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Infanzia e Adolescenza: Rapporto EURISPES - Telefono Azzurro 2004.

EURISPES - Telefono Azzurro

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Pubblicato su TS il 19 Novembre 2004

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Introduzione -
Negli anni della loro collaborazione, giunta ormai alla pubblicazione del Quinto Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Eurispes e Telefono Azzurro hanno visto crescere sempre più la domanda di comprensione e interpretazione dell’universo giovanile da parte degli organismi sociali, dei mezzi di comunicazione e delle Istituzioni. Spesso, alla crescente attenzione verso le problematiche che coinvolgono i bambini e gli adolescenti si è accompagnata anche una precisa volontà di intervento, sia da parte delle Istituzioni che delle parti sociali: segno che il monitoraggio costante dei fenomeni giovanili contribuisce alla costruzione di una più diffusa consapevolezza dei diritti dei minori e ad una migliore organizzazione degli sforzi e delle iniziative.

Il Quinto Rapporto ribadisce la scelta di concentrare l’analisi sociale e il monitoraggio territoriale intorno alle tematiche tradizionali già approfondite in passato (diritti violati, ascolto ai bambini e agli adolescenti in difficoltà, salute mentale, devianza minorile, rapporto con i nuovi media, ecc.).
Quest’anno, tuttavia, le abituali aree di indagine relative al disagio e all’abuso approfondiscono ulteriormente l’ottica internazionale che Eurispes e Telefono Azzurro hanno sempre coltivato fin dall’inizio della loro collaborazione, e si imperniano attorno ad una domanda fondamentale: se pensiamo alla salute mentale, al disagio e all’abuso, che cosa contraddistingue maggiormente bambini e adolescenti europei rispetto a quelli appartenenti ad altre culture?
Questo interrogativo si rivela uno strumento euristico efficace per distinguere le emergenze vecchie e nuove di cui soffrono i minori stranieri da quelle che minacciano i bambini e gli adolescenti nel contesto economico e culturale occidentale.
Dall’abuso e dal maltrattamento, l’interesse di Telefono Azzurro e Eurispes, sollecitato dalle ricerche condotte a livello internazionale, si è esteso negli anni a nuove tipologie di trauma: tra queste, i disastri naturali, le guerre e gli attentati terroristici.

Allo stesso tempo, la multiculturalità ci obbliga ad una riflessione sullo stato di benessere e sulle condizioni di vita dei bambini nei paesi in via di sviluppo, dove i diritti elementari dell’infanzia e dell’adolescenza si infrangono contro la realtà di pratiche inumane le cui implicanze coinvolgono gli stessi paesi occidentali.

Si pensi ad esempio alla tratta dei bambini, ovvero la compravendita e lo sfruttamento di esseri umani rapiti, comprati e sottratti con la violenza o l’inganno dai luoghi di origine (in genere paesi poveri del Sud del mondo) e venduti come schiavi nel ricco Occidente. Sulla scorta delle ricerche effettuate, abbiamo individuato alcune “macrotipologie” della tratta dei bambini, distinte in base alla sua finalità: a scopo di sfruttamento sessuale, di matrimonio precoce o forzato, di sfruttamento lavorativo, di adozioni irregolari, di espianto e commercio di organi, di sfruttamento in ambito sportivo, oppure per farne bambini guerrieri.

Particolarmente gravi i dati sullo sfruttamento sessuale dei bambini, uno dei commerci più promettenti e lucrativi: ogni anno, oltre due milioni di bambini rimangono vittime della prostituzione internazionale. In Italia, ad esempio, il 35% delle 50.000 donne straniere coinvolte nel mercato della prostituzione ha un’età tra i 14 e i 18 anni.

Il traffico di organi infantili destinati al trapianto è ormai una realtà, come ha ammesso il Tribunale permanente dei popoli, in seguito alle denunce pervenute. Nel maggio 2004, in Albania è stata aperta un’inchiesta, dopo la scomparsa di circa 2mila bambini, presumibilmente a scopo di espianto e commercio di organi. È emerso, dalle indagini, anche un listino prezzi” che prevede fino a 50.000 euro per l’acquisto di un neonato maschio e 30.000 euro come costo di un fegato.
Il problema dei bambini guerrieri è particolarmente esteso in Africa (soprattutto nei paesi Sub-sahariani e in Nord Africa), in Asia centrale, Pacifico e America Latina. Ma pochi sanno che alcuni paesi in Europa e negli Stati Uniti accettano nell’esercito minori di 18 anni. Ad esempio, il Regno Unito ha accolto nelle proprie forze armate ragazzi di 16 anni e ha inviato in combattimento i diciassettenni; negli Usa, nel settembre 2000, vi erano 3.289 soldati minorenni; fonti governative attestano l’impiego di minorenni nella Guerra del Golfo, in Somalia e nei Balcani.
In Nicaragua, Uganda ed Etiopia, le percentuali di persone povere che vivono con meno di un dollaro Usa al giorno sono elevatissime e coprono la quasi totalità della popolazione (rispettivamente l’82,3%, l’82,2% e l’81,9%); anche nel Mali e nella Nigeria i tassi sono molto elevati (72,8% e 70,2%). Altrove, come nello Zambia, in Niger e in Burkina-Faso, le percentuali superano il 50% della popolazione totale. Nei paesi poveri, dove i finanziamenti per la sanità e i servizi sociali sono scarsi, sono le fasce deboli della popolazione ad essere le più colpite da malattie con esiti letali. Malgrado i miglioramenti, i paesi in via di sviluppo presentano ancora tassi elevati di mortalità infantile: basti pensare all’Africa Sub-sahariana, dove, nel 2002 si è registrato il valore più elevato di mortalità infantile sotto i 5 anni (174 bambini ogni 1.000 nati, contro i 97 dell’Asia meridionale e i 58 del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale).
La povertà che coinvolge i bambini e gli adolescenti, tuttavia, non è un male endemico dei paesi del Sud del mondo, ma è diffusa anche in Italia, come in altri paesi occidentali: secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri, la maggioranza dei quali risiede al Sud (circa 1.365mila), a seguire nel Nord (340mila) e al Centro (285mila). L’incidenza della povertà nelle famiglie con minori cresce con l’aumentare del numero di figli, fino a raggiungere il 25,9% tra le famiglie con tre o più bambini (al Sud, questa percentuale arriva addirittura al 32,9%).
Se nella povertà è possibile scorgere una triste continuità, seppure a diversi livelli e con ben altri indici di diffusione, tra il Nord e il Sud del mondo, molto diverse sono le emergenze che investono i giovani occidentali: si tratta, tra le altre, del consumo di stupefacenti in età sempre più precoce, degli incidenti stradali, delle patologie da nuovi media, del bullismo, della dispersione scolastica, ecc.
La diffusione e le modalità di consumo degli stupefacenti da parte degli adolescenti sono da porre in relazione con le tendenze e i modelli socio-culturali dell’universo giovanile, dove spesso predominano la curiosità per le nuove esperienze, la paura della noia e il desiderio di sentirsi parte del gruppo. Questi fattori possono predisporre al consumo delle cosiddette droghe “ricreazionali” (amfetamina, ecstasy, psicofarmaci, Lsd e, soprattutto, cocaina), la cui assunzione rende nell’immediato più disinvolti ed euforici, dando l’illusione di una maggiore facilità di integrazione nel gruppo.
Spesso, tra i giovani, l’approccio alle droghe e all’alcool nasconde una sofferenza psicologica; sono il bisogno di riconoscimento e accettazione da parte dei coetanei a spingere i giovani verso l’uso degli stupefacenti, nella speranza di soddisfare, da un lato, la spinta individualistica all’autoaffermazione e, dall’altro, la tendenza conformistica all’adesione passiva al gruppo dei pari.
Da un’indagine effettuata da Eurispes e Telefono Azzurro nel 2004, emerge che il 28% dei giovani italiani tra i 12 e i 19 anni è venuto a contatto con le sostanze stupefacenti; tra questi, il 3% (corrispondente a circa 138mila adolescenti) ha consumato prevalentemente droghe sintetiche, mentre il 2% del totale, pari a 92mila adolescenti, si è rivolto principalmente alla cocaina.
Molti ragazzi sottovalutano i rischi diretti e indiretti, cioè tutti gli effetti non immediatamente riconducibili all’uso della droga: come ad esempio i disturbi della salute (che si verificano negli anni successivi) o gli incidenti stradali, che costituiscono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 ed i 24 anni. Si pensi che nel 2002 il 45,5% delle vittime della strada aveva un’età compresa tra i 15 ed i 39 anni.
Tra le attuali emergenze che coinvolgono i nostri adolescenti, si evidenzia quella relativa alla salute mentale: secondo i dati presentati dalla Commissione Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a settembre di quest’anno, 1 adolescente su 5 in Europa presenta difficoltà evolutive, emozionali e comportamentali. Un adolescente su otto soffre di un vero e proprio disturbo mentale: tra gli altri, il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (Adhd), i disturbi d’ansia e quelli depressivi, i disturbi alimentari, i disturbi pervasivi dello sviluppo, il ritardo mentale.
Tra i disturbi più attuali emerge la Internet Addiction Disorder (Iad) che richiama una sempre maggiore attenzione da parte della comunità scientifica e richiederà, anche in Italia, ulteriori approfondimenti clinici. L’Iad si manifesta con effetti simili a quelli che insorgono tra gli alcolisti: difficoltà relazionali e professionali, sintomi astinenziali. Recenti ricerche hanno dimostrato che, tra gli utenti della Rete nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni, il 22% è a rischio dipendenza da Internet e ne rileva solo gli aspetti positivi, esaltandone l’utilizzo; il 29% è utente abusatore e manifesta problemi psico-fisici che tenta di risolvere immergendosi completamente nella rete; infine, l’11% può definirsi completamente dipendente dalla rete, evidenziando psicopatologie molto gravi (disturbi dissociativi, allucinazioni ecc.). Disaggregando il dato per fasce d’età, la classe più esposta all’abuso risulta quella dei 21-26enni (16%), seguita dai 15-20enni (4%); sempre in questa fascia d’età si colloca l’8% dei soggetti a rischio dipendenza.
Come intervenire? Possiamo aspettarci che un disturbo mentale si risolva con la crescita? I disturbi psichiatrici in età evolutiva difficilmente hanno una remissione spontanea. Non solo tendono a presentare un’elevata persistenza nel tempo, ma se non vengono precocemente individuati e trattati possono essere causa di un difficile adattamento sociale in età adulta. Le implicazioni sono quindi a lungo termine, sia per la sofferenza individuale che comportano, che per i costi a carico del sistema sanitario e della società.
Qual è la capacità di risposta del nostro servizio sanitario a questa domanda? Quanti dei bambini che soffrono di depressione o di Adhd accedono ai sistemi di cura? È facile per un bambino accedervi? In relazione a quest’ultimo quesito, ricerche internazionali drammaticamente rivelano come solo il 20% della popolazione infantile con una sofferenza mentale arrivi ai servizi di consultazione. Tali sollecitazioni dovrebbero indurci a predisporre più avanzati strumenti concettuali, metodologici e di intervento atti a rispondere alle vecchie e alle nuove sfide nel campo della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza.
In particolare, occorre promuovere una ristrutturazione dei servizi rivolti alla popolazione infantile, facilitando l’accesso dei più giovani al sistema di cura e promuovendo una maggiore valutazione dell’efficacia degli interventi. Fondamentale è a questo proposito il ruolo delle Università nella ricerca e nella costruzione di collaborazioni internazionali.
La risoluzione di questi problemi richiede però, da un lato, la capacità di valorizzare le risorse locali, la famiglia, la scuola e le altre istituzioni presenti negli specifici contesti culturali e sociali, dall’altro, la promozione di una concreta sinergia tra comunità scientifica, governi e istituzioni.
I dati raccolti nel Quinto Rapporto costituiscono una rappresentazione quanto più vasta e multiforme della condizione dei minori nel nostro Paese. Consegniamo i risultati delle nostre ricerche all’attenzione dei lettori e delle Istituzioni, nella certezza che la raccolta e l’interpretazione dei dati relativi alle problematiche che coinvolgono i minori rappresenti un momento imprescindibile della decisione politica in materia di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza.



Prof. Ernesto Caffo Prof. Gian Maria Fara
Presidente del Telefono Azzurro Presidente dell’Eurispes



Abuso, sfruttamento e diritti violati





Scheda 1 • I nuovi schiavi del terzo millennio. Traffico, commercio e tratta di bambini e adolescenti
Scheda 2 • Bambini “guerrieri”, vergogna e crimine di “adulti”
Scheda 3 • Altrove e in nessun luogo inseguendo la vita: bambini scomparsi e adolescenti “in fuga”
Scheda 4 • Il coinvolgimento dei minori nelle sette
Scheda 5 • La lotta alla povertà; una sfida ancora aperta
Scheda 6 • Il Codice di Autoregolamentazione Internet e Minori: nuove garanzie per i giovani navigatori
Scheda 7 • Internet, pedopornografia e percezione dei rischi
Scheda 8 • I bambini e la pubblicità








I nuovi schiavi del terzo millennio.

Traffico, commercio e tratta di bambini e adolescenti

Schiavitù globalizzata. Sebbene resti tuttora un concetto e una realtà che si tende ad associare al passato, la piaga della schiavitù, con tutti gli orrori, le angherie e le umiliazioni che essa comporta, non è scomparsa: ha semplicemente assunto nuove forme e inquietanti sembianze. La “moderna schiavitù” si è globalizzata, coinvolge e riguarda sempre più bambini e adolescenti. Anche se individuata, descritta e analizzata con parole diverse, a ben guardare tutte le parole rimandano ad un unico fenomeno impregnato da una pluraliità di elementi: violenza, imposizione, dominio, sfruttamento; senza più limiti temporali e spaziali (dal Sud al Nord del mondo, da Est ad Ovest) e che rimandano inesorabilmente alla persona umana ridotta a “cosa”, a “prodotto”, a “consumo”.
Quando si dice “tratta”…Si stima che il solo giro d’affari della prostituzione infantile internazionale supera i 5 miliardi di dollari l’anno e più di 4 milioni di persone sono vittime della tratta. In particolare, la classifica dei paesi dove lo sfruttamento minorile a scopo sessuale è maggiormente diffuso vede al primo posto Cina, India, Brasile e Thailandia. Inoltre, da 15 anni a questa parte, il numero delle vittime è in costante e progressivo aumento: i flussi provenienti dai Paesi dell’Europa centro-orientale registrano ingenti spostamenti che vanno ad aggiungersi a quelli già esistenti, dall’Africa, dall’Asia, dall’America latina e dai Caraibi.
Macro-tipologie del traffico di esseri umani. Esiste un traffico mondiale di esseri umani marcato da direttrici ben definite. È possibile, infatti, individuare delle “macro-tipologie”, anche se non completamente esaustive, di questa inedita schiavitù in riferimento a quelle che possono essere definite le principali “finalità perseguite”.
A scopo di sfruttamento sessuale Tipologia che annovera in sé elementi e aspetti contigui e intersecanti: dallo sfruttamento che si consuma sui marciapiedi a quello esercitato al chiuso di insospettabili appartamenti o di locali notturni. Dal cosiddetto “turismo sessuale” alla pedo-pornografia via Internet o pubblicitaria, questo tipo di sfruttamento è diventato in pochi anni uno dei commerci più promettenti e lucrativi, destinato a soppiantare anche quello della droga
Si stima che, solo nel 2003, il mercato del sesso abbia coinvolto dai 2 ai 3 milioni di bambini o adolescenti in Thailandia, dai 40.000 ai 200.000 nelle Filippine, dai 70.000 ai 100.000 in Giappone, circa 2 milioni in Brasile, 25.000 nella Repubblica Dominicana, 60.000 in Russia. Ma sono molti di più se si considerano gli altri Paesi dell’ex blocco sovietico (Bulgaria, Romania, Ucraina) e i territori della penisola balcanica (Kosovo, Albania, Serbia e Montenegro).
In Italia, il 35% delle 50.000 donne straniere coinvolte nel mercato della prostituzione ha un’età compresa tra i 14 e i 18 anni. Nel 2003 tra 18mila e 25mila, in gran parte minorenni, provenienti soprattutto da Africa e Balcani, sono passate l’anno scorso dall’Italia per finire sui marciapiedi di mezz’Europa per prostituirsi. In prima fila, nel triste primato dei paesi esportatori di minorenni destinate alla prostituzione c’è la Nigeria, seguono i Paesi dell’Est Europa e Balcani.
In aggiunta, i produttori di pedo-pornografia diffondono e difendono un giro d’affari di migliaia di miliardi: il prezzo delle fotografie in rete varia dai 30 ai 130 euro; i cd con i “cataloghi” sono offerti a 78-104 euro l’uno; i filmati valgono 260 euro, o molto di più, se in essi compaiono scene sado-maso o di violenza sessuale estrema.
Il mercato della chicken porn (pornografia minorile) conta, ogni anno, circa 250 milioni di copie di video vendute in tutto il mondo. Per non parlare dell’editoria hard che vanta 260 differenti tipi di riviste mensili.
A scopo di matrimonio “precoce” o forzatoSi tratta di matrimonio “combinato” spesso contratto attraverso una vera e propria “vendita”, imposto a minori, soprattutto bambine, sotto i 18 anni. Questa pratica è largamente diffusa nei paesi sub-shariani e nell’Asia del Sud, ma anche in alcune parti dell’Europa e dell’America Latina. Alcune adolescenti sono costrette con la forza, altre sono semplicemente troppo giovani per prendere una decisione cosciente.
A scopo di sfruttamento lavorativo — Da quello domestico a quello in fabbrica, da quello metropolitano e turistico-alberghiero a quello rurale, da quello per “accattonaggio” forzato (ai semafori, davanti a supermercati, chiese ed ospedali) a quello per “microcriminalità” (furti, rapine, spostamenti di droga o refurtiva, esposizione e vendita al dettaglio nei mercatini rionali).
Allo sfruttamento lavorativo spesso si associa quello di servitù per debito, diffuso soprattutto in Pakistan e India, Bangladesh e Nepal, noto come “bonded labor” (lavoro vincolato). Si tratta di un vincolo che assume le forme di una “consegna forzata” di una bambina o di un bambino ad un “padrone”, a garanzia di un prestito ricevuto o per estinguere un debito contratto da un familiare.
Nel mondo sono circa 245,5 milioni i baby lavoratori e fra essi circa 170,5 milioni sono impiegati in attività pericolose. E ogni anno, 22.000 di loro restano coinvolti in incidenti sul lavoro.
A scopo di adozioni irregolari e fuorileggeFenomeno che spazia dalla “consegna” di minori e bambini da parte delle famiglie di origine, per necessità di sopravvivenza o per debito, alla sottrazione forzata e al rapimento ad opera di singoli, gruppi o bande criminali. È noto a tutti che la questione delle adozioni, in particolare quelle internazionali, è oggi argomento di particolare riflessione e attenzione.
A scopo di sfruttamento in ambito sportivo Noto come “tratta di baby calciatori”, è uno “spaccato” sociale poco esplorato, anche se rappresenta una occasione di lucro e di sfruttamento, in particolare di minori stranieri. Nella stagione 1998/99, in Italia, i tesserati under 16 extracomunitari sono stati 5.308, dei quali 23 professionisti, tre “giovani di serie” (tesserati da società professionistiche ma senza contratto) e 5.282 dilettanti (il 46% dei quali con meno di 12 anni). I minorenni over 16 sono 1.181, di cui soltanto 93 provenienti dall’Unione europea. Dei 1.088 extracomunitari 512 sono africani, 324 provengono dai Balcani (Albania, Macedonia e Jugoslavia) e 107 dal Sud America.
A scopo di espianto-commercio di organi È dal 1986 che si sono diffuse notizie e denunce sui rapimenti di minori mirati a ottenere organi da trapiantare. Queste pratiche sono tra le cause dell’aumento del furto di bambini, soprattutto in alcuni paesi dell’America Latina. Uno dei paesi dai quali provengono più organi è l’Iraq; qui, secondo testimonianze dirette e autorevoli inchieste giornalistiche, un rene può essere acquistato a circa 25.000 euro, anche se al donatore arriva una parte minima della cifra pagata. Per il trafficante i guadagni sono enormi: circa 15.000 euro, al netto dei costi. Nel maggio 2004, in Albania, è stata aperta un’inchiesta su un presunto traffico di minori, dopo la scomparsa di circa 2.000 bambini, trasferiti illegalmente in Grecia e in Italia per essere sottoposti a trapianti. In generale, il giro d’affari del traffico illegale di bambini ammonterebbe ad1,2 miliardi di dollari annui.
Per sfruttamento e commercializzazione dei succedanei del latte materno È, questa, una forma poco indagata e particolare di aggressione mercantilistica a danno dei minori; un’aggressione che rivela, anche se in forma indiretta e mediata, come i bambini possano diventare vittime fin da neonati. È stato calcolato che, nel solo 1991, gli interessi economici delle industrie produttrici di alimenti per bambini ammontavano a 7 miliardi di dollari. Nel 1988 è stata lanciata una campagna di boicottaggio contro la Nestlè, l’American Home Products/Wyeths e la Milupa. Questa azione, avviata dall’International Baby Food Network (IBFAN), ha coinvolto poi altri 14 paesi. Il motivo del boicottaggio è il mancato rispetto del Codice di Condotta sulla Commercializzazione dei Succedanei del Latte Materno, approvato nel 1981 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Multinazionali e grandi aziende nazionali scoraggiano l’allattamento al seno, per indurre le madri a comperare sostituti del latte materno, attraverso politiche aggressive di commercializzazione, dirette soprattutto ai paesi più poveri. Sembrerebbe un controsenso la diffusione di prodotti cari in paesi dove la povertà è diffusa, eppure esiste una logica dietro questa strategia: con il declino del tasso di natalità dei paesi industrializzati, le multinazionali si sono rivolte ai paesi in via di sviluppo per estendere il loro mercato. Ma nei paesi in via di sviluppo le probabilità che un bambino allattato artificialmente muoia di infezioni intestinali prima di terminare il primo anno di vita sono 14 volte più alte rispetto a un bambino allattato al seno; le probabilità che muoia per infezioni respiratorie sono triple. Il latte materno, infatti, trasferisce dalla madre al figlio gli anticorpi di cui il neonato è sprovvisto alla nascita: è questo il motivo per cui nei bambini allattati artificialmente sono più ricorrenti i casi di infezioni intestinali e delle vie respiratorie.







Bambini “guerrieri”,

vergogna e crimine di “adulti”

Guerrieri per forza. Dotati di “licenza di uccidere”, trasformati in inconsapevoli “robocop”, istigati all’odio e alla violenza. Si stima che, solo nel 2004, sono stati circa 500.000, in 128 diversi paesi del mondo i bambini e le bambine strappati ai loro sogni e ai loro giochi e costretti ad impugnare le armi o a partecipare attivamente in operazione militari. Vengono educati e addestrati alla violenza e all’odio, alle tecniche d’assalto e alle imboscate, ad azioni dinamitarde suicide. Vengono spediti nelle zone di guerra e di conflitto, spesso imbottiti di alcool e droghe, obbligati a fare le staffette, trasportare armi e vettovaglie, schiavizzati o, se bambine, sfruttate per soddisfare le pretese sessuali dei militari adulti.
Paesi coinvolti e mai assolti. Il fenomeno dei “bambini guerrieri” è esploso in questi ultimi anni, soprattutto nei paesi subsahariani, Medio Oriente e Nord Africa, Asia centrale e Pacifico, America Latina. La maggior parte dei ragazzi che prendono parte ai conflitti hanno un’età compresa tra i 15 e i 18 anni; tuttavia molti altri vengono reclutati a partire dall’età di 10 anni; e in preoccupante aumento risulta essere il numero dei bambini sempre più piccoli utilizzati nelle operazioni militari. Anche se questa “geografia della vergogna” appartiene prevalentemente ai territori e ai paesi del Sud del mondo, i paesi cosiddetti sviluppati non si sottraggono a questa vituperata consuetudine. Per esempio, almeno fino al 2000, oltre la metà degli Stati membri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) accettava minori di 18 anni nelle proprie forze armate.
Vite spezzate, da ricostruire. Nel corso degli ultimi anni si è registrato un incremento massiccio nell’impiego di bambini soldato. La questione dei baby-guerrieri, nonostante e a dispetto di proclami, dichiarazioni e denunce, continua a macchiare di vergogna e di orrore vasti territori.
Si stima che in Uganda i ribelli del LRA (Lord’s Resistance Army) che si oppongono alle forze regolari del governo di Kampala, abbiano “sequestrato” complessivamente 20.000 bambini (il 90% dei reclutamenti), 8.400 dei quali solo tra giugno 2002 e lo stesso mese del 2003. Il loro eventuale ma urgente recupero psico-sanitario e sociale è reso ancora più difficile dalla mancanza di strutture: in Uganda sono in attività solo 12 psichiatri, due ogni due milioni di abitanti. Analoga situazione in Liberia (21.000 baby combattenti di cui oltre 15.000 solo negli ultimi tre anni), nel Myanmar (70.000), in Colombia (11.000). Per far fronte a questa situazione, l’Unicef ha intrapreso un programma di riabilitazione ad ampio raggio in numerosi paesi; per esempio, in Afghanistan, nella provincia del Badahkshan a favore di 2.000 minori costretti a combattere in diverse fazioni della guerriglia afghana. Un programma esteso anche alle zone di Kunduz, Taloqan e Baghan, dove entro la fine del 2004 altri 5.000 bambini potranno usufruire di sostegno concreto per il loro reinserimento. Anche nello Sri Lanka (dove sono più di 1.300 i minori reclutati e molti di appena 10 anni) l’Unicef ha avuto un ruolo di primissimo piano in due recenti occasioni: nel rilascio di 100 bambini, rimessi in libertà dai miliziani dell’esercito ribelle delle Tigri Tamil nella città di Vakarai, e nella liberazione (febbraio 2004) di altri 15 baby combattenti, rilasciati nella città di Kilinochi. Ma a questi interventi di liberazione e di riscatto intrapresi e realizzati dall’Unicef se ne affiancano molti altri, effettuati sul campo, ad opera di ONG e di organismi ecclesiali. Attivato congiuntamente da Coopi e Unicef, è da evidenziare un importante progetto sanitario-chirurgico estetico e di supporto psico-sociale, denominato “Children’s Scars Removal”, reso necessario per il fatto che i guerriglieri sierraleonesi hanno inciso nel petto dei giovanissimi combattenti la scritta RUF (Fronte Rivoluzionario Unito): marchio che per questi bambini rappresenta un segno d’infamia indelebile, con conseguenze psicologiche e di impossibile reinserimento nei contesti familiari e sociali di origine, in quanto prova riprovevole delle atrocità commesse.
Centri di smobilitazione dei bambini soldato. Sempre in Sierra Leone, grazie alla Rete Caritas sono stati predisposti e attivati centri di smobilitazione e di accoglienza. Inoltre sono stati istituiti servizi di ricerca delle famiglie di origine e percorsi di riunificazione ai nuclei familiari. È stato anche predisposto un servizio di sostegno legale e di monitoraggio sul rispetto dei diritti umani nella fase del reinserimento. Sono stati finanziati percorsi alternativi di frequenza scolastica, realizzate intese con artigiani locali ed istituiti laboratori professionali. Dal maggio 2001, nei centri di smobilitazione dei bambini soldato sono transitati più di 3.500 minori, in quelli di accoglienza 2.771; gli adolescenti riunificati con le famiglie sono stati 1.532, di cui 280 ragazze. Complessivamente il numero dei beneficiari del programma attivato dalla Rete Caritas si aggira tra le 5 e le 6mila unità.







Altrove e in nessun luogo inseguendo la vita:

bambini scomparsi e adolescenti “in fuga”

Nel 2003, i minori italiani e stranieri per i quali sono state attivate le segnalazioni di ricerca sul territorio nazionale e che risultano ancora da ricercare sono complessivamente 1.552, la maggiorparte dei quali (618, il 39,8% del complesso) residenti al Nord, 512 al Centro (33%) e 422 (27,2%) nel Mezzogiorno. La regione che registra il maggior numero di scomparsi è la Lombardia (305), seguita da Lazio (254), Campania (229), Toscana (200) e Piemonte (137). Tra il 2000 e il 2003 i minori scomparsi in Italia sono aumentati di 624 unità, pari ad un incremento percentuale del 67,2%. Dal 2000, anno in cui erano 928, il numero dei minori italiani e stranieri per i quali sono state attivate le segnalazioni sono cresciuti progressivamente, raggiungendo le 1.167 unità nel 2001 e le 1.377 nel 2002. L’incremento maggiore si è verificato nelle regioni del Nord, dove nel 2003 i minori scomparsi erano 305 in più rispetto al 2000, ed in particolare in Lombardia (+187). Al Centro, dove nel complesso si registrano 214 scomparsi in più, l’incremento è stato particolarmente significativo in Toscana, regione in cui nel 2000 si contavano “appena” 25 minori scomparsi. Tra le regioni del Mezzogiorno, infine, la Campania registra il maggior aumento: 92 minori scomparsi in più rispetto al 2000, su un incremento complessivo di 105 unità. A fronte di un generale peggioramento del fenomeno, alcune regioni hanno visto diminuire, nel periodo considerato, il numero delle segnalazioni: Puglia (-47), Emilia Romagna (-23), Lazio (-11), Basilicata (-4). Inoltre, circa i 2/3 dei minori scomparsi sono di sesso maschile. Se nel 2000, solo 313 delle 928 segnalazioni erano riferite a bambine o ragazze adolescenti, nel 2003 le minori scomparse erano 535, a fronte di 1.017 coetanei maschi. Il 60,4% dei minori scomparsi (938) ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, il 26,2% (406) tra gli 11 e 14 anni mentre il 13,4% (208) non supera i 10 anni. Nelle regioni del Nord si registrano le maggiori segnalazioni relative a minori scomparsi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni (199, 49% del complesso), e tra i 15 e i 17 anni (352, 37,5% del totale), mentre la maggior parte dei minori scomparsi di età inferiore ai 10 anni (76, il 36,5%) è residente al Centro. Gli stranieri rappresentano la stragrande maggioranza (l’85,5%) dei minori scomparsi in Italia ancora inseriti nell’archivio delle ricerche: 1.327 le segnalazioni ad essi relative registrate nel 2003, di cui 535 inerenti bambini o adolescenti non italiani residenti al Nord, 479 al Centro e 313 al Sud. Rispetto al 2000, il numero dei minori stranieri scomparsi è cresciuto di oltre 75 punti percentuali (erano 758 nel 2000) ed è addirittura raddoppiato al Nord, dove è aumentato di 268 unità. Le segnalazioni di minori scomparsi di nazionalità italiana sono cresciute, nell’arco di tempo considerato, in misura più contenuta (+32,3%), passando dalle 170 del 2000 alle 225 del 2003. L’incremento maggiore ha riguardato i minori italiani residenti nelle regioni settentrionali (83, l’80,4% in più rispetto al 2000); al Centro i minori scomparsi di nazionalità autoctona sono cresciuti del 6,4%, raggiungendo le 33 unità mentre al Sud un incremento del 17,2% ha portato il numero dei minori italiani scomparsi a 109.
Macro-tipologie di scomparsi e fuggitivi. Si possono individuare sei macro-categorie e situazioni di minori scomparsi e adolescenti che fanno perdere le loro tracce.
Scomparsi per decisione “volontaria”Le motivazioni che direttamente spingono (o indirettamente costringono) bambini e adolescenti a “scomparire”, “fuggire” e far perdere le loro tracce sono generalmente legate a condizioni di disagio socio-educativo, a personali e controverse situazioni affettive e sentimentali, a condizioni familiari conflittuali, ad affermazione della propria identità, desiderio di nuove relazioni, ecc.
Scomparsi “per forza” e “per sequestro” — È forse la tipologia di scomparsa più pubblicizzata e conseguentemente più nota all’opinione pubblica. Sono casi di cui molto spesso non si riescono ad individuare né l’autore o gli autori, né il movente, né la soluzione. Sono casi generalmente circoscritti ma che possono riguardare sia italiani che stranieri.
Scomparsi per “sottrazione” e “contesa” — Per la maggior parte dei casi si tratta di sottrazione dei minori da parte di un padre o di una madre, separati o in via di separazione, allorquando uno dei coniugi nasconde o sottrae all’altro il figlio o la figlia. Soprattutto quando si tratta di matrimoni “misti” (e tra un cittadino/a di nazionalità italiana con stranieri/e se ne celebrano ogni anno più di 27.000), questi casi sono spesso altamente drammatici. In Italia sono oltre 500 i casi di figli contesi da genitori separati, uno dei quali viva all’estero e i paesi coinvolti nei contenziosi sono una sessantina. Nel 2001, per esempio, le cause avviate sono state 53 e le vicende risolte 9. Fin dal 1997, i genitori che vedono sottrarsi i figli dal partner straniero hanno un sito (www.bambinirubati.org) cui rivolgersi per ricevere assistenza legale e sostegno morale e psicologico. In cinque anni al sito si sono rivolte circa 800 persone: 150 di queste hanno ricevuto assistenza.
Scomparsi “senza nome” e “senza identità” — È una tipologia poco nota al vasto pubblico occidentale ma drammaticamente significativa per i paesi del Sud del mondo. In essa si possono far rientrare i bambini “scomparsi” perché sconosciuti, mai registrati alla nascita ma crescono in giro per il mondo, privi di una qualsiasi identità ufficiale o di nazionalità, di un nome, di un volto, di una appartenenza familiare e sociale. In pratica non esistono. La tratta di minori è in costante crescita in Europa e coinvolge ogni anno migliaia di bambini, d’età compresa tra 8 e 18 anni, destinati al mercato del sesso, all’accattonaggio, al lavoro minorile, al traffico di organi o alle adozioni internazionali illegali. In Italia, la tratta a scopo di sfruttamento sessuale coinvolge tra le 10 e le 15mila minorenni, provenienti soprattutto da Albania, Moldavia, Romania e Nigeria. In Spagna, infine, nel 2002 i giovani sfruttati sessualmente risultavano essere 274, di cui 168 bambine coinvolte nella prostituzione. Nello stesso anno, è stata denunciata la scomparsa di oltre 8mila minorenni, mentre più di 6mila bambini stranieri sono giunti nel paese da soli, senza genitori o parenti. In Danimarca, le stime parlano di almeno 2.000 prostitute straniere, di cui molte minorenni. Cresce il numero di bambini provenienti dalla Romania trafficati per scopi criminali: solo negli ultimi 6 mesi del 2003, i casi registrati sono stati 20. Nel 2002 in Bulgaria i minori vittime di abuso sono stati 2.128, il doppio rispetto all’anno precedente: 42 bambini rapiti, 99 forzati alla mendicità e 40 alla prostituzione, tutti tra gli 8 e i 13 anni. Secondo i dati del Ministero dell’Interno di Sophia, tra il 1995 e il 2000, i minori scomparsi sono stati 158, di cui 33 sotto i 14 anni. Circa 10mila ragazze bulgare, molte delle quali minorenni, potrebbero essere state coinvolte in prostituzione, pedofilia e impiego in film pornografici. Anche in Romania la percentuale di minorenni trafficati aumenta (+25% nel 2000, +36% nel 2003). Nel caso di bambini destinati al mercato del sesso, la vittima può essere venduta diverse volte: esemplare il caso di una quindicenne venduta per 22 volte. Le vittime sono reclutate attraverso false promesse di lavoro o di matrimonio.
Scomparsi, “prigionieri dell’occulto” — È una tipologia di scomparsi molto diffusa, anche se poco conosciuta, nei paesi del Sud del mondo, particolarmente in Africa e principalmente in Alto Volta, Ghana, Benin, Nigeria, Togo, dove è individuata col nome di Trokosi, che in lingua Ewe significa “Schiave di Dio”: schiavitù al femminile, dunque, in quanto ad essere colpite, fagocitate o manipolate sono soprattutto ragazze. Nel mondo occidentale, Italia compresa, il fenomeno balza agli onori della cronaca nera e in occasione di episodi eclatanti e tragici, legati a scomparse, delitti, suicidi individuali o di massa, nei quali vengono coinvolti anche bambini e adolescenti. È una forma di scomparsa che si manifesta e si attualizza all’interno delle cosiddette “sette religiose occulte”. In Italia è Roma la capitale delle “religioni alternative”, dei culti parareligiosi o magici: sarebbero 36 in tutto. Il record regionale spetterebbe alla Lombardia (81 gruppi, di cui 71 religiosi e 13 magici). I capoluoghi con minore presenza di “guru” e “santoni” improvvisati sarebbero Campobasso (2), Potenza (1) e Matera (1); tra le regioni l’Abruzzo (9 gruppi), il Molise (2), e la Basilicata (2).
Scomparsi “senza nessuno” — A livello europeo, il fenomeno è divenuto solo da poco argomento di accurate indagini statistiche, riflessione culturale e legislativa. Tra il 2003 e il 2004, sono stati oltre 30mila i ragazzi stranieri non accompagnati, presenti in 10 paesi della Ue, ai quali andrebbero comunque aggiunti i “clandestini”. In Italia, la maggior parte delle segnalazioni provengono dalla Lombardia (22%) e dal Lazio (14%); seguono Piemonte (12%), Emilia Romagna (10%) e Puglia (9%). In relazione all’età dei minori stranieri non accompagnati oltre un terzo delle segnalazioni (il 35,4%) riguarda sedicenni ma è consistente anche la percentuale di quindicenni (21,2%), di diciassettenni (19,4%) e di ragazzini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni (19,4%). I bambini tra i 6 e i 10 anni rappresentano il 3,1% dei minori stranieri non accompagnati mentre l’1,5% non supera i 5 anni.







Il convolgimento dei minori nelle sette

Il coinvolgimento di minori nelle sette è fenomeno alquanto complesso e difficile da descrivere: per questo non va trascurato, poiché, anche se in modo poco visibile, i minori vi sono coinvolti sia come vittime (attraverso abusi psicologici e sessuali), sia come autori di reato (con l’uso di alcol e droghe fino a forme estreme di crimine). L’abuso sessuale sui minori è una realtà tangibile, come denunciano i numeri forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale:

Bambini e adolescenti vittime di violenza sessuale, segnalazioni di reato e persone denunciate all’Autorità giudiziaria
Anni 2002 e 2003




Anni

Vittime

Segnalazioni di reato

Persone denunciate alla A. G.

Numero segnalazioni

Di cui risolte

Totale

Di cui in stato di libert

2002

598

493

482

587

300

2003

742

562

540

663

374



Fonte: Elaborazione Telefono Azzurro su dati Direzione Centrale della Polizia Criminale Ufficio Affari Generali – 3° Settore - 4_ Area, 2004.

Bambini e adolescenti vittime di violenza sessuale secondo il sesso e la classe di età
Anni 2002 e 2003




Anni

0-10 anni

11-14 anni

15-17 anni

M

F

Totale

M

F

2002

71

144

215

74

159

2003

113

179

292

93

200



Fonte: Elaborazione Telefono Azzurro su dati Direzione Centrale della Polizia Criminale Ufficio Affari Generali – 3° Settore - 4_ Area, 2004.

Secondo la Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali - Sezioni Minori, in data 30 aprile 2004, risultavano scomparsi sul territorio italiano 605 minori (185 di nazionalità italiana e 420 di nazionalità straniera). Tra questi vi era anche il minorenne F.T, il quale nel giugno di quest’anno è stato ritrovato morto, sepolto nei boschi di Busto Arstizio, per mano di un gruppo di giovani satanisti. L’episodio appare indicativo della pluralità di elementi di cui si compongono i crimini di tali organizzazioni e di come la scomparsa improvvisa di un minore possa rappresentare uno dei tanti pezzi del complesso puzzle del fenomeno delle sette criminose.
Senza destare inutili allarmismi, è fondamentale, dunque, che attraverso un lavoro di rete, sinergico e scientifico, tra Chiesa, Stato e associazioni che si occupano di infanzia, si tenda a far maggiore luce sulla pericolosità dei gruppi settari, per definire il grado di rischio a cui sono sottoposti i bambini che, a vari livelli, entrano a contatto con le sette.
Satanismo e sette sataniche. Il satanismo «(…) è una religione basata (….) sull’adorazione di Satana che può essere inteso sia come divinità malefica a sé stante, che come avversario del dio cristiano».
Le sette sataniche, a differenza delle altre sette religiose di tipo ordinario, rivolgono la propria fedeltà, più che alla personalità carismatica, alla stessa dottrina satanica.
Nel documento del Ministero dell’Interno del febbraio 1998 vengono individuati nove gruppi “satanico-luciferini” per un totale di 200 adepti.
Il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), nel 2002, elenca le sette sataniche in Italia specificando il numero di adepti: Bambini di Satana (50 adepti); Chiesa di Satana – razionalista (20 adepti); Chiesa di Satana – occultista (20 adepti); Gruppi minori (20 adepti).
Sempre il Cesnur parla inoltre di 5.000 adepti nel mondo e stima che il maggior numero di aderenti si trovi negli Usa, seguiti da quelli di Spagna e Scandinavia. È invece impossibile un censimento sul Satanismo giovanile o “acido” per le proprietà di de-strutturazione gruppale che caratterizza il fenomeno.
Infine dai dati dell’indagine campionaria pubblicata nel 4° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e l’Adolescenza (Eurispes, Telefono Azzurro, 2003) emerge che sia i bambini sia gli adolescenti utilizzano Internet come mezzo per comunicare con gli altri.
Tali dati preoccupano soprattutto se si considera che tra i bambini che si collegano ad Internet (47,6%) il 9,4% lo fa per chattare e il 13,8% per usare la posta elettronica, mentre tra gli adolescenti (67,8% di essi si collega ad Internet) la percentuale di coloro che chattano sale al 26,4% e l’utilizzo della posta elettronica al 35%.
La Polizia Postale, attraverso il monitoraggio di siti satanici on line e basando la metodologia sul conteggio dei motori di ricerca, ha evidenziato un fortissimo aumento dei siti satanici tra il 1999 e il 2003.

Club satanisti su Internet:
  • Anno 1999: 114 siti satanici
  • Anno 2000: 277 siti satanici
  • Anno 2001: 322 siti satanici
  • Anno 2002: 502 siti satanici
  • Anno 2003: 1.010 siti satanici

In tal senso, è stato attivato, con il patrocinio della Regione Lazio, dal mese di ottobre 2004 un servizio gratuito di sostegno alle famiglie delle vittime del satanismo, in forte espansione nella regione.







La lotta alla povertà: una sfida ancora aperta

In Italia. La povertà minorile è diffusa in tutta la sua drammaticità anche in Italia, basti pensare che, secondo stime Eurispes, nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri. La maggioranza di questi risiede nel Sud (circa 1.365mila), una componente inferiore al Nord (340mila) e i restanti (285mila) al Centro. Dai dati sui consumi relativi al 2002, si può osservare come l’incidenza della povertà tra le famiglie con minori assume connotazioni sempre più marcate man mano che aumenta il numero dei figli: si passa dal 9,2% dei nuclei familiari con un solo minore al 25,9% di quelli con tre o più minori. Nel Sud la percentuale di famiglie povere arriva al 32,9% quando si considerano i nuclei con tre o più figli, ma è comunque molto elevata anche quella relativa a famiglie con un solo figlio minore (18,3%). Nel Nord e nel Centro, anche se i tassi sono molto più contenuti, si registra la stessa correlazione tra incidenza della povertà e numerosità dei figli. Si tratta di una deprivazione economica che rende i bambini ancora più vulnerabili: giovani vite che partono da condizioni di svantaggio tali da rischiare di compromettere il futuro della loro esistenza.
In Europa. Prima di affrontare il tema della povertà minorile, è opportuna una avvertenza: sebbene si stia parlando della povertà minorile, non è possibile rilevare il benessere dei minori separatamente da quello della famiglia, sia perché i bambini non percepiscono redditi, sia perché è difficile osservare l’allocazione delle risorse tra i singoli membri della famiglia. Il tasso di povertà minorile è calcolato in base alla proporzione tra i bambini che vivono in famiglie povere rispetto al totale dei bambini. La lotta alla povertà e all’esclusione sociale si pone come obiettivo prioritario per la Comunità Europea: nel Consiglio di Lisbona del 2000, i capi di Stato dei quindici paesi europei hanno concordato una strategia decisiva per lo sradicamento della povertà entro il 2010. Uno degli strumenti più importanti adottati dalla Commissione Europea è “Il Programma d’azione sull’esclusione sociale (Social Exclusion Programme - SEP), valido per il periodo che va dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2006. In base a dati più recenti, nell’Unione europea si contano circa 17 milioni di bambini (un ragazzo con meno di 18 anni su 5) che vivono in situazione di povertà. L’Italia occupa un indecoroso quarto posto (23,3%) nella graduatoria degli Stati membri con i maggiori tassi di povertà infantile, preceduta da Gran Bretagna (28,5%), Portogallo (26,3%) e Spagna (25,2%). Al contrario, i paesi con i valori più contenuti sono Finlandia, Danimarca e Svezia, che registrano rispettivamente il 5%, il 5,5% e il 7,9%. Osservando il trend degli ultimi anni, dal 1994 al 1999, si evince un maggiore impegno di alcuni Stati che ha determinato migliori risultati nel contrasto alla povertà: il Belgio registra il decremento maggiore del tasso di povertà minorile (-41,4%) passando dal 18,6% del 1994 al 10,9% del 1999; il bilancio della Grecia si attesta su un -24,5%; simile il valore dell’Irlanda, pari a -20%. La Danimarca e la Finlandia, pur presentando le condizioni meno sfavorevoli rispetto alla povertà minorile, registrano un’impennata dei tassi che nel primo caso è pari al 37,5% e nel secondo al 31,6%.
Il nostro Paese manifesta concreti passi in avanti nell’eliminazione della povertà minorile: passa dal 27,4% del 1994 al 23,3% del 1999, segnando una riduzione del 15%. La suddivisione dei dati per tipologia familiare evidenzia il maggior rischio di povertà indotto dalla presenza di minori. Appare infatti consistente la vulnerabilità delle famiglie monogenitore con figlio minore soprattutto in Spagna, dove si registra un tasso di povertà minorile del 61,2%. Anche nel Regno Unito si rileva una percentuale molto elevata (52,9%), seguito a breve distanza dai Paesi Bassi (51,1%) e dalla Germania (48%).
L’Irlanda raggiunge il livello di povertà più elevato nei nuclei familiari di due genitori e un solo figlio minore (17%), seguita da Portogallo (15,7%), Spagna (14,1%) e Italia (11,8%).
Mentre il tasso di povertà maggiore nella tipologia con due figli minori si attesta intorno al 25,5% in molti paesi europei: Regno Unito (25,5%), Spagna (25,4%), Portogallo (25,3%) e Italia (23,5%).







Il Codice di Autoregolamentazione

Internet e Minori: nuove garanzie per i giovani navigatori

Il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori, sottoscritto il 19 novembre 2003 dalle associazioni degli Internet Service Provider alla presenza del Ministro delle Comunicazioni e del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, è nato nell’ambito delle azioni di tutela dei minori intraprese da circa tre anni dalla Commissione per l’assetto del sistema radiotelevisivo.
L’attuale Codice di autoregolamentazione Internet e Minori è nato grazie al contributo di esperti e rappresentanti delle associazioni del mondo civile (tra cui Telefono Azzurro, Forza Bambini onlus, Save the Children, La Caramella Buona, Associazione Meter, Ecpat Italia, Telefono Arcobaleno, ALCEI, Davide.it, MOIGE, Adiconsum, Fondazione Safety World Wide Web. Esso si è posto come fine precipuo quello di dare ai provider una serie di regole e indicazioni che li coinvolgessero direttamente nell’attività di tutela dei giovani navigatori della Rete, ma anche di incentivare e sostenere l’opera di sensibilizzazione di genitori, educatori, bambini, adolescenti a un uso corretto del Web.
Problemi relativi alla regolamentazione della Rete. La difficoltosa gestazione del codice italiano per la regolamentazione di Internet rispecchia le problematiche che si sono presentate a tutti i paesi informatizzati dal momento in cui sono emersi i rischi connessi all’utilizzo del Web, che vedono la pedopornografia e i crimini connessi alla pedofilia costituire solo una porzione marginale dei possibili reati perpetrati attraverso il mezzo telematico. Essi includono infatti attività legate al terrorismo, truffe, clonazione di carte di credito, spionaggio, diffusione indiscriminata di materiali pornografici, divulgazione di contenuti che incitano all’odio razziale, al satanismo, all’intolleranza religiosa e a qualsiasi altra forma di discriminazione; ma anche violazione della privacy, infrazione del diritto d’autore, diffamazione, spamming (pubblicità indesiderata), attivazione occulta di dialers (programmi che, preso il controllo del modem, attivano numerazioni “a valore aggiunto” – per esempio con i prefissi 709 e 899 – di costo generalmente molto elevato, che l’utente scoprirà solo nella bolletta telefonica), ecc.
Il Codice attuale. Il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori, conosciuto anche come Codice Internet@Minori per il “bollino” di garanzia che apparirà sui server dei provider delle associazioni firmatarie (Aiip, Anfov, Assoprovider, Federcomin), si compone di una parte introduttiva (Premesse e Finalità) e di sette articoli.
Nelle Premesse si ribadisce che «la funzione educativa, che compete innanzi tutto alla famiglia, può essere agevolata da un corretto utilizzo delle risorse telematiche», ma che il fanciullo, in quanto cittadino soggetto di diritti, «deve essere protetto da contenuti illeciti o nocivi». È pertanto «necessario provvedere alla tutela del minore nell’ambito delle tecnologie della società dell’informazione, bilanciando i suddetti diritti con la libertà di espressione».
A fronte di tale volontà di tutelare i giovani navigatori senza deresponsabilizzare le famiglie e senza operare una censura preventiva rispetto agli adulti che desiderino entrare in contatto con contenuti dannosi o inadatti ai fanciulli, le Finalità del Codice prevedono di: aiutare gli adulti, i minori, le famiglie a un uso corretto e consapevole della Rete telematica; predisporre apposite tutele; offrire un accesso paritario e promuovere un accesso sicuro; tutelare il diritto del minore alla riservatezza; assicurare una piena collaborazione con le autorità competenti nella prevenzione, nel contrasto e nella repressione dei reati attuati nella Rete, soprattutto in danno di minori; agevolare la tutela del minore nei confronti delle informazioni commerciali non richieste; diffondere questo Codice presso gli operatori e le famiglie.
Il Codice Internet@minori può essere adottato su base volontaria da qualunque operatore internet, manutentore di siti o fornitore di servizi, che si impegna così a rispettarne le regole e i dettami: dopo aver fatto domanda di adesione, un comitato tecnico ne verifichera l’attività e, se ritenuta idonea e corrispondente ai requisiti richiesti, consente all’operatore di distinguersi tramite il bollino o strumento equivalente. Accanto al logo viene posta anche la dicitura “Aderente al Codice di autoregolamentazione”.
Tra gli strumenti per la tutela del minore vi sono una serie di mezzi che il Provider deve mettere in atto: informazione alle famiglie e agli educatori: la pubblicazione sull’home page dei propri servizi un riferimento “Tutela dei Minori”, chiaramente visibile, che rimanda ad apposite pagine web con le quali fornire informazioni sulle corrette modalità per un utilizzo sicuro della rete Internet, sull’esistenza degli strumenti più utilizzati per la tutela dei minori e sulle modalità di segnalazione, al Comitato di Garanzia, delle violazioni del Codice. Sono previsti anche la creazione di una hot-line a supporto di bambini, adolescenti e famiglie e l’inserimento dei link istituzionali (Ministeri coinvolti e Polizia Postale) per le segnalazioni di contenuti illeciti; servizi di navigazione differenziata, in base all’età dell’utente; classificazione dei contenuti: il Content provider aderente potrà applicare i sistemi di classificazione ai contenuti che riterrà opportuno subordinare ad accesso condizionato; identificatori di età: possibilità di utilizzo di Sistemi di individuazione dell’età dell’Utente, a condizione che, nel rispetto delle norme sul trattamento dei dati personali, ne venga tutelata e garantita la massima riservatezza, sicurezza e dignità; profilazione e trattamenti occulti: l’Aderente non esegue alcuna profilazione dell’Utente minore nè alcun trattamento dei suoi dati personali senza la previa autorizzazione espressa da parte di chi esercita la potestà genitoriale; custodia di password, con adeguate misure di sicurezza; anonimato protetto: possibilità di consentire agli utenti di utilizzare i propri servizi in modo da apparire totalmente anonimi; identificazione dell’utente: erogazione dei propri servizi solo ed esclusivamente a utenti identificati direttamente o identificabili tramite elementi univoci anche se indiretti; prestazione di servizi fiduciari: l’Aderente che offre servizi in via fiduciaria (per esempio registrazione di un nome a dominio per conto di un Cliente che vuole rimanere ignoto) è obbligato a identificare in modo certo il Cliente che richiede tali servizi, serbando la massima riservatezza; gestione di dati utili alla tutela dei minori: l’Aderente conserva, come dati utili, i registri di assegnazione degli indirizzi Ip; il numero Ip utilizzato per l’accesso alle eventuali funzioni di pubblicazione dei contenuti; li conserverà per almeno sei mesi (si tratta di un periodo di tempo leggermente superiore a quello già normalmente previsto dai provider) e li comunicherà solo su richiesta dell’autorità giudiziaria; contrasto alla pedopornografia on line: l’Aderente pone in essere tutte le iniziative atte a realizzare la collaborazione con le autorità competenti, e in particolare con il Servizio della Polizia Postale e delle Comunicazioni.







Internet, pedopornografia e percezione dei rischi

è stato osservato che Internet grazie alla facilità dell’anonimato, alla delocalizzazione e alla sua transazionalità rende più agevole commettere alcuni tipi di reati. Fra gli impieghi criminosi della Rete, il fenomeno della pedopornografia on line è certamente uno dei più noti e che desta più orrore. Ma, se il pericolo più grande per un bambino o un adolescente che chatta è incontrare nel mondo reale l’adulto che li ha contattati in chatroom, anche la visione di immagini a contenuto violento e/o pedopornografico provocano certamente un disagio e sono potenzialmente traumatiche.
La hotline del Servizio Emergenza Infanzia 114. Tra novembre e dicembre 2003 sono state effettuate 16.014 interviste, in media 1.000 per ogni Stato membro dell’Unione europea (nell’Europa a 15 Stati, prima cioè del recente allargamento), chiedendo ai genitori informazioni relative all’utilizzo di Internet da parte dei loro figli.
Molti intervistati (38%) ammettono di non sapere a chi rivolgersi, nel caso si imbattano casualmente in materiale illegale durante la navigazione in Rete; il 19% non sa rispondere; tra quelli (43%) che invece affermano di sapere a chi rivolgersi in tali casi, il 37% si rivolgerebbe alla Polizia. Soltanto l’8% contatterebbe l’Internet Service Provider (ISP) e il 5% contatterebbe una hotline.
Con hotline si intende un centro, che fornisce un servizio espletato attraverso un sito Internet e/o una linea telefonica, di raccolta di segnalazioni da parte degli utenti che, navigando in Internet, si sono imbattuti in materiale illegale. L’idea che sta alla base della hotline è creare un canale alternativo a quello delle Forze dell’Ordine per facilitare la segnalazione da parte di quegli utenti magari “spaventati” o restii a comunicare alla Polizia un contenuto illegale. Fra i compiti assegnati al Servizio Emergenza Infanzia 114, c’è quello di raccogliere le segnalazioni, da parte dei cittadini, sulla presenza in Rete o in altri mass-media di contenuti illegali o dannosi per lo sviluppo psico-fisico dei bambini e adolescenti o che possa recare loro disagio. Le segnalazioni relative ai siti Internet con materiale a presunto contenuto pedopornografico sono inoltrate alla Polizia Postale; le segnalazioni relative agli altri media sono inoltrate ad altri organi competenti per il monitoraggio, il controllo e l’eventuale sanzione.
Il progetto CIRP (Child Internet Risk Perception). L’associazione ICAA (International Crime Analysis Association), ha proposto il progetto CIRP (Child Internet Risk Perception), finanziato da SYMANTEC (azienda di sicurezza informatica), che è focalizzato sulla valutazione dei comportamenti dei minori che facilitano i rischi di molestia e di adescamento nelle chat-rooms e sugli atteggiamenti disfunzionali degli adulti di riferimento (genitori ed insegnanti) che sono deputati al controllo e alla prevenzione. Le informazioni, ottenute con tale attività di studio possono essere impiegate per la realizzazione di vari interventi di prevenzione e possono essere utili per orientare l’attività di contrasto da parte delle Forze di polizia. Il progetto CIRP è patrocinato dal Ministero delle Comunicazioni, dall’Unicef, dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e dal Consiglio Regionale del Lazio ed è stato inoltre premiato dal Ministro per le Pari Opportunità con il Premio “Innovazione nei servizi sociali” (Rimini, marzo 2004).
La ricerca.
La ricerca ha visto la somministrazione di questionari nelle scuole ai minori compresi nell’età a maggior rischio di molestie e adescamento (8-13 anni) e lo svolgimento di colloqui e interviste semi-strutturate a gruppi di insegnanti e genitori. Il questionario, è stato somministrato nei primi mesi del 2004 a un campione di 5.000 minori che utilizzano Internet in maniera assidua appartenenti a vari ceti sociali.
A seguire vengono proposti i principali risultati.

I primi risultati della ricerca CIRP. Nel campione analizzato la percentuale di utenti della Rete è abbastanza elevata (77%). Sono stati considerati solo i minori che hanno descritto un utilizzo frequente della Rete, escludendo quindi coloro che l’hanno solo provata o che ne fanno un uso estremamente raro (23%). Le finalità di studio (79%) e di divertimento (74%) della navigazione sui siti costituiscono la fruizione primaria, mentre le opportunità comunicazionali offerte dalla Rete attraverso chat ed e-mail rappresentano una finalità di impiego meno “gettonata” dai minori intervistati (13%).
La navigazione su siti web costituisce ovviamente il tipo di servizio offerto da Internet più utilizzato dai giovani utenti (94%). La chat, che costituisce l’obiettivo primario della ricerca, pur se non utilizzata dalla prevalenza del campione, si attesta (con il 23%) su una diffusione discreta.
La fascia oraria di maggior accesso alla Rete è quella del pomeriggio (14-18) e quella serale (19-21). Le connessioni mattutine, evidentemente effettuate a scuola, sono molto ridotte (3%) o non sono vissute come significative dai minori, manifestandosi, infatti, una certa discrepanza da quanto segnalato dagli istituti scolastici rispetto alla fruizione della Rete durante l’orario scolastico. Una minore percentuale (circa il 10%) si connette però anche in orario notturno (22-24) che, secondo l’esperienza investigativa delle Forze di polizia specializzate (Polizia Postale e delle Comunicazioni italiana; Child Protection Unit di Scotland Yard), rappresenta il momento di maggior presenza di pedofili on line.
Secondo i minori intervistati la percentuale dei genitori che svolgono sistematicamente un monitoraggio della loro navigazione su Internet, accompagnandoli in prima persona, risulta abbastanza contenuta (26%), mentre per la maggior parte del campione il controllo è saltuario (47%) o addirittura assente (27%).
Capitare occasionalmente su un sito pornografico, rappresenta un’esperienza vissuta da circa il 52% del campione di minori intervistati, cosa del resto intuibile vista la presenza elevata di tali contenuti sul Web e la loro disponibilità anche all’interno di portali commerciali non dedicati e su banner pubblicitari di tipo “intrusivo”.
La percentuale di minori che utilizzando le chat ha avuto un incontro on line con un adulto e ha intrapreso discorsi su tematiche sessuali, anche se ridotta rispetto al campione analizzato, è comunque decisamente rilevante (13%) e dimostra come tale ambito costituisca realmente uno scenario di rischio.
La percentuale di coloro che hanno vissuto l’evento con connotazioni positive (curiosità 15% e attrazione 7,6%) conferma infatti la necessità, in ambito preventivo, di dover far fronte alla curiosità innata da parte dei minori rispetto al sesso, fatto che rappresenta una forte agevolazione per i pedofili. Anche l’area di connotazione “neutrale” dell’incontro (nulla di particolare nel 61,5% dei casi) non evoca situazioni di particolare attrattiva, ma nemmeno di allarme e di conseguente impellente richiesta di aiuto attraverso una pronta comunicazione dell’accaduto a genitori ed educatori.
Un’allarmante percentuale, del campione di coloro che hanno avuto un incontro in chat con adulti presunti pedofili (nel 70% dei casi) riferisce l’assenza di comunicazione dell’accaduto ai genitori. Tale situazione costituisce di fatto il fattore di maggior rischio, poiché il pedofilo può agire incontrastato nel suo tentativo di molestia e adescamento. Le investigazioni di Polizia hanno infatti dimostrato che il successo di un’eventuale tecnica di molestia verbale o di un tentativo di avvicinamento di un minore in chat è spesso legato anche a un comportamento “a rischio” da parte di quest’ultimo, in particolare quando il minore non informa nessuno del contatto avvenuto o quando la sua segnalazione non viene tenuta dagli adulti in debita considerazione.
Le ragioni riportate dai minori che hanno incontrato dei presunti pedofili in chat e che non hanno informato di ciò i genitori sono in larga parte attribuibili alla scarsa “confidenza” con loro e all’imbarazzo nel trattare determinate tematiche. Il 33,5% degli intervistati non ritiene, infatti, i propri genitori “in grado di capire”, mentre il 16,6% dei minori afferma di provare vergogna. Anche la curiosità verso la nuova esperienza (16,6%) e una generica valutazione positiva nei confronti dell’esperienza (25%) costituiscono motivo di omertà, a dimostrazione dell’attrattiva esercitata dalle tematiche sessuali sui minori. Il mantenimento del segreto (8,3%) rappresenta infine un’ulteriore ragione di non-comunicazione dell’evento ai genitori.
Conoscenza dei rischi legati alla navigazione su Internet da parte degli insegnanti. La grande maggioranza degli insegnanti intervistati (92%) dichiara di conoscere i potenziali rischi della navigazione su Internet per i minori, mostrando attenzione verso il problema. Solo una minima percentuale di educatori (8%), che coincide con quelli che non utilizzano personalmente la Rete, non si dichiara sufficientemente preparata in materia. Molti degli insegnanti intervistati hanno dichiarato di aver dato agli studenti informazioni sulla tematica della pedofilia (80%). Permane però una ridotta percentuale del campione che non ha intrapreso azioni formative in tale direzione (20%). Tali informazioni sono state frequentemente legate a fatti di cronaca avvenuti e, in alcuni casi, anche a specifiche richieste da parte degli studenti (18%).
Alfabetizzazione informatica dei genitori di minorenni utenti di Internet. Anche se la maggior parte dei genitori intervistati conosce per grandi linee il funzionamento di Internet (90%), permane una discreta percentuale di soggetti (32%) che afferma di non aver mai navigato sulla Rete, evidenziando ancora un certo gap generazionale rispetto all’alfabetizzazione informatica. Tale situazione di fatto limita notevolmente la possibilità, da parte dei genitori, di un’efficace attività di monitoraggio sulle modalità con cui i loro figli utilizzano Internet.
Controllo dei figli on line e informazioni fornite sui rischi di navigazione. L’azione di monitoraggio e controllo della navigazione dei figli minori risulta purtroppo pressoché assente nel 58% dei casi. Il 18% del campione afferma che tale attività è occasionale, mentre solo il 24% del campione effettua un controllo costante. Nel campione di genitori intervistati, una discreta percentuale (66%) ha comunque fornito ai propri figli delle informazioni sui rischi della navigazione sulla Rete mentre il rimanente 34% non ha avuto capacità o occasione di farlo.
Collocazione fisica del computer in casa. Il luogo di collocazione del computer connesso a Internet rappresenta un fattore di sicurezza semplice, ma a volte fondamentale, per effettuare il monitoraggio della navigazione dei minori. La collocazione del computer nella stanza del minore (nel 36% dei casi) costituisce, infatti, un notevole ostacolo al controllo, ma anche lo studio del genitore (38%), specie in sua assenza e durante le ore serali, può non essere la soluzione ottimale. Le zone “di transito” dell’abitazione e quelle maggiormente frequentate dagli adulti (salone e cucina) sono generalmente quelle più strategiche per un monitoraggio efficace.







I bambini e la pubblicità

I bambini nella pubblicità sui diversi media i bambini hanno conquistato nel 2003 uno spazio tra l’8 e il 10% della quota di mercato, con un giro di affari valutato in oltre sei miliardi di euro e, per i primi mesi del 2004, in circa tre miliardi di euro, ci si trova di fronte ad un notevole fenomeno economico e mediatico.
Bambini nuovi protagonisti del mercato. Complessivamente, la pubblicità dei bambini occupa uno spazio di circa il 10% sul totale degli investimenti annui di tutta la torta pubblicitaria: con prospettive di crescita e di incremento sempre maggiori, vede la propria attività ed il budget di affari aggirarsi intorno ai 105.000.000 di euro annui.
Business&Media.
Tv.
La pubblicità in Tv destinata ai bambini e che li vede anche protagonisti, occupa uno spazio di mercato pari al 3% degli investimenti. Il settore con maggiore interesse di investimenti, quello della pubblicità dei giocattoli, per il quale il giro di affari nel 2003 è stato di circa circa 60.000.000 euro, per 33.481 spot pubblicitari ed una presenza di bambini in Tv di 668.055 secondi. Anche gli investimenti nel comparto alimentare sono stati considerevoli, infatti il budget di investimenti per la pubblicità per i cibi dell’infanzia si è attestato a 20.167.000 euro, con 5.324 spazi pubblicitari in televisione e la presenza dei bambini misurata in 134.053 secondi. Elevato risulta essere inoltre il giro di affari nel settore dei prodotti per l’igiene di prima infanzia, in virtù dei 17.295.000 euro investiti e dei 4.379 spot televisivi trasmessi. Al contrario, sono più contenute le cifre riferite al comparto dei prodotti farmaceutici e sanitari che, essendo prodotti di prima necessità, rappresentano il fanalino di coda degli investimenti pubblicitari in televisione.
Radio. Gli investimenti pubblicitari netti, nel 2003, risultano pari a 328.961.000 euro, molto ridimensionati rispetto a quelli televisivi. I settori in cui risulta più frequente la presenza di bambini, sono quelli degli arredi per l’infanzia (per un complessivo di 241.000 euro per 715 spot radiofonici e 19.030 secondi) ed il settore alimentare, soprattutto cibi per l’infanzia, in cui si contano investimenti per 147.000 euro per 497 spot e 14.940 secondi di trasmissione. Il settore con i minori investimenti è stato quello dei prodotti farmaceutici e dei sanitari generici, ma anche la pubblicità di giocattoli e degli intrattenimenti per bambini ha registato un calo evidente.
Stampa quotidiana. Per quanto riguarda la stampa quotidiana, il settore pubblicitario in cui gli investimenti risultano più consistenti è quello dell’abbigliamento per bambini. Questo comparto, se in Tv segnala investimenti minimi, che si riducono ulteriormente nella radio, quasi fino a scomparire, sui quotidiani registra un discreto giro di investimenti: infatti, con 628.000 euro per 122 spot ed un totale in presenze di 7.146 spazi pubblicitari, rappresenta l’area dove si rileva in maniera evidente il maggior incremento finanziario.
Periodici. Come per la stampa quotidiana, nel 2003, il maggior target di investimento interessa l’abbigliamento per bambini: 10.385.000 euro distribuiti in 1.677 annunci, per 2.189 spazi pubblicitari. Anche il comparto per l’arredamento con articoli per l’infanzia conta un consistente giro di investimenti: con 4.697.000 euro per 825 annunci e 1.257 spazi pubblicitari. Ultimo settore è quello dei prodotti sanitari, dove biberon e tettarelle vedono un investimento massimo di 480.000 euro. Complessivamente è da evidenziare che l’immagine pubblicitaria dei bambini nei periodici ha mosso nel 2003 un volume complessivo pari al 2% della pubblicità totale, un valore pari alla crescita registrata nei primi mesi del 2004.
Affissioni. Con un budget di investimenti sul mercato tra i più contenuti, la pubblicità per affissione si caratterizza per aree di interesse molto particolari e ristrette. Unica eccezione il settore dell’abbigliamento per bambini, che nell’anno 2003 conta un budget di investimenti di 1.827.000 euro, per 19.512 cartelloni pubblicitari.

Il bambino: il personaggio più persuasivo negli spot. Che si parli di Tv, radio, o giornali, la figura del bambino riesce sempre ad occupare il centro della scena, a catturare l’attenzione. Il messaggio di cui il bambino è testimonial nello spot pubblicitario difficilmente può essere contrastato o rifiutato, perché egli rappresenta la purezza, l’incapacità di mentire e, in quanto tale, veicola la bontà e la genuinità dei contenuti pubblicitari. Un’immagine candida e limpida, come quella di un bambino, posta al centro della scena, diviene uno strumento per richiamare la maggiore attenzione possibile durante la trasmissione dei messaggi pubblicitari.
Baby-fruitori. Le dinamiche di fruizione della televisione da parte dei bambini e sugli effetti che essa produce sono state largamente studiate. In particolare, la pubblicità costituisce argomento di discussione e confronto tra gli esperti del settore che hanno evidenziato il potere degli spot televisivi di imporre al pubblico dei minori determinati modelli di consumo e comportamento. Lo spot televisivo da un lato viene recepito come spettacolo, mentre dall’altro invoglia al possesso, e quindi all’acquisto, del prodotto reclamizzato. I bambini sono attratti dalla pubblicità per i diversi elementi che caratterizzano gli spot: la vivacità delle immagini, le musiche, i personaggi e i prodotti. Lo spot televisivo con un coetaneo come attore principale è tra gli spettacoli che viene maggiormente apprezzato dai bambini, poiché si riconoscono nel protagonista e tendono a imitare il modello da esso proposto. La pubblicità influisce in maniera significativa sul comportamento e sulle abitudini del bambino, stimolandolo all’acquisto di prodotti di ogni tipo. Inoltre, gli stessi bambini-fruitori, a loro volta, influenzano gli adulti nella scelta di acquisti di generi diversi. Gli spot pubblicitari con e per i più giovani ovviamente si differenziano secondo l’età del target di utenti, bambini e adolescenti: anche sulla base di ciò viene pianificata la trasmissione di spot in diverse fasce orarie e con messaggi differenziati.
Il bambino è sicuramente un ottimo spettatore ed osservatore di immagini. La pubblicità che lo vede protagonista, più delle altre, cerca di conquistare l’attenzione di colui che usufruisce dello spot attraverso un modo visivo di fare comunicazione, a scapito della conversazione e dell’ascolto. I veri ostaggi di questa pubblicità, come già si è valutato, sono i bambini al di sotto dei sette anni, poiché non sono in grado di distinguere la pubblicità di un prodotto rispetto ad un altro e non hanno ancora chiaro il fatto che la pubblicità ha finalità puramente di vendita del prodotto pubblicizzato.



Il disagio, la devianza e la giustizia minorile


Scheda 9 • Il servizio emergenza infanzia 114: un modello di presa in carico dell’emergenza
Scheda10 • La progettazione e l’applicazione di standard di qualità nelle helpline telefoniche per l’infanzia
l’adolescenza
Scheda 11 • Quale riforma per la giustizia minorile?
Scheda 12 • Devianza minorile e comportamenti violenti: percorsi di riflessione e di intervento
Scheda 13 • La violenza giovanile urbana: il caso Napoli e le principali esperienze europee
Scheda 14 • L’integrazione scolastica dei minori stranieri
Scheda 15 • Le relazioni pericolose: il consumo di sostanze stupefacenti e il doping in adolescenza
Scheda 16 • Comportamenti suicidari nei minori italiani

 


Il servizio emergenza infanzia 114:

un modello di presa in carico dell’emergenza

Il codice “114” istituito con un decreto interministeriale del 14 ottobre 2002 costituisce «un servizio di emergenza accessibile da parte di chiunque intenda segnalare situazioni di emergenza e disagio». È attivo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, è totalmente gratuito per il chiamante e interviene in tutte quelle situazioni nelle quali si ravvisano gravi elementi di rischio per l’incolumità psicofisica del minore e per cui si necessita di un’attivazione immediata dei servizi territoriali. A seguito di un bando pubblico, il Servizio 114 Emergenza Infanzia è stato affidato a Telefono Azzurro per la fase di sperimentazione, e successivamente, nel 2003, il mandato è stato promulgato sempre a Telefono Azzuro in qualità di Ente gestore per un periodo di tre anni con possibile proroga di due anni.
Obiettivi. Il modello operativo dell’attività di risposta del Servizio 114 è definito sulla base di obiettivi fondamentali: la valutazione della criticità della situazione presentata, l’offerta di supporto psicologico e sociale immediato, l’attivazione e il coinvolgimento delle agenzie per la gestione del caso.
Alla base dell’attuazione del servizio è necessaria una qualificata capacità di ascolto da parte degli operatori, volta in primo luogo ad analizzare le segnalazioni ricevute in modo da verificare che si tratti o meno di una situazione di emergenza. Altro obiettivo è caratterizzato dal fornire quel supporto psicologico e sociale necessario per contenere la situazione di forte squilibrio che caratterizza spesso la situazione di emergenza. In tali situazioni, inoltre, è sempre presente il rischio della interruzione della comunicazione: l’operatore si trova concentrato sia sulla situazione che caratterizza l’emergenza in sè sia sulla necessità di stabilire immediatamente una forte relazione empatica con il minore, cercando di raccogliere in tempi brevi tutte le informazioni che consentano di attivare l’intervento.
Le tipologie di emergenza. Esistono una varietà di situazioni di emergenza che coinvolgono minori in età evolutiva e possono essere raggruppate in alcune macrotipologie. Gravi abusi: riguardano le situazioni in cui un minore è vittima di abusi, violenze, maltrattamenti o trascuratezze (abuso sessuale, violenza fisica, maltrattamento e percosse, abuso psicologico, incuria e ipercuria). Atti autolesivi: comportamenti che il minore agisce mettendo a repentaglio la propria incolumità psicofisica (tentato suicidio, la fuga da casa, l’assunzione di sostanze stupefacenti ed alcoliche, il fenomeno noto come “sensation seeking” come guida pericolosa, rapporti sessuali non protetti, sport estremi praticati senza adeguato supporto). Tale categoria di rischio può essere definita come “età-specifica”, cioè strettamente legata alla tappa evolutiva della preadolescenza e dell’adolescenza. Eventi catastrofici: sono situazioni di emergenza causate da fattori non ordinari, quali incidenti, calamità naturali, guerre, attentati terroristici, ecc. In queste particolari condizioni, la prima urgenza è quella di intervenire per fornire cure mediche e materiali, ma è importante dare anche un supporto a livello psicologico per prevenire l’insorgenza di reazioni patogene, quali per esempio il disturbo post traumatico da stress. Comportamenti devianti: sono quelli attraverso cui il minore mette in atto comportamenti eterolesivi e pregiudizievoli per terze persone, che possono configurarsi come situazioni di reato (furti, spaccio di sostanze stupefacenti, atti vandalici, gravi aggressioni).
È necessario quindi porre attenzione non solo all’emergenza, ma anche al trauma che l’evento emergenza comporta per lo sviluppo del bambino e dell’adolescente. In relazione ai diversi livelli di rischio, inoltre, è possibile fare riferimento a tre criteri di analisi: contenuto della situazione descritta dall’utente; posizione del minore: vittima, testimone (diretto o indiretto) o autore; tempi contingenza della situazione problematica e valutazione del livello di pericolo.
Traumatizzazione indiretta. Si tenga inoltre presente che un bambino o un adolescente, oltre ad essere vittima o autore di una situazione pregiudizievole, può essere coinvolto come “testimone”. L’esposizione indiretta ad un evento traumatico, per esempio assistere ad un episodio di conflittualità tra i genitori o imbattersi in materiale “sconveniente” via Internet, o ancora assistere ad un grave incidente stradale o averne semplicemente notizia tramite i mass media, possono rappresentare episodi di emergenza, in cui la salute (soprattutto psicologica) del minore viene alterata.
Esiste quindi una connessione tra emergenza e traumatizzazione indiretta, che può incidere a diversi livelli nella vita di un bambino, in relazione alle sue caratteristiche personali e alla tappa evolutiva che sta attraversando.

Il modello operativo del 114
La risposta telefonica.
Il modello di risposta telefonica del Servizio 114 è progettato con due obiettivi: fornire supporto psicologico immediato per contenere lo squilibrio provocato dalla situazione di emergenza; valutare il “livello di rischio” della situazione di emergenza al fine di attivare le risorse della rete più idonee e competenti rispetto alla presa in carico di ogni caso, sia a breve sia a lungo termine. Il modello di risposta è costruito su tre livelli: Front Line: ’accoglienza della chiamata; Back Line: la gestione del caso in emergenza; Specialisti/Consulenti esperti: il confronto sul progetto di intervento.
La presa in carico: la messa in rete del caso attraverso il coinvolgimento del territorio. Il lavoro dell’attivazione delle istituzioni e dei servizi del territorio, sia immediata sia successiva all’emergenza, è quello di “rete” e prevede la stretta collaborazione di tutte le agenzie territoriali interconnesse tra loro da ruoli e compiti espressamente complementari e non sovrapponibili (almeno in quelle reti che funzionano in maniera ottimale).
Il modello del Servizio Eemergenza Infanzia 114 è basato sui seguenti princìpi: interdisciplinarità, cioè interazione tra le diverse figure professionali; multiagency , cioè coinvolgimento di diverse istituzioni per la tutela dei minori.
In quest’ottica, il 114 si pone anche come promotore di una cultura della “rete” e come strumento di cura e di tutela dell’infanzia, educando e formando i diversi attori del territorio su tematiche specifiche. L’obiettivo che tutti i membri della rete devono condividere è quello di porre al centro dell’intervento proprio il minore, perché solo la stretta collaborazione tra i servizi garantisce una corretta presa in carico del caso nell’immediato, nonché la conseguente gestione a medio e lungo termine.
Il follow up. Rappresenta il momento conclusivo della gestione e della presa in carico di un caso. Il contatto con le agenzie che a diversi livelli hanno seguito direttamente il caso, permette, infatti, un aggiornamento rispetto agli sviluppi dello stesso. Il 114 utilizza questi momenti di scambio tra i diversi attori della rete soprattutto per sottolineare la centralità del minore, anche dopo la risoluzione immediata dell’urgenza, ponendosi a sua volta come risorsa a disposizione di altre agenzie territoriali.Tale scambio di informazioni risulta funzionale non solo per la gestione della specifica situazione, ma anche per delineare eventuali linee-guida nella gestione operativa di altri casi simili. Questa fase, infatti, permette anche di ridefinire e verificare la prassi operativa, alla luce delle ricadute e dei risultati emersi.
Discussione casi e supervisione. Elemento fondamentale per la gestione dei casi in emergenza è il lavoro d’équipe, attraverso il quale si ricerca un continuo confronto tra gli operatori. Tale lavoro, operativamente, si traduce in momenti di “discussione casi” e incontri di supervisione. La supervisione, quindi, non mira ad offrire soluzioni predefinite, ma cerca di innescare un processo di soluzione dei problemi incrementando il senso di empowerment del gruppo, di autoefficacia collettiva .



La progettazione e l’applicazione di standard di qualità

nelle helpline telefoniche per l’infanzia e l’adolescenza

Gli standard di qualità minimi nelle Helpline telefoniche. Nel pieno rispetto delle differenze culturali e operative hanno aderito volontariamente circa una cinquantina di helpline di cui 18 europee, 5 africane, 5 asiatiche, 9 americane e 12 dell’Europa dell’Est. Il bisogno di sviluppare e condividere criteri di qualità minimi si è concretizzato attraversi la creazione di un sistema che prevede tre categorie di linee guida relative a: chiamate ricevute dall’helpline; gestione dell’helpline; formazione dei professionisti e dei volontari. Insomma, offrire un servizio di qualità significa quindi erogare un servizio efficace, attraverso un’organizzazione efficiente.
Dall’analisi delle esperienze delle principali helpline telefoniche d’Europa è possibile rintracciare motivazioni condivise con tutte le altre organizzazioni e capaci di spiegare e giustificare un impegno e una specifica “politica per la qualità”. La qualità insomma è entrata a fare parte dei processi produttivi. In particolare, il mondo dei servizi è sempre più attento al rapporto con l’utente. Anche Telefono Azzurro nell’ambito dell’ascolto e della consulenza a bambini e adolescenti si è avvalso del sistema offerto dalle ISO9000 per razionalizzare i processi, trovare il modo per valutare e migliorare continuamente il servizio e per comunicare con il territorio. Quando si parla di qualità, si fa riferimento alla possibilità di progettare servizi pienamente rispondenti ai bisogni dei clienti, sia nella loro fase di pianificazione sia in quella di piena attuazione. Anche le linee telefoniche devono adeguare i propri processi cercando di adattarli alle esigenze dei loro utenti.
È significativo che una delle più note associazioni di helpline telefoniche al mondo la CHI Child Helpline International, che riunisce circa una sessantina di linee telefoniche per l’infanzia e l’adolescenza, abbia avviato un lungo e faticoso processo di definizione di linee guida per la consulenza, servendosi dell’esperienza delle helpline che maggiormente hanno dedicato tempo e impegno nell’individuazione di criteri di qualità per la consulenza telefonica. Il motivo per cui Child Helpline International ha costituito un gruppo ristretto di helpline esperte sul tema della qualità della consulenza (tra cui Telefono Azzurro) è strettamente legato all’obiettivo di fondare una task force deputata a definire i criteri internazionali minimi di qualità cui adeguare tutte le helpline telefoniche e su cui svilupparne di nuove.
Il sistema qualità in Telefono Azzurro e la Carta europea dei princìpi per la consulenza telefonica. In Telefono Azzurro il concetto di qualità permette l’individuazione e la condivisione di processi e modalità operative, con un duplice obiettivo: da una parte, garantire un’elevata professionalità dei consulenti telefonici attraverso la promozione di un modello di “ascolto interno”; definire i criteri di qualità per ogni singolo processo del Centro Nazionale di Ascolto; definire un percorso di formazione interna programmata. Dall’altra, garantire la realizzazione di un servizio di eccellenza, capace di confrontarsi con la complessità della relazione di aiuto, in un contesto che cambia (si pensi solo al problema della multiculturalità e delle nuove modalità di comunicazione dei bambini e degli adolescenti come la comunicazione on line).
Il sistema qualità in Telefono Azzurro può essere descritto secondo due diversi livelli di azione: da una parte il confronto operativo, teorico e metodologico al livello internazionale con le helpline europee al fine di individuare e adottare comuni linee guida per la gestione della consulenza e per la formazione e lo sviluppo delle competenze degli operatori (dimensione dei contenuti); dall’altro, l’applicazione e l’adozione del sistema internazionale, che poi sarà di certificazione (ISO 9000) per la definizione dei processi di offerta del servizio e di monitoraggio continuo delle procedure adottate nella costruzione e nell’offerta del servizio (dimensione gestionale e procedurale). Nella figura successiva vengono descritti gli elementi che caratterizzano il flusso dei processi e le responsabilità proprie del sistema di qualità certificato in Telefono Azzurro.

Figura

Processo di miglioramento del sistema qualità certificato in Telefono Azzurro


Fonte: Telefono Azzurro, 2004

Questi princìpi sono applicati anche nella realizzazione di un sistema di qualità per il nuovo servizio telefonico di Emergenza Infanzia 114, una linea telefonica d’emergenza accessibile gratuitamente da telefonia fissa 24 ore su 24 da parte di chiunque intenda segnalare situazioni di pericolo immediato per l’incolumità psico-fisica di bambini e adolescenti.







Quale riforma per la giustizia minorile?


Tra civile e penale: una riforma necessaria
. Nel 2001, a fronte di ben 54.174 procedimenti esauriti dal Tribunale per i Minorenni, ne sono rimasti pendenti, a fine anno, 100.899 che hanno inevitabilmente contribuito ad appesantire l’attività dell’anno successivo.
L’esigenza di rendere più celere, e quindi maggiormente efficace, la macchina della giustizia emerge chiaramente dalla consistenza numerica dei provvedimenti emessi (nel corso di un solo anno) rispettivamente dai Tribunali per i Minorenni (39.685) e dal Giudice tutelare (172.851), sottendendo un pesante onere di lavoro a carico delle istituzioni in questione.
Le medesime considerazioni sono supportate dall’andamento delle pratiche di separazione e divorzio nel nostro Paese. Dagli anni Novanta, tanto il numero delle separazioni quanto quello dei divorzi è aumentato in modo costante: si è passati da 44.018 separazioni nel 1990 a 79.642 nel 2002 e per i divorzi, con un andamento meno lineare, da 27.682 a 41.835. A fronte di questo incremento generale, sono ovviamente aumentati anche i numeri di separazioni e divorzi che hanno coinvolto figli minori per i quali è stato necessario avviare pratiche di affidamento. Nell’anno 2002 le separazioni con figli minori affidati sono state 41.176 (ben il 51,7% sul totale ) e i divorzi 15.288 (il 36,5% sul totale).
Complessivamente, quindi, sempre nel 2002, i figli minori affidati sono stati 78.836 (in particolare 59.480 in seguito a separazione e 19.356 in seguito a divorzio), con affidamento esclusivo alla madre nell’85% dei casi e solo nel 5% ai padri.
Sempre nel 2001, sono stati denunciati alle Procure per i Minorenni 39.785 minori. In particolare, nell’82,5% dei casi si trattava di maschi con una netta preponderanza di ragazzi con un’età compresa tra i 14 e i 17 anni (33.120) a dispetto dei minori non imputabili (6.665). Non stupisce poi, sempre tra i denunciati, la prevalenza dei minori italiani (78,1%) nonostante sia degna di considerazione la percentuale degli stranieri che si attesta su un rilevante 21,9%. Le regioni dove sono state rilevate percentuali più alte di reati a carico di minori sono la Lombardia (14,7%), la Sicilia (11,9%) e il Lazio (10,8%). È possibile comunque osservare una tendenza, tutto sommato circoscritta, al ricorso di misure cautelari nei confronti dei minori denunciati: per 37.243 di questi, il 93% circa dei casi, non è stata adottata alcuna misura.
Il bambino: tra diritto ed equo processo. Le teorie ed i modelli di intervento nella giustizia minorile possano essere molteplici, e come ci sia ancora troppa confusione normativa che spesso rende totalmente inefficace la concreta attuazione dei diritti dei ragazzi. Il bambino, da soggetto cui è riconosciuto il più alto grado di tutela, rischia di divenire invece vittima inconsapevole, nella pratica amministrativa ma soprattutto giudiziaria, della pigrizia e dei ritardi, non solo culturali, ma anche strutturali dell’azione dei singoli apparati dello Stato.
Per considerare una riforma della giustizia minorile adeguata e seria non si potrà prescindere dal potenziamento del numero dei magistrati, dalla formazione integrata fra magistrati, avvocati e operatori dei servizi come sopra evidenziato, ma soprattutto dall’integrazione di norme chiare sulla procedura civile da applicare nei casi di emergenza e nei procedimenti di volontaria giurisdizione in tema di potestà e di diritto familiare e minorile in generale, oltre che dall’investimento di risorse economiche per migliorare la risposta e i tempi della giustizia.









Devianza minorile e comportamenti violenti:

percorsi di riflessione e di intervento

Il comportamento violento in adolescenza: la dimensione del fenomeno. Nel 2003 i dati relativi ai reati a carico dei soggetti presenti negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), evidenziano che, su un totale di 811 reati commessi, 425 riguardano reati contro il patrimonio e 139 contro la persona.
Tra i reati contro il patrimonio assume una certa rilevanza l’incidenza delle rapine (in totale 197, di cui 113 riguardano minorenni italiani e 84 stranieri), a seguire furto (153), ricettazione (37), danneggiamento (12), sequestro di persona a scopo di estorsione (2) e truffa (1).
Tra i reati contro la persona invece la rilevanza maggiore è rappresentata dalle lesioni personali volontarie (54); a seguire 29 reati di violenza privata e minaccia, omicidio volontario aggravato (20), omicidio volontario (11), tentato omicidio (10), violenza sessuale di gruppo (8), violenza sessuale (3), ingiurie (2), omicidio colposo (1) e percosse (1). Dai dati relativi ai soggetti presenti negli Ipm secondo il reato di maggiore gravità emerge che, su un totale di 442 minorenni, 289 hanno commesso reati compresi nella categoria contro il patrimonio (di cui ben 93 si riferiscono a reati di rapina aggravata), 89 in violazione della legge sugli stupefacenti e solo 54 contro la persona (di cui 20 per omicidio volontario aggravato). I restanti soggetti hanno commesso reati appartenenti alle altre categorie.
In particolare, i dati riguardanti gli omicidi commessi negli ultimi anni in Italia da adolescenti non mostrano comunque un incremento significativo. Analizzando la casistica biennale in un arco di tempo di dieci anni, dall’anno 1993 all’anno 2003, il fenomeno risulta abbastanza stabile, con una media di circa 26 omicidi l’anno. Il record è stato registrato negli anni 1995 e 2003, in cui le vittime sono state 32; il dato più basso riguarda invece il 1997, in cui si sono registrati 15 omicidi.
In fine, ben 9.376 minori gravitano attualmente all’interno del sistema dei servizi minorili: di questi, 519 sono detenuti in Ipm, 507 collocati in comunità e ben 8.314 sono seguiti dall’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni.
D’altra parte, la devianza minorile non si manifesta sempre in comportamenti penalmente sanzionabili, rappresentando più spesso delle espressioni di disagio attraverso condotte diverse: ripetute fughe da casa, suicidi, vagabondaggio e abbandono scolastico, teppismo e vandalismo di vario genere, violenza nell’ambito scolastico (ad esempio fenomeni di bullismo) e sportivo (soprattutto negli stadi) uso e spaccio di sostanze stupefacenti, aggressioni aggravate come l’omicidio. Lo sviluppo della condotta deviante è parte di un ampio schema di sviluppo della devianza stessa che usualmente inizia con un comportamento distruttivo non delinquenziale.
Alcuni indicatori di disagio del comportamento violento. Il comportamento violento si configura come un processo che si costruisce nel tempo e all’interno di relazioni: al pari di ogni altro fenomeno, va considerato un “fatto sociale”. È pertanto inevitabile prendere in considerazione le interazioni tra il soggetto e le situazioni che l’individuo incontra, con i significati sociali di tali situazioni, con la reazione degli altri e con la norma che definisce il comportamento deviante. In particolare, “fattori di predizione della violenza giovanile” sono stati raccolti in cinque categorie: fattori individuali, familiari, scolastici, legati al gruppo dei pari, correlati all’ambiente economico-sociale di appartenenza.
Un caso per tutti. Quello del bullismo può configurarsi come fenomeno predittivo rispetto alla comparsa in età adolescenziale di comportamenti “devianti”. Con il termine bullismo si intende un’oppressione, psicologica o fisica, reiterata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potente nei confronti di un’altra persona percepita più debole. Dai casi raccolti dagli osservatori privilegiati quali S.O.S Telefono Azzurro e il Servizio Emergenza Infanzia 114, emerge in maniera preoccupante come gli episodi di bullismo avvengono prevalentemente all’interno della scuola: aule, corridoi, bagni sono gli ambienti privilegiati, accanto ai cortili, ai laboratori, agli spogliatoi della palestra e a tutti i luoghi isolati o poco sorvegliati dal personale scolastico; le prepotenze si verificano frequentemente anche nel tragitto casa-scuola. Tale fenomeno può può manifestarsi in due forme principali: diretta e indiretta. La prima comprende le manifestazioni più visibili e aperte di aggressività, tanto fisiche – come picchiare, spingere, dare calci e pugni, graffiare, tirare i capelli, dare pizzicotti, appropriarsi degli oggetti altrui o rovinarli – quanto verbali – come minacciare, offendere, deridere, insultare, prendere in giro, estorcere denaro e beni materiali. Il bullismo indiretto, invece, è caratterizzato da manifestazioni meno palesi, più subdole e quindi maggiormente difficili da individuare, anche se altrettanto dannose per chi le subisce (esclusione dal gruppo dei pari, isolamento, diffusione di calunnie e di pettegolezzi, manipolazione dei rapporti di amicizia, l’uso ripetuto di smorfie e gesti volgari).
Le prepotenze di tipo diretto, verbali e soprattutto fisiche, si manifestano con più frequenza nei maschi e sono indirizzate indifferentemente verso maschi e femmine; le prepotenze di tipo indiretto, invece, sono agìte prevalentemente dalle femmine, le quali utilizzano forme di prevaricazione meno eclatanti e visibili, indirizzate per lo più a vittime dello stesso sesso. Il bullismo “al femminile” si concretizza in forme “sottili” e giocate sul piano psicologico; per questo motivo è stato riconosciuto più tardi rispetto al bullismo maschile e risulta di più difficile individuazione.







La violenza giovanile urbana:

il caso Napoli e le principali esperienze europee

Nel 2002, l’Eurispes e il Telefono Azzurro hanno condotto un’indagine relativa agli episodi di bullismo nelle scuole su campione di 3.800 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni, frequentanti la seconda e la terza media o un istituto di scuola secondaria superiore.
A livello nazionale, la percentuale di adolescenti che ha ammesso di aver picchiato e/o minacciato qualcuno è pari a 46,8%; in Campania essa è sensibilmente più elevata: complessivamente, ben il 56,4% degli adolescenti campani di età compresa tra i 12 e i 18 anni afferma di avere minacciato (16,6%) o picchiato (21,5%) qualcuno, o, ancora, di aver fatto entrambe le cose (18,4%). È stato poi chiesto agli intervistati se nella scuola frequentata si fossero verificati furti, minacce, atti continui di prepotenza e di violenza fisica o verbale tra compagni. Sempre in riferimento al dato nazionale quasi il 57% dei ragazzi dai 12 ai 18 anni afferma che nella propria scuola si verificano furti. Il dato, già estremamente elevato, raggiunge il 69,9% tra gli adolescenti campani.
Il fenomeno del bullismo, e della devianza minorile in generale, assume dimensioni allarmanti in tutto il territorio nazionale, ma in particolare tra i ragazzi delle scuole campane, come emerge anche in relazione alle minacce o agli atti di prepotenza da parte di compagni: se a livello nazionale la percentuale di adolescenti che denuncia il verificarsi negli istituti frequentati di minacce e di atti di prepotenza continui da parte dei compagni è pari al 33,5%, essa supera il 45% tra gli adolescenti campani. La percentuale di adolescenti campani che denunciano il verificarsi di continue violenze fisiche da parte dei compagni è pari al 17,5%, contro una media nazionale del 10,9%.
Il fenomeno delle sopraffazioni e della violenza nelle scuole s’inserisce in un quadro di accresciuta devianza minorile e riflette la crisi socio-culturale che ha investito i principali meccanismi di appartenenza e di riconoscimento territoriale, come emerso anche da una rilevazione realizzata dall’Eurispes nel 2004 su un campione di 2.000 cittadini napoletani. Oltre i 2/3 del campione, il 67,9%, ritiene molto o abbastanza diffusa tra i giovani l’abitudine di girare armati di coltello (percentuale che raggiunge il 78% tra gli intervistati di età compresa tra i 18 e i 29 anni), il 70,5% afferma di sentirsi poco o per niente sicuro ad uscire da solo nel quartiere in cui vive quando è buio ed il 26,9% si sente poco o per niente sicuro a farlo di giorno: ciò significa che a livello socio-antropologico si è prodotta una modificazione sostanziale del tradizionale approccio relazionale comunitario. In relazione alla violenza giovanile, oltre il 90% degli intervistati ritiene Napoli poco (54,6%) o per niente (35,7%) sicura; solo per il 7,8% del campione la città è abbastanza (7,4%) o molto (0,4%) sicura. La diffusione tra minori e ragazzi di comportamenti antisociali più o meno gravi viene quindi percepita da quasi tutti i cittadini come un’emergenza che determina un clima di forte insicurezza. Basti pensare