dalla metà degli anni Settanta, risulta essersi alzata: nel 2000 le donne si sposavano, in media, a 26,5 anni ossia quasi tre anni in ritardo rispetto a quanto avveniva mediamente nel corso degli anni Settanta.

Le forti asimmetrie delle coppie in termini di età, di livello di istruzione, di status economico sono decisamente mutate: gli uomini e le donne hanno raggiunto un livello di parità, le scelte dei singoli non dipendono più dal loro sesso. Dal 1969 al 1998 la percentuale delle coppie in cui le donne hanno un livello di istruzione più elevato dei loro partner è cresciuta dal 10% ad oltre il 20%. Nella maggioranza delle coppie, il 65% circa, i due membri della coppia hanno la stessa istruzione.

Ogni unione coniugale ha un inizio, una durata ed una fine. Lo scioglimento del legame ha una grandissima rilevanza sociale e una non minor rilevanza per quanto riguarda l’incidenza nella dinamica demografica. Nella nostra legislazione il divorzio è stato reso legittimo solo nel 1970, anno in cui sono state riconosciute le nuove unioni che prima non avevano valore legale. Lo scioglimento del legame matrimoniale consta di due momenti: la separazione seguita dal divorzio. Il numero delle separazioni e dei divorzi è cresciuto molto dall’inizio degli anni Novanta ad oggi: da 44.018 separazioni nel 1990 si è raggiunta la quota di 75.890 nel 2001. Mentre i divorzi, con un andamento non lineare, sono passati da 27.682 a 40.051, aumentando di oltre 12.000 unità.

La fine del rapporto per divorzio ha un notevole valore nella dinamica demografica sia per la frequenza crescente del fenomeno sia per le conseguenze che essa ha sui figli, qualora siano presenti, sia perché spesso essa precede una nuova unione.

La famiglia di ieri e quella di oggi. Dal 1951 ad oggi il numero delle famiglie nel nostro Paese è cresciuto di quasi dieci milioni di unità: nel 1951 si avevano, infatti, 11.814.402 famiglie mentre nel 2001 ben 21.810.676; la crescita è costante, circa due milioni di unità ogni dieci anni. L’analisi della distribuzione delle famiglie per ripartizione geografica evidenzia una crescita omogenea nelle diverse aree del nostro Paese e la prevalenza di nuclei familiari nella zona nord-occidentale dell’Italia dove nel 2001 vi erano 6.217.200 unità. Nell’Italia meridionale, invece, ci sono, nello stesso anno, 4.748.274 unità.

Come era prevedibile, però, le famiglie del Nord sono meno numerose: 2,4-2,5 componenti in media per nucleo, mentre al Sud si è prossimi ai tre componenti in media. In Italia si è passati dai 3,9 componenti nel 1951 ai 2,5 nel 2001. I dati evidenziano una realtà in continuo mutamento: le famiglie crescono in valore assoluto ma diminuiscono per numero dei componenti. Se analizziamo nello specifico la distribuzione percentuale delle famiglie per numero medio di componenti, infatti, possiamo notare come dal 1961 al 2000 si è riscontrato un consistente aumento delle famiglie costituite da persone sole; nel quarantennio considerato, infatti, la loro prevalenza è più che raddoppiata passando dal 10,6% al 24,9%.

Una crescita decisa si è avuta anche nel caso delle famiglie con due componenti: si è passati dal 19,6% al 27% con una crescita compresa tra il 6 e il 7%. Le famiglie con cinque componenti si sono più che dimezzate decrescendo dal 12,6% al 5,9% mentre quelle costituite da sei o più componenti sono passate da una percentuale del 14,4% all’1,7%. Nel 1961 più del 50% delle famiglie italiane avevano tre o più componenti, nel 2001, invece, più del 50% hanno fino a tre componenti. Anche la tipologia delle famiglie evidenzia una realtà dinamica e in continua trasformazione: in Italia le coppie con figli nel 1995 costituivano il 48,1% delle famiglie mentre nel 2000 il 44,7%; al contrario, le famiglie costituite da persone sole sono cresciute dal 20,6% al 23,3% nel periodo considerato.

Le famiglie tradizionali si concentrano nel Mezzogiorno dove le coppie con figli sono pari, nel 2000, al 52% del totale; nel Nord-Est e nel Centro ci sono quote pari, o poco inferiori, al 2% di nuclei familiari con due o più nuclei. La crescita di famiglie costituite da persone sole in tutte le ripartizioni è da attribuirsi, nella maggior parte dei casi, alle persone anziane sempre più numerose come è stato già sottolineato in precedenza.

L’invecchiamento della popolazione, pertanto, influenza anche le realtà familiari e la tipologia delle famiglie italiane, che si vanno trasformando da una catena di relazioni orizzontali (per coetanei) ad una di tipo verticale (intergenerazionale). Una generale crescita si ha anche nelle “altre famiglie senza nuclei” che sono passate dall’1,4% ad una percentuale dell’1,9 con uno sviluppo più rapido nel Nord-Italia e nel Centro.
Quanti siamo e quanti saremo. La popolazione italiana è una popolazione che invecchia e che ha un tasso di fecondità totale che non consente il ricambio generazionale.

Dal 1901 al 2001 si è riscontrata una crescita assoluta di oltre venti milioni di cittadini ufficialmente residenti nel nostro Paese. Secondo le previsioni Istat, per il futuro ci si aspetta, dopo un iniziale incremento fino al 2011 di circa un milione e mezzo di individui, un andamento decrescente che porterà la popolazione italiana ad un ammontare inferiore ai 52 milioni di individui nel 2051.


Capitolo 2. Le famiglie povere e i nuclei familiari a rischio di povertà. Oltre alla percentuale di famiglie povere conteggiate dall’Istat, con tutti i limiti evidenziati, sulla base di dati Bankitalia, l’Eurispes ha potuto stimare il numero di famiglie italiane che sono seriamente a rischio povertà. Il confine così labile tra povertà e non povertà, rappresenta una condizione di instabilità che potrebbe precipitare al modificarsi di una sola variabile.

Utilizzando i parametri riferiti alle fasce di reddito, risulta, infatti, che oltre il 10% delle famiglie italiane è a rischio povertà, in valori assoluti si tratta di circa 2.400mila nuclei familiari. Se osserviamo la composizione numerica delle famiglie, si conferma la maggiore precarietà nei nuclei più numerosi; sommando le famiglie composte da 5 o più componenti già povere (23,4%,) a quelle a rischio (18,6%,) si arriva al 42% della fascia dimensionale corrispondente (5 o più componenti), circa 626mila famiglie italiane. Anche i nuclei familiari di 4 persone risultano molto esposti al rischio di indigenza, precisamente il 14,7% di oltre 4milioni di famiglie potrebbe ritrovarsi al di sotto della linea di povertà a seguito di un evento sfavorevole, come la perdita del lavoro menzionata in precedenza.

Le famiglie unipersonali percentualmente risultano in una condizione favorevole, pari al 9%, ma osservando il dato assoluto notiamo che il rischio interessa ben 503mila famiglie, essendo questa tipologia familiare una delle più diffuse, infatti nel nostro Paese oltre 5 milioni e mezzo di persone vivono sole.

In base ai dati Istat emerge una immagine della società italiana che gradualmente sta raggiungendo un livello di benessere diffuso, dove, quindi, le politiche sociali hanno conseguito gli obiettivi prefissati e lo sviluppo economico interessa una fetta più ampia della popolazione. Non è così, ed è indispensabile evidenziare una serie di considerazioni che tracciano una realtà ben diversa rispetto alle statistiche, così come indicato all’inizio.

Innanzitutto, l’Eurispes ricorda che la “soglia” della povertà relativa è calcolata annualmente rispetto alla spesa media pro-capite per consumi delle famiglie; questo significa che la linea di povertà relativa si sposta di anno in anno sia a seguito della variazione dei prezzi al consumo, sia in base all’andamento in termini reali della spesa per consumi delle famiglie. In base a questi parametri, l’Istat fissa la linea di povertà per un nucleo familiare di due persone a 823,45 euro e conteggia 2.456mila famiglie indigenti.

Come detto, la linea standard di povertà (823,45 euro) è calcolata tenendo conto sia dell’inflazione (l’incremento del valore dell’indice dei prezzi rispetto al 2001 è risultato pari al 2,5%), sia della spesa per consumi, che nel 2002 ha subìto una flessione in termini reali, in quanto pur essendo risultata la spesa media mensile per famiglia superiore all’anno precedente (16 euro in più, equivalente ad un incremento dello 0,7%), c’è una diminuzione dei consumi in termini reali, pari all’1,8%, determinata da un’inflazione del 2,5%. In parole povere le famiglie italiane hanno speso di più ma acquistato di meno, poiché il valore dei loro soldi è sceso a seguito di un aumento dei prezzi.

Al contrario, se si fosse tenuto conto esclusivamente dell’inflazione la linea di povertà sarebbe stata di 844,04 euro mensili, cifra superiore di circa 21 euro a quella stabilita.

Di conseguenza, il numero di famiglie povere sarebbe stato pari a 2.654mila, ben 198mila famiglie in più rispetto a quelle stimate e che, invece, non sono state conteggiate, perché il parametro di riferimento era diverso. Questo significa che non è diminuito il numero dei poveri, ma si è verificato una flessione del valore della linea di povertà determinata da un peggioramento del tenore di vita medio della popolazione.

Sempre utilizzando il concetto di povertà rivalutata, l’incidenza della povertà sulla popolazione è pari all’11,9%, inferiore appena dello 0,1% rispetto al 2001.

Altro elemento degno di nota è l’intensità della povertà, indicatore che misura di quanto, in media, la spesa delle famiglie povere è inferiore alla linea di povertà, che nel 2002 è pari al 21,4%, con un aumento dello 0,3% rispetto all’anno precedente. Questo valore indica che pur essendo diminuito il numero delle famiglie povere, la loro condizione risulta ulteriormente aggravata.

In questa sede, è opportuno accennare all’evoluzione dei consumi delle famiglie italiane negli ultimi tre anni. Nel 2002, la spesa media delle famiglie per i generi alimentari è aumentata e si attesta sui 425 euro mensili, contro i 404 del 2000. Anche la spesa per il comparto non alimentare è di segno positivo, ma osservando nel dettaglio i dati emerge che l’incremento si registra in quei beni e servizi indispensabili: abitazione (+1,4%) e servizi sanitari e per la salute (+0,1%). Al contrario, la spesa destinata ad altri beni ha subìto una contrazione generalizzata: abbigliamento e calzature (-0,2%), arredamenti e servizi per la casa (-0,5%), trasporti (-0,3%) e tempo libero (-0,2%).


Capitolo 3. Le politiche per la famiglia: non solo soldi. L’Italia dedica appena lo 0,9% della ricchezza nazionale alle politiche familiari. Tutti gli altri Paesi dell’Unione a 15 spendono molto di più per la famiglia, a partire dal Portogallo e dai Paesi Bassi che destinano l’1,2% del loro Pil alle politiche familiari.
Seguono (in ordine crescente): Irlanda 1,9%, Grecia 2,1%, Regno Unito 2,4%, Belgio 2,6%, Austria 2,9%, Francia e Germania 3%, Lussemburgo e Finlandia 3,4%, Svezia 3,5%, Danimarca 3,8%. L’Italia è pertanto abbondantemente al di sotto della media dell’Unione Europea, che è pari al 2,3%. Solo la Spagna sta peggio di noi con lo 0,4% del Pil.

La difficoltà delle famiglie italiane a concepire figli (il tasso di fecondità medio per la donna italiana è pari a 1,2: il più basso d’Europa) a causa degli scogli economici e della latitanza delle politiche a sostegno della famiglia. La Francia invece spendendo il 3% del Pil della politica familiare, pari a 80 miliardi di euro, può permettersi il più elevato tasso di fecondità, con 1,9 bambini per donna.

Uno dei principali strumenti a sostegno della famiglia è di natura fiscale. Il sistema fiscale italiano prevede infatti diverse misure di detrazioni Irpef per familiari a carico, in relazione al reddito del contribuente e al numero dei figli. I familiari sono considerati a carico se il loro reddito complessivo è inferiore ai 2.850,41 euro. I sussidi monetari, attualmente in vigore a sostegno delle famiglie, appaiono del tutto inadeguati al mantenimento dei figli: l’arrivo del primo figlio comporta mediamente una diminuzione del reddito a disposizione tra il 18% e il 45% ed una spesa aggiuntiva compresa tra i 500 e gli 800 euro mensili, variabili in relazione all’età e alla collocazione geografica.

Un’importante novità, da questo punto di vista, è stata prevista nelle Finanziaria 2004, che, all’art. 16, istituisce uno strumento per garantire un reddito minimo alla fasce più deboli della popolazione: ilReddito di ultima istanza (Rui), che sarà erogato dalle Amministrazioni locali, attraverso un cofinanziamento dello Stato.

La povertà è sensibilmente più diffusa tra le famiglie con una o più persone in cerca di occupazione: essa colpisce il 9,4% dei nuclei familiari in cui nessuno risulta disoccupato, il 21,1% delle famiglie con una persona in cerca di occupazione e oltre un terzo (il 37,3%) di quelle con due o più persone disoccupate. Anche la dimensione del nucleo familiare costituisce una variabile discriminante: la povertà colpisce il 23,4% delle famiglie con almeno cinque componenti, contro una media dell’11%.

È plausibile pensare che laddove le condizioni legate alla collocazione geografica, allo stato occupazionale e alla dimensione familiare si sommano negativamente, la probabilità di trovarsi in una situazione di indigenza economica assuma contorni drammatici: basti osservare che mentre nelle regioni settentrionali la povertà interessa l’11,6% delle famiglie con cinque o più componenti, nel Mezzogiorno, a parità di dimensione familiare, la percentuale sale vertiginosamente, raggiungendo il 32,4%.

Sul fronte del sostegno al costo dei figli e alle madri lavoratrici, il nostro Paese si caratterizza per una rilevante carenza dei servizi per la prima infanzia.

È possibile osservare come i servizi privati coprano, a livello nazionale, oltre un quinto dell’offerta complessiva: 604 asili su 3.008 sono infatti di tipo privato. In alcune regioni e province autonome, l’incidenza del privato sul complesso degli asili nido è particolarmente rilevante, come nella provincia autonoma di Bolzano (43,7%), e in Veneto (52,2%), Campania (52,9%), e Calabria (45%).

L’insufficienza di strutture sostenute da risorse pubbliche può essere solo parzialmente compensata dalla presenza di asili nido privati. L’elevato costo dei servizi di tipo privato impedisce infatti di considerarli una valida alternativa. Inoltre, la percentuale di domande d’iscrizione agli asili nido, pubblici e privati, rimaste inaccolte è molto elevata, anche nei territori caratterizzati da una maggiore presenza di servizi privati.

Infatti, un terzo dei bambini italiani è in lista di attesa per entrare in un asilo nido: si tratta del 32% delle domande di iscrizione che risultano in stand-bay. Le maggiori carenze si riscontrano in Trentino Alto Adige, dove la percentuale sfiora il 60%, in Liguria (55,8%), e in Valle d’Aosta che, con il 51,7% di domande inaccolte, chiude il gruppo di regioni in cui la percentuale di bambini che attendono di andare all’asilo supera quella delle domande accolte. Il tasso di copertura degli asili nido è inferiore alla media anche in Veneto (dove la percentuale di domande accolte è pari al 58,5%), Friuli Venezia Giulia 62,2%, Lazio 63,5%, Toscana 65,1% e Sardegna 66,3%.

La carenza strutturale di strutture pubbliche per l’infanzia ha spinto molti paesi alla creazione di servizi innovativi e alla diversificazione delle forme di cura. In Germania, dove gli asili nido scarseggiano e in alcuni Länder non sono nemmeno previsti come istituzione pubblica, è diffusa la Tagesmutter (mamma a giornata), che oltre a prendersi cura dei propri bambini si occupa anche di quelli degli altri (fino ad un massimo di tre).

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