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Eurispes - Osservatorio sulla Famiglia - Verso un "Familismo Utilitaristico"

EURISPES

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A cura di EURISPES. - Per il documento in formato pdf, clicca su "Download Documento".

Pubblicato su TS il 5 Maggio 2005

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Gli over 65 surclassano bambini e adolescenti

Dopo una decina d’anni di diminuzione costante, nel 2003 la popolazione residente sale di 300mila unità rispetto all’anno precedente e tocca i 57 milioni. Ma si tratta di un aumento assai scarno, dovuto all’apporto degli stranieri residenti. Questo tipo di popolazione, prevalentemente immigrata, quasi raddoppia nel biennio triennio 2001/2003 passando da 1.334.889 a 2.290.992 stranieri residenti. Gli immigrati residenti nel Paese sono giovani e più prolifici degli italiani. Ciò nonostante, al 1° gennaio 2003, l’indice di vecchiaia ovvero il rapporto percentuale tra la popolazione di età superiore ai 65 anni e la popolazione di età compresa tra 0 e 14 annirisulta pari a 133,8: per ogni cento bambini e adolescenti si contano circa 134 anziani.




Le famiglie aumentano e si diversificano

Nell’arco di un trentennio il loro numero passa da 15.981.177 (dati del censimento del 1971) a 21.810.676 (dati del censimento del 2001). Il fenomeno è dovuto alla trasformazione delle famiglie stesse e al modo di definirle. Da diversi anni l’Istat utilizza il termine "nucleo" per definire il perno dell’aggregazione familiare, costituito dalla coppia eterosessuale. Famiglia è quella nucleare, quella monoparentale, quella formata da un nucleo più altri membri aggregati, da più nuclei (con o senza membri aggregati), o da nessun nucleo (singoli che risiedono da soli o con altri singoli, parenti o amici).
Al censimento 2001, la tipologia familiare più diffusa è rappresentata dalle famiglie con un nucleo, pari a 15.532.005 unità, ben il 71,2% del totale delle famiglie residenti. Le famiglie senza nucleo, invece, ammontano a 5.981.882 (27,4%) e sono quasi tutte costituite da singoli, infine quelle con due o più nuclei sono 296.789 (1,4%).
I nuclei familiari, cioè coppie o nuclei monoparentali, rappresentano il 13% delle famiglie e ammontano a 2.100.999 unità. L’82,7% dei nuclei con un solo genitore è costituito da donne con figlio-i. Questa caratteristica si mantiene costante nel tempo, sia perché tra le donne è più elevata l’incidenza della vedovanza, sia perché nella quasi totalità delle separazioni e dei divorzi i figli vengono affidati alle madri.
Le coppie con figli (pari al 66,1% del totale delle coppie) rappresentano, invece, la tipologia quantitativamente più rilevante, anche se in diminuzione. Le coppie senza figli (pari al 33,9% del totale delle coppie) sono in crescita e rappresentano il 29,5% delle famiglie nucleari.
Al censimento 2001 le coppie conviventi sono 510.251, cioè il 3,6% del totale delle coppie, e sono costantemente in crescita, come risulta dal fatto che un decennio fa, nel biennio 1994/1995, la loro incidenza era pari all’1,8%. In questa tipologia familiare, probabilmente, per il carattere prevalente di transitorietà di questa scelta, le coppie senza figli (54%) eccedono, sia pure di poco, quelle con figli. Nel biennio 2002-2003 le cosiddette libere unioni risultano ulteriormente aumentate, raggiungendo quota 564mila. Il 46,7% di queste coppie è costituito da almeno un componente reduce da un’esperienza coniugale conclusasi con una separazione o con un divorzio.
Infine, i single: al censimento del 1971 se ne contano appena 2.061.978, pari al 12,9% del totale delle famiglie; vent’anni dopo il loro numero era salito a 4.099.970, con un incremento percentuale del 98,8%. La crescita è ulteriormente proseguita tanto che al censimento del 2001 le famiglie cosiddette unipersonali ammontano a 5.427.621, pari a ben un quarto del numero complessivo delle famiglie italiane. Nella quasi totalità dei casi (97,6%), si tratta di soggetti che non sono in coabitazione con altri. Sul piano territoriale la condizione di single è particolarmente diffusa, oggi come in passato, nelle regioni del Centro-Nord.



Singoli adulti crescono

La condizione di persona sola riguarda in differente misura uomini e donne. Tra gli uomini, soprattutto quelli di età inferiore ai 45 anni, i singoli sono più numerosi (il 40,2% contro il 14,7% di donne singole sul totale delle donne); ma anche nella fascia di età intermedia, 45-64 anni, i singoli maschi rappresentano il 28,2% contro il 17% delle singole femmine. Le donne singole anziane sono il 68,3% del totale delle singole. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che le donne sono più longeve degli uomini. Non a caso la maggioranza delle singole è costituita da vedove. In totale, comunque, gli anziani costituiscono più del 50% di tutti i singoli.
L’aumento progressivo delle persone sole, in particolare dei single adulti, fornisce l’immagine di una società in cui la famiglia appare indebolita, anche per effetto della diminuzione proporzionale delle famiglie nucleari, cioè quelle costituite da genitori e figlio-i o da un genitore e figlio-i. Secondo i dati Istat, se dal 1951 al 1991 l’incidenza della famiglie nucleari sul totale delle famiglie è rimasta pressoché costante, nel 2001, al contrario, si è registrata una diminuzione delle famiglie nucleari nella misura del 5% e una crescita quasi uguale delle persone sole. Se la correlazione inversa tra i due fenomeni sarà confermata per il biennio successivo al censimento e se si protrarrà anche nei i prossimi anni, le sorti della famiglia italiana diventeranno sempre più precarie.



Il fenomeno della "posticipazione" indebolisce la famiglia

La fecondità in calo è la causa principale della prevalenza degli anziani su bambini e adolescenti e dell’aumento dei single adulti. Dopo aver toccato il minimo storico nel 1995 (1,1 figli a donna) si registra una timida ripresa del tasso di fecondità (tdf) dal 2001 al 2003. Sono soprattutto le regioni del Centro-Nord ad essere interessate dal fenomeno, particolarmente quelle dove il tasso di fecondità aveva toccato livelli particolarmente bassi (meno di 1 figlio per donna). Ma i due decimali di aumento del tdf nel triennio 2001/2003, dovuto alla maggiore prolificità delle straniere rispetto alle italiane, non incidono sul progressivo invecchiamento della popolazione.
Oltre a ciò, tutto il ciclo di vita individuale continua a spostarsi in avanti, con la conseguenza di determinare un inevitabile allungamento dei tempi che scandiscono gli eventi decisivi: le donne fanno il primo figlio sempre più tardi, i figli lasciano più tardi la famiglia di origine, ci si sposa più tardi, di meno e sempre di meno in chiesa. Il fenomeno della "posticipazione" va infatti di pari passo con quello della secolarizzazione del rito matrimoniale. L’erosione del matrimonio considerato tradizionale (in giovane età, benedetto dal sacramento e fecondo) è lenta ma costante, come mostra la seguente tabella che abbraccia l’arco temporale dell’ultimo trentennio.

Tabella 1

Matrimoni e tasso di fecondità femminile
Anni 1971-2003


Anni V.A. Per 1.000 abitanti Con rito civile (%) Tasso di fecondità femminile
1971

404.464

7,5

3,9

2,4

1981

316.953

5,6

12,7

2,6

1991

312.061

5,5

17,5

1,3

1993

302.230

5,3

17,9

-

1995

290.009

5,1

20,0

1,1

1997

277.738

4,8

20,7

-

1999

280.330

4,9

23,0

1,2

2001

264.026

4,6

27,1

1,2

2003

257.880

4,5

28,7

1,3

Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Istat - "L’Italia in cifre 2004".

Con analoga cadenza, si muove l’andamento delle separazioni e dei divorzi. Nel 2002, le separazioni sono state 79.642 e i divorzi 41.835, con una variazione positiva rispetto all’anno precedente, rispettivamente, del 4,9% e del 4,4%. Se nel 1995 si verificava una separazione ogni 5,5 matrimoni celebrati nello stesso anno e un divorzio ogni 10,7 matrimoni, nel 2002 il rapporto scende a una separazione ogni 3,3 matrimoni e un divorzio ogni 6,6.

Tabella 2

Rapporto tra matrimoni, separazioni e divorzi
Anni 1995-2003


Anni Matrimoni V.A. Separazioni V.A Rapporto matrimoni/separazioni Divorzi V.A. Rapporto matrimoni/divorzi
1995

290.009

52.323

5,54

27.038

10,73

1997

277.738

60.281

4,61

33.342

8,33

1999

280.330

64.915

4,32

34.341

8,16

2001

264.026

75.890

3,48

40.051

6,59

2002

265.635

79.642

3,33

41.835

6,65

Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Istat - "L’Italia in cifre 2004".

La maggior parte dei separati e dei divorziati ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (31,3%) e tra i 45 e i 54 anni (27,8%). Nelle fasce d’età successive si distribuisce un minor numero di persone con esperienza di divorzio o separazione: il 15,3% ha un’età compresa tra 55 e 64 anni e il 10,5% ha 65 anni o più. Il ricorso alla separazione e al divorzio è particolarmente diffuso al Nord e al Centro, dove risiedono ben i 3/4 degli individui che hanno vissuto una tale esperienza. Più precisamente, nel Nord-Ovest è separato o divorziato il 6,7% del totale della popolazione da 15 anni in su, nel Nord-Est il 5,5% e al Centro il 6,2%. Nel Mezzogiorno, invece, questa percentuale scende al 3,4%. Solo in parte questo dato si giustifica per ragioni legate ad una più radicata tradizione familiare. Non bisogna dimenticare, infatti, che al Sud Italia si registra anche la più alta inoccupazione e disoccupazione femminile, per cui, specialmente le donne, sono vincolate molto spesso al matrimonio da necessità di carattere economico.



Insieme per forza

Per quanto riguarda
il livello culturale e il titolo di studio, più della metà dei separati/divorziati (50,8%) ha un titolo di studio superiore all’obbligo, contro il 39,2% della popolazione non coniugata ed il 36,2% di quella stabilmente coniugata. Tra i separati/divorziati le donne con titolo di studio medio-alto (diploma o laurea) sono un po’ più degli uomini (51,5% rispetto al 50%), al contrario di quanto avviene nella restante popolazione, dove le donne sono mediamente meno istruite degli uomini (il 37,6% di esse hanno il diploma o la laurea contro il 41,8% degli uomini). Nella nostra società non è più automatico che a un buon livello di istruzione corrisponda anche un buon livello di reddito, mentre è ancora possibile che essere diplomati o laureati voglia dire realizzare relazioni sociali più ampie e coltivare maggiori interessi di coloro che si fermano all’istruzione d’obbligo. Poiché separazioni e divorzi – come affermano le ormai sempre più numerose associazioni di separati e divorziati – costano (non solo economicamente, ma anche psicologicamente e socialmente) è certamente più facile che vi accedano coloro che sono maggiormente dotati di risorse derivate dallo stile di vita. Viceversa, i meno dotati potrebbero preferire la permanenza in convivenze più o meno forzose piuttosto che sciogliere l’unità familiare. Concorre a suffragare questa ipotesi la maggiore incidenza al Nord piuttosto che al Sud di separazioni e divorzi sulla popolazione complessiva superiore a 15 anni.



Dopo le separazioni o i divorzi:
lui è single senza figli, lei è madre single

Nella prossima tabella, rappresentiamo cosa accade agli ex coniugi dopo una separazione o un divorzio, in termini di status familiare.

Tabella 3

Status di uomini e donne in seguito a separazioni o divorzi
Biennio 2001/2002
Valori percentuali


Status familiare Maschi Femmine
Single

45,5

25,8

Single con figli

9,0

39,8

Con nuova/o partner e con propri figli

16,6

13,1

Con nuovo/a partner senza propri figli

11,3

7,2

Aggregato/a alla famiglia d’origine

9,3

5,5

Aggregato a vari tipi di "famiglie"

8,3

8,6

Totale

100,0

100,0

Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Istat.

Sono la minoranza (il 27,9% degli uomini e il 20,3% delle donne) i separati/divorziati che, nel biennio preso in osservazione sono riusciti a "rifarsi una famiglia". Ai primi capita più facilmente che alle seconde di portare la prole a far parte del nuovo nucleo familiare (16,6% contro 13,1%), mentre sono ancora più uomini che donne i separati/divorziati che si riaccoppiano senza portare con sé la prole (tra questi sono compresi, naturalmente, anche quelli che non hanno figli).
I singoli maschi senza figli sono ben il 45,5%, quelli con figli appena il 9%. Viceversa, le cosiddette madri singole sono il 39,8%, quelle singole tout court 25,8%, quasi la metà dei maschi nella stessa condizione. La ragione di questo disequilibrio non può che essere interpretata alla luce della consuetudinaria suddivisione dei ruoli sessuali: la famiglia madre/figlio-i è quella che, in stragrande maggioranza, sopravvive al disfacimento della famiglia bigenitoriale. Mentre gli ex mariti o conviventi, padri compresi, in altrettanta stragrande maggioranza, scelgono lo status di singoli. E però non sappiamo se e in che misura le scelte differenti siano imputabili alla vocazione naturale femminile e maschile. Ovvero, se effettivamente le madri separate/divorziate diventino madri singole per reale scelta, oppure se siano costrette ad abbracciare questo status in ragione della scarsa propensione dei padri separati/divorziati ad accollarsi la cura quotidiana della prole.
Recentemente i padri separati/divorziati, riuniti in associazioni, rifiutano l’accusa di essere genitori inadempienti e combattono il monopolio materno sull’affidamento dei figli dopo la rottura della famiglia, considerandolo un "sopruso femminile" avallato dai giudici i quali, in base alle leggi vigenti, affidano la prole comune alle madri che, a loro volta, ne approfittano impedendo ai padri di esercitare il ruolo genitoriale. Le associazioni dei padri e per la bigenitorialità (cui spesso aderiscono anche madri separate/divorziate) spingono affinché la legge sull’affido venga modificata introducendo la possibilità dell’ "affido condiviso", una forma che induce i genitori separati/divorziati a occuparsi in maniera paritaria della prole comune. Nell’attuale legislatura, dalle numerose proposte di tutti i partiti è stato ricavato un testo unico che, però, giunto a un passo dalla discussione in Parlamento, si è arenato nelle commissioni.
Tornando alla tabella, notiamo che il ritorno alla famiglia d’origine dopo separazioni e divorzi è di dimensioni assai minori di quanto ci potremmo aspettare considerando il costo economico, affettivo e sociale delle rotture matrimoniali: è la scelta del 9,3% degli uomini e del 5,5% delle donne. Altrettanto scarse (ma numericamente paritarie tra uomini e donne) sono le aggregazioni ad altri tipi di famiglie o ad altri singoli (parenti o amici) che in genere costituiscono sistemazioni informali e talvolta anche transitorie.
Per quanto riguarda il costo economico dei figli, il modello telematico approntato dall’associazione Crescere Insieme per le famiglie separate/divorziate evidenzia che il figlio dei genitori separati/divorziati costa – in media – tre volte di più. La simulazione elaborata da Crescere Insieme, in collaborazione con i docenti del dipartimento di statistica dell’Università di Firenze e con la collaborazione della Regione Toscana (pubblicata nel Rapporto Italia 2005 dell’Eurispes) consente di inserire tutte le variabili dell’ex nucleo familiare preso in esame (reddito netto mensile comprensivo del padre e della madre, età del figlio, zona geografica di residenza, frazione percentuale, frazione percentuale del tempo che i figli trascorrono presso ciascun genitore, ecc). Il risultato ottenuto risulta utile come punto di riferimento certo per i giudici che, in base alle leggi attuali, devono decidere l’entità dell’assegno mensile il genitore non affidatario deve versare a quello affidatario. Ma la simulazione tornerà utile anche qualora dovesse essere entrare in vigore il regime dell’affido condiviso che obbliga entrambi i genitori a concorrere al mantenimento della prole comune. La simulazione, infatti, consentirà di fissare la quota condivisa per il mantenimento dei figli attraverso il conteggio dei vari capitoli di spesa che i genitori separati si ripartiscono.



A 34 anni ancora in famiglia, per comodità o precarietà?

La lunga permanenza nelle famiglie d’origine dei figli che non si sposano o non iniziano una convivenza more uxorio è un fenomeno noto che ha preso piede in tutta Europa.

Grafico 1

Giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni celibi e nubili che vivono con almeno un genitore per condizione lavorativa (per 100 giovani con le stesse caratteristiche)
Anno 2001
Valori percentuali


Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Istat.

Dal grafico si evince che su cento studenti ultra diciottenni, il 98% è costituito da figli-ancora-a-casa. Non si tratterebbe di una stranezza se parlassimo di studenti universitari che, presa la laurea (breve o lunga) a 21/25 anni, trovano un lavoro e vanno via da casa. Il problema è che qui abbiamo "ragazzi" e "ragazze" dai 18 ai 34 anni la cui la qualifica di studente nasconde nella maggior parte dei casi uno stato di inoccupazione prolungata. Coloro che sono esplicitamente alla ricerca di un lavoro costituiscono, del resto, l’81,2%; e persino tra i già occupati il 56% resta attaccato a mamma e papà. Più che la comodità di non doversi occupare di se stessi o di una propria famiglia, sembra sia la mancanza di sicurezza economica ciò che spinge i cosiddetti giovani a non lasciare il nido familiare.
Anche perché ben 1 su 5 dei 33-37enni che spiccano il volo, sono poi costretti tornare sui loro passi. Lo rileva una recentissima indagine promossa dall’Accademia dei Lincei in base alla quale i media hanno coniato per questi giovani-adulti la definizione pomposa di "figlioli prodighi". Ma in questo caso non ci sono agnelli da macellare per festeggiare il loro ritorno, visto che esso è motivato dal fallimento e non da qualsivoglia pentimento per aver tentato di sottrarsi alla legge della famiglia patriarcale. Due le motivazioni del rientro forzoso: non riuscire a sostenere le spese di mantenimento quotidiano, per sé e per eventuali partner e figli; non riuscire a trovare un’occupazione stabile.



Il 52% della nuova occupazione creata tra il 2002 e il 2003 è atipica

Dall’introduzione della legge Biagi il 61% dei collaboratori coordinati e continuativi (in gran parte giovani) anziché accedere ad una qualche forma di stabilità contrattuale, sono diventati "lavoratori a progetto". Lavoratori intermittenti, dunque, e impossibilitati a pianificare con un certo margine di prevedibilità la propria vita privata e professionale. Dall’indagine campionaria su 446 lavoratori atipici di età compresa tra 18 e 39 anni dell’Eurispes, emergono con chiarezza quali sono i maggiori ostacoli alla realizzazione personale e professionale percepiti dagli uomini e dalle donne occupati in maniera atipica e/o intermittente. Nelle tabelle che seguono rappresentiamo, in valori percentuali, le risposte del campione alla domanda tendente a rilevare il rapporto causa/effetto tra la propria condizione lavorativa e le principali scelte di vita.

Tabella 4

Il fatto di essere un lavoratore atipico ha influito sulla Sua possibilità di…
Anno 2005
Valori percentuali


Il fatto di essere un lavoratore atipico ha influito sulla Sua possibilità di… Per niente Poco Abbastanza Molto Non sa/non risponde Totale
Avere un figlio

54,0

14,8

14,1

16,1

0,9

100,0

Sposarsi

53,6

14,3

19,1

12,1

0,9

100,0

Andare a vivere per conto proprio

31,2

12,6

29,8

26,5

0,0

100,0

Comprare un appartamento ricorrendo a un mutuo

24,9

3,8

19,5

51,8

0,0

100,0

Prendere in affitto un appartamento

28,9

11,7

31,4

27,4

0,7

100,0

Fonte: Eurispes.


Tabella 5

Il fatto di essere un lavoratore atipico ha influito sulla Sua possibilità di… Per sesso
Anno 2005
Valori percentuali


Il fatto di essere un lavoratore atipico ha influito sulla Sua possibilità di… Sesso Per niente Poco Abbastanza Molto Non sa/non risponde Totale
Avere un figlio Uomini

58,5

12,4

9,9

17,1

2,1

100,0

Donne

50,6

16,6

17,4

15,4

0,0

100,0

Sposarsi Uomini

56,0

7,8

18,6

15,5

2,1

100,0

Donne

51,8

19,4

19,4

9,4

0,0

100,0

Andare a vivere per conto proprio Uomini

40,4

17,6

22,8

19,2

0,0

100,0

Donne

24,1

8,7

35,2

32,0

0,0

100,0

Comprare un appartamento ricorrendo a un mutuo Uomini

34,7

3,6

18,1

43,5

0,0

100,0

Donne

17,4

3,9

20,6

58,1

0,0

100,0

Prendere in affitto un appartamento Uomini

33,2

14,5

31,1

21,2

0,0

100,0

Donne

25,7

9,5

31,6

32,0

1,2

100,0

Fonte: Eurispes.

Non poter accedere a un mutuo per comprare un appartamento (51,8%), non poterlo prendere in affitto (27,4%), non poter andare a vivere per conto proprio (26,5%): sono le tre opportunità su cui la condizione di lavoratore atipico incide maggiormente. Per converso, il 54% ritiene per niente influente la propria condizione sulla scelta di avere un figlio e il 53,6% su quella di sposarsi. Dunque, la precarietà della propria condizione lavorativa sembra pesare più sul desiderio di autonomia dalla famiglia che sulla scelta di crearsene una propria: matrimonio e filiazione, infatti, vengono percepiti come eventi che non dipendono tanto dal proprio status economico, quanto dalla volontà personale di investire in un progetto affettivo, dalla propria vocazione alla paternità o alla maternità, o infine, dal favore del destino che fa incontrare la persona giusta (magari con una posizione economica più solida della propria).
Ma vi è anche un altro motivo per cui la precarietà lavorativa viene percepita come meno rilevante ai fini del progetto matrimoniale e più frustrante sul piano delle spinte autonomistiche: una coppia di conviventi in cui uno dei due o entrambi sono precari avrà almeno il vantaggio di condividere i costi di sostentamento (affitto, bollette, spese per l’automobile, ecc.), mentre un giovane lavoratore atipico ansioso di andare a vivere da solo dovrà essere pronto ad accollarsi interamente il costo dell’indipendenza dalla famiglia di origine e i rischi connessi alla propria fluttuante condizione lavorativa.
Disaggregando per sesso le risposte degli intervistati, ci accorgiamo che sono soprattutto gli uomini a considerare filiazione e matrimonio come del tutto indipendenti dal proprio status di precari (58,5%), mentre le donne, più concrete e più preoccupate delle ripercussioni della flessibilità sulle proprie scelte affettivo-riproduttive, giudicano il precariato ininfluente in una percentuale inferiore di casi (50,6%). Questa maggiore preoccupazione nei confronti delle ricadute della flessibilità si evidenzia anche in relazione alle spinte autonomistiche: ancora una volta, sono le donne più degli uomini ad avvertire la precarietà come un ostacolo forte al vivere per conto proprio (il 32% contro 19,2%), magari in un appartamento proprio (58,1% contro 43,5%), o per lo meno in affitto (32% contro 21,2%).
Dal quadro delineato, ci sembra di poter affermare che l’esercito dei giovani-adulti con occupazione atipica e/o intermittente permanga a lungo nella famiglia d’origine più per necessità che per comodità. Fermo restando che la vera comodità sarebbe quella di avere genitori in grado di supportare economicamente la vocazione dei figli all’indipendenza e alla costruzione di una nuova famiglia: un’aspirazione che, per le generazioni a venire
figlie di un’epoca in cui le possibilità di risparmio e accumulazione si sono significativamente ridotte difficilmente potrà essere soddisfatta.



Laura e Giovanni tirano la cinghia

Gli studi della Banca d’Italia affermano che il capitale mobiliare e immobiliare sostiene i redditi di molte famiglie, e non solo delle più abbienti. Inoltre, il sostegno ai redditi ufficiali da lavoro deriva in molti casi da una seconda occupazione, in "nero" e più remunerativa del primo lavoro in termini di retribuzione oraria.
Le generazioni di italiani che sono riusciti a godere dell’espansione economica della seconda metà del secolo scorso sono anche quelle che, in maniera abbastanza uniforme socialmente, riescono ancora oggi a sostenere il reddito dei propri figli. Tra questi possiamo includere i nati durante il baby boom, nei tre lustri a cavallo tra la seconda metà degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, figli di coloro che hanno partecipato alla crescita economica post bellica, e i (molti di meno) nati tra i Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, figli di coloro che hanno partecipato al benessere diffuso degli anni del deficit spending, del boom della borsa e del livellamento, al rialzo, dei ceti sociali.
Queste generazioni sono riuscite a fare i sacrifici necessari per far studiare i figli e/o a risparmiare quel poco o quel tanto che, in molti casi, ha consentito, e consente tutt’ora, a questi ultimi di mettere su famiglia. Il problema attuale è che la catena del risparmio da tramandare genealogicamente si è interrotta: le famiglie dei 20-40enni (specialmente quelle con figli) non solo non utilizzano l’appoggio familiare per risparmiare a loro volta, per sé e per la prole, ma lo "consumano" per integrare i propri, insufficienti, redditi da lavoro. L’altra possibilità, dicevamo, prima, è quella del doppio lavoro, una fonte di reddito che ha però lo svantaggio di impoverire la qualità della vita di coloro che vi ricorrono, nonché di sottrarre energie affettive da spendere per i propri cari.
In base a queste considerazioni, l’Eurispes ha individuato tra i nuclei familiari di quattro persone (circa 2 milioni e 600.000 nuclei) il tipo di famiglia sostenuta esclusivamente dal lavoro dipendente di basso-medio livello del marito e della moglie. La coppia Laura e Giovanni, 30 anni lei, 38 lui (o viceversa), due figli tra i sei e gli otto anni. È la coppia di riferimento, in quattro varianti rispetto alla professione e al reddito, per misurare il rapporto tra le spese per soddisfare i bisogni essenziali e il costo dei relativi beni e servizi, calcolati dal "Paniere Eurispes".


Tabella 6

Retribuzioni lorde e nette mensili di Laura e Giovanni a seconda dell’attività lavorativa svolta
Valori assoluti in ¤


Attività Lordo Contributi Imposte Netto
Muratore e cassiera

3.329

308

539

2.462

Professore e maestra

3.550

392

613

2.545

Bancario e commerciante

4.079

539

775

2.765

Dirigente e universitaria

3.667

443

624

2.610

Fonte: Eurispes.

A fronte dei redditi congiunti di Laura e Giovanni, in base ai quattro tipi di attività svolta, la tabella che segue mostra l’entità delle spese necessarie sostenute e il divario tra entrate e uscite.

Tabella 6

Redditi mensili netti di Laura e Giovanni a seconda dell’attività lavorativa e spese mensili necessarie
Valori assoluti in ¤


Attività Reddito mensile disponibile Spese mensili necessarie Differenza  
V.A. %
Muratore e cassiera

2.482

3.044

-562

-18

Professore e maestra

2.545

3.044

-499

-16

Bancario e commerciante

2.765

3.044

-279

-9

Dirigente e universitaria

2.610

3.044

-434

-14

Fonte: Eurispes.

Per mantenere una famiglia di due adulti e due bambini, la fetta maggiore delle spese è destinata al puro sostentamento: alimenti e prodotti per l’igiene personale e la pulizia della casa (il 31,08%) e per l’affitto e le bollette (27,17%); seguono l’abbigliamento (10,97%), i trasporti (8,70%), gli svaghi per tutta la famiglia (6,49%), i giocattoli e altre attività per i bambini (4,29). Il resto è assorbito dall’acquisto di beni durevoli e semidurevoli per la casa, dalle spese per la scuola dei piccoli, per le vacanze di tutta la famiglia una volta l’anno, dalle spese per la salute e per gli articoli sanitari. La famiglia consuma in modo spartano, tanto per mangiare, per curarsi, quanto per ritagliarsi un po’ di svago. E comunque va sempre in rosso. In misura maggiore se abita nelle città, minore nelle province e nei paesi, se risiede al Nord o al Sud e nelle Isole. È una famiglia a rischio di un nuovo tipo di povertà, la povertà dei ceti medi, emancipati, comunque acculturati. Se non grazie ai titoli di studio, grazie alla televisione e al computer. Una famiglia chiusa in se stessa, perché obbligata a vivere poco nel mondo che la circonda, molto nel mondo mediatico che tv, telefonino e computer portano nella propria casa. Una famiglia che da un momento all’altro può scivolare in quella che l’Eurispes chiama la "povertà fluttuante", un fenomeno che interessa circa 2.400 famiglie di diverse tipologie: da quelle nucleari a quelle senza nuclei, da quelle monoparentali, a quelle con figli, a quelle senza figli. Basta che un membro della famiglia perda un lavoro, che una coppia si separi, che un single si ammali e necessiti di cure particolari perché abbiano luogo terremoti economico-esistenziali tra le mura domestiche.



Verso il "familismo utilitaristico"

La famiglia, che nell’ultimo trentennio ha attraversato una profonda destrutturazione, sta scontando gli effetti della crisi economica (esplosione del precariato, processi inflazionistici, declino produttivo) che di fatto hanno rallentato i processi di disgregazione e di disunità familiare. In particolare, l’emigrazione di ritorno dei "figlioli prodighi", l’impossibilità materiale, per diversi giovani, di abbandonare la famiglia di origine, la difficoltà di alcuni a recidere il legame matrimoniale per via dei costi economici e sociali del divorzio o della separazione, stanno originando un familismo di tipo utilitaristico, ossia un modello relazionale-familiare basato soprattutto sui benefici economici e sociali della coabitazione. Indebolita dai processi di disgregazione cominciati con l’introduzione del divorzio e con l’ingresso della donna nel mondo del lavoro, la famiglia resiste come soggetto economico e relazionale in grado di fornire ai suoi membri un riparo dall’inospitalità del mondo.

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