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Infanzia e Adolescenza: Rapporto EURISPES - Telefono Azzurro 2004.

EURISPES - Telefono Azzurro

http://www.eurispes.it

 
A cura di EURISPES-Telefono Azzurro. - Per il documento in formato pdf, clicca su "Download Documento".

Pubblicato su TS il 19 Novembre 2004

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Introduzione -
Negli anni della loro collaborazione, giunta ormai alla pubblicazione del Quinto Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Eurispes e Telefono Azzurro hanno visto crescere sempre più la domanda di comprensione e interpretazione dell’universo giovanile da parte degli organismi sociali, dei mezzi di comunicazione e delle Istituzioni. Spesso, alla crescente attenzione verso le problematiche che coinvolgono i bambini e gli adolescenti si è accompagnata anche una precisa volontà di intervento, sia da parte delle Istituzioni che delle parti sociali: segno che il monitoraggio costante dei fenomeni giovanili contribuisce alla costruzione di una più diffusa consapevolezza dei diritti dei minori e ad una migliore organizzazione degli sforzi e delle iniziative.

Il Quinto Rapporto ribadisce la scelta di concentrare l’analisi sociale e il monitoraggio territoriale intorno alle tematiche tradizionali già approfondite in passato (diritti violati, ascolto ai bambini e agli adolescenti in difficoltà, salute mentale, devianza minorile, rapporto con i nuovi media, ecc.).
Quest’anno, tuttavia, le abituali aree di indagine relative al disagio e all’abuso approfondiscono ulteriormente l’ottica internazionale che Eurispes e Telefono Azzurro hanno sempre coltivato fin dall’inizio della loro collaborazione, e si imperniano attorno ad una domanda fondamentale: se pensiamo alla salute mentale, al disagio e all’abuso, che cosa contraddistingue maggiormente bambini e adolescenti europei rispetto a quelli appartenenti ad altre culture?
Questo interrogativo si rivela uno strumento euristico efficace per distinguere le emergenze vecchie e nuove di cui soffrono i minori stranieri da quelle che minacciano i bambini e gli adolescenti nel contesto economico e culturale occidentale.
Dall’abuso e dal maltrattamento, l’interesse di Telefono Azzurro e Eurispes, sollecitato dalle ricerche condotte a livello internazionale, si è esteso negli anni a nuove tipologie di trauma: tra queste, i disastri naturali, le guerre e gli attentati terroristici.

Allo stesso tempo, la multiculturalità ci obbliga ad una riflessione sullo stato di benessere e sulle condizioni di vita dei bambini nei paesi in via di sviluppo, dove i diritti elementari dell’infanzia e dell’adolescenza si infrangono contro la realtà di pratiche inumane le cui implicanze coinvolgono gli stessi paesi occidentali.

Si pensi ad esempio alla tratta dei bambini, ovvero la compravendita e lo sfruttamento di esseri umani rapiti, comprati e sottratti con la violenza o l’inganno dai luoghi di origine (in genere paesi poveri del Sud del mondo) e venduti come schiavi nel ricco Occidente. Sulla scorta delle ricerche effettuate, abbiamo individuato alcune “macrotipologie” della tratta dei bambini, distinte in base alla sua finalità: a scopo di sfruttamento sessuale, di matrimonio precoce o forzato, di sfruttamento lavorativo, di adozioni irregolari, di espianto e commercio di organi, di sfruttamento in ambito sportivo, oppure per farne bambini guerrieri.

Particolarmente gravi i dati sullo sfruttamento sessuale dei bambini, uno dei commerci più promettenti e lucrativi: ogni anno, oltre due milioni di bambini rimangono vittime della prostituzione internazionale. In Italia, ad esempio, il 35% delle 50.000 donne straniere coinvolte nel mercato della prostituzione ha un’età tra i 14 e i 18 anni.

Il traffico di organi infantili destinati al trapianto è ormai una realtà, come ha ammesso il Tribunale permanente dei popoli, in seguito alle denunce pervenute. Nel maggio 2004, in Albania è stata aperta un’inchiesta, dopo la scomparsa di circa 2mila bambini, presumibilmente a scopo di espianto e commercio di organi. È emerso, dalle indagini, anche un listino prezzi” che prevede fino a 50.000 euro per l’acquisto di un neonato maschio e 30.000 euro come costo di un fegato.
Il problema dei bambini guerrieri è particolarmente esteso in Africa (soprattutto nei paesi Sub-sahariani e in Nord Africa), in Asia centrale, Pacifico e America Latina. Ma pochi sanno che alcuni paesi in Europa e negli Stati Uniti accettano nell’esercito minori di 18 anni. Ad esempio, il Regno Unito ha accolto nelle proprie forze armate ragazzi di 16 anni e ha inviato in combattimento i diciassettenni; negli Usa, nel settembre 2000, vi erano 3.289 soldati minorenni; fonti governative attestano l’impiego di minorenni nella Guerra del Golfo, in Somalia e nei Balcani.
In Nicaragua, Uganda ed Etiopia, le percentuali di persone povere che vivono con meno di un dollaro Usa al giorno sono elevatissime e coprono la quasi totalità della popolazione (rispettivamente l’82,3%, l’82,2% e l’81,9%); anche nel Mali e nella Nigeria i tassi sono molto elevati (72,8% e 70,2%). Altrove, come nello Zambia, in Niger e in Burkina-Faso, le percentuali superano il 50% della popolazione totale. Nei paesi poveri, dove i finanziamenti per la sanità e i servizi sociali sono scarsi, sono le fasce deboli della popolazione ad essere le più colpite da malattie con esiti letali. Malgrado i miglioramenti, i paesi in via di sviluppo presentano ancora tassi elevati di mortalità infantile: basti pensare all’Africa Sub-sahariana, dove, nel 2002 si è registrato il valore più elevato di mortalità infantile sotto i 5 anni (174 bambini ogni 1.000 nati, contro i 97 dell’Asia meridionale e i 58 del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale).
La povertà che coinvolge i bambini e gli adolescenti, tuttavia, non è un male endemico dei paesi del Sud del mondo, ma è diffusa anche in Italia, come in altri paesi occidentali: secondo le nostre stime nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri, la maggioranza dei quali risiede al Sud (circa 1.365mila), a seguire nel Nord (340mila) e al Centro (285mila). L’incidenza della povertà nelle famiglie con minori cresce con l’aumentare del numero di figli, fino a raggiungere il 25,9% tra le famiglie con tre o più bambini (al Sud, questa percentuale arriva addirittura al 32,9%).
Se nella povertà è possibile scorgere una triste continuità, seppure a diversi livelli e con ben altri indici di diffusione, tra il Nord e il Sud del mondo, molto diverse sono le emergenze che investono i giovani occidentali: si tratta, tra le altre, del consumo di stupefacenti in età sempre più precoce, degli incidenti stradali, delle patologie da nuovi media, del bullismo, della dispersione scolastica, ecc.
La diffusione e le modalità di consumo degli stupefacenti da parte degli adolescenti sono da porre in relazione con le tendenze e i modelli socio-culturali dell’universo giovanile, dove spesso predominano la curiosità per le nuove esperienze, la paura della noia e il desiderio di sentirsi parte del gruppo. Questi fattori possono predisporre al consumo delle cosiddette droghe “ricreazionali” (amfetamina, ecstasy, psicofarmaci, Lsd e, soprattutto, cocaina), la cui assunzione rende nell’immediato più disinvolti ed euforici, dando l’illusione di una maggiore facilità di integrazione nel gruppo.
Spesso, tra i giovani, l’approccio alle droghe e all’alcool nasconde una sofferenza psicologica; sono il bisogno di riconoscimento e accettazione da parte dei coetanei a spingere i giovani verso l’uso degli stupefacenti, nella speranza di soddisfare, da un lato, la spinta individualistica all’autoaffermazione e, dall’altro, la tendenza conformistica all’adesione passiva al gruppo dei pari.
Da un’indagine effettuata da Eurispes e Telefono Azzurro nel 2004, emerge che il 28% dei giovani italiani tra i 12 e i 19 anni è venuto a contatto con le sostanze stupefacenti; tra questi, il 3% (corrispondente a circa 138mila adolescenti) ha consumato prevalentemente droghe sintetiche, mentre il 2% del totale, pari a 92mila adolescenti, si è rivolto principalmente alla cocaina.
Molti ragazzi sottovalutano i rischi diretti e indiretti, cioè tutti gli effetti non immediatamente riconducibili all’uso della droga: come ad esempio i disturbi della salute (che si verificano negli anni successivi) o gli incidenti stradali, che costituiscono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 ed i 24 anni. Si pensi che nel 2002 il 45,5% delle vittime della strada aveva un’età compresa tra i 15 ed i 39 anni.
Tra le attuali emergenze che coinvolgono i nostri adolescenti, si evidenzia quella relativa alla salute mentale: secondo i dati presentati dalla Commissione Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a settembre di quest’anno, 1 adolescente su 5 in Europa presenta difficoltà evolutive, emozionali e comportamentali. Un adolescente su otto soffre di un vero e proprio disturbo mentale: tra gli altri, il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (Adhd), i disturbi d’ansia e quelli depressivi, i disturbi alimentari, i disturbi pervasivi dello sviluppo, il ritardo mentale.
Tra i disturbi più attuali emerge la Internet Addiction Disorder (Iad) che richiama una sempre maggiore attenzione da parte della comunità scientifica e richiederà, anche in Italia, ulteriori approfondimenti clinici. L’Iad si manifesta con effetti simili a quelli che insorgono tra gli alcolisti: difficoltà relazionali e professionali, sintomi astinenziali. Recenti ricerche hanno dimostrato che, tra gli utenti della Rete nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni, il 22% è a rischio dipendenza da Internet e ne rileva solo gli aspetti positivi, esaltandone l’utilizzo; il 29% è utente abusatore e manifesta problemi psico-fisici che tenta di risolvere immergendosi completamente nella rete; infine, l’11% può definirsi completamente dipendente dalla rete, evidenziando psicopatologie molto gravi (disturbi dissociativi, allucinazioni ecc.). Disaggregando il dato per fasce d’età, la classe più esposta all’abuso risulta quella dei 21-26enni (16%), seguita dai 15-20enni (4%); sempre in questa fascia d’età si colloca l’8% dei soggetti a rischio dipendenza.
Come intervenire? Possiamo aspettarci che un disturbo mentale si risolva con la crescita? I disturbi psichiatrici in età evolutiva difficilmente hanno una remissione spontanea. Non solo tendono a presentare un’elevata persistenza nel tempo, ma se non vengono precocemente individuati e trattati possono essere causa di un difficile adattamento sociale in età adulta. Le implicazioni sono quindi a lungo termine, sia per la sofferenza individuale che comportano, che per i costi a carico del sistema sanitario e della società.
Qual è la capacità di risposta del nostro servizio sanitario a questa domanda? Quanti dei bambini che soffrono di depressione o di Adhd accedono ai sistemi di cura? È facile per un bambino accedervi? In relazione a quest’ultimo quesito, ricerche internazionali drammaticamente rivelano come solo il 20% della popolazione infantile con una sofferenza mentale arrivi ai servizi di consultazione. Tali sollecitazioni dovrebbero indurci a predisporre più avanzati strumenti concettuali, metodologici e di intervento atti a rispondere alle vecchie e alle nuove sfide nel campo della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza.
In particolare, occorre promuovere una ristrutturazione dei servizi rivolti alla popolazione infantile, facilitando l’accesso dei più giovani al sistema di cura e promuovendo una maggiore valutazione dell’efficacia degli interventi. Fondamentale è a questo proposito il ruolo delle Università nella ricerca e nella costruzione di collaborazioni internazionali.
La risoluzione di questi problemi richiede però, da un lato, la capacità di valorizzare le risorse locali, la famiglia, la scuola e le altre istituzioni presenti negli specifici contesti culturali e sociali, dall’altro, la promozione di una concreta sinergia tra comunità scientifica, governi e istituzioni.
I dati raccolti nel Quinto Rapporto costituiscono una rappresentazione quanto più vasta e multiforme della condizione dei minori nel nostro Paese. Consegniamo i risultati delle nostre ricerche all’attenzione dei lettori e delle Istituzioni, nella certezza che la raccolta e l’interpretazione dei dati relativi alle problematiche che coinvolgono i minori rappresenti un momento imprescindibile della decisione politica in materia di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza.



Prof. Ernesto Caffo Prof. Gian Maria Fara
Presidente del Telefono Azzurro Presidente dell’Eurispes



Abuso, sfruttamento e diritti violati





Scheda 1 • I nuovi schiavi del terzo millennio. Traffico, commercio e tratta di bambini e adolescenti
Scheda 2 • Bambini “guerrieri”, vergogna e crimine di “adulti”
Scheda 3 • Altrove e in nessun luogo inseguendo la vita: bambini scomparsi e adolescenti “in fuga”
Scheda 4 • Il coinvolgimento dei minori nelle sette
Scheda 5 • La lotta alla povertà; una sfida ancora aperta
Scheda 6 • Il Codice di Autoregolamentazione Internet e Minori: nuove garanzie per i giovani navigatori
Scheda 7 • Internet, pedopornografia e percezione dei rischi
Scheda 8 • I bambini e la pubblicità








I nuovi schiavi del terzo millennio.

Traffico, commercio e tratta di bambini e adolescenti

Schiavitù globalizzata. Sebbene resti tuttora un concetto e una realtà che si tende ad associare al passato, la piaga della schiavitù, con tutti gli orrori, le angherie e le umiliazioni che essa comporta, non è scomparsa: ha semplicemente assunto nuove forme e inquietanti sembianze. La “moderna schiavitù” si è globalizzata, coinvolge e riguarda sempre più bambini e adolescenti. Anche se individuata, descritta e analizzata con parole diverse, a ben guardare tutte le parole rimandano ad un unico fenomeno impregnato da una pluraliità di elementi: violenza, imposizione, dominio, sfruttamento; senza più limiti temporali e spaziali (dal Sud al Nord del mondo, da Est ad Ovest) e che rimandano inesorabilmente alla persona umana ridotta a “cosa”, a “prodotto”, a “consumo”.
Quando si dice “tratta”…Si stima che il solo giro d’affari della prostituzione infantile internazionale supera i 5 miliardi di dollari l’anno e più di 4 milioni di persone sono vittime della tratta. In particolare, la classifica dei paesi dove lo sfruttamento minorile a scopo sessuale è maggiormente diffuso vede al primo posto Cina, India, Brasile e Thailandia. Inoltre, da 15 anni a questa parte, il numero delle vittime è in costante e progressivo aumento: i flussi provenienti dai Paesi dell’Europa centro-orientale registrano ingenti spostamenti che vanno ad aggiungersi a quelli già esistenti, dall’Africa, dall’Asia, dall’America latina e dai Caraibi.
Macro-tipologie del traffico di esseri umani. Esiste un traffico mondiale di esseri umani marcato da direttrici ben definite. È possibile, infatti, individuare delle “macro-tipologie”, anche se non completamente esaustive, di questa inedita schiavitù in riferimento a quelle che possono essere definite le principali “finalità perseguite”.
A scopo di sfruttamento sessuale Tipologia che annovera in sé elementi e aspetti contigui e intersecanti: dallo sfruttamento che si consuma sui marciapiedi a quello esercitato al chiuso di insospettabili appartamenti o di locali notturni. Dal cosiddetto “turismo sessuale” alla pedo-pornografia via Internet o pubblicitaria, questo tipo di sfruttamento è diventato in pochi anni uno dei commerci più promettenti e lucrativi, destinato a soppiantare anche quello della droga
Si stima che, solo nel 2003, il mercato del sesso abbia coinvolto dai 2 ai 3 milioni di bambini o adolescenti in Thailandia, dai 40.000 ai 200.000 nelle Filippine, dai 70.000 ai 100.000 in Giappone, circa 2 milioni in Brasile, 25.000 nella Repubblica Dominicana, 60.000 in Russia. Ma sono molti di più se si considerano gli altri Paesi dell’ex blocco sovietico (Bulgaria, Romania, Ucraina) e i territori della penisola balcanica (Kosovo, Albania, Serbia e Montenegro).
In Italia, il 35% delle 50.000 donne straniere coinvolte nel mercato della prostituzione ha un’età compresa tra i 14 e i 18 anni. Nel 2003 tra 18mila e 25mila, in gran parte minorenni, provenienti soprattutto da Africa e Balcani, sono passate l’anno scorso dall’Italia per finire sui marciapiedi di mezz’Europa per prostituirsi. In prima fila, nel triste primato dei paesi esportatori di minorenni destinate alla prostituzione c’è la Nigeria, seguono i Paesi dell’Est Europa e Balcani.
In aggiunta, i produttori di pedo-pornografia diffondono e difendono un giro d’affari di migliaia di miliardi: il prezzo delle fotografie in rete varia dai 30 ai 130 euro; i cd con i “cataloghi” sono offerti a 78-104 euro l’uno; i filmati valgono 260 euro, o molto di più, se in essi compaiono scene sado-maso o di violenza sessuale estrema.
Il mercato della chicken porn (pornografia minorile) conta, ogni anno, circa 250 milioni di copie di video vendute in tutto il mondo. Per non parlare dell’editoria hard che vanta 260 differenti tipi di riviste mensili.
A scopo di matrimonio “precoce” o forzatoSi tratta di matrimonio “combinato” spesso contratto attraverso una vera e propria “vendita”, imposto a minori, soprattutto bambine, sotto i 18 anni. Questa pratica è largamente diffusa nei paesi sub-shariani e nell’Asia del Sud, ma anche in alcune parti dell’Europa e dell’America Latina. Alcune adolescenti sono costrette con la forza, altre sono semplicemente troppo giovani per prendere una decisione cosciente.
A scopo di sfruttamento lavorativo — Da quello domestico a quello in fabbrica, da quello metropolitano e turistico-alberghiero a quello rurale, da quello per “accattonaggio” forzato (ai semafori, davanti a supermercati, chiese ed ospedali) a quello per “microcriminalità” (furti, rapine, spostamenti di droga o refurtiva, esposizione e vendita al dettaglio nei mercatini rionali).
Allo sfruttamento lavorativo spesso si associa quello di servitù per debito, diffuso soprattutto in Pakistan e India, Bangladesh e Nepal, noto come “bonded labor” (lavoro vincolato). Si tratta di un vincolo che assume le forme di una “consegna forzata” di una bambina o di un bambino ad un “padrone”, a garanzia di un prestito ricevuto o per estinguere un debito contratto da un familiare.
Nel mondo sono circa 245,5 milioni i baby lavoratori e fra essi circa 170,5 milioni sono impiegati in attività pericolose. E ogni anno, 22.000 di loro restano coinvolti in incidenti sul lavoro.
A scopo di adozioni irregolari e fuorileggeFenomeno che spazia dalla “consegna” di minori e bambini da parte delle famiglie di origine, per necessità di sopravvivenza o per debito, alla sottrazione forzata e al rapimento ad opera di singoli, gruppi o bande criminali. È noto a tutti che la questione delle adozioni, in particolare quelle internazionali, è oggi argomento di particolare riflessione e attenzione.
A scopo di sfruttamento in ambito sportivo Noto come “tratta di baby calciatori”, è uno “spaccato” sociale poco esplorato, anche se rappresenta una occasione di lucro e di sfruttamento, in particolare di minori stranieri. Nella stagione 1998/99, in Italia, i tesserati under 16 extracomunitari sono stati 5.308, dei quali 23 professionisti, tre “giovani di serie” (tesserati da società professionistiche ma senza contratto) e 5.282 dilettanti (il 46% dei quali con meno di 12 anni). I minorenni over 16 sono 1.181, di cui soltanto 93 provenienti dall’Unione europea. Dei 1.088 extracomunitari 512 sono africani, 324 provengono dai Balcani (Albania, Macedonia e Jugoslavia) e 107 dal Sud America.
A scopo di espianto-commercio di organi È dal 1986 che si sono diffuse notizie e denunce sui rapimenti di minori mirati a ottenere organi da trapiantare. Queste pratiche sono tra le cause dell’aumento del furto di bambini, soprattutto in alcuni paesi dell’America Latina. Uno dei paesi dai quali provengono più organi è l’Iraq; qui, secondo testimonianze dirette e autorevoli inchieste giornalistiche, un rene può essere acquistato a circa 25.000 euro, anche se al donatore arriva una parte minima della cifra pagata. Per il trafficante i guadagni sono enormi: circa 15.000 euro, al netto dei costi. Nel maggio 2004, in Albania, è stata aperta un’inchiesta su un presunto traffico di minori, dopo la scomparsa di circa 2.000 bambini, trasferiti illegalmente in Grecia e in Italia per essere sottoposti a trapianti. In generale, il giro d’affari del traffico illegale di bambini ammonterebbe ad1,2 miliardi di dollari annui.
Per sfruttamento e commercializzazione dei succedanei del latte materno È, questa, una forma poco indagata e particolare di aggressione mercantilistica a danno dei minori; un’aggressione che rivela, anche se in forma indiretta e mediata, come i bambini possano diventare vittime fin da neonati. È stato calcolato che, nel solo 1991, gli interessi economici delle industrie produttrici di alimenti per bambini ammontavano a 7 miliardi di dollari. Nel 1988 è stata lanciata una campagna di boicottaggio contro la Nestlè, l’American Home Products/Wyeths e la Milupa. Questa azione, avviata dall’International Baby Food Network (IBFAN), ha coinvolto poi altri 14 paesi. Il motivo del boicottaggio è il mancato rispetto del Codice di Condotta sulla Commercializzazione dei Succedanei del Latte Materno, approvato nel 1981 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Multinazionali e grandi aziende nazionali scoraggiano l’allattamento al seno, per indurre le madri a comperare sostituti del latte materno, attraverso politiche aggressive di commercializzazione, dirette soprattutto ai paesi più poveri. Sembrerebbe un controsenso la diffusione di prodotti cari in paesi dove la povertà è diffusa, eppure esiste una logica dietro questa strategia: con il declino del tasso di natalità dei paesi industrializzati, le multinazionali si sono rivolte ai paesi in via di sviluppo per estendere il loro mercato. Ma nei paesi in via di sviluppo le probabilità che un bambino allattato artificialmente muoia di infezioni intestinali prima di terminare il primo anno di vita sono 14 volte più alte rispetto a un bambino allattato al seno; le probabilità che muoia per infezioni respiratorie sono triple. Il latte materno, infatti, trasferisce dalla madre al figlio gli anticorpi di cui il neonato è sprovvisto alla nascita: è questo il motivo per cui nei bambini allattati artificialmente sono più ricorrenti i casi di infezioni intestinali e delle vie respiratorie.







Bambini “guerrieri”,

vergogna e crimine di “adulti”

Guerrieri per forza. Dotati di “licenza di uccidere”, trasformati in inconsapevoli “robocop”, istigati all’odio e alla violenza. Si stima che, solo nel 2004, sono stati circa 500.000, in 128 diversi paesi del mondo i bambini e le bambine strappati ai loro sogni e ai loro giochi e costretti ad impugnare le armi o a partecipare attivamente in operazione militari. Vengono educati e addestrati alla violenza e all’odio, alle tecniche d’assalto e alle imboscate, ad azioni dinamitarde suicide. Vengono spediti nelle zone di guerra e di conflitto, spesso imbottiti di alcool e droghe, obbligati a fare le staffette, trasportare armi e vettovaglie, schiavizzati o, se bambine, sfruttate per soddisfare le pretese sessuali dei militari adulti.
Paesi coinvolti e mai assolti. Il fenomeno dei “bambini guerrieri” è esploso in questi ultimi anni, soprattutto nei paesi subsahariani, Medio Oriente e Nord Africa, Asia centrale e Pacifico, America Latina. La maggior parte dei ragazzi che prendono parte ai conflitti hanno un’età compresa tra i 15 e i 18 anni; tuttavia molti altri vengono reclutati a partire dall’età di 10 anni; e in preoccupante aumento risulta essere il numero dei bambini sempre più piccoli utilizzati nelle operazioni militari. Anche se questa “geografia della vergogna” appartiene prevalentemente ai territori e ai paesi del Sud del mondo, i paesi cosiddetti sviluppati non si sottraggono a questa vituperata consuetudine. Per esempio, almeno fino al 2000, oltre la metà degli Stati membri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) accettava minori di 18 anni nelle proprie forze armate.
Vite spezzate, da ricostruire. Nel corso degli ultimi anni si è registrato un incremento massiccio nell’impiego di bambini soldato. La questione dei baby-guerrieri, nonostante e a dispetto di proclami, dichiarazioni e denunce, continua a macchiare di vergogna e di orrore vasti territori.
Si stima che in Uganda i ribelli del LRA (Lord’s Resistance Army) che si oppongono alle forze regolari del governo di Kampala, abbiano “sequestrato” complessivamente 20.000 bambini (il 90% dei reclutamenti), 8.400 dei quali solo tra giugno 2002 e lo stesso mese del 2003. Il loro eventuale ma urgente recupero psico-sanitario e sociale è reso ancora più difficile dalla mancanza di strutture: in Uganda sono in attività solo 12 psichiatri, due ogni due milioni di abitanti. Analoga situazione in Liberia (21.000 baby combattenti di cui oltre 15.000 solo negli ultimi tre anni), nel Myanmar (70.000), in Colombia (11.000). Per far fronte a questa situazione, l’Unicef ha intrapreso un programma di riabilitazione ad ampio raggio in numerosi paesi; per esempio, in Afghanistan, nella provincia del Badahkshan a favore di 2.000 minori costretti a combattere in diverse fazioni della guerriglia afghana. Un programma esteso anche alle zone di Kunduz, Taloqan e Baghan, dove entro la fine del 2004 altri 5.000 bambini potranno usufruire di sostegno concreto per il loro reinserimento. Anche nello Sri Lanka (dove sono più di 1.300 i minori reclutati e molti di appena 10 anni) l’Unicef ha avuto un ruolo di primissimo piano in due recenti occasioni: nel rilascio di 100 bambini, rimessi in libertà dai miliziani dell’esercito ribelle delle Tigri Tamil nella città di Vakarai, e nella liberazione (febbraio 2004) di altri 15 baby combattenti, rilasciati nella città di Kilinochi. Ma a questi interventi di liberazione e di riscatto intrapresi e realizzati dall’Unicef se ne affiancano molti altri, effettuati sul campo, ad opera di ONG e di organismi ecclesiali. Attivato congiuntamente da Coopi e Unicef, è da evidenziare un importante progetto sanitario-chirurgico estetico e di supporto psico-sociale, denominato “Children’s Scars Removal”, reso necessario per il fatto che i guerriglieri sierraleonesi hanno inciso nel petto dei giovanissimi combattenti la scritta RUF (Fronte Rivoluzionario Unito): marchio che per questi bambini rappresenta un segno d’infamia indelebile, con conseguenze psicologiche e di impossibile reinserimento nei contesti familiari e sociali di origine, in quanto prova riprovevole delle atrocità commesse.
Centri di smobilitazione dei bambini soldato. Sempre in Sierra Leone, grazie alla Rete Caritas sono stati predisposti e attivati centri di smobilitazione e di accoglienza. Inoltre sono stati istituiti servizi di ricerca delle famiglie di origine e percorsi di riunificazione ai nuclei familiari. È stato anche predisposto un servizio di sostegno legale e di monitoraggio sul rispetto dei diritti umani nella fase del reinserimento. Sono stati finanziati percorsi alternativi di frequenza scolastica, realizzate intese con artigiani locali ed istituiti laboratori professionali. Dal maggio 2001, nei centri di smobilitazione dei bambini soldato sono transitati più di 3.500 minori, in quelli di accoglienza 2.771; gli adolescenti riunificati con le famiglie sono stati 1.532, di cui 280 ragazze. Complessivamente il numero dei beneficiari del programma attivato dalla Rete Caritas si aggira tra le 5 e le 6mila unità.







Altrove e in nessun luogo inseguendo la vita:

bambini scomparsi e adolescenti “in fuga”

Nel 2003, i minori italiani e stranieri per i quali sono state attivate le segnalazioni di ricerca sul territorio nazionale e che risultano ancora da ricercare sono complessivamente 1.552, la maggiorparte dei quali (618, il 39,8% del complesso) residenti al Nord, 512 al Centro (33%) e 422 (27,2%) nel Mezzogiorno. La regione che registra il maggior numero di scomparsi è la Lombardia (305), seguita da Lazio (254), Campania (229), Toscana (200) e Piemonte (137). Tra il 2000 e il 2003 i minori scomparsi in Italia sono aumentati di 624 unità, pari ad un incremento percentuale del 67,2%. Dal 2000, anno in cui erano 928, il numero dei minori italiani e stranieri per i quali sono state attivate le segnalazioni sono cresciuti progressivamente, raggiungendo le 1.167 unità nel 2001 e le 1.377 nel 2002. L’incremento maggiore si è verificato nelle regioni del Nord, dove nel 2003 i minori scomparsi erano 305 in più rispetto al 2000, ed in particolare in Lombardia (+187). Al Centro, dove nel complesso si registrano 214 scomparsi in più, l’incremento è stato particolarmente significativo in Toscana, regione in cui nel 2000 si contavano “appena” 25 minori scomparsi. Tra le regioni del Mezzogiorno, infine, la Campania registra il maggior aumento: 92 minori scomparsi in più rispetto al 2000, su un incremento complessivo di 105 unità. A fronte di un generale peggioramento del fenomeno, alcune regioni hanno visto diminuire, nel periodo considerato, il numero delle segnalazioni: Puglia (-47), Emilia Romagna (-23), Lazio (-11), Basilicata (-4). Inoltre, circa i 2/3 dei minori scomparsi sono di sesso maschile. Se nel 2000, solo 313 delle 928 segnalazioni erano riferite a bambine o ragazze adolescenti, nel 2003 le minori scomparse erano 535, a fronte di 1.017 coetanei maschi. Il 60,4% dei minori scomparsi (938) ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, il 26,2% (406) tra gli 11 e 14 anni mentre il 13,4% (208) non supera i 10 anni. Nelle regioni del Nord si registrano le maggiori segnalazioni relative a minori scomparsi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni (199, 49% del complesso), e tra i 15 e i 17 anni (352, 37,5% del totale), mentre la maggior parte dei minori scomparsi di età inferiore ai 10 anni (76, il 36,5%) è residente al Centro. Gli stranieri rappresentano la stragrande maggioranza (l’85,5%) dei minori scomparsi in Italia ancora inseriti nell’archivio delle ricerche: 1.327 le segnalazioni ad essi relative registrate nel 2003, di cui 535 inerenti bambini o adolescenti non italiani residenti al Nord, 479 al Centro e 313 al Sud. Rispetto al 2000, il numero dei minori stranieri scomparsi è cresciuto di oltre 75 punti percentuali (erano 758 nel 2000) ed è addirittura raddoppiato al Nord, dove è aumentato di 268 unità. Le segnalazioni di minori scomparsi di nazionalità italiana sono cresciute, nell’arco di tempo considerato, in misura più contenuta (+32,3%), passando dalle 170 del 2000 alle 225 del 2003. L’incremento maggiore ha riguardato i minori italiani residenti nelle regioni settentrionali (83, l’80,4% in più rispetto al 2000); al Centro i minori scomparsi di nazionalità autoctona sono cresciuti del 6,4%, raggiungendo le 33 unità mentre al Sud un incremento del 17,2% ha portato il numero dei minori italiani scomparsi a 109.
Macro-tipologie di scomparsi e fuggitivi. Si possono individuare sei macro-categorie e situazioni di minori scomparsi e adolescenti che fanno perdere le loro tracce.
Scomparsi per decisione “volontaria”Le motivazioni che direttamente spingono (o indirettamente costringono) bambini e adolescenti a “scomparire”, “fuggire” e far perdere le loro tracce sono generalmente legate a condizioni di disagio socio-educativo, a personali e controverse situazioni affettive e sentimentali, a condizioni familiari conflittuali, ad affermazione della propria identità, desiderio di nuove relazioni, ecc.
Scomparsi “per forza” e “per sequestro” — È forse la tipologia di scomparsa più pubblicizzata e conseguentemente più nota all’opinione pubblica. Sono casi di cui molto spesso non si riescono ad individuare né l’autore o gli autori, né il movente, né la soluzione. Sono casi generalmente circoscritti ma che possono riguardare sia italiani che stranieri.
Scomparsi per “sottrazione” e “contesa” — Per la maggior parte dei casi si tratta di sottrazione dei minori da parte di un padre o di una madre, separati o in via di separazione, allorquando uno dei coniugi nasconde o sottrae all’altro il figlio o la figlia. Soprattutto quando si tratta di matrimoni “misti” (e tra un cittadino/a di nazionalità italiana con stranieri/e se ne celebrano ogni anno più di 27.000), questi casi sono spesso altamente drammatici. In Italia sono oltre 500 i casi di figli contesi da genitori separati, uno dei quali viva all’estero e i paesi coinvolti nei contenziosi sono una sessantina. Nel 2001, per esempio, le cause avviate sono state 53 e le vicende risolte 9. Fin dal 1997, i genitori che vedono sottrarsi i figli dal partner straniero hanno un sito (www.bambinirubati.org) cui rivolgersi per ricevere assistenza legale e sostegno morale e psicologico. In cinque anni al sito si sono rivolte circa 800 persone: 150 di queste hanno ricevuto assistenza.
Scomparsi “senza nome” e “senza identità” — È una tipologia poco nota al vasto pubblico occidentale ma drammaticamente significativa per i paesi del Sud del mondo. In essa si possono far rientrare i bambini “scomparsi” perché sconosciuti, mai registrati alla nascita ma crescono in giro per il mondo, privi di una qualsiasi identità ufficiale o di nazionalità, di un nome, di un volto, di una appartenenza familiare e sociale. In pratica non esistono. La tratta di minori è in costante crescita in Europa e coinvolge ogni anno migliaia di bambini, d’età compresa tra 8 e 18 anni, destinati al mercato del sesso, all’accattonaggio, al lavoro minorile, al traffico di organi o alle adozioni internazionali illegali. In Italia, la tratta a scopo di sfruttamento sessuale coinvolge tra le 10 e le 15mila minorenni, provenienti soprattutto da Albania, Moldavia, Romania e Nigeria. In Spagna, infine, nel 2002 i giovani sfruttati sessualmente risultavano essere 274, di cui 168 bambine coinvolte nella prostituzione. Nello stesso anno, è stata denunciata la scomparsa di oltre 8mila minorenni, mentre più di 6mila bambini stranieri sono giunti nel paese da soli, senza genitori o parenti. In Danimarca, le stime parlano di almeno 2.000 prostitute straniere, di cui molte minorenni. Cresce il numero di bambini provenienti dalla Romania trafficati per scopi criminali: solo negli ultimi 6 mesi del 2003, i casi registrati sono stati 20. Nel 2002 in Bulgaria i minori vittime di abuso sono stati 2.128, il doppio rispetto all’anno precedente: 42 bambini rapiti, 99 forzati alla mendicità e 40 alla prostituzione, tutti tra gli 8 e i 13 anni. Secondo i dati del Ministero dell’Interno di Sophia, tra il 1995 e il 2000, i minori scomparsi sono stati 158, di cui 33 sotto i 14 anni. Circa 10mila ragazze bulgare, molte delle quali minorenni, potrebbero essere state coinvolte in prostituzione, pedofilia e impiego in film pornografici. Anche in Romania la percentuale di minorenni trafficati aumenta (+25% nel 2000, +36% nel 2003). Nel caso di bambini destinati al mercato del sesso, la vittima può essere venduta diverse volte: esemplare il caso di una quindicenne venduta per 22 volte. Le vittime sono reclutate attraverso false promesse di lavoro o di matrimonio.
Scomparsi, “prigionieri dell’occulto” — È una tipologia di scomparsi molto diffusa, anche se poco conosciuta, nei paesi del Sud del mondo, particolarmente in Africa e principalmente in Alto Volta, Ghana, Benin, Nigeria, Togo, dove è individuata col nome di Trokosi, che in lingua Ewe significa “Schiave di Dio”: schiavitù al femminile, dunque, in quanto ad essere colpite, fagocitate o manipolate sono soprattutto ragazze. Nel mondo occidentale, Italia compresa, il fenomeno balza agli onori della cronaca nera e in occasione di episodi eclatanti e tragici, legati a scomparse, delitti, suicidi individuali o di massa, nei quali vengono coinvolti anche bambini e adolescenti. È una forma di scomparsa che si manifesta e si attualizza all’interno delle cosiddette “sette religiose occulte”. In Italia è Roma la capitale delle “religioni alternative”, dei culti parareligiosi o magici: sarebbero 36 in tutto. Il record regionale spetterebbe alla Lombardia (81 gruppi, di cui 71 religiosi e 13 magici). I capoluoghi con minore presenza di “guru” e “santoni” improvvisati sarebbero Campobasso (2), Potenza (1) e Matera (1); tra le regioni l’Abruzzo (9 gruppi), il Molise (2), e la Basilicata (2).
Scomparsi “senza nessuno” — A livello europeo, il fenomeno è divenuto solo da poco argomento di accurate indagini statistiche, riflessione culturale e legislativa. Tra il 2003 e il 2004, sono stati oltre 30mila i ragazzi stranieri non accompagnati, presenti in 10 paesi della Ue, ai quali andrebbero comunque aggiunti i “clandestini”. In Italia, la maggior parte delle segnalazioni provengono dalla Lombardia (22%) e dal Lazio (14%); seguono Piemonte (12%), Emilia Romagna (10%) e Puglia (9%). In relazione all’età dei minori stranieri non accompagnati oltre un terzo delle segnalazioni (il 35,4%) riguarda sedicenni ma è consistente anche la percentuale di quindicenni (21,2%), di diciassettenni (19,4%) e di ragazzini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni (19,4%). I bambini tra i 6 e i 10 anni rappresentano il 3,1% dei minori stranieri non accompagnati mentre l’1,5% non supera i 5 anni.







Il convolgimento dei minori nelle sette

Il coinvolgimento di minori nelle sette è fenomeno alquanto complesso e difficile da descrivere: per questo non va trascurato, poiché, anche se in modo poco visibile, i minori vi sono coinvolti sia come vittime (attraverso abusi psicologici e sessuali), sia come autori di reato (con l’uso di alcol e droghe fino a forme estreme di crimine). L’abuso sessuale sui minori è una realtà tangibile, come denunciano i numeri forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale:

Bambini e adolescenti vittime di violenza sessuale, segnalazioni di reato e persone denunciate all’Autorità giudiziaria
Anni 2002 e 2003




Anni

Vittime

Segnalazioni di reato

Persone denunciate alla A. G.

Numero segnalazioni

Di cui risolte

Totale

Di cui in stato di libert

2002

598

493

482

587

300

2003

742

562

540

663

374



Fonte: Elaborazione Telefono Azzurro su dati Direzione Centrale della Polizia Criminale Ufficio Affari Generali – 3° Settore - 4_ Area, 2004.

Bambini e adolescenti vittime di violenza sessuale secondo il sesso e la classe di età
Anni 2002 e 2003




Anni

0-10 anni

11-14 anni

15-17 anni

M

F

Totale

M

F

2002

71

144

215

74

159

2003

113

179

292

93

200



Fonte: Elaborazione Telefono Azzurro su dati Direzione Centrale della Polizia Criminale Ufficio Affari Generali – 3° Settore - 4_ Area, 2004.

Secondo la Direzione Centrale della Polizia Criminale, Ufficio Affari Generali - Sezioni Minori, in data 30 aprile 2004, risultavano scomparsi sul territorio italiano 605 minori (185 di nazionalità italiana e 420 di nazionalità straniera). Tra questi vi era anche il minorenne F.T, il quale nel giugno di quest’anno è stato ritrovato morto, sepolto nei boschi di Busto Arstizio, per mano di un gruppo di giovani satanisti. L’episodio appare indicativo della pluralità di elementi di cui si compongono i crimini di tali organizzazioni e di come la scomparsa improvvisa di un minore possa rappresentare uno dei tanti pezzi del complesso puzzle del fenomeno delle sette criminose.
Senza destare inutili allarmismi, è fondamentale, dunque, che attraverso un lavoro di rete, sinergico e scientifico, tra Chiesa, Stato e associazioni che si occupano di infanzia, si tenda a far maggiore luce sulla pericolosità dei gruppi settari, per definire il grado di rischio a cui sono sottoposti i bambini che, a vari livelli, entrano a contatto con le sette.
Satanismo e sette sataniche. Il satanismo «(…) è una religione basata (….) sull’adorazione di Satana che può essere inteso sia come divinità malefica a sé stante, che come avversario del dio cristiano».
Le sette sataniche, a differenza delle altre sette religiose di tipo ordinario, rivolgono la propria fedeltà, più che alla personalità carismatica, alla stessa dottrina satanica.
Nel documento del Ministero dell’Interno del febbraio 1998 vengono individuati nove gruppi “satanico-luciferini” per un totale di 200 adepti.
Il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), nel 2002, elenca le sette sataniche in Italia specificando il numero di adepti: Bambini di Satana (50 adepti); Chiesa di Satana – razionalista (20 adepti); Chiesa di Satana – occultista (20 adepti); Gruppi minori (20 adepti).
Sempre il Cesnur parla inoltre di 5.000 adepti nel mondo e stima che il maggior numero di aderenti si trovi negli Usa, seguiti da quelli di Spagna e Scandinavia. È invece impossibile un censimento sul Satanismo giovanile o “acido” per le proprietà di de-strutturazione gruppale che caratterizza il fenomeno.
Infine dai dati dell’indagine campionaria pubblicata nel 4° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e l’Adolescenza (Eurispes, Telefono Azzurro, 2003) emerge che sia i bambini sia gli adolescenti utilizzano Internet come mezzo per comunicare con gli altri.
Tali dati preoccupano soprattutto se si considera che tra i bambini che si collegano ad Internet (47,6%) il 9,4% lo fa per chattare e il 13,8% per usare la posta elettronica, mentre tra gli adolescenti (67,8% di essi si collega ad Internet) la percentuale di coloro che chattano sale al 26,4% e l’utilizzo della posta elettronica al 35%.
La Polizia Postale, attraverso il monitoraggio di siti satanici on line e basando la metodologia sul conteggio dei motori di ricerca, ha evidenziato un fortissimo aumento dei siti satanici tra il 1999 e il 2003.

Club satanisti su Internet:
  • Anno 1999: 114 siti satanici
  • Anno 2000: 277 siti satanici
  • Anno 2001: 322 siti satanici
  • Anno 2002: 502 siti satanici
  • Anno 2003: 1.010 siti satanici

In tal senso, è stato attivato, con il patrocinio della Regione Lazio, dal mese di ottobre 2004 un servizio gratuito di sostegno alle famiglie delle vittime del satanismo, in forte espansione nella regione.







La lotta alla povertà: una sfida ancora aperta

In Italia. La povertà minorile è diffusa in tutta la sua drammaticità anche in Italia, basti pensare che, secondo stime Eurispes, nel 2003 si contano quasi due milioni di bambini poveri. La maggioranza di questi risiede nel Sud (circa 1.365mila), una componente inferiore al Nord (340mila) e i restanti (285mila) al Centro. Dai dati sui consumi relativi al 2002, si può osservare come l’incidenza della povertà tra le famiglie con minori assume connotazioni sempre più marcate man mano che aumenta il numero dei figli: si passa dal 9,2% dei nuclei familiari con un solo minore al 25,9% di quelli con tre o più minori. Nel Sud la percentuale di famiglie povere arriva al 32,9% quando si considerano i nuclei con tre o più figli, ma è comunque molto elevata anche quella relativa a famiglie con un solo figlio minore (18,3%). Nel Nord e nel Centro, anche se i tassi sono molto più contenuti, si registra la stessa correlazione tra incidenza della povertà e numerosità dei figli. Si tratta di una deprivazione economica che rende i bambini ancora più vulnerabili: giovani vite che partono da condizioni di svantaggio tali da rischiare di compromettere il futuro della loro esistenza.
In Europa. Prima di affrontare il tema della povertà minorile, è opportuna una avvertenza: sebbene si stia parlando della povertà minorile, non è possibile rilevare il benessere dei minori separatamente da quello della famiglia, sia perché i bambini non percepiscono redditi, sia perché è difficile osservare l’allocazione delle risorse tra i singoli membri della famiglia. Il tasso di povertà minorile è calcolato in base alla proporzione tra i bambini che vivono in famiglie povere rispetto al totale dei bambini. La lotta alla povertà e all’esclusione sociale si pone come obiettivo prioritario per la Comunità Europea: nel Consiglio di Lisbona del 2000, i capi di Stato dei quindici paesi europei hanno concordato una strategia decisiva per lo sradicamento della povertà entro il 2010. Uno degli strumenti più importanti adottati dalla Commissione Europea è “Il Programma d’azione sull’esclusione sociale (Social Exclusion Programme - SEP), valido per il periodo che va dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2006. In base a dati più recenti, nell’Unione europea si contano circa 17 milioni di bambini (un ragazzo con meno di 18 anni su 5) che vivono in situazione di povertà. L’Italia occupa un indecoroso quarto posto (23,3%) nella graduatoria degli Stati membri con i maggiori tassi di povertà infantile, preceduta da Gran Bretagna (28,5%), Portogallo (26,3%) e Spagna (25,2%). Al contrario, i paesi con i valori più contenuti sono Finlandia, Danimarca e Svezia, che registrano rispettivamente il 5%, il 5,5% e il 7,9%. Osservando il trend degli ultimi anni, dal 1994 al 1999, si evince un maggiore impegno di alcuni Stati che ha determinato migliori risultati nel contrasto alla povertà: il Belgio registra il decremento maggiore del tasso di povertà minorile (-41,4%) passando dal 18,6% del 1994 al 10,9% del 1999; il bilancio della Grecia si attesta su un -24,5%; simile il valore dell’Irlanda, pari a -20%. La Danimarca e la Finlandia, pur presentando le condizioni meno sfavorevoli rispetto alla povertà minorile, registrano un’impennata dei tassi che nel primo caso è pari al 37,5% e nel secondo al 31,6%.
Il nostro Paese manifesta concreti passi in avanti nell’eliminazione della povertà minorile: passa dal 27,4% del 1994 al 23,3% del 1999, segnando una riduzione del 15%. La suddivisione dei dati per tipologia familiare evidenzia il maggior rischio di povertà indotto dalla presenza di minori. Appare infatti consistente la vulnerabilità delle famiglie monogenitore con figlio minore soprattutto in Spagna, dove si registra un tasso di povertà minorile del 61,2%. Anche nel Regno Unito si rileva una percentuale molto elevata (52,9%), seguito a breve distanza dai Paesi Bassi (51,1%) e dalla Germania (48%).
L’Irlanda raggiunge il livello di povertà più elevato nei nuclei familiari di due genitori e un solo figlio minore (17%), seguita da Portogallo (15,7%), Spagna (14,1%) e Italia (11,8%).
Mentre il tasso di povertà maggiore nella tipologia con due figli minori si attesta intorno al 25,5% in molti paesi europei: Regno Unito (25,5%), Spagna (25,4%), Portogallo (25,3%) e Italia (23,5%).







Il Codice di Autoregolamentazione

Internet e Minori: nuove garanzie per i giovani navigatori

Il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori, sottoscritto il 19 novembre 2003 dalle associazioni degli Internet Service Provider alla presenza del Ministro delle Comunicazioni e del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, è nato nell’ambito delle azioni di tutela dei minori intraprese da circa tre anni dalla Commissione per l’assetto del sistema radiotelevisivo.
L’attuale Codice di autoregolamentazione Internet e Minori è nato grazie al contributo di esperti e rappresentanti delle associazioni del mondo civile (tra cui Telefono Azzurro, Forza Bambini onlus, Save the Children, La Caramella Buona, Associazione Meter, Ecpat Italia, Telefono Arcobaleno, ALCEI, Davide.it, MOIGE, Adiconsum, Fondazione Safety World Wide Web. Esso si è posto come fine precipuo quello di dare ai provider una serie di regole e indicazioni che li coinvolgessero direttamente nell’attività di tutela dei giovani navigatori della Rete, ma anche di incentivare e sostenere l’opera di sensibilizzazione di genitori, educatori, bambini, adolescenti a un uso corretto del Web.
Problemi relativi alla regolamentazione della Rete. La difficoltosa gestazione del codice italiano per la regolamentazione di Internet rispecchia le problematiche che si sono presentate a tutti i paesi informatizzati dal momento in cui sono emersi i rischi connessi all’utilizzo del Web, che vedono la pedopornografia e i crimini connessi alla pedofilia costituire solo una porzione marginale dei possibili reati perpetrati attraverso il mezzo telematico. Essi includono infatti attività legate al terrorismo, truffe, clonazione di carte di credito, spionaggio, diffusione indiscriminata di materiali pornografici, divulgazione di contenuti che incitano all’odio razziale, al satanismo, all’intolleranza religiosa e a qualsiasi altra forma di discriminazione; ma anche violazione della privacy, infrazione del diritto d’autore, diffamazione, spamming (pubblicità indesiderata), attivazione occulta di dialers (programmi che, preso il controllo del modem, attivano numerazioni “a valore aggiunto” – per esempio con i prefissi 709 e 899 – di costo generalmente molto elevato, che l’utente scoprirà solo nella bolletta telefonica), ecc.
Il Codice attuale. Il Codice di autoregolamentazione Internet e Minori, conosciuto anche come Codice Internet@Minori per il “bollino” di garanzia che apparirà sui server dei provider delle associazioni firmatarie (Aiip, Anfov, Assoprovider, Federcomin), si compone di una parte introduttiva (Premesse e Finalità) e di sette articoli.
Nelle Premesse si ribadisce che «la funzione educativa, che compete innanzi tutto alla famiglia, può essere agevolata da un corretto utilizzo delle risorse telematiche», ma che il fanciullo, in quanto cittadino soggetto di diritti, «deve essere protetto da contenuti illeciti o nocivi». È pertanto «necessario provvedere alla tutela del minore nell’ambito delle tecnologie della società dell’informazione, bilanciando i suddetti diritti con la libertà di espressione».
A fronte di tale volontà di tutelare i giovani navigatori senza deresponsabilizzare le famiglie e senza operare una censura preventiva rispetto agli adulti che desiderino entrare in contatto con contenuti dannosi o inadatti ai fanciulli, le Finalità del Codice prevedono di: aiutare gli adulti, i minori, le famiglie a un uso corretto e consapevole della Rete telematica; predisporre apposite tutele; offrire un accesso paritario e promuovere un accesso sicuro; tutelare il diritto del minore alla riservatezza; assicurare una piena collaborazione con le autorità competenti nella prevenzione, nel contrasto e nella repressione dei reati attuati nella Rete, soprattutto in danno di minori; agevolare la tutela del minore nei confronti delle informazioni commerciali non richieste; diffondere questo Codice presso gli operatori e le famiglie.
Il Codice Internet@minori può essere adottato su base volontaria da qualunque operatore internet, manutentore di siti o fornitore di servizi, che si impegna così a rispettarne le regole e i dettami: dopo aver fatto domanda di adesione, un comitato tecnico ne verifichera l’attività e, se ritenuta idonea e corrispondente ai requisiti richiesti, consente all’operatore di distinguersi tramite il bollino o strumento equivalente. Accanto al logo viene posta anche la dicitura “Aderente al Codice di autoregolamentazione”.
Tra gli strumenti per la tutela del minore vi sono una serie di mezzi che il Provider deve mettere in atto: informazione alle famiglie e agli educatori: la pubblicazione sull’home page dei propri servizi un riferimento “Tutela dei Minori”, chiaramente visibile, che rimanda ad apposite pagine web con le quali fornire informazioni sulle corrette modalità per un utilizzo sicuro della rete Internet, sull’esistenza degli strumenti più utilizzati per la tutela dei minori e sulle modalità di segnalazione, al Comitato di Garanzia, delle violazioni del Codice. Sono previsti anche la creazione di una hot-line a supporto di bambini, adolescenti e famiglie e l’inserimento dei link istituzionali (Ministeri coinvolti e Polizia Postale) per le segnalazioni di contenuti illeciti; servizi di navigazione differenziata, in base all’età dell’utente; classificazione dei contenuti: il Content provider aderente potrà applicare i sistemi di classificazione ai contenuti che riterrà opportuno subordinare ad accesso condizionato; identificatori di età: possibilità di utilizzo di Sistemi di individuazione dell’età dell’Utente, a condizione che, nel rispetto delle norme sul trattamento dei dati personali, ne venga tutelata e garantita la massima riservatezza, sicurezza e dignità; profilazione e trattamenti occulti: l’Aderente non esegue alcuna profilazione dell’Utente minore nè alcun trattamento dei suoi dati personali senza la previa autorizzazione espressa da parte di chi esercita la potestà genitoriale; custodia di password, con adeguate misure di sicurezza; anonimato protetto: possibilità di consentire agli utenti di utilizzare i propri servizi in modo da apparire totalmente anonimi; identificazione dell’utente: erogazione dei propri servizi solo ed esclusivamente a utenti identificati direttamente o identificabili tramite elementi univoci anche se indiretti; prestazione di servizi fiduciari: l’Aderente che offre servizi in via fiduciaria (per esempio registrazione di un nome a dominio per conto di un Cliente che vuole rimanere ignoto) è obbligato a identificare in modo certo il Cliente che richiede tali servizi, serbando la massima riservatezza; gestione di dati utili alla tutela dei minori: l’Aderente conserva, come dati utili, i registri di assegnazione degli indirizzi Ip; il numero Ip utilizzato per l’accesso alle eventuali funzioni di pubblicazione dei contenuti; li conserverà per almeno sei mesi (si tratta di un periodo di tempo leggermente superiore a quello già normalmente previsto dai provider) e li comunicherà solo su richiesta dell’autorità giudiziaria; contrasto alla pedopornografia on line: l’Aderente pone in essere tutte le iniziative atte a realizzare la collaborazione con le autorità competenti, e in particolare con il Servizio della Polizia Postale e delle Comunicazioni.







Internet, pedopornografia e percezione dei rischi

è stato osservato che Internet grazie alla facilità dell’anonimato, alla delocalizzazione e alla sua transazionalità rende più agevole commettere alcuni tipi di reati. Fra gli impieghi criminosi della Rete, il fenomeno della pedopornografia on line è certamente uno dei più noti e che desta più orrore. Ma, se il pericolo più grande per un bambino o un adolescente che chatta è incontrare nel mondo reale l’adulto che li ha contattati in chatroom, anche la visione di immagini a contenuto violento e/o pedopornografico provocano certamente un disagio e sono potenzialmente traumatiche.
La hotline del Servizio Emergenza Infanzia 114. Tra novembre e dicembre 2003 sono state effettuate 16.014 interviste, in media 1.000 per ogni Stato membro dell’Unione europea (nell’Europa a 15 Stati, prima cioè del recente allargamento), chiedendo ai genitori informazioni relative all’utilizzo di Internet da parte dei loro figli.
Molti intervistati (38%) ammettono di non sapere a chi rivolgersi, nel caso si imbattano casualmente in materiale illegale durante la navigazione in Rete; il 19% non sa rispondere; tra quelli (43%) che invece affermano di sapere a chi rivolgersi in tali casi, il 37% si rivolgerebbe alla Polizia. Soltanto l’8% contatterebbe l’Internet Service Provider (ISP) e il 5% contatterebbe una hotline.
Con hotline si intende un centro, che fornisce un servizio espletato attraverso un sito Internet e/o una linea telefonica, di raccolta di segnalazioni da parte degli utenti che, navigando in Internet, si sono imbattuti in materiale illegale. L’idea che sta alla base della hotline è creare un canale alternativo a quello delle Forze dell’Ordine per facilitare la segnalazione da parte di quegli utenti magari “spaventati” o restii a comunicare alla Polizia un contenuto illegale. Fra i compiti assegnati al Servizio Emergenza Infanzia 114, c’è quello di raccogliere le segnalazioni, da parte dei cittadini, sulla presenza in Rete o in altri mass-media di contenuti illegali o dannosi per lo sviluppo psico-fisico dei bambini e adolescenti o che possa recare loro disagio. Le segnalazioni relative ai siti Internet con materiale a presunto contenuto pedopornografico sono inoltrate alla Polizia Postale; le segnalazioni relative agli altri media sono inoltrate ad altri organi competenti per il monitoraggio, il controllo e l’eventuale sanzione.
Il progetto CIRP (Child Internet Risk Perception). L’associazione ICAA (International Crime Analysis Association), ha proposto il progetto CIRP (Child Internet Risk Perception), finanziato da SYMANTEC (azienda di sicurezza informatica), che è focalizzato sulla valutazione dei comportamenti dei minori che facilitano i rischi di molestia e di adescamento nelle chat-rooms e sugli atteggiamenti disfunzionali degli adulti di riferimento (genitori ed insegnanti) che sono deputati al controllo e alla prevenzione. Le informazioni, ottenute con tale attività di studio possono essere impiegate per la realizzazione di vari interventi di prevenzione e possono essere utili per orientare l’attività di contrasto da parte delle Forze di polizia. Il progetto CIRP è patrocinato dal Ministero delle Comunicazioni, dall’Unicef, dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e dal Consiglio Regionale del Lazio ed è stato inoltre premiato dal Ministro per le Pari Opportunità con il Premio “Innovazione nei servizi sociali” (Rimini, marzo 2004).
La ricerca.
La ricerca ha visto la somministrazione di questionari nelle scuole ai minori compresi nell’età a maggior rischio di molestie e adescamento (8-13 anni) e lo svolgimento di colloqui e interviste semi-strutturate a gruppi di insegnanti e genitori. Il questionario, è stato somministrato nei primi mesi del 2004 a un campione di 5.000 minori che utilizzano Internet in maniera assidua appartenenti a vari ceti sociali.
A seguire vengono proposti i principali risultati.

I primi risultati della ricerca CIRP. Nel campione analizzato la percentuale di utenti della Rete è abbastanza elevata (77%). Sono stati considerati solo i minori che hanno descritto un utilizzo frequente della Rete, escludendo quindi coloro che l’hanno solo provata o che ne fanno un uso estremamente raro (23%). Le finalità di studio (79%) e di divertimento (74%) della navigazione sui siti costituiscono la fruizione primaria, mentre le opportunità comunicazionali offerte dalla Rete attraverso chat ed e-mail rappresentano una finalità di impiego meno “gettonata” dai minori intervistati (13%).
La navigazione su siti web costituisce ovviamente il tipo di servizio offerto da Internet più utilizzato dai giovani utenti (94%). La chat, che costituisce l’obiettivo primario della ricerca, pur se non utilizzata dalla prevalenza del campione, si attesta (con il 23%) su una diffusione discreta.
La fascia oraria di maggior accesso alla Rete è quella del pomeriggio (14-18) e quella serale (19-21). Le connessioni mattutine, evidentemente effettuate a scuola, sono molto ridotte (3%) o non sono vissute come significative dai minori, manifestandosi, infatti, una certa discrepanza da quanto segnalato dagli istituti scolastici rispetto alla fruizione della Rete durante l’orario scolastico. Una minore percentuale (circa il 10%) si connette però anche in orario notturno (22-24) che, secondo l’esperienza investigativa delle Forze di polizia specializzate (Polizia Postale e delle Comunicazioni italiana; Child Protection Unit di Scotland Yard), rappresenta il momento di maggior presenza di pedofili on line.
Secondo i minori intervistati la percentuale dei genitori che svolgono sistematicamente un monitoraggio della loro navigazione su Internet, accompagnandoli in prima persona, risulta abbastanza contenuta (26%), mentre per la maggior parte del campione il controllo è saltuario (47%) o addirittura assente (27%).
Capitare occasionalmente su un sito pornografico, rappresenta un’esperienza vissuta da circa il 52% del campione di minori intervistati, cosa del resto intuibile vista la presenza elevata di tali contenuti sul Web e la loro disponibilità anche all’interno di portali commerciali non dedicati e su banner pubblicitari di tipo “intrusivo”.
La percentuale di minori che utilizzando le chat ha avuto un incontro on line con un adulto e ha intrapreso discorsi su tematiche sessuali, anche se ridotta rispetto al campione analizzato, è comunque decisamente rilevante (13%) e dimostra come tale ambito costituisca realmente uno scenario di rischio.
La percentuale di coloro che hanno vissuto l’evento con connotazioni positive (curiosità 15% e attrazione 7,6%) conferma infatti la necessità, in ambito preventivo, di dover far fronte alla curiosità innata da parte dei minori rispetto al sesso, fatto che rappresenta una forte agevolazione per i pedofili. Anche l’area di connotazione “neutrale” dell’incontro (nulla di particolare nel 61,5% dei casi) non evoca situazioni di particolare attrattiva, ma nemmeno di allarme e di conseguente impellente richiesta di aiuto attraverso una pronta comunicazione dell’accaduto a genitori ed educatori.
Un’allarmante percentuale, del campione di coloro che hanno avuto un incontro in chat con adulti presunti pedofili (nel 70% dei casi) riferisce l’assenza di comunicazione dell’accaduto ai genitori. Tale situazione costituisce di fatto il fattore di maggior rischio, poiché il pedofilo può agire incontrastato nel suo tentativo di molestia e adescamento. Le investigazioni di Polizia hanno infatti dimostrato che il successo di un’eventuale tecnica di molestia verbale o di un tentativo di avvicinamento di un minore in chat è spesso legato anche a un comportamento “a rischio” da parte di quest’ultimo, in particolare quando il minore non informa nessuno del contatto avvenuto o quando la sua segnalazione non viene tenuta dagli adulti in debita considerazione.
Le ragioni riportate dai minori che hanno incontrato dei presunti pedofili in chat e che non hanno informato di ciò i genitori sono in larga parte attribuibili alla scarsa “confidenza” con loro e all’imbarazzo nel trattare determinate tematiche. Il 33,5% degli intervistati non ritiene, infatti, i propri genitori “in grado di capire”, mentre il 16,6% dei minori afferma di provare vergogna. Anche la curiosità verso la nuova esperienza (16,6%) e una generica valutazione positiva nei confronti dell’esperienza (25%) costituiscono motivo di omertà, a dimostrazione dell’attrattiva esercitata dalle tematiche sessuali sui minori. Il mantenimento del segreto (8,3%) rappresenta infine un’ulteriore ragione di non-comunicazione dell’evento ai genitori.
Conoscenza dei rischi legati alla navigazione su Internet da parte degli insegnanti. La grande maggioranza degli insegnanti intervistati (92%) dichiara di conoscere i potenziali rischi della navigazione su Internet per i minori, mostrando attenzione verso il problema. Solo una minima percentuale di educatori (8%), che coincide con quelli che non utilizzano personalmente la Rete, non si dichiara sufficientemente preparata in materia. Molti degli insegnanti intervistati hanno dichiarato di aver dato agli studenti informazioni sulla tematica della pedofilia (80%). Permane però una ridotta percentuale del campione che non ha intrapreso azioni formative in tale direzione (20%). Tali informazioni sono state frequentemente legate a fatti di cronaca avvenuti e, in alcuni casi, anche a specifiche richieste da parte degli studenti (18%).
Alfabetizzazione informatica dei genitori di minorenni utenti di Internet. Anche se la maggior parte dei genitori intervistati conosce per grandi linee il funzionamento di Internet (90%), permane una discreta percentuale di soggetti (32%) che afferma di non aver mai navigato sulla Rete, evidenziando ancora un certo gap generazionale rispetto all’alfabetizzazione informatica. Tale situazione di fatto limita notevolmente la possibilità, da parte dei genitori, di un’efficace attività di monitoraggio sulle modalità con cui i loro figli utilizzano Internet.
Controllo dei figli on line e informazioni fornite sui rischi di navigazione. L’azione di monitoraggio e controllo della navigazione dei figli minori risulta purtroppo pressoché assente nel 58% dei casi. Il 18% del campione afferma che tale attività è occasionale, mentre solo il 24% del campione effettua un controllo costante. Nel campione di genitori intervistati, una discreta percentuale (66%) ha comunque fornito ai propri figli delle informazioni sui rischi della navigazione sulla Rete mentre il rimanente 34% non ha avuto capacità o occasione di farlo.
Collocazione fisica del computer in casa. Il luogo di collocazione del computer connesso a Internet rappresenta un fattore di sicurezza semplice, ma a volte fondamentale, per effettuare il monitoraggio della navigazione dei minori. La collocazione del computer nella stanza del minore (nel 36% dei casi) costituisce, infatti, un notevole ostacolo al controllo, ma anche lo studio del genitore (38%), specie in sua assenza e durante le ore serali, può non essere la soluzione ottimale. Le zone “di transito” dell’abitazione e quelle maggiormente frequentate dagli adulti (salone e cucina) sono generalmente quelle più strategiche per un monitoraggio efficace.







I bambini e la pubblicità

I bambini nella pubblicità sui diversi media i bambini hanno conquistato nel 2003 uno spazio tra l’8 e il 10% della quota di mercato, con un giro di affari valutato in oltre sei miliardi di euro e, per i primi mesi del 2004, in circa tre miliardi di euro, ci si trova di fronte ad un notevole fenomeno economico e mediatico.
Bambini nuovi protagonisti del mercato. Complessivamente, la pubblicità dei bambini occupa uno spazio di circa il 10% sul totale degli investimenti annui di tutta la torta pubblicitaria: con prospettive di crescita e di incremento sempre maggiori, vede la propria attività ed il budget di affari aggirarsi intorno ai 105.000.000 di euro annui.
Business&Media.
Tv.
La pubblicità in Tv destinata ai bambini e che li vede anche protagonisti, occupa uno spazio di mercato pari al 3% degli investimenti. Il settore con maggiore interesse di investimenti, quello della pubblicità dei giocattoli, per il quale il giro di affari nel 2003 è stato di circa circa 60.000.000 euro, per 33.481 spot pubblicitari ed una presenza di bambini in Tv di 668.055 secondi. Anche gli investimenti nel comparto alimentare sono stati considerevoli, infatti il budget di investimenti per la pubblicità per i cibi dell’infanzia si è attestato a 20.167.000 euro, con 5.324 spazi pubblicitari in televisione e la presenza dei bambini misurata in 134.053 secondi. Elevato risulta essere inoltre il giro di affari nel settore dei prodotti per l’igiene di prima infanzia, in virtù dei 17.295.000 euro investiti e dei 4.379 spot televisivi trasmessi. Al contrario, sono più contenute le cifre riferite al comparto dei prodotti farmaceutici e sanitari che, essendo prodotti di prima necessità, rappresentano il fanalino di coda degli investimenti pubblicitari in televisione.
Radio. Gli investimenti pubblicitari netti, nel 2003, risultano pari a 328.961.000 euro, molto ridimensionati rispetto a quelli televisivi. I settori in cui risulta più frequente la presenza di bambini, sono quelli degli arredi per l’infanzia (per un complessivo di 241.000 euro per 715 spot radiofonici e 19.030 secondi) ed il settore alimentare, soprattutto cibi per l’infanzia, in cui si contano investimenti per 147.000 euro per 497 spot e 14.940 secondi di trasmissione. Il settore con i minori investimenti è stato quello dei prodotti farmaceutici e dei sanitari generici, ma anche la pubblicità di giocattoli e degli intrattenimenti per bambini ha registato un calo evidente.
Stampa quotidiana. Per quanto riguarda la stampa quotidiana, il settore pubblicitario in cui gli investimenti risultano più consistenti è quello dell’abbigliamento per bambini. Questo comparto, se in Tv segnala investimenti minimi, che si riducono ulteriormente nella radio, quasi fino a scomparire, sui quotidiani registra un discreto giro di investimenti: infatti, con 628.000 euro per 122 spot ed un totale in presenze di 7.146 spazi pubblicitari, rappresenta l’area dove si rileva in maniera evidente il maggior incremento finanziario.
Periodici. Come per la stampa quotidiana, nel 2003, il maggior target di investimento interessa l’abbigliamento per bambini: 10.385.000 euro distribuiti in 1.677 annunci, per 2.189 spazi pubblicitari. Anche il comparto per l’arredamento con articoli per l’infanzia conta un consistente giro di investimenti: con 4.697.000 euro per 825 annunci e 1.257 spazi pubblicitari. Ultimo settore è quello dei prodotti sanitari, dove biberon e tettarelle vedono un investimento massimo di 480.000 euro. Complessivamente è da evidenziare che l’immagine pubblicitaria dei bambini nei periodici ha mosso nel 2003 un volume complessivo pari al 2% della pubblicità totale, un valore pari alla crescita registrata nei primi mesi del 2004.
Affissioni. Con un budget di investimenti sul mercato tra i più contenuti, la pubblicità per affissione si caratterizza per aree di interesse molto particolari e ristrette. Unica eccezione il settore dell’abbigliamento per bambini, che nell’anno 2003 conta un budget di investimenti di 1.827.000 euro, per 19.512 cartelloni pubblicitari.

Il bambino: il personaggio più persuasivo negli spot. Che si parli di Tv, radio, o giornali, la figura del bambino riesce sempre ad occupare il centro della scena, a catturare l’attenzione. Il messaggio di cui il bambino è testimonial nello spot pubblicitario difficilmente può essere contrastato o rifiutato, perché egli rappresenta la purezza, l’incapacità di mentire e, in quanto tale, veicola la bontà e la genuinità dei contenuti pubblicitari. Un’immagine candida e limpida, come quella di un bambino, posta al centro della scena, diviene uno strumento per richiamare la maggiore attenzione possibile durante la trasmissione dei messaggi pubblicitari.
Baby-fruitori. Le dinamiche di fruizione della televisione da parte dei bambini e sugli effetti che essa produce sono state largamente studiate. In particolare, la pubblicità costituisce argomento di discussione e confronto tra gli esperti del settore che hanno evidenziato il potere degli spot televisivi di imporre al pubblico dei minori determinati modelli di consumo e comportamento. Lo spot televisivo da un lato viene recepito come spettacolo, mentre dall’altro invoglia al possesso, e quindi all’acquisto, del prodotto reclamizzato. I bambini sono attratti dalla pubblicità per i diversi elementi che caratterizzano gli spot: la vivacità delle immagini, le musiche, i personaggi e i prodotti. Lo spot televisivo con un coetaneo come attore principale è tra gli spettacoli che viene maggiormente apprezzato dai bambini, poiché si riconoscono nel protagonista e tendono a imitare il modello da esso proposto. La pubblicità influisce in maniera significativa sul comportamento e sulle abitudini del bambino, stimolandolo all’acquisto di prodotti di ogni tipo. Inoltre, gli stessi bambini-fruitori, a loro volta, influenzano gli adulti nella scelta di acquisti di generi diversi. Gli spot pubblicitari con e per i più giovani ovviamente si differenziano secondo l’età del target di utenti, bambini e adolescenti: anche sulla base di ciò viene pianificata la trasmissione di spot in diverse fasce orarie e con messaggi differenziati.
Il bambino è sicuramente un ottimo spettatore ed osservatore di immagini. La pubblicità che lo vede protagonista, più delle altre, cerca di conquistare l’attenzione di colui che usufruisce dello spot attraverso un modo visivo di fare comunicazione, a scapito della conversazione e dell’ascolto. I veri ostaggi di questa pubblicità, come già si è valutato, sono i bambini al di sotto dei sette anni, poiché non sono in grado di distinguere la pubblicità di un prodotto rispetto ad un altro e non hanno ancora chiaro il fatto che la pubblicità ha finalità puramente di vendita del prodotto pubblicizzato.



Il disagio, la devianza e la giustizia minorile


Scheda 9 • Il servizio emergenza infanzia 114: un modello di presa in carico dell’emergenza
Scheda10 • La progettazione e l’applicazione di standard di qualità nelle helpline telefoniche per l’infanzia
l’adolescenza
Scheda 11 • Quale riforma per la giustizia minorile?
Scheda 12 • Devianza minorile e comportamenti violenti: percorsi di riflessione e di intervento
Scheda 13 • La violenza giovanile urbana: il caso Napoli e le principali esperienze europee
Scheda 14 • L’integrazione scolastica dei minori stranieri
Scheda 15 • Le relazioni pericolose: il consumo di sostanze stupefacenti e il doping in adolescenza
Scheda 16 • Comportamenti suicidari nei minori italiani

 


Il servizio emergenza infanzia 114:

un modello di presa in carico dell’emergenza

Il codice “114” istituito con un decreto interministeriale del 14 ottobre 2002 costituisce «un servizio di emergenza accessibile da parte di chiunque intenda segnalare situazioni di emergenza e disagio». È attivo 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, è totalmente gratuito per il chiamante e interviene in tutte quelle situazioni nelle quali si ravvisano gravi elementi di rischio per l’incolumità psicofisica del minore e per cui si necessita di un’attivazione immediata dei servizi territoriali. A seguito di un bando pubblico, il Servizio 114 Emergenza Infanzia è stato affidato a Telefono Azzurro per la fase di sperimentazione, e successivamente, nel 2003, il mandato è stato promulgato sempre a Telefono Azzuro in qualità di Ente gestore per un periodo di tre anni con possibile proroga di due anni.
Obiettivi. Il modello operativo dell’attività di risposta del Servizio 114 è definito sulla base di obiettivi fondamentali: la valutazione della criticità della situazione presentata, l’offerta di supporto psicologico e sociale immediato, l’attivazione e il coinvolgimento delle agenzie per la gestione del caso.
Alla base dell’attuazione del servizio è necessaria una qualificata capacità di ascolto da parte degli operatori, volta in primo luogo ad analizzare le segnalazioni ricevute in modo da verificare che si tratti o meno di una situazione di emergenza. Altro obiettivo è caratterizzato dal fornire quel supporto psicologico e sociale necessario per contenere la situazione di forte squilibrio che caratterizza spesso la situazione di emergenza. In tali situazioni, inoltre, è sempre presente il rischio della interruzione della comunicazione: l’operatore si trova concentrato sia sulla situazione che caratterizza l’emergenza in sè sia sulla necessità di stabilire immediatamente una forte relazione empatica con il minore, cercando di raccogliere in tempi brevi tutte le informazioni che consentano di attivare l’intervento.
Le tipologie di emergenza. Esistono una varietà di situazioni di emergenza che coinvolgono minori in età evolutiva e possono essere raggruppate in alcune macrotipologie. Gravi abusi: riguardano le situazioni in cui un minore è vittima di abusi, violenze, maltrattamenti o trascuratezze (abuso sessuale, violenza fisica, maltrattamento e percosse, abuso psicologico, incuria e ipercuria). Atti autolesivi: comportamenti che il minore agisce mettendo a repentaglio la propria incolumità psicofisica (tentato suicidio, la fuga da casa, l’assunzione di sostanze stupefacenti ed alcoliche, il fenomeno noto come “sensation seeking” come guida pericolosa, rapporti sessuali non protetti, sport estremi praticati senza adeguato supporto). Tale categoria di rischio può essere definita come “età-specifica”, cioè strettamente legata alla tappa evolutiva della preadolescenza e dell’adolescenza. Eventi catastrofici: sono situazioni di emergenza causate da fattori non ordinari, quali incidenti, calamità naturali, guerre, attentati terroristici, ecc. In queste particolari condizioni, la prima urgenza è quella di intervenire per fornire cure mediche e materiali, ma è importante dare anche un supporto a livello psicologico per prevenire l’insorgenza di reazioni patogene, quali per esempio il disturbo post traumatico da stress. Comportamenti devianti: sono quelli attraverso cui il minore mette in atto comportamenti eterolesivi e pregiudizievoli per terze persone, che possono configurarsi come situazioni di reato (furti, spaccio di sostanze stupefacenti, atti vandalici, gravi aggressioni).
È necessario quindi porre attenzione non solo all’emergenza, ma anche al trauma che l’evento emergenza comporta per lo sviluppo del bambino e dell’adolescente. In relazione ai diversi livelli di rischio, inoltre, è possibile fare riferimento a tre criteri di analisi: contenuto della situazione descritta dall’utente; posizione del minore: vittima, testimone (diretto o indiretto) o autore; tempi contingenza della situazione problematica e valutazione del livello di pericolo.
Traumatizzazione indiretta. Si tenga inoltre presente che un bambino o un adolescente, oltre ad essere vittima o autore di una situazione pregiudizievole, può essere coinvolto come “testimone”. L’esposizione indiretta ad un evento traumatico, per esempio assistere ad un episodio di conflittualità tra i genitori o imbattersi in materiale “sconveniente” via Internet, o ancora assistere ad un grave incidente stradale o averne semplicemente notizia tramite i mass media, possono rappresentare episodi di emergenza, in cui la salute (soprattutto psicologica) del minore viene alterata.
Esiste quindi una connessione tra emergenza e traumatizzazione indiretta, che può incidere a diversi livelli nella vita di un bambino, in relazione alle sue caratteristiche personali e alla tappa evolutiva che sta attraversando.

Il modello operativo del 114
La risposta telefonica.
Il modello di risposta telefonica del Servizio 114 è progettato con due obiettivi: fornire supporto psicologico immediato per contenere lo squilibrio provocato dalla situazione di emergenza; valutare il “livello di rischio” della situazione di emergenza al fine di attivare le risorse della rete più idonee e competenti rispetto alla presa in carico di ogni caso, sia a breve sia a lungo termine. Il modello di risposta è costruito su tre livelli: Front Line: ’accoglienza della chiamata; Back Line: la gestione del caso in emergenza; Specialisti/Consulenti esperti: il confronto sul progetto di intervento.
La presa in carico: la messa in rete del caso attraverso il coinvolgimento del territorio. Il lavoro dell’attivazione delle istituzioni e dei servizi del territorio, sia immediata sia successiva all’emergenza, è quello di “rete” e prevede la stretta collaborazione di tutte le agenzie territoriali interconnesse tra loro da ruoli e compiti espressamente complementari e non sovrapponibili (almeno in quelle reti che funzionano in maniera ottimale).
Il modello del Servizio Eemergenza Infanzia 114 è basato sui seguenti princìpi: interdisciplinarità, cioè interazione tra le diverse figure professionali; multiagency , cioè coinvolgimento di diverse istituzioni per la tutela dei minori.
In quest’ottica, il 114 si pone anche come promotore di una cultura della “rete” e come strumento di cura e di tutela dell’infanzia, educando e formando i diversi attori del territorio su tematiche specifiche. L’obiettivo che tutti i membri della rete devono condividere è quello di porre al centro dell’intervento proprio il minore, perché solo la stretta collaborazione tra i servizi garantisce una corretta presa in carico del caso nell’immediato, nonché la conseguente gestione a medio e lungo termine.
Il follow up. Rappresenta il momento conclusivo della gestione e della presa in carico di un caso. Il contatto con le agenzie che a diversi livelli hanno seguito direttamente il caso, permette, infatti, un aggiornamento rispetto agli sviluppi dello stesso. Il 114 utilizza questi momenti di scambio tra i diversi attori della rete soprattutto per sottolineare la centralità del minore, anche dopo la risoluzione immediata dell’urgenza, ponendosi a sua volta come risorsa a disposizione di altre agenzie territoriali.Tale scambio di informazioni risulta funzionale non solo per la gestione della specifica situazione, ma anche per delineare eventuali linee-guida nella gestione operativa di altri casi simili. Questa fase, infatti, permette anche di ridefinire e verificare la prassi operativa, alla luce delle ricadute e dei risultati emersi.
Discussione casi e supervisione. Elemento fondamentale per la gestione dei casi in emergenza è il lavoro d’équipe, attraverso il quale si ricerca un continuo confronto tra gli operatori. Tale lavoro, operativamente, si traduce in momenti di “discussione casi” e incontri di supervisione. La supervisione, quindi, non mira ad offrire soluzioni predefinite, ma cerca di innescare un processo di soluzione dei problemi incrementando il senso di empowerment del gruppo, di autoefficacia collettiva .



La progettazione e l’applicazione di standard di qualità

nelle helpline telefoniche per l’infanzia e l’adolescenza

Gli standard di qualità minimi nelle Helpline telefoniche. Nel pieno rispetto delle differenze culturali e operative hanno aderito volontariamente circa una cinquantina di helpline di cui 18 europee, 5 africane, 5 asiatiche, 9 americane e 12 dell’Europa dell’Est. Il bisogno di sviluppare e condividere criteri di qualità minimi si è concretizzato attraversi la creazione di un sistema che prevede tre categorie di linee guida relative a: chiamate ricevute dall’helpline; gestione dell’helpline; formazione dei professionisti e dei volontari. Insomma, offrire un servizio di qualità significa quindi erogare un servizio efficace, attraverso un’organizzazione efficiente.
Dall’analisi delle esperienze delle principali helpline telefoniche d’Europa è possibile rintracciare motivazioni condivise con tutte le altre organizzazioni e capaci di spiegare e giustificare un impegno e una specifica “politica per la qualità”. La qualità insomma è entrata a fare parte dei processi produttivi. In particolare, il mondo dei servizi è sempre più attento al rapporto con l’utente. Anche Telefono Azzurro nell’ambito dell’ascolto e della consulenza a bambini e adolescenti si è avvalso del sistema offerto dalle ISO9000 per razionalizzare i processi, trovare il modo per valutare e migliorare continuamente il servizio e per comunicare con il territorio. Quando si parla di qualità, si fa riferimento alla possibilità di progettare servizi pienamente rispondenti ai bisogni dei clienti, sia nella loro fase di pianificazione sia in quella di piena attuazione. Anche le linee telefoniche devono adeguare i propri processi cercando di adattarli alle esigenze dei loro utenti.
È significativo che una delle più note associazioni di helpline telefoniche al mondo la CHI Child Helpline International, che riunisce circa una sessantina di linee telefoniche per l’infanzia e l’adolescenza, abbia avviato un lungo e faticoso processo di definizione di linee guida per la consulenza, servendosi dell’esperienza delle helpline che maggiormente hanno dedicato tempo e impegno nell’individuazione di criteri di qualità per la consulenza telefonica. Il motivo per cui Child Helpline International ha costituito un gruppo ristretto di helpline esperte sul tema della qualità della consulenza (tra cui Telefono Azzurro) è strettamente legato all’obiettivo di fondare una task force deputata a definire i criteri internazionali minimi di qualità cui adeguare tutte le helpline telefoniche e su cui svilupparne di nuove.
Il sistema qualità in Telefono Azzurro e la Carta europea dei princìpi per la consulenza telefonica. In Telefono Azzurro il concetto di qualità permette l’individuazione e la condivisione di processi e modalità operative, con un duplice obiettivo: da una parte, garantire un’elevata professionalità dei consulenti telefonici attraverso la promozione di un modello di “ascolto interno”; definire i criteri di qualità per ogni singolo processo del Centro Nazionale di Ascolto; definire un percorso di formazione interna programmata. Dall’altra, garantire la realizzazione di un servizio di eccellenza, capace di confrontarsi con la complessità della relazione di aiuto, in un contesto che cambia (si pensi solo al problema della multiculturalità e delle nuove modalità di comunicazione dei bambini e degli adolescenti come la comunicazione on line).
Il sistema qualità in Telefono Azzurro può essere descritto secondo due diversi livelli di azione: da una parte il confronto operativo, teorico e metodologico al livello internazionale con le helpline europee al fine di individuare e adottare comuni linee guida per la gestione della consulenza e per la formazione e lo sviluppo delle competenze degli operatori (dimensione dei contenuti); dall’altro, l’applicazione e l’adozione del sistema internazionale, che poi sarà di certificazione (ISO 9000) per la definizione dei processi di offerta del servizio e di monitoraggio continuo delle procedure adottate nella costruzione e nell’offerta del servizio (dimensione gestionale e procedurale). Nella figura successiva vengono descritti gli elementi che caratterizzano il flusso dei processi e le responsabilità proprie del sistema di qualità certificato in Telefono Azzurro.

Figura

Processo di miglioramento del sistema qualità certificato in Telefono Azzurro


Fonte: Telefono Azzurro, 2004

Questi princìpi sono applicati anche nella realizzazione di un sistema di qualità per il nuovo servizio telefonico di Emergenza Infanzia 114, una linea telefonica d’emergenza accessibile gratuitamente da telefonia fissa 24 ore su 24 da parte di chiunque intenda segnalare situazioni di pericolo immediato per l’incolumità psico-fisica di bambini e adolescenti.







Quale riforma per la giustizia minorile?


Tra civile e penale: una riforma necessaria
. Nel 2001, a fronte di ben 54.174 procedimenti esauriti dal Tribunale per i Minorenni, ne sono rimasti pendenti, a fine anno, 100.899 che hanno inevitabilmente contribuito ad appesantire l’attività dell’anno successivo.
L’esigenza di rendere più celere, e quindi maggiormente efficace, la macchina della giustizia emerge chiaramente dalla consistenza numerica dei provvedimenti emessi (nel corso di un solo anno) rispettivamente dai Tribunali per i Minorenni (39.685) e dal Giudice tutelare (172.851), sottendendo un pesante onere di lavoro a carico delle istituzioni in questione.
Le medesime considerazioni sono supportate dall’andamento delle pratiche di separazione e divorzio nel nostro Paese. Dagli anni Novanta, tanto il numero delle separazioni quanto quello dei divorzi è aumentato in modo costante: si è passati da 44.018 separazioni nel 1990 a 79.642 nel 2002 e per i divorzi, con un andamento meno lineare, da 27.682 a 41.835. A fronte di questo incremento generale, sono ovviamente aumentati anche i numeri di separazioni e divorzi che hanno coinvolto figli minori per i quali è stato necessario avviare pratiche di affidamento. Nell’anno 2002 le separazioni con figli minori affidati sono state 41.176 (ben il 51,7% sul totale ) e i divorzi 15.288 (il 36,5% sul totale).
Complessivamente, quindi, sempre nel 2002, i figli minori affidati sono stati 78.836 (in particolare 59.480 in seguito a separazione e 19.356 in seguito a divorzio), con affidamento esclusivo alla madre nell’85% dei casi e solo nel 5% ai padri.
Sempre nel 2001, sono stati denunciati alle Procure per i Minorenni 39.785 minori. In particolare, nell’82,5% dei casi si trattava di maschi con una netta preponderanza di ragazzi con un’età compresa tra i 14 e i 17 anni (33.120) a dispetto dei minori non imputabili (6.665). Non stupisce poi, sempre tra i denunciati, la prevalenza dei minori italiani (78,1%) nonostante sia degna di considerazione la percentuale degli stranieri che si attesta su un rilevante 21,9%. Le regioni dove sono state rilevate percentuali più alte di reati a carico di minori sono la Lombardia (14,7%), la Sicilia (11,9%) e il Lazio (10,8%). È possibile comunque osservare una tendenza, tutto sommato circoscritta, al ricorso di misure cautelari nei confronti dei minori denunciati: per 37.243 di questi, il 93% circa dei casi, non è stata adottata alcuna misura.
Il bambino: tra diritto ed equo processo. Le teorie ed i modelli di intervento nella giustizia minorile possano essere molteplici, e come ci sia ancora troppa confusione normativa che spesso rende totalmente inefficace la concreta attuazione dei diritti dei ragazzi. Il bambino, da soggetto cui è riconosciuto il più alto grado di tutela, rischia di divenire invece vittima inconsapevole, nella pratica amministrativa ma soprattutto giudiziaria, della pigrizia e dei ritardi, non solo culturali, ma anche strutturali dell’azione dei singoli apparati dello Stato.
Per considerare una riforma della giustizia minorile adeguata e seria non si potrà prescindere dal potenziamento del numero dei magistrati, dalla formazione integrata fra magistrati, avvocati e operatori dei servizi come sopra evidenziato, ma soprattutto dall’integrazione di norme chiare sulla procedura civile da applicare nei casi di emergenza e nei procedimenti di volontaria giurisdizione in tema di potestà e di diritto familiare e minorile in generale, oltre che dall’investimento di risorse economiche per migliorare la risposta e i tempi della giustizia.









Devianza minorile e comportamenti violenti:

percorsi di riflessione e di intervento

Il comportamento violento in adolescenza: la dimensione del fenomeno. Nel 2003 i dati relativi ai reati a carico dei soggetti presenti negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), evidenziano che, su un totale di 811 reati commessi, 425 riguardano reati contro il patrimonio e 139 contro la persona.
Tra i reati contro il patrimonio assume una certa rilevanza l’incidenza delle rapine (in totale 197, di cui 113 riguardano minorenni italiani e 84 stranieri), a seguire furto (153), ricettazione (37), danneggiamento (12), sequestro di persona a scopo di estorsione (2) e truffa (1).
Tra i reati contro la persona invece la rilevanza maggiore è rappresentata dalle lesioni personali volontarie (54); a seguire 29 reati di violenza privata e minaccia, omicidio volontario aggravato (20), omicidio volontario (11), tentato omicidio (10), violenza sessuale di gruppo (8), violenza sessuale (3), ingiurie (2), omicidio colposo (1) e percosse (1). Dai dati relativi ai soggetti presenti negli Ipm secondo il reato di maggiore gravità emerge che, su un totale di 442 minorenni, 289 hanno commesso reati compresi nella categoria contro il patrimonio (di cui ben 93 si riferiscono a reati di rapina aggravata), 89 in violazione della legge sugli stupefacenti e solo 54 contro la persona (di cui 20 per omicidio volontario aggravato). I restanti soggetti hanno commesso reati appartenenti alle altre categorie.
In particolare, i dati riguardanti gli omicidi commessi negli ultimi anni in Italia da adolescenti non mostrano comunque un incremento significativo. Analizzando la casistica biennale in un arco di tempo di dieci anni, dall’anno 1993 all’anno 2003, il fenomeno risulta abbastanza stabile, con una media di circa 26 omicidi l’anno. Il record è stato registrato negli anni 1995 e 2003, in cui le vittime sono state 32; il dato più basso riguarda invece il 1997, in cui si sono registrati 15 omicidi.
In fine, ben 9.376 minori gravitano attualmente all’interno del sistema dei servizi minorili: di questi, 519 sono detenuti in Ipm, 507 collocati in comunità e ben 8.314 sono seguiti dall’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni.
D’altra parte, la devianza minorile non si manifesta sempre in comportamenti penalmente sanzionabili, rappresentando più spesso delle espressioni di disagio attraverso condotte diverse: ripetute fughe da casa, suicidi, vagabondaggio e abbandono scolastico, teppismo e vandalismo di vario genere, violenza nell’ambito scolastico (ad esempio fenomeni di bullismo) e sportivo (soprattutto negli stadi) uso e spaccio di sostanze stupefacenti, aggressioni aggravate come l’omicidio. Lo sviluppo della condotta deviante è parte di un ampio schema di sviluppo della devianza stessa che usualmente inizia con un comportamento distruttivo non delinquenziale.
Alcuni indicatori di disagio del comportamento violento. Il comportamento violento si configura come un processo che si costruisce nel tempo e all’interno di relazioni: al pari di ogni altro fenomeno, va considerato un “fatto sociale”. È pertanto inevitabile prendere in considerazione le interazioni tra il soggetto e le situazioni che l’individuo incontra, con i significati sociali di tali situazioni, con la reazione degli altri e con la norma che definisce il comportamento deviante. In particolare, “fattori di predizione della violenza giovanile” sono stati raccolti in cinque categorie: fattori individuali, familiari, scolastici, legati al gruppo dei pari, correlati all’ambiente economico-sociale di appartenenza.
Un caso per tutti. Quello del bullismo può configurarsi come fenomeno predittivo rispetto alla comparsa in età adolescenziale di comportamenti “devianti”. Con il termine bullismo si intende un’oppressione, psicologica o fisica, reiterata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potente nei confronti di un’altra persona percepita più debole. Dai casi raccolti dagli osservatori privilegiati quali S.O.S Telefono Azzurro e il Servizio Emergenza Infanzia 114, emerge in maniera preoccupante come gli episodi di bullismo avvengono prevalentemente all’interno della scuola: aule, corridoi, bagni sono gli ambienti privilegiati, accanto ai cortili, ai laboratori, agli spogliatoi della palestra e a tutti i luoghi isolati o poco sorvegliati dal personale scolastico; le prepotenze si verificano frequentemente anche nel tragitto casa-scuola. Tale fenomeno può può manifestarsi in due forme principali: diretta e indiretta. La prima comprende le manifestazioni più visibili e aperte di aggressività, tanto fisiche – come picchiare, spingere, dare calci e pugni, graffiare, tirare i capelli, dare pizzicotti, appropriarsi degli oggetti altrui o rovinarli – quanto verbali – come minacciare, offendere, deridere, insultare, prendere in giro, estorcere denaro e beni materiali. Il bullismo indiretto, invece, è caratterizzato da manifestazioni meno palesi, più subdole e quindi maggiormente difficili da individuare, anche se altrettanto dannose per chi le subisce (esclusione dal gruppo dei pari, isolamento, diffusione di calunnie e di pettegolezzi, manipolazione dei rapporti di amicizia, l’uso ripetuto di smorfie e gesti volgari).
Le prepotenze di tipo diretto, verbali e soprattutto fisiche, si manifestano con più frequenza nei maschi e sono indirizzate indifferentemente verso maschi e femmine; le prepotenze di tipo indiretto, invece, sono agìte prevalentemente dalle femmine, le quali utilizzano forme di prevaricazione meno eclatanti e visibili, indirizzate per lo più a vittime dello stesso sesso. Il bullismo “al femminile” si concretizza in forme “sottili” e giocate sul piano psicologico; per questo motivo è stato riconosciuto più tardi rispetto al bullismo maschile e risulta di più difficile individuazione.







La violenza giovanile urbana:

il caso Napoli e le principali esperienze europee

Nel 2002, l’Eurispes e il Telefono Azzurro hanno condotto un’indagine relativa agli episodi di bullismo nelle scuole su campione di 3.800 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni, frequentanti la seconda e la terza media o un istituto di scuola secondaria superiore.
A livello nazionale, la percentuale di adolescenti che ha ammesso di aver picchiato e/o minacciato qualcuno è pari a 46,8%; in Campania essa è sensibilmente più elevata: complessivamente, ben il 56,4% degli adolescenti campani di età compresa tra i 12 e i 18 anni afferma di avere minacciato (16,6%) o picchiato (21,5%) qualcuno, o, ancora, di aver fatto entrambe le cose (18,4%). È stato poi chiesto agli intervistati se nella scuola frequentata si fossero verificati furti, minacce, atti continui di prepotenza e di violenza fisica o verbale tra compagni. Sempre in riferimento al dato nazionale quasi il 57% dei ragazzi dai 12 ai 18 anni afferma che nella propria scuola si verificano furti. Il dato, già estremamente elevato, raggiunge il 69,9% tra gli adolescenti campani.
Il fenomeno del bullismo, e della devianza minorile in generale, assume dimensioni allarmanti in tutto il territorio nazionale, ma in particolare tra i ragazzi delle scuole campane, come emerge anche in relazione alle minacce o agli atti di prepotenza da parte di compagni: se a livello nazionale la percentuale di adolescenti che denuncia il verificarsi negli istituti frequentati di minacce e di atti di prepotenza continui da parte dei compagni è pari al 33,5%, essa supera il 45% tra gli adolescenti campani. La percentuale di adolescenti campani che denunciano il verificarsi di continue violenze fisiche da parte dei compagni è pari al 17,5%, contro una media nazionale del 10,9%.
Il fenomeno delle sopraffazioni e della violenza nelle scuole s’inserisce in un quadro di accresciuta devianza minorile e riflette la crisi socio-culturale che ha investito i principali meccanismi di appartenenza e di riconoscimento territoriale, come emerso anche da una rilevazione realizzata dall’Eurispes nel 2004 su un campione di 2.000 cittadini napoletani. Oltre i 2/3 del campione, il 67,9%, ritiene molto o abbastanza diffusa tra i giovani l’abitudine di girare armati di coltello (percentuale che raggiunge il 78% tra gli intervistati di età compresa tra i 18 e i 29 anni), il 70,5% afferma di sentirsi poco o per niente sicuro ad uscire da solo nel quartiere in cui vive quando è buio ed il 26,9% si sente poco o per niente sicuro a farlo di giorno: ciò significa che a livello socio-antropologico si è prodotta una modificazione sostanziale del tradizionale approccio relazionale comunitario. In relazione alla violenza giovanile, oltre il 90% degli intervistati ritiene Napoli poco (54,6%) o per niente (35,7%) sicura; solo per il 7,8% del campione la città è abbastanza (7,4%) o molto (0,4%) sicura. La diffusione tra minori e ragazzi di comportamenti antisociali più o meno gravi viene quindi percepita da quasi tutti i cittadini come un’emergenza che determina un clima di forte insicurezza. Basti pensare che la provincia di Napoli, nel complesso, ha registrato nel 2001 un quoziente specifico di criminalità minorile dell’8 per mille.
Dimensioni e caratteristiche del fenomeno. In merito all’ingresso nei Centri di Prima Accoglienza nel 2003, a livello nazionale, la maggior parte degli ingressi è costituita da stranieri – 1.990, il 56,5% del totale, a fronte di 1.532 italiani (il 43,5% del complesso). In particolare, in Campania la stragrande maggioranza dei minori presenti nei Cpa (l’87,2%) è costituita da italiani. La componente femminile rappresenta appena il 7,2% dei 278 minori entrati nei Cpa campani ed è costituita soprattutto da straniere. Il 96,9% dei minori di sesso maschile ed il 100% delle minorenni è entrato nei centri in seguito ad arresto.
Mentre i minori che hanno fatto il loro ingresso negli Istituti Penali per i Minorenni, sempre nel 2003, sono risultati in totale 1.581, di cui il 56,6% stranieri ed il 43,4% italiani, mentre a Nisida e Airola, i due Istituti Penali per Minorenni presenti in Campania, la maggioranza degli ingressi (il 58%) riguarda minori di nazionalità italiana. Relativamente alla realtà di Napoli, nel 2001 sono stati denunciati nel territorio provinciale 2.919 delitti ad opera di minorenni: 2.308 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, ovvero il 5,6% del totale dei minori denunciati in Italia. Il 20,1% dei minorenni denunciati nella città di Napoli ha compiuto un furto, il 14,4% è accusato di ricettazione ed il 12,1% è accusato di rapina. Abbastanza significativa anche la percentuale di minori denunciati per lesioni personali volontarie (9,3% del totale), per danni a cose o animali (7,8%), per violenza e resistenza a pubblico ufficiale (6,1%). Ben il 49,3% dei delitti commessi da minorenni sul territorio partenopeo si è verificato nella città di Napoli, in cui risiede appena il 29% della popolazione minorile della provincia.
Il “disagio dell’agio”. A partire dai primi anni Novanta, si sono affermate forme di devianza minorile del tutto sconosciute in precedenza e che solo in parte risultano appannaggio di soggetti inseriti in realtà di grave emarginazione sociale. Accanto alla devianza “tradizionale”, quantitativamente più rilevante, si sta dunque affermando una “nuova” devianza, espressione del “malessere del benessere”. La nuova devianza vede infatti spesso coinvolti giovani la cui condotta precedente è stata del tutto irreprensibile, che fanno parte di famiglie benestanti e colte, le quali solo ad un’analisi molto approfondita si rivelano disfunzionali al loro interno perché conflittuali e disaggregate, perché disattente e indifferenti. Il disagio “relazionale”, taglia trasversalmente tutte le fasce sociali, e sfocia il più delle volte nell’ingresso nel terzo contesto relazionale, quello del “gruppo”. Nel nostro Paese, il fenomeno coinvolge per lo più giovani “annoiati” che cercano di trascorrere il tempo divertendosi. I gruppi sono costituiti in genere da compagni di scuola o di quartiere, che appartengono a contesti sociali e familiari molto problematici, ma non necessariamente disagiati economicamente. I reati commessi possono essere ben diversi per tipo, gravità e frequenza: generalmente consistono in atti di vandalismo nelle scuole, negli stadi, negli appartamenti (soprattutto nel corso di feste private) o nei parchi, in reati contro la persona (violenze sessuali e omicidi nei casi più efferati) oppure in furti e rapine, finalizzati a procurare denaro per poter acquistare oggetti di valore, i cosiddetti status symbol (il telefonino di ultima generazione, il giubbotto firmato, il motorino, ecc.). Nella maggior parte dei casi, questi atti non sono preventivati, ma si verificano improvvisamente e si svolgono in un clima di eccitazione collettiva. Le molteplici forme della devianza e della delinquenza giovanile trovano nel napoletano – un’area che conta poco più di 3 milioni di abitanti, un reddito pro-capite di 10.500 euro nel 2001 e un tasso di disoccupazione pari al 24,7% nel 2002 – un osservatorio privilegiato, un “laboratorio di analisi” dei fenomeni criminali unico oggi in Italia con le caratteristiche proprie di un’area distrettuale di stampo criminale. La criminalità a Napoli e nel suo hinterland presenta una struttura multidimensionale e complessa. In un’area piuttosto omogenea sul piano socio-economico, amministrativo e culturale sono rappresentate le principali forme di criminalità (organizzata, comune, ambientale, economico-amministrativa, microcriminalità) e i principali settori di attività criminale (dal traffico di stupefacenti al contrabbando di sigarette, dallo sfruttamento della prostituzione alle estorsioni, dagli appalti pubblici truccati alla criminalità ambientale, ecc.). In questo contesto s’inserisce la crescente abitudine dei ragazzi napoletani di girare armati di coltello, una vera e propria “moda giovanile” che ha già provocato, solo dall’inizio del 2004, 95 feriti e un morto (Centro documentazione dell’Eurispes): un diciannovenne ucciso a coltellate da un coetaneo per aver sorriso a una ragazza. I piccoli “ganster” urbani si divertono, nel migliore dei casi, a schiaffeggiare i passanti per strada, a bordo del motorino, ma la cronaca riporta sempre più frequentemente pestaggi di gruppo ed accoltellamenti di coetanei, per uno sguardo, una spinta, un cellulare.
Il gangsterismo metropolitano, caratterizzato da esplosioni di violenza di gruppo e da fatti delittuosi senza apparente fine di lucro o motivazioni specifiche, può essere fatto risalire ad una sorta di “disagio dell’agio” che sembra investire con sempre maggiore intensità e frequenza le aree metropolitane della modernità e i figli della buona borghesia che, per noia o per un malinteso senso di appartenenza al gruppo, diventano sempre più spesso protagonisti di serate violente, in una sorta di “Arancia meccanica” partenopea.







L’integrazione scolastica dei minori stranieri

I numeri dell’immigrazione in Italia. I dati più recenti sulla situazione degli immigrati in Italia sono stati reperiti dall’Archivio Centrale del Ministero dell’Interno e sono aggiornati al 31/12/2002. È necessario ricordare che al momento non sono disponibili i dati definitivi sulla regolarizzazione seguita alla legge “Bossi-Fini” (art. 33, legge 189/02) e alla successiva legge 222/02 sulla legalizzazione del lavoro irregolare; ciò nonostante è possibile quantificare, con le opportune cautele, la popolazione straniera regolare presente in Italia alla fine del 2003, anche perché i respingimenti delle istanze di regolarizzazione dovuti alla mancanza dei requisiti richiesti sembrano essere piuttosto contenuti. L’incremento di stranieri regolari, passati da 1.512.324 a 2.639.324 unità tra la fine del 2002 e la fine del 2003, è stato senza dubbio agevolato dalla nuova legge sulle regolarizzazioni.
Nonostante l’entità di queste cifre, l’incidenza degli stranieri regolari sul totale della popolazione residente è di circa il 4,5%, valore che risulta essere più basso di quello medio registrato in Europa (5,2%). Analizzando le motivazioni che hanno spinto gli immigrati regolari a chiedere un permesso di soggiorno al Ministero dell’Interno nel 2002, prevalgono le ragioni di lavoro. Infatti, la voce che incide maggiormente tra le motivazioni della richiesta di un permesso di soggiorno è quella relativa al lavoro subordinato (45,1%); sommando questa percentuale a quella del lavoro autonomo (7,2%) e del lavoro subordinato in attesa di occupazione (1,9%), si ottiene una percentuale complessiva del 54% circa. Un altro aspetto che spesso influisce sull’arrivo degli stranieri nel nostro Paese è legato ai ricongiungimenti familiari con parenti già soggiornanti in Italia (31,2%). Ai 2,6 milioni di stranieri regolari presenti sulla Penisola (secondo la stima di cui sopra), bisogna sommare la quota di immigrati clandestini che inevitabilmente sfuggono al conteggio ufficiale del Ministero dell’Interno. Secondo l’Eurispes, gli immigrati extracomunitari clandestini presenti alla fine del 2003 sul territorio nazionale sarebbero 800.000 (cfr. Rapporto Italia 2004), cifra che porta il totale della presenza straniera a oltre 3 milioni e 400mila immigrati, pari al 6% della popolazione italiana. Le dimensioni del fenomeno immigratorio, dimostrano che la componente straniera della nostra popolazione non rappresenta più una minoranza da emarginare ma una parte attiva sempre più consistente di una società multi-etnica.
La scuola, ambito privilegiato dell’interculturalità. I dati analizzati nel nostro studio registrano la presenza degli alunni con cittadinanza diversa da quella italiana nell’anno scolastico 2003/2004 e sono forniti dal Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Nell’anno scolastico considerato si registra un numero di alunni stranieri pari a 282.683 unità, con un aumento di quasi 50.000 alunni stranieri (+21,4%) rispetto all’a.s. 2002/2003. L’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana sulla popolazione scolastica totale è passata dallo 0,47% del 1994/1995 al 3,49% del 2003/2004. La serie storica presa in esame, evidenzia un incremento percentuale, di alunni con cittadinanza europea (passati dal 42,4% dell’a.s. 1994/1995 al 46,4% dell’a.s. 2003/2004) ed un corrispondente decremento di alunni con cittadinanza extra-europea (dal 57,6% al 53,6%). Dal primo maggio 2004, dieci paesi dell’Est europeo sono entrati a far parte dell’Ue, pertanto, gli alunni provenienti dai nuovi Stati membri dell’Unione vanno considerati a tutti gli effetti come cittadini europei. In totale, sono 5.669 gli alunni stranieri cittadini dei nuovi Stati membri, dei quali ben 4.167 provenienti dalla sola Polonia.
Per quanto concerne le cittadinanze non italiane più rappresentate nelle scuole del nostro Paese l’Albania risulta al primo posto con 49.965 alunni, seguita dal Marocco con 42.126 e dalla Romania con 27.627 (rispetto all’a.s. 2002/2003, il numero degli alunni rumeni è aumentato addirittura del 78,1%). Considerando l’intera serie storica dal 1995/96 al 2003/2004, l’Ecuador, è la nazione che ha fatto registrare l’incremento più rilevante (da 292 alunni a ben 10.674, 36,5 volte il valore iniziale). Il continente di provenienza maggiormente rappresentato fra gli alunni non italiani è quello europeo che, sommando il dato dei paesi Ue e di quelli non Ue, nell’a.s. 2003-2004 raggiunge il 46,4% del totale; a seguire, l’Africa, con quasi il 26%, l’Asia (14,8%) e l’America (12,8%); tra gli alunni stranieri, quelli provenienti dal continente oceanico non raggiungono neanche il punto percentuale. Dall’anno scolastico 1995/1996 al 2003/2004 si è evidenziato un incremento dell’incidenza degli alunni europei (e di quelli non Ue in particolare) sul totale degli alunni stranieri in Italia; contestualmente, la presenza di alunni provenienti dall’Africa e dall’Oceania (inclusi gli apolidi) si è ridotta rispettivamente di 2,5 e 0,5 punti percentuali; molto meno rilevante risulta il decremento di alunni americani e asiatici.
La quota più consistente di alunni stranieri (il 40,8%) si registra nelle scuole elementari, mentre il valore più basso si rileva nelle scuole secondarie di II grado (15,9%). Nello specifico, si osserva che la quota percentuale degli stranieri di provenienza Ue presenti nelle scuole secondarie di II grado (20,9%) è più elevata che nelle secondarie di I grado (19,2%); lo stesso accade per quanto concerne gli alunni provenienti dall’Oceania e apolidi (23% vs. 9,8%), mentre i cittadini dei paesi europei non Ue, così come quelli provenienti dagli altri continenti, fanno registrare valori percentuali più elevati nelle scuole medie piuttosto che nelle superiori. Da rilevare, infine, che la percentuale di alunni cittadini di paesi americani presenti nelle scuole secondarie superiori (23,4%) è più elevata rispetto a quelle fatte registrare dai cittadini degli altri continenti. Passando all’esame della distribuzione per regione degli alunni con cittadinanza non italiana spicca il dato della Lombardia che, con 68.423 unità, accoglie il 24,2% del totale degli alunni stranieri presenti in Italia; a seguire, il Veneto con 35.826 alunni (12,7%), l’Emilia Romagna con 35.095 (12,4%) e il Piemonte con 29.546 (10,4%). Per trovare una regione meridionale in questa classifica, bisogna scendere all’undicesimo posto, dove si trova la Sicilia con 6.161 alunni con cittadinanza non italiana, a conferma del fatto che le città del Meridione rappresentano un punto di approdo per l’Italia piuttosto che una meta di destinazione. Le regioni italiane in cui la presenza di alunni stranieri è meno numerosa sono la Basilicata (con 604 unità) e il Molise (359), che insieme ospitano solo lo 0,3% del totale di alunni non italiani. Considerando le macroaree geografiche, la percentuale più elevata di alunni stranieri si registra nel Nord-Ovest (38,2%); seguono il Nord-Est (28,7%), il Centro (23,8%), il Sud (6,7%) e le Isole (2,6%). Focalizzando l’attenzione sull’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana sulla popolazione scolastica totale risulta che, su 100 frequentanti, 3,5 sono di nazionalità straniera; per ogni tipologia di scuola considerata, l’incidenza di alunni stranieri sulla popolazione scolastica è più alta nel Nord-Est, dove risultano 6,2 alunni stranieri per 100 frequentanti nella scuola dell’infanzia, 7,7 nelle elementari, 6,9 nelle scuole medie e il 3,4% nelle superiori.
La presenza degli alunni stranieri non si rileva solo nelle aree metropolitane ma anche nelle piccole province del Centro-Nord, che costituiscono poli attrattivi per i lavoratori stranieri e offrono loro prospettive di stanzialità. Scorrendo l’elenco delle dieci province italiane con la più elevata consistenza numerica di alunni non italiani troviamo ai primi posti tre grandi province come Milano, Roma e Torino, e a seguire Brescia, Vicenza, Treviso, Firenze e Verona, concludendo con Bergamo e Bologna. Nello specifico, gli studenti europei non comunitari risultano numericamente prevalenti, rispetto agli alunni di diversa provenienza, nelle province di Roma, Torino, Brescia, Vicenza, Treviso, Firenze e Verona; nelle scuole della provincia di Bologna e di Bergamo, la cittadinanza non italiana maggiormente rappresentata è quella africana, mentre negli istituti scolastici di Milano e provincia prevalgono gli studenti di provenienza americana. Se invece rapportiamo la presenza di alunni stranieri alla popolazione scolastica delle singole province, risulta che l’incidenza più alta di alunni con cittadinanza non italiana (e dunque la concentrazione più elevata di nuclei familiari allogeni) si raggiunge lontano dalle grandi aree metropolitane e, specificamente, nella provincia di Mantova, con un valore di 9,3 stranieri ogni 100 frequentanti; seguono le province di Prato (9%), Reggio Emilia (8,7%) e Piacenza (8,3%). L’analisi riporta i dieci comuni capoluogo che presentano la più alta incidenza di studenti non italiani: dopo Milano (10,1 alunni stranieri per 100 frequentanti) seguono Prato (9%), Reggio Emilia (8,3%), e Alessandria (8,2%). L’individuazione delle cittadinanze straniere più rappresentate negli istituti scolastici delle province italiane offre uno spaccato interessante della costituzione multiculturale della nostra società. Nelle scuole della provincia di Roma sono rappresentate ben 157 cittadinanze, tra le quali quella rumena fa registrare l’incidenza più elevata (27%) sul totale della popolazione scolastica straniera; seguono Milano (con 156 cittadinanze, tra le quali prevale quella ecuadoriana, con una percentuale del 12%), Torino (137, con una prevalenza della cittadinanza rumena, pari al 32,2%), e Bologna (122, con una rappresentanza prevalente di alunni marocchini, pari al 26,3%). Chiude la classifica la provincia di Varese, dove sono rappresentate 112 diverse cittadinanze, tra le quali quella albanese raggiunge un’incidenza del 21,8% sul totale della popolazione scolastica straniera.
Da rilevare, infine, che nella provincia genovese gli alunni ecuadoriani rappresentano addirittura il 50% della popolazione scolastica straniera. In Italia il 90,5% degli alunni con cittadinanza diversa da quella italiana frequenta le scuole statali, mentre il restante 9,5% quelle non statali. Nelle scuole statali il maggior numero di alunni non italiani si concentra nelle elementari (111.287 unità, corrispondenti al 43,5% del totale di alunni stranieri delle scuole pubbliche); nelle scuole non statali, invece, la maggioranza di alunni non italiani si concentra nelle scuole dell’infanzia, con una quota che arriva al 72,1% del totale. L’incidenza di alunni stranieri sul totale della popolazione scolastica è di 3,56 alunni non italiani su 100 frequentanti per quanto concerne le scuole statali, e di 2,92 per le scuole non statali. Sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana, le alunne straniere raggiungono la quota del 46,8%; disaggregando questo dato in rapporto alle scuole statali e non statali, si nota che nelle prime l’incidenza delle alunne straniere è del 46,7%, sostanzialmente in linea con il dato complessivo, mentre nelle seconde la percentuale di studentesse non italiane sale al 47,9%. Le stime previsionali sull’incremento della popolazione scolastica non italiana nei prossimi 16 anni, elaborate dal Miur, sviluppano due diverse ipotesi di crescita (bassa nel primo caso, alta nel secondo). Rispetto all’a.s. 2003-2004 (in cui si sono registrati, lo ricordiamo, 282.683 alunni non italiani), l’ipotesi 1 evidenzia un tasso di incremento del 96%, mentre l’ipotesi 2 del 155%.







Le relazioni pericolose: il consumo di sostanze stupefacenti

e il doping in adolescenza

“Conformista”, “Sintetico”, “Anfibio”, “Virtuoso” questi i 4 ritratti del giovane consumatore italiano di stupefacenti tracciati dall’Eurispes e da Telefono Azzurro, dopo aver analizzato il comportamento di circa 6mila adolescenti di età compresa tra i 12 ei 19 anni.
Dall’analisi emerge che il 28% di adolescenti italiani consuma sostanze stupefacenti di diversa natura e pericolosità. Un dato allarmante che, tradotto nella realtà, significa che un ragazzo su quattro fa uso di droghe e alcolici.
Dallo studio della correlazione nelle componenti principali riferita agli atteggiamenti nei confronti delle droghe, del fumo, degli alcolici e superalcolici è stato possibile identificare quattro tipologie di adolescenti italiani classificati, in base alle caratteristiche comportamentali, in: “conformisti” (il 23% degli adolescenti tra 12 e 19 anni, pari a circa 1.059.000 soggetti sul territorio nazionale), “sintetici” (i consumatori di droghe sintetiche, il 3% dei giovani che corrispondono a circa 138.000 unità), “anfibi” (il 2% del totale, pari a 92.000 adolescenti) e “virtuosi” (il 72% degli adolescenti, circa 3.300.000 giovani).
Conformisti. La prima tipologia delineata dall’indagine Eurispes è caratterizzata dalla contiguità di alcuni comportamenti ed è stata identificata come quella dei “conformisti”. I giovani che appartengono a questa categoria fanno uso prevalentemente di droghe leggere associate all’assunzione di alcolici e solo occasionalmente consumano ecstasy. Marcata inoltre risulta essere la logica dell’appartenza al gruppo: uno degli atteggiamenti caratterizzanti riguarda infatti la frequantazione di amici che fanno già uso sia di droghe leggere sia pesanti.
Sintetici. La seconda tipologia, connotata da una comune linea comportamentale rilevata nella correlazione tra variabili riferite al consumo di droghe sintetiche e chimiche, raggruppa i giovani denominati “sintetici”, ovvero gli psiconauti, che, attraverso le droghe di sintesi, tentano di esplorare le potenzialità immaginative della psiche. Accanto all’uso di droghe psichedeliche e allucinogene, vengono utilizzate anche droghe di prestazione come il crystal e la cocaina. Questa categoria di giovani, dunque, cerca l’evasione, l’esperienza ludica ed estatica del trip mentale, ma anche la durata e la resistenza fisica (garantite dalle droghe stimolanti) necessarie per soddisfare il proprio bisogno di onnipotenza e restare in piedi tutta la notte in discoteca.
Anfibi. Nell’analisi dei valori riferite ai comportamenti a rischio, è possibile individuare poi una terza linea di comportamento giovanile, nella quale risulta essere prevalente l’uso della cocaina, una droga di prestazione e di esaltazione dell’ego, che in questo caso si accompagna a stimolanti come l’ecstasy, a droghe psichedeliche come le ketamine, o (meno frequentemente) a stupefacenti come l’eroina, spesso fumata o sniffata per “tornare a terra” dopo la fase di eccitazione indotta dalla coca e dalle pasticche. La prevalenza dell’uso di coca, in questa categoria di giovani, rinvia ad una ricerca spasmodica di autoaffermazione e di una sensazione di disinvoltura, stile, mondanità. I giovani che ne fanno uso, come del resto gli adulti (spesso manager, professionisti o dirigenti), sono competitivi e ambiziosi e ricercano l’affermazione personale: a questi soggetti, la cocaina offre una doppia soddisfazione, perché grazie ai suoi effetti (potenziamento della lucidità e dell’attività) consente loro di vivere, come anfibi, sia sulla terra ferma del riconoscimento sociale che nelle acque instabili della trasgressione.
Virtuosi. A questa ultima tipologia appartengono coloro che non fanno mai uso di droga e alcol. Questi ragazzi sono estranei ad ogni forma di trasgressione, non sembrano solleticati dall’interesse a provare “nuove sensazioni” prodotte dal consumo di droghe o alcol ma, al contrario, appaiono talmente integerrimi da non fumare neanche sigarette. I “virtuosi” assumono comportamenti salutisti a tutela del proprio benessere psico-fisico e vivono con fastidio la altrui “dipendenza”.
Il gruppo dei “virtuosi”, appare il più consistente e corrisponde a circa 3.300.000 giovani.
In conclusione emerge che le sostanze stupefacenti si sono moltiplicate e aumentano anche i modelli di consumo; inoltre appare sempre più frequente l’uso in contesti legati al divertimento e al tempo libero. Questa tendenza, inoltre, è confermata dal fatto che cresce il consumo delle droghe “ricreazionali” (anfetamine, ecstasy, psicofarmaci, LSD e, soprattutto, cocaina), la cui assunzione rende nell'immediato più socievoli, disinibiti, euforici. È infine aumentata, negli ultimi anni, la tendenza dei ragazzi al “policonsumo”, la forte sovrapposizione tra consumo di droghe ed alcolici e fra consumo di oppiacei e di stimolanti, con una minore resistenza al passaggio dagli oppiacei a droghe più pesanti.
I giovani e il doping. Per comprendere quali siano oggi le dimensioni del fenomeno basti pensare che il mercato del doping in Italia (nel 2003) ammonta a 650 milioni di euro, circa 330 dei quali distribuito ai dilettanti; la crescita annuale del fatturato è del 25-30%. Il ricorso al doping per migliorare l’aspetto fisico, le proprie performance e l’abilità atletica, non può essere considerato semplicemente un problema sportivo, ma anche sociale e sanitario. È innegabile che la diffusione del doping ha aperto alle case farmaceutiche un mercato illegale di portata inimmaginabile, i cui prodotti comprendono sia le sostanze dopanti vere e proprie sia le sostanze “coprenti” utilizzate per nascondere nelle analisi la presenza dei farmaci proibiti. Il traffico delle sostanze proibite, sul mercato nero, ha raggiunto in ambito internazionale dimensioni enormi ed è spesso gestito dalle organizzazioni criminali (mafia e camorra), come le sostanze stupefacenti. Una parte consistente dei traffici, inoltre, sfugge ai controlli perché i preparati farmaceutici vengono camuffati e spacciati per prodotti destinati a soggetti con disturbi di salute. Un altro aspetto rilevante è costituito dal fatto che l’approvvigionamento di sostanze dopanti non è difficoltoso come per le altre droghe; persino Internet viene ormai utilizzato con frequenza come canale per le ordinazioni, grazie al semplice utilizzo della carta di credito.
I soggetti maggiormente coinvolti nel consumo di sostanze dopanti sono proprio i giovani ed i giovanissimi, spesso adolescenti all’oscuro dei rischi connessi, o che pur di diventare campioni sarebbero disposti a tutto; l’età media di assunzione di doping viene stimata intorno ai 14 anni.
Per conoscere l’atteggiamento degli adolescenti nei confronti del doping, Telefono Azzurro ed Eurispes hanno chiesto ad un campione rappresentativo di ragazzi tra i 12 e i 19 anni in che misura giudichino grave sottoporsi a doping per migliorare le prestazioni sportive. Oltre la metà degli intervistati (58,5%) considera molto grave questa pratica, il 23,9% abbastanza grave, l’8,9% poco, il 6,6% per niente. Se dunque un ampio 82,4% dei ragazzi intervistati valuta negativamente il doping, è preoccupante osservare un 15,5% la pensa diversamente. Sono quindi numerosi gli adolescenti che sottovalutano o addirittura ignorano, da un lato, i rischi per la salute che il doping comporta, dall’altro la scorrettezza e l’antisportività di questo comportamento.







Comportamenti suicidari nei minori italiani

In Italia il suicidio dei minori, pur nella sua dolorosa connotazione a livello umano, a livello epidemiologico mantiene una dimensione piuttosto contenuta. Infatti, esso rappresenta, se si considera l’arco temporale che va dal 1987 al 2002, meno dell’1,5% della mortalità totale dovuta a suicidio. Conforta ulteriormente il notare che, dal 1995 in poi, la dimensione numerica assoluta è andata diminuendo, con un valore minimo di 23 decessi nel 1999. Successivamente al 1994 (anno con il valore massimo registrato: 74 casi), sui sedici anni considerati, i dati sono risultati costantemente inferiori al valore medio di 45 casi/anno. Per quanto riguarda i minori di 14 anni, con l’unica eccezione del 2001 (8 casi), si possono fare osservazioni analoghe: l’anno peggiore è risultato il 1993 (17 casi), ma dal 1995 i dati sono risultati inferiori (o uguali per il 1995) al valore medio di 6 decessi/anno. È chiaro comunque che la rilevanza numerica del fenomeno per quest’età della vita non è tale da permettere considerazioni conclusive. La diminuzione del numero di decessi dovuti a suicidio è evidente anche dal numero totale dei casi per tutte le età della vita: dal 1995 il numero complessivo è apparso addirittura progressivamente discendente (salvo un aumento di 130 casi nel 2002), mentre, se si osservano i due estremi del periodo considerato (1987 e 2002), la diminuzione risulta superiore al 25% del totale, a fronte di un quasi dimezzamento dei casi nel sesso femminile. Le differenze di sesso indicano che nei minori di 14 anni la preponderanza di casi di suicidio tra i maschi è circa 2,2 volte superiore a quella delle femmine ma, considerando il range fino a 17 anni inclusi, il rapporto diventa circa di 3 a 1. La forbice si allarga ulteriormente considerando tutte le età della vita, risultando nel complesso di 3,3 a 1. Ciò significa che con il progredire dell’età i casi di suicidio maschile aumentano (e diminuiscono proporzionalmente i casi nel sesso femminile). Considerazioni analoghe esprimono i rapporti tra tassi di suicidio (cioè numeri relativi, rapportati a 100.000 abitanti). Infatti, la popolazione generale italiana presenta per il 2002 un valore inferiore alle 7 unità per 100.000 (un decremento di circa il 27% dal 1993), con un rapporto approssimativamente di 4,5 a 1 rispetto alla popolazione dei minori (poco più di 1 caso all’anno per 100.000 abitanti). Per quanto riguarda i mezzi di esecuzione dell’atto suicidario, l’impiccagione è il metodo più frequentemente utilizzato sia dai minori che dal resto della popolazione; frequenti anche la precipitazione o l’utilizzo di un’arma da fuoco. Pur rimanendo per lo più sconosciuto il movente dell’atto suicidario, è tuttavia interessante notare che i “motivi affettivi” (sentimentali) in quest’età della vita soverchiano quelli attribuiti a malattia psichica. Virtualmente assenti i “motivi d’onore”, che invece erano preminenti all’inizio del ventesimo secolo, in particolare nei più giovani. Per quanto riguarda la “scelta temporale” dell’atto, sia per i minori che per gli adulti gli atti suicidari si concentrano nelle ore diurne e in primavera.
La prospettiva internazionale. A livello internazionale, l’aumento del tasso dei suicidi nella prima adolescenza sono apparsi evidenti fin dagli anni Settanta, con le variazioni maggiori a carico dei paesi anglo-sassoni e scandinavi.. In Italia, l’aumento registrato dal 1960 al 1999 è stato del 43%. Il suicidio rappresenta infatti la seconda causa di morte nei soggetti più giovani, mentre costituisce la causa più importante nei giovani adulti. Occorre precisare che d’altra parte che dalla metà degli anni Novanta, il tasso di suicidi nella fascia di età 15-24 anni ha cominciato a declinare significativamente, soprattutto tra i soggetti di sesso maschile.
Tentativi di suicidio. Ancor più che nel caso dei dati relativi ai suicidi, la reale dimensione del fenomeno “tentativi di suicidio” sfugge per larga parte alla registrazione delle Autorità. Inoltre, il numero degli atti non fatali da parte di minori appare chiaramente superiore a quello dei suicidi. Anche rispetto al numero totale degli atti non fatali, i tentativi dei minori appaiono numericamente più importanti. Infatti essi costituiscono circa il 4% del numero totale degli atti della popolazione generale, ma nei minori di sesso femminile essi raggiungono il 7% dei tentativi della corrispondente popolazione generale. Da ciò risulta evidente che, contrariamente ai suicidi (in cui prevalevano i soggetti di sesso maschile), nei tentati suicidi prevalgono i soggetti di sesso femminile. Infatti nel 2002, i tentativi di suicidio di minori dai 13 ai 17 anni hanno riguardato in totale 90 soggetti di cui 60 femmine.







Capitolo 3








Socialità, cultura
e nuovi media






Scheda 17 • Il ruolo della scuola nella percezione degli studenti
Scheda 18 • Il sistema delle certezze e dei valori degli adolescenti italiani
Scheda 19 • La consulenza on line per l’infanzia e l’adolescenza: aspetti problematici e opportunità per lo
sviluppo di nuovi canali di ascolto
Scheda 20 • Bambini e adolescenti: i nuovi percorsi del tempo libero
Scheda 21 • Il calcio italiano e i giovani: la fabbrica della speranza
Scheda 22 • I fumetti
Scheda 23 • “Giovani marmotte” i boy scout in Italia
Scheda 24 • La città a misura di bambino

[Scheda 17]

Il ruolo della scuola nella percezione degli studenti

L’indagine campionaria sugli adolescenti. Nel maggio 2004, Eurispes e Telefono Azzurro hanno somministrato un questionario ad un campione rappresentativo della popolazione scolastica italiana tra i 12 e i 19 anni, intervistando 3.453 adolescenti frequentanti la seconda e terza media o una delle classi degli istituti superiori. Chiamati ad esprimere le loro considerazioni sulla scuola, gli adolescenti hanno espresso le seguenti opinioni: la maggior parte dei ragazzi intervistati considera la scuola una tappa obbligatoria nella vita (33,2%), mentre una quota leggermente più contenuta (28,6%) ritiene che è un importante momento di socializzazione. A seguire, con percentuali minori, un adolescente su cinque (precisamente il 19,6%) giudica la scuola interessante perché si imparano cose nuove, il 12,1% la considera il posto peggiore dove trascorrere la giornata e il 4,5% afferma che è noiosa. La differenza di genere evidenzia, da parte dei maschi, un atteggiamento più negativo nei confronti della scuola: si registrano le percentuali maggiori sia tra coloro che considerano la scuola il posto peggiore dove passare la giornata (addirittura il 17,1% dei maschi contro il 6,8% delle femmine), sia tra coloro che la ritengono noiosa (il 5,7% contro il 3,4%). Al contrario, le ragazze riconoscono maggiormente l’importanza della scuola come occasione di socializzazione (il 33,3% contro il 24,3% dei maschi) e sono più numerose a ritenerla interessante perché si imparano cose nuove (il 20,7% contro il 18,7%). Per quanto riguarda i dati relativi a coloro che vedono la scuola come una tappa obbligatoria nella vita non si riscontrano sostanziali differenze: nello specifico il 33,7% delle ragazze sostiene questa tesi contro il 32,4% dei ragazzi. La disaggregazione territoriale mostra significative differenziazioni: quote molto elevate di residenti nell’Italia settentrionale affermano che la scuola è una tappa obbligatoria nella vita (rispettivamente il 41,2% nel Nord-Ovest e il 39,1% nel Nord-Est); nelle Isole si registrano i valori più elevati tra le modalità negative (il 16,9% degli intervistati afferma che la scuola è il posto peggiore dove trascorrere la giornata e l’8,9% la ritiene noiosa). Ritengono importante la scuola dal punto di vista della socializzazione soprattutto i ragazzi del Nord-Est e del Sud, con percentuali superiori alla media nazionale e pari rispettivamente al 30,4% e 30,1%. Inoltre, sono i residenti al Sud i più numerosi ad affermare che la scuola è un posto interessante dove si imparano cose nuove (26% contro la media nazionale del 19,6%), anche se una quota abbastanza consistente degli stessi (13,4%) ritiene che è il luogo peggiore dove trascorrere la giornata. In riferimento alla componente della socializzazione, emerge che i ragazzi ritengono importante trovare a scuola soprattutto compagni simpatici (il 75% afferma che è molto importante) e docenti comprensivi (66,8%). L’importanza di questi aspetti è sottolineata dagli intervistati in misura superiore ad altri elementi quali la preparazione degli insegnanti o un metodo didattico coinvolgente (in questo senso, risponde “molto” rispettivamente il 65,3% e il 62,2% degli studenti), proprio a rimarcare l’essenzialità dei rapporti umani in un sistema scolastico efficace. I fattori strutturali sembrano preoccupare meno i ragazzi. Questi pur riconoscendo l’importanza di un edificio scolastico ben tenuto, di laboratori linguistici e informatici funzionanti, concentrano le loro risposte principalmente nella modalità “abbastanza”, attribuendo ad essi una priorità secondaria. Un numero maggiore di intervistati, rispetto agli altri items, afferma che non è per niente importante avere un edificio ben tenuto (4,6%), un laboratorio informatico e linguistico che funziona (rispettivamente il 4,3% e l’8,9%). Per quanto concerne la differenza di genere, ragazzi e ragazze si esprimono in modo leggermente diverso rispetto ai fattori ritenuti prioritari nell’istituzione scolastica. Le ragazze concentrano la loro attenzione soprattutto sul fattore umano (per il 78,5% di esse è molto importante avere compagni simpatici e per il 72,3% insegnanti comprensivi) e, allo stesso tempo, ritengono prioritari gli aspetti legati alla metodologia didattica (avere insegnanti preparati e materie insegnate in modo coinvolgente è della massima importanza rispettivamente per il 70,6% e il 66,9% delle ragazze). I ragazzi esprimono le loro necessità principalmente per un laboratorio informatico funzionante (il 45,3% contro il 33,3% delle ragazze) e per un edificio scolastico ben tenuto (il 33,4% contro il 26,8%). Al contrario, il laboratorio linguistico interessa in misura superiore le ragazze che nel 43,6% dei casi lo giudicano abbastanza importante e nel 29,8% molto importante. La disaggregazione territoriale è stata riportata esclusivamente per l’item che presentava sostanziali differenziazioni rispetto alle diverse macro-aree, nello specifico analizziamo il tema dell’edilizia scolastica. Mostrano maggiore interesse per l’edificio scolastico soprattutto gli studenti residenti nel Isole e nel Sud: esprimono il massimo grado di importanza rispettivamente il 39,8% e il 36,8% degli intervistati. Una quota più contenuta dei ragazzi residenti nel Nord-Ovest si esprime allo stesso modo (30,7%), ma risultano più elevati che nelle aree del Mezzogiorno i valori relativi a discreta (46,1%) o scarsa importanza (17,3%). I meno interessati a questo aspetto risultano i ragazzi dell’Italia centrale, che nel 7,9% dei casi affermano che non è per niente importante avere un edificio scolastico ben tenuto. Sembra importante sottolineare che il maggior grado di importanza per un edificio scolastico ben tenuto è stato espresso proprio dagli intervistati residenti nelle aree in cui l’edilizia scolastica registra le maggiori criticità, rilevate in indagini precedenti (Eurispes, I Rapporto Nazionale sulla Scuola, 2003). Relativamente ai progetti per il futuro, una quota elevata dei ragazzi italiani (33,5%) manifesta un deciso interesse per la propria formazione espresso nel desiderio di continuare a studiare, un’altra componente in percentuale molto simile (32,5%) vorrebbe proseguire gli studi e lavorare al tempo stesso, probabilmente per non rinunciare ad un titolo di studio elevato e garantirsi l’indipendenza economica. Circa un ragazzo su quattro (25,1%) preferirebbe interrompere gli studi e andare a lavorare, mentre una percentuale esigua (4,3%) afferma che sceglierebbe “il dolce far niente”.
La domanda relativa ai progetti futuri incrociata con la variabile territoriale evidenzia una quota leggermente più elevata (6,7%) di ragazzi del Centro che, potendo scegliere liberamente, preferirebbe non fare niente. Oltre la metà degli intervistati residenti nelle Isole (58,5%) esprime il desiderio di voler continuare gli studi, mentre circa un ragazzo su tre del Nord-Ovest (30,7%) afferma che smetterebbe di studiare per andare a lavorare. L’idea di conciliare studio e lavoro incontra l’approvazione soprattutto dei giovani del Centro (35,5%), del Sud (34,5%) e del Nord-Ovest (33,8%). Gli intervistati chiedono che la scuola abbia principalmente una funzione professionale, basata sull’opportunità di favorire l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro (32,8%); circa un ragazzo su quattro (25,7%) afferma che la scuola non deve trasmettere solo nozioni ma anche valori. Il 19% dei ragazzi ritiene che la scuola debba offrire anche degli spazi in cui trascorrere il tempo libero e l’8,6% pensa che sia opportuno intensificare la funzione socializzante della scuola, basata sullo sviluppo delle capacità relazionali. Il 7,6% afferma che non sente il bisogno di modificare le funzioni della scuola sotto alcun aspetto. Rispetto alla macro-area di residenza degli intervistati, non si riscontrano sostanziali differenze in riferimento all’item: “la scuola non dovrebbe fare niente di più di quello che già fa”, mentre è interessante evidenziare alcune caratterizzazioni territoriali. I giovani dell’Italia meridionale e insulare ritengono in misura maggiore, rispetto agli altri coetanei, che la scuola dovrebbe offrire spazi in cui trascorrere il tempo libero (rispettivamente il 26,8% e il 28,4%).
La funzione socializzante è suggerita in maniera abbastanza omogenea a livello nazionale (tutti i valori oscillano intorno alla media dell’8,6%), con una eccezione per i giovani dell’Italia centrale, tra cui la percentuale è più contenuta e pari al 5,5%. Sono soprattutto gli studenti del Nord-Est e del Centro ad esprimere la volontà di privilegiare la dimensione valoriale tra gli obiettivi della scuola: in queste due realtà territoriali le percentuali sono superiori alla media nazionale e pari rispettivamente al 28,3% e al 28,6%. Il Nord-Ovest manifesta con forza l’esigenza di irrobustire i nessi tra scuola e mondo del lavoro, infatti ben il 38,5% dei ragazzi esprime questa necessità contro il 28,9% del Sud e il 23,3% delle Isole. Quasi la metà del campione (48,7%) afferma che il tempo impiegato per conseguire un titolo di studio, superiore o universitario, è un modo per accrescere le proprie conoscenze culturali. Gli altri intervistati suddividono le loro risposte tra le modalità con finalità occupazionali: per il 32% il proprio percorso formativo garantirà la possibilità di svolgere un lavoro soddisfacente; il 12% afferma che è un mezzo per trovare un lavoro qualsiasi, mentre il 4% lo considera “un parcheggio”, un modo di prendere tempo fino al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Interrogati sul grado di accordo con alcune affermazioni al fine di verificare la loro posizione su alcune questioni inerenti la scuola, i ragazzi forniscono risposte significative. Osserviamo che essi riconoscono l’importanza delle conoscenze acquisite con lo studio non condividendo (“per niente” nel 42,5% dei casi e “poco” nel 34,2%) l’affermazione che la scuola non serve quasi a nulla e la vera formazione si acquisisce lavorando. Sono abbastanza convinti che la scuola è l’unico mezzo per contare (37,3%) e per assicurarsi la sopravvivenza nella società (37,5%), mentre esprimono un netto dissenso (63,8%) in riferimento all’affermazione che il titolo di studio non serve a trovare un posto di lavoro. I ragazzi non assumono una posizione netta in riferimento al fatto che la scuola sia troppo lontana dai concreti problemi della realtà, infatti le loro risposte si concentrano nelle modalità di risposta intermedie (il 34,4% è poco d’accordo, mentre il 29,3% lo è abbastanza), mentre le percentuali registrate ai poli sono molto più contenute. I ragazzi delle Isole e del Sud esprimono un elevato disaccordo (rispondono di non essere per niente d’accordo rispettivamente il 53% e il 45,9% del campione) con l’affermazione che la scuola non serve quasi a nulla e la vera formazione si acquisisce lavorando, mentre al Centro si registra la percentuale più consistente di intervistati che afferma di essere molto d’accordo (6,9%). Nel Settentrione le risposte si concentrano nelle modalità di risposte intermedie: nel Nord-Ovest i ragazzi sono poco d’accordo nel 37,6% dei casi e abbastanza nel 19,6%, mentre nel Nord-Est manifestano uno scarso accordo il 38,4% degli studenti e un grado leggermente più elevato di accordo il 14,6%. I più numerosi a pensare che la scuola è troppo lontana dai concreti problemi della società sono i ragazzi del Nord-Ovest che si dichiarano molto d’accordo con questa affermazione nel 13,6% dei casi e abbastanza nel 31,7%. I ragazzi decisamente contrari a questa posizione sono quelli residenti nell’Italia meridionale e insulare che manifestano un completo disaccordo rispettivamente per il 21,1% e per il 23,3% del campione. Monitorare la presenza degli insegnanti di sostegno per i ragazzi che ne abbiano bisogno non è risultato molto semplice, dal momento che circa un intervistato su cinque non è riuscito a fornire una risposta. Sommando i valori positivi e negativi di coloro che si sono espressi osserviamo che nella maggioranza dei casi (46,6%) gli insegnanti sono presenti, mentre in alcune scuole (34,5%) sono carenti o assenti. Anche se un ragazzo su cinque afferma che non è necessario ampliare lo spazio per alcuna materia nei programmi scolastici, la maggioranza degli intervistati ritiene opportuno approfondire le proprie attività didattiche.
Di questi ultimi il 36,2% vorrebbe concedere maggiore spazio alle materie tecnico-scientifiche e il 27,3% alle materie con indirizzo umanistico-letterario. Da questi dati emerge il bisogno di un sapere più pratico e meno teorico che sia immediatamente spendibile nel mondo del lavoro. Quasi la totalità del campione (80,1%) esprime l’interesse per l’inserimento dell’educazione sessuale nei programmi scolastici; solo il 10% è di parere contrario e il 9,9% non risponde. Questi dati sono da interpretare come un segnale della necessità di contestualizzare i programmi scolastici nella società attuale affrontando le problematiche che toccano i giovani da vicino. I ragazzi chiedono con una determinazione maggiore delle ragazze che l’educazione sessuale venga inserita nei programmi scolastici, infatti l’83,7% dei primi auspica questa innovazione mentre tra le ragazze la percentuale scende al 76,5%. Queste ultime mostrano un maggiore disorientamento in merito alla questione, infatti il 12,2% non fornisce una risposta mentre tra i ragazzi questo accade nel 7,3% dei casi.
I maggiori assertori dell’inserimento dell’educazione sessuale nei programmi scolastici sono i ragazzi residenti nell’Italia insulare che registrano una percentuale di risposte positive pari all’89%. Al contrario, nel Sud si osserva la componente più contenuta (74,4%) che guarda con favore all’inserimento di questa nuova disciplina nei programmi didattici. Nell’Italia centrale e settentrionale si può notare un andamento dei dati molto simile tra le diverse realtà ed in linea con la media nazionale. Il giudizio relativo all’adeguatezza di strutture e servizi scolastici presenta delle sostanziali differenze: i ragazzi sono abbastanza soddisfatti delle aule (49,3%), dei corridoi (56,5%) e dei luoghi interni di passaggio (52,1%) delle loro scuole, mentre diventano più critici quando si parla di laboratori linguistici, spazi esterni di passaggio e parcheggio dei motorini, che sono del tutto inadeguati rispettivamente per il 23,8%, il 23,9% e il 22,6%. Palestra e laboratorio informatico pur registrando complessivamente un bilancio positivo, sono oggetto di insoddisfazione per percentuali abbastanza consistenti di intervistati. I dati sono stati aggregati in una ulteriore tabella sommando giudizi positivi e negativi in modo da avere un impatto immediato e più facilmente confrontabile. Si può osservare che l’adeguatezza di aule, corridoi, luoghi interni di passaggio e laboratori informatici è garantita nella maggioranza dei casi, ma la palestra diventa un problema per 4 ragazzi su dieci. Quasi la metà dei ragazzi denuncia l’inadeguatezza degli spazi esterni e dei parcheggi per i motorini, infatti i giudizi negativi superano quelli positivi, mentre l’aspetto più problematico risulta il laboratorio informatico e linguistico che nel 46% dei casi è poco o per niente adeguato contro il 36,5% di valutazioni favorevoli. La variabile territoriale evidenzia maggiori criticità nell’Italia centrale e insulare per quasi tutti gli ambienti scolastici: dalle aule ai corridoi, dai luoghi interni di passaggio agli spazi esterni, il giudizio negativo è sempre più marcato. Per quanto riguarda le aule, queste vengono ritenute completamente inadeguate dal 18,8% dei ragazzi del Centro e dal 22,5% dei residenti nelle Isole, mentre al Settentrione prevalgono le valutazioni favorevoli. In riferimento a corridoi e luoghi interni di passaggio si presenta un analogo andamento dei dati che vede il Centro e le Isole in condizioni di maggiore problematicità e il Nord con i valori positivi più elevati. Lo spazio della palestra non è per niente adeguato per il 25,8% dei ragazzi dell’Italia centrale e per il 22,5% degli studenti meridionali, mentre il 38,6% dei residenti nel Nord-Ovest esprimono un giudizio abbastanza positivo. Gli stessi si ritengono molto soddisfatti del loro laboratorio informatico nel 28,8% dei casi, la stessa percentuale scende all’8,9% nell’Italia centrale e i giudizi più negativi sono espressi al Sud e nelle Isole (per niente adeguato rispettivamente per il 17,7% e il 18,6%).
La massima insoddisfazione per il laboratorio linguistico viene manifestata dai ragazzi residenti nel Sud e nelle Isole (per niente adeguato rispettivamente nel 37,4% e nel 29,2%), mentre nel Nord-Est si registrano le percentuali più elevate tra i giudizi positivi: è molto adeguata nel 12,6% dei casi e abbastanza nel 43,5%. Lo stesso andamento dei dati si presenta per gli spazi esterni di passaggio e per il parcheggio dei motorini, con maggiori criticità nel Sud e nelle Isole ed elementi di maggiore soddisfazione nel Nord-Ovest.







Il sistema di certezze e di valori

degli adolescenti italiani

Per verificare la solidità del sistema di certezze degli adolescenti italiani, Eurispes e Telefono Azzurro hanno somministrato, nel maggio 2004, un questionario ad un campione rappresentativo della popolazione scolastica italiana tra i 12 e i 19 anni, intervistando 3.453 adolescenti frequentanti la seconda e terza media o una delle classi degli istituti superiori.
Il sistema di certezze. In un contesto di insicurezza diffusa, caratterizzato dal susseguirsi continuo di minacce inquietanti e immagini atte a ricordare quotidianamente la realtà della guerra, gli adolescenti intervistati hanno individuato innanzitutto in una vita familiare serena l’elemento in grado di trasmettere loro un certo sentimento di sicurezza. La garanzia di un “cantuccio ideale” in cui potersi raccogliere, per un momento lontani dalle inquietudini e dalle angosce del mondo, è indicato come fattore in grado di trasmettere “molto” (70,1%) o “abbastanza” (22,3%) sicurezza dalla quasi totalità degli intervistati (il 92,4%). Anche la “certezza di essere nel giusto delle proprie scelte” e la stima degli altri costituiscono elementi in grado di dare molta o abbastanza sicurezza a oltre i 4/5 del campione. In particolare, ben l’88,7% degli adolescenti si sente molto (51,6%) o abbastanza (37,1%) sicuro davanti alla certezza di aver operato scelte corrette, mentre l’80% individua all’esterno, nella stima altrui, un fattore in grado di trasmettere molta (38,2%) o abbastanza (41,8%) sicurezza. Per molti adolescenti, questo sentimento deriva anche dalla possibilità di contare su forti legami affettivi, di tipo sentimentale o amicale. L’amore del proprio ragazzo (o della propria ragazza) rende molto (45,4%) o abbastanza (28,2%) sicuro poco meno dei _ del campione (73,6%), mentre l’appartenenza a un gruppo è in grado di suscitare questo sentimento in circa due ragazzi su tre (il 66,2%). Assume relativamente meno importanza tra gli adolescenti la certezza dell’amore di Dio per loro: il 17,5% afferma che questo fattore non fornisce a livello personale alcun tipo di sicurezza, mentre per un altro 17,2% si tratta di un elemento in grado di favorire di poco questo sentimento. La quota di intervistati per i quali il credere che Dio s’interessi a loro suscita molta o abbastanza sicurezza è comunque maggioritaria (57,3%). Gli adolescenti non restano indifferenti nemmeno al dio denaro: oltre il 54% sostiene infatti che il possesso di molto denaro è un elemento in grado di dare loro molta (17,7%) o abbastanza (36,4%) sicurezza. Lo scorporo delle risposte in base al sesso degli intervistati consente di osservare come, in relazione ai fattori in grado di fornire molta o abbastanza sicurezza, la graduatoria stilata dai ragazzi e dalle ragazze sia molto simile. Indipendentemente dalla variabile sesso, i primi tre elementi indicati dagli adolescenti sono: una vita familiare serena, la certezza di fare scelte giuste e la stima degli altri. Seguono, per entrambi i sessi, la possibilità di contare sull’amore del proprio ragazzo (o della propria ragazza) e l’appartenenza a un gruppo. In relazione a ciascuno di questi elementi, le ragazze si distinguono dai coetanei per una maggiore capacità di trarre dalla certezza di fare scelte giuste o dalla stima degli altri delle possibili fonti di sicurezza. La percentuale di coloro che affermano di ricevere da questi fattori molta o abbastanza sicurezza è infatti sistematicamente più elevata tra le intervistate. Tra i loro coetanei è invece più elevata la quota di quanti rintracciano nel possesso di molto denaro un fattore in grado di dare molta o abbastanza sicurezza (59,1%, a fronte di un dato femminile del 48,9%). In relazione a questo sentimento, i ragazzi considerano la ricchezza più importate della fede in Dio: il credere che Dio s’interessi a loro fornisce abbastanza o molta sicurezza per una quota di essi percentualmente più contenuta (il 56,6%, contro il 58,1% delle ragazze). La possibilità di una vita familiare serena e la certezza di fare scelte giuste si collocano ai primi posti della graduatoria relativa ai fattori in grado di favorire il sentimento di sicurezza tra gli adolescenti intervistati, indipendentemente dall’area geografica di residenza. In particolare, una vita familiare serena fornisce “molta” o “abbastanza” sicurezza ad una quota di ragazzi variabile dal 93,7% (Centro) al 91,1% (Isole), mentre la certezza di essere nel giusto costituisce un elemento in grado di dare “molta” o “abbastanza” sicurezza ad una percentuale di adolescenti variabile dal 92,1% (Nord-Est) all’83% (Isole). Il sentimento di sicurezza si nutre anche, per una maggioranza significativa di adolescenti (variabile dal 71,2% degli isolani all’85,8% dei ragazzi del Nord-Est), della stima altrui, dell’apprezzamento e della considerazione che gli altri hanno nei loro confronti. Questo fattore, al terzo posto della graduatoria tra gli adolescenti del Nord e del Centro-Sud, si colloca in quinta posizione tra gli isolani, che gli antepongono sia l’amore del proprio partner (in grado di dare molta o abbastanza sicurezza ad avviso del 74,1% di questi intervistati) sia la fede nel fatto che Dio s’interessi a loro (71,7%). Gli adolescenti delle Isole si distinguono, inoltre, insieme ai ragazzi del Sud, per una minore fiducia nella possibilità di trarre una maggiore sicurezza in sé stessi dal possesso di molto denaro, elemento da essi collocato in settima e ultima posizione. Questo fattore è in grado di dare molta o abbastanza sicurezza al 50% degli adolescenti del Sud e al 55% dei ragazzi isolani, al 52,9% degli adolescenti del Nord-Est e al 57,8% di quelli residenti al Nord-Ovest e al Centro. Non si osservano, invece, differenze significative tra gli adolescenti del Centro-Nord, che in relazione alla capacità di favorire il proprio senso di sicurezza ritengono relativamente meno importante il credere che Dio s’interessi a loro. La fiducia nell’aiuto di Dio, ritenuta un fattore in grado di fornire molta o abbastanza sicurezza soprattutto dai ragazzi del Sud (72,4%), è considerata tale, infatti, per una quota percentuale di adolescenti decisamente più contenuta al Nord-Ovest (47,4%), al Nord-Est (51,7%) e al Centro (47,9%).
Il ruolo delle agenzie di socializzazione. Qual è il peso delle principali agenzie di socializzazione in relazione al modo di pensare degli adolescenti rispetto a determinati argomenti? Quale ruolo assumono la famiglia, gli insegnanti, gli amici, il parroco o la tv nel determinare le scelte ed i gusti dei ragazzi in materia di idee politiche, credo religioso, rapporto con l’altro sesso, interessi culturali e modo di vestire?
È possibile osservare in primo luogo che su ciascuno di questi argomenti, un peso importante, quando non primario, è assunto dalla famiglia: non solo essa rappresenta il soggetto in grado di influenzare maggiormente le idee politiche (il 37,9% del campione afferma di essere stato influenzato rispetto a questo argomento dai propri familiari) ma, ad avviso degli intervistati, ha un ruolo di spicco anche in relazione al credo religioso (38,5%), nonché, in misura minore, rispetto agli interessi culturali (22,9%), allo stile nell’abbigliamento (20,3%) e ai rapporti con l’altro sesso (16,3%). Va evidenziato, inoltre, come una parte significativa di adolescenti riconosca di subire l’influenza della televisione non solo rispetto al modo di vestire (16,9%) e agli interessi culturali (11,4%) ma anche, e soprattutto, in relazione alle idee politiche (34,3%). Rispetto a questo argomento la tv mostra dunque di avere un peso solo lievemente inferiore a quello della famiglia e di gran lunga più importante di quello degli amici (11,6%). Questi giocano invece un ruolo incontrastato nell’influenzare il modo di vestire (56,9%) ed i rapporti con l’altro sesso (68,5%). Per quanto riguarda gli insegnanti, ad essi è riconosciuto un ruolo di primo piano nel determinare gli interessi culturali (54,5%). Infine, ai parroci e ai catechisti il 47,6% degli adolescenti attribuisce, come prevedibile, un’influenza sul credo religioso. L’influenza delle diverse agenzie di socializzazione rispetto a determinati argomenti assume un peso differente a seconda del genere. In particolare, è possibile evidenziare come la famiglia influenzi soprattutto le ragazze in merito a idee politiche (40,1%, contro un dato maschile del 35,8%), credo religioso (42,7%, contro il 34,7% dei maschi) e rapporti con l’altro sesso (ne riconosce l’influenza il 18,7% delle ragazze, contro il 14,1% dei ragazzi). Rispetto al modo di vestire sono invece i ragazzi a subire più delle loro coetanee l’influenza dei familiari (22,9%, contro i1 7,6%). Per quanto concerne gli amici, i ragazzi riconoscono più delle coetanee di esserne influenzati rispetto a: idee politiche (13,7%, contro un dato femminile del 9,5%), credo religioso (5,5%, contro il 3,2%) ed interessi culturali (8,4%, contro il 6,9%). Al contrario, gli amici condizionano maggiormente le ragazze riguardo i rapporti con l’altro sesso (70,6%, contro il 66,3% dei maschi) e lo stile d’abbigliamento (59,3%, contro il 54,5%).
Non si rilevano differenze di sesso significative in relazione alle altre agenzie di socializzazione. È possibile evidenziare, tuttavia, come i ragazzi si sentano maggiormente influenzati dagli insegnanti rispetto al credo religioso (6,6%, contro il 3,1% delle coetanee), mentre le ragazze avvertano più dei coetanei l’influenza dei docenti sui propri interessi culturali (58%, contro il 51,1%). Infine, gli adolescenti di sesso maschile subiscono maggiormente l’influenza della tv in merito ai rapporti con l’altro sesso (9,1% contro il 4,5%), mentre le loro coetanee avvertono di più questa influenza sul modo di vestire (18,8%, contro il 15,2%). L'analisi evidenzia la distribuzione delle risposte in base all’area geografica di riferimento. È possibile notare, in primo luogo, come la famiglia influenzi più di altri soggetti le idee politiche degli adolescenti residenti al Nord-Ovest (38,6%), al Nord-Est (44,2%) e al Centro (44,4%), mentre rispetto a questo argomento gli adolescenti del Sud e delle Isole ritengono di subire soprattutto l’influenza della tv (rispettivamente nel 45,2% e nel 40,7% dei casi). Va evidenziato, inoltre, come la televisione sia indicata quale elemento che ha influito sulle proprie opinioni politiche anche dal 25,7% degli adolescenti residenti al Nord-Est, dal 30,8% dei ragazzi del Centro e dal 32,2% di quelli residenti al Nord-Ovest. Il suo peso sul modo di pensare degli adolescenti rispetto ad altri argomenti è decisamente più contenuto, soprattutto in relazione ai rapporti con l’altro sesso e agli interessi culturali. È possibile evidenziare, tuttavia, come rispetto alle scelte di abbigliamento l’influenza della televisione sia avvertita prevalentemente dai ragazzi residenti al Sud (23,3%, contro il 12,6% dei ragazzi residenti al Nord-Ovest). In relazione al credo religioso, gli adolescenti del Centro e del Nord-Est si sentono influenzati soprattutto dalla famiglia (rispettivamente nel 42,5% e nel 45% dei casi); diversamente, rispetto a questo argomento subiscono maggiormente l’influenza di parroci e catechisti sia gli adolescenti residenti al Nord-Ovest (45,3%) che i ragazzi residenti al Sud (56,9%) e nelle Isole (55,9%). In merito ai rapporti con l’altro sesso e al modo di vestire il gruppo dei pari vanta un’influenza incontrastata sugli adolescenti di tutte le aree geografiche. In particolare, la percentuale di intervistati che ha riconosciuto l’influenza degli amici sui propri gusti di abbigliamento, pari al 44,5% tra i ragazzi delle Isole, raggiunge il 64,3% tra gli adolescenti residenti al Nord-Est; rispetto alle relazioni con l’altro sesso, riconosce l’influenza degli amici una percentuale variabile di intervistati compresa tra il 61,9 (Isole) ed il 72,5% (Nord-Est).
In relazione agli interessi culturali, sono gli insegnanti ad avere un’influenza maggiore sugli adolescenti di tutte le aree geografiche. La percentuale di quanti riconoscono questo ruolo ai docenti varia dal 50% (adolescenti delle Isole) al 60% (Sud). Da evidenziare, inoltre, come tra i ragazzi residenti al Centro ben il 9,2% affermi di essere stato influenzato dai docenti in merito al credo religioso.
Comportamenti illegali e/o immorali. Con il quesito successivo gli adolescenti intervistati sono stati chiamati a valutare la gravità di alcuni comportamenti e di una serie di atti illegali o immorali.
Gli adolescenti condannano con forza soprattutto il maltrattamento degli animali, giudicato molto (68,3%) o abbastanza (17,2%) grave dall’85,5% del campione. Al centro dei valori adolescenziali vi è anche l’onestà nei confronti del proprio ragazzo (o della propria ragazza) e degli amici. È infatti possibile osservare che oltre il 78% degli intervistati giudica molto (52,9%) o abbastanza (25,2%) grave tradire il proprio ragazzo/a, e come oltre il 72% fornisca una valutazione molto (48%) o abbastanza (24,2%) severa rispetto al corteggiare il/la partner di un amico/a. La maggioranza degli adolescenti mostra di essere consapevole della pericolosità di andare sul motorino senza casco: il 69,4% ritiene questo comportamento molto (41,9%) o abbastanza (27,5%) grave, sebbene il 12,4% lo giudichi, al contrario, di nessuna gravità.
Anche per quanto riguarda le bugie e il ricorso alle raccomandazioni per trovare lavoro la percentuale di adolescenti molto o abbastanza critici nei confronti di questi comportamenti è maggioritaria, pari, rispettivamente, al 64,2% e al 52,8%; le risposte si concentrano tuttavia nelle modalità più moderate. In particolare, “mentire” è un’azione che viene giudicata “abbastanza” grave dal 41,5% del campione e “molto” grave dal 22,7%; il servirsi di raccomandazioni per trovare lavoro è valutato abbastanza grave dal 27,2% e molto grave dal 25,6%.
Sul resto delle azioni l’atteggiamento degli adolescenti è invece molto più morbido. Ad avviso del 65,6% del campione è poco (34,5%) o per niente grave (31,1%) copiare un compito in classe; per il 60,6% è di scarsa (35,2%) o nessuna gravità (25,4%) fingersi malati per non andare a scuola. È maggioritaria (pari al 56,7% del campione) anche la quota percentuale di adolescenti che ritiene poco (28,8%) o per niente grave (27,9%) andare in due sul motorino.
È tuttavia sulla pirateria che vige tra gli adolescenti la massima indulgenza (quando non l’approvazione). Ben il 72,6% ritiene poco o per nulla grave l’acquisto di cd/videogiochi/film pirata; oltre il 44% ritiene che si tratti di un comportamento del tutto legittimo. Allo stesso modo, l’83,2% ritiene di scarsa o nessuna gravità scaricare musica da Internet; in particolare, sfiora il 60% la quota di quanti non ravvisano alcun problema in questo comportamento.
Lo scorporo dei dati per sesso consente di evidenziare una maggiore severità da parte delle ragazze rispetto alla quasi totalità dei comportamenti sottoposti a giudizio. Fatta eccezione per lo scaricare musica da Internet, considerato un comportamento poco o per niente grave dall’80,6% dei ragazzi e dall’86% delle ragazze, queste tendono a esprimere giudizi più negativi nella valutazione di alcuni comportamenti e atti illegali/immorali.
Si è già avuto modo di osservare come il maltrattamento degli animali raccolga una condanna quasi unanime da parte degli adolescenti e sia considerato il comportamento più riprovevole tra quelli elencati; la percentuale di quanti lo giudicano molto o abbastanza grave, pari al 78,8% tra i ragazzi, raggiunge il 92,4% tra le loro coetanee. Tra queste, inoltre, appena il 2,7% ritiene il maltrattamento degli animali di alcuna gravità, contro l’8,9% dei ragazzi. Allo stesso modo, la quota percentuale di ragazze che considerano molto o abbastanza grave tradire il proprio ragazzo (87,2%) o corteggiare il partner di un amico (80,5%) è sensibilmente più elevata rispetto a quella rilevata tra i ragazzi (pari, rispettivamente, al 69,3% e al 64%), mentre è decisamente più contenuta la quota di quante considerano tali comportamenti per niente gravi.
Lo stesso andamento è riscontrabile in relazione al mancato uso del casco in motorino (abbastanza o molto grave per il 75,8% delle ragazze ed il 62,4% dei ragazzi), al ricorso alle bugie (72,1%, contro un dato maschile del 57%) e all’uso di raccomandazioni per trovare lavoro (58,3%, contro il 47,3% dei ragazzi). In tutti questi casi prevalgono, tuttavia, in entrambi i sessi, i giudizi di disapprovazione nei confronti di questi comportamenti. Rispetto agli altri comportamenti sottoposti a giudizio, gli adolescenti di entrambi i sessi esprimono prevalentemente una valutazione più morbida. La quota di quanti danno un giudizio di scarsa o nessuna gravità è maggioritaria sia tra i ragazzi che tra le ragazze, sebbene quest’ultime mostrino di essere sempre più “severe”. Nello specifico, il muoversi in due sul motorino è considerato poco o per niente grave dal 59% dei ragazzi e dal 54,7% delle ragazze; fingersi malati per non andare a scuola è considerato molto o abbastanza grave da una quota minoritaria di adolescenti, sia tra i ragazzi (34,7%) che tra le loro coetanee (37,2%), così come copiare un compito in classe (rispettivamente 30,3% e 31,6%).
Infine, come osservato anche rispetto allo scaricare musica da Internet, l’acquisto di cd, film e videogiochi pirata trova negli adolescenti un consenso maggioritario, sia tra i maschi – ben il 73,6% ritiene questo comportamento per niente (48,8%) o poco grave ( 24,8%) – che, in misura lievemente inferiore, (71,7%) tra le ragazze. La distribuzione dei dati in base all’area geografica di riferimento consente di evidenziare la presenza di una certa omogeneità di giudizio tra gli adolescenti delle diverse regioni. Il maltrattamento degli animali è considerato abbastanza o molto grave da una percentuale di adolescenti variabile dal 90,3% (Nord-Est) al 75,4% (Isole). Anche il mancato uso del casco in motorino, condannato dalla stragrande maggioranza degli adolescenti di tutte le aree geografiche, trova i più forti oppositori tra i ragazzi del Nord-Est (che lo considerano un comportamento molto o abbastanza grave nel 75,2% dei casi), mentre registra giudizi negativi meno numerosi tra gli adolescenti delle Isole (57,2%).
Gli adolescenti residenti al Nord-Est mostrano una severità di giudizio maggiore rispetto agli altri intervistati (e ai ragazzi residenti nelle Isole in particolare) anche rispetto al tradire il proprio ragazzo (molto o abbastanza grave per l’84,2%, contro il 71,6% degli isolani), al corteggiare il partner di un amico (76,7%, contro un dato isolano del 64,5%), e al ricorso alle bugie (67,5%, contro il 52,6% delle Isole). Mentre rispetto a questi comportamenti i giudizi di “condanna” sono maggioritari tra gli adolescenti di tutta Italia, i ragazzi del Nord-Est sono invece gli unici ad esprimere giudizi prevalentemente negativi in merito al girare in due sul motorino (considerato molto o abbastanza grave dal 50,2% degli intervistati residenti in questa area geografica); tra gli altri intervistati, la quota di quanti ritengono, al contrario, poco o per niente grave questo comportamento varia dal 52,6% (Nord-Ovest) al 69,9% (Isole).
Diversamente, il ricorso alle raccomandazioni per trovare lavoro è giudicato con maggiore severità dagli adolescenti residenti al Sud (che lo ritengono molto o abbastanza grave nel 58,9% dei casi), seguiti dai ragazzi delle Isole (53,4%), mentre è maggiormente tollerato al Centro, dove i giudizi negativi ammontano al 47,7%.
Nei confronti dei comportamenti che registrano tra la maggior parte degli adolescenti di tutte le aree geografiche una valutazione meno negativa, quando non di implicita approvazione, è invece possibile evidenziare una minore severità di giudizio tra i ragazzi del Centro-Nord rispetto a quelli del Sud e delle Isole. In particolare, la percentuale di quanti ritengono poco o per nulla grave copiare un compito in classe, pari al 71,2 % al Nord-Est e di poco inferiore al 70% al Nord-Ovest e al Centro, scende al 56,8% al Sud e al 55,9% nelle Isole; il fingersi malati per non andare a scuola, ritenuto poco o per niente grave dal 62,7% degli adolescenti del Nord-Ovest e da una percentuale leggermente inferiore di ragazzi del Centro (61,9%) e del Nord-Est (62,3%), è ritenuto tale dal 57,2% degli adolescenti del Sud e dal 58,5% dei ragazzi isolani.
Lo stesso andamento si registra nei confronti dello scaricare musica da Internet e dell’acquisto di cd, film o videogiochi pirata. Questi comportamenti trovano l’approvazione della stragrande maggioranza degli adolescenti in tutte le aree geografiche (basti osservare l’alta percentuale di risposte indicanti che si tratta di azioni “per niente gravi”), ma in particolare al Centro-Nord. L’85,7% degli adolescenti residenti al Nord-Est considera poco (21,7%) o per niente grave (64%) scaricare musica da Internet, come l’85,6% dei ragazzi del Nord-Ovest e l’84,4% di quelli residenti nelle regioni del Centro; al Sud e nelle Isole tale percentuale scende, rispettivamente, all’80,3% e al 74,6% e la quota di quanti considerano per niente grave questo comportamento si attesta intorno al 53%. Infine, è possibile osservare come l’acquisto di materiale pirata sia ritenuto poco (26,3%) o per niente grave (50,3%) dal 76,6% degli adolescenti residenti al Nord-Ovest e da circa il 73% dei ragazzi del Nord-Est e del Centro, mentre al Sud e nelle Isole questo comportamento sia giudicato tale rispettivamente dal 70,7% e dal 69% degli adolescenti.
Diritto alla vita, diritto alla morte. L’ultima sezione del questionario ha inteso sondare l’opinione degli adolescenti in relazione ad alcuni diritti umani (come il diritto alla vita e alla morte) e civili (come ad esempio il divorzio e la riproduzione assistita) che spesso si trovano al centro del dibattito pubblico e istituzionale. Tra gli item proposti, il divorzio è l’unico a riscuotere un consenso maggioritario. La maggior parte degli adolescenti (il 54,9%) si dichiara favorevole al divorzio, a fronte del 34,6% che manifesta invece la propria contrarietà. Il campione si spacca in relazione alla fecondazione artificiale, ovvero alla possibilità per le coppie sterili di ricorrere alle tecniche di fecondazione assistita per avere un bambino: gli adolescenti contrari, pari al 43,4%, sono leggermente più numerosi dei favorevoli (40,2%).
In relazione ai temi inerenti il diritto o meno di dare la morte o impedire la vita, gli adolescenti non esprimono un giudizio univoco. Se nei confronti dell’eutanasia i ragazzi favorevoli costituiscono la maggioranza (41,2%, contro il 34,8% dei contrari), rispetto ad aborto e pena di morte i giudizi negativi sono più numerosi. In particolare, il 49% del campione afferma di essere contrario all’aborto, a fronte di un 38% favorevole, ed il 63,7% ribadisce il diritto alla vita contro la pena di morte, auspicata invece dal 25% degli intervistati. Questi dati suggeriscono che la possibilità da parte dell’uomo di decidere della vita o della morte dei propri simili, trova il favore di una parte degli adolescenti, soprattutto quando essa è finalizzata ad impedire il protrarsi di una sofferenza e un dolore inguaribili (eutanasia), ottiene un consenso minore qualora comporti il mancato sviluppo di un nuova vita (aborto), e sia prevalentemente osteggiata nei casi in cui sia finalizzata ad interrompere e spezzare una vita per ragioni estranee alla presenza di malattie terminali.
Va evidenziato, infine, come di fronte a temi di tale portata la percentuale di adolescenti che non hanno saputo esprimere un giudizio al riguardo sia piuttosto elevata, soprattutto in relazione all’eutanasia (24%).
In relazione al sesso degli intervistati, è possibile osservare come la percentuale di adolescenti favorevoli all’istituto del divorzio, maggioritaria tra entrambi i sessi, sia più elevata tra le ragazze, tra cui sfiora il 60% (a fronte di un dato maschile del 50,1%). Rispetto alla fecondazione artificiale il giudizio prevalente è di contrarietà tra i ragazzi (48,4%, a fronte di un 35,5% favorevole) e di approvazione tra le ragazze (44,8%, contro il 38,4%). Nei confronti dell’eutanasia gli adolescenti che si dichiarano favorevoli si attesta intorno al 41% sia tra i ragazzi che tra le ragazze. I contrari sono invece leggermente più numerosi tra i maschi (35,7%, contro un dato femminile del 34,1%). Dichiara invece la propria contrarietà all’aborto una quota percentuale di intervistati maggioritaria sia tra i ragazzi (47,6%, contro un 38,4% di favorevoli) che, soprattutto, tra le loro coetanee (50,5%, contro il 37,6% di favorevoli). Il giudizio delle ragazze rispetto ai temi sottoposti a valutazione sembra essere più netto, sia qualora esprimano il proprio favore, che nei casi in cui manifestano la propria contrarietà. Lo confermano anche i dati relativi alla pena di morte: sebbene la quota percentuale di adolescenti contrari a questo istituto sia maggioritaria in entrambi i sessi, essa è sensibilmente più elevata tra le ragazze: 70,2%, a fronte di un dato maschile del 57,2%.
Dallo scorporo dei dati per area geografica di residenza, emerge immediatamente come soltanto rispetto alla pena di morte il giudizio degli adolescenti sia omogeneo lungo tutto lo stivale. La percentuale di contrari a questo istituto è infatti nettamente maggioritaria sia al Nord-Est (60,4%) e al Nord-Ovest (57%), che al Centro (65,5%) e, soprattutto, al Sud (69,3%) e nelle Isole (68,6%). Tra questi ultimi appena il 14,1% esprime al contrario il proprio favore alla pena di morte contro il 31,6% degli adolescenti residenti al Nord-Est. In relazione agli altri temi sottoposti a valutazione, il giudizio degli adolescenti sembra spaccarsi in due: al Sud e nelle Isole la maggior parte dei ragazzi si dichiara contrario sia al divorzio e alla fecondazione artificiale che all’eutanasia e all’aborto; al Centro-Nord, al contrario, i giudizi favorevoli sono maggioritari.
Nello specifico, è possibile osservare come gli adolescenti favorevoli all’istituto del divorzio superano il 61% al Centro e al Nord-Ovest e raggiungano il 63,2% al Nord-Est, mentre costituiscano il 42,7% al Sud (contro il 46% di contrari) e il 34,3% nelle Isole (a fronte di un 53,8% di contrari). Rispetto all’eutanasia esprime il proprio favore il 53,1% degli adolescenti residenti al Nord-Ovest e il 51,1% di quelli residenti al Nord-Est. Anche al Centro, dove tale percentuale scende al 43,6%, i contrari costituiscono comunque una minoranza (31,5%). Al Sud e nelle Isole, diversamente, la maggior parte degli adolescenti si dichiara contrario all’eutanasia (rispettivamente il 50,6% e il 44,5%). Per quanto concerne l’aborto, mentre i ragazzi del Sud e delle Isole esprimono un rifiuto netto nei confronti di questo istituto (si dichiarano contrari rispettivamente nel 64,2% e nel 60,2% dei casi), tra gli adolescenti del Centro-Nord la quota percentuale di favorevoli (pari al 44,9% al Centro e al Nord-Est e al 47,5% al Nord-Ovest), pur maggioritaria, è poco più elevata rispetto a quella dei contrari (compresa tra il 40,2% del Nord-Ovest ed il 42,1% del Nord-Est). Anche per quanto riguarda, infine, la possibilità per le coppie sterili di ricorrere alla fecondazione assistita, è possibile osservare come gli adolescenti del Sud e delle Isole mostrino prevalentemente la propria contrarietà: la percentuale di contrari è pari al 54% tra gli intervistati residenti al Sud (a fronte di un 30% di favorevoli) e al 44,1% tra i ragazzi residenti nelle Isole (contro il 31,8% di favorevoli). In relazione al Centro-Nord, la maggior parte degli adolescenti si dichiara favorevole alla fecondazione artificiale: al Nord-Ovest esprime il proprio consenso il 43,6% degli adolescenti (a fronte di un corposo 40,4% che dichiara invece la propria contrarietà), percentuale che sale al 45,4% tra i ragazzi del Centro (39,5% la quota di contrari) e al 46,7% tra quelli residenti al Nord-Est (contro il 37,4% di quanti esprimono il giudizio opposto).







La consulenza on line per l’infanzia e l’adolescenza: aspetti problematici

e opportunità per lo sviluppo di nuovi canali di ascolto

Dalla consulenza telefonica alla consulenza on line. L’introduzione della consulenza on-line richiede un’attenta analisi sia dei processi di comunicazione, in particolare delle modalità di costruzione della relazione di aiuto sul setting virtuale, sia una riflessione sulle competenze professionali di consulenti, generalmente psicologi, abituati a fornire il loro aiuto attraverso la relazione faccia a faccia o attraverso le linee telefoniche. Da una recente ricerca americana tra gli operatori della salute mentale risulta che circa il 60% di loro prova una forte frustrazione e una profonda resistenza a utilizzare le nuove tecnologie per la consulenza. Ciò implica l’esigenza di un processo progressivo e lento nell’introduzione della consulenza on line, un coinvolgimento diffuso per l’innovazione, un maggiore supporto tecnico nell’utilizzo iniziale dei nuovi sistemi informatici, al fine di ridurre l’ansietà provata da operatori non abituati a questi nuovi sistemi.
Analisi dei fattori che facilitano lo sviluppo della consulenza on line in un call center per l’infanzia e l’adolescenza. La ricerca condotta da Telefono Azzurro analizza le principali resistenze professionali e le difficoltà organizzative nello sviluppo della consulenza on line in quei contesti professionali in cui la consulenza a bambini e adolescenti è offerta attraverso i canali tradizionali (faccia a faccia o telefonicamente).
Sono stati intervistati operatori telefonici di diversa esperienza del Call Center di Telefono Azzurro con l’obiettivo di rilevare: la percezione e la consapevolezza degli operatori telefonici relativa alle potenzialità offerte dalla consulenza on line; la percezione di possibili difficoltà nella costruzione della relazione di aiuto attraverso la consulenza on line; le aree critiche su cui progettare le attività formative al fine di preparare professionalmente i consulenti alla gestione di una relazione di aiuto on line.
Dai dati emersi dalla ricerca risulta che più del 63% degli operatori telefonici intervistati sulla specificità della consulenza telefonica dichiara di essere da moderatamente a completamente d’accordo nel considerare il “riconoscimento dell’identità” del chiamante un elemento determinante per la costruzione della relazione di aiuto. L’impossibilità di adottare lo stesso modello relazionale della consulenza telefonica per il Web ha spinto Telefono Azzurro ad approfondire le modalità di gestione delle relazioni virtuali e a promuovere un progetto di lavoro sullo sviluppo di competenze specifiche dei propri operatori.
Solo il 2,7% dei 73 operatori telefonici è abituato a utilizzare con regolarità la chat per motivi personali. È però positivo che il 43,8 % degli stessi operatori usi Internet per comunicare.
Rispetto alle opportunità offerte dalla consulenza on line, questa viene percepita dagli operatori come utile strumento per potere soddisfare l’enorme e crescente richiesta di contatti via Internet da parte di adolescenti e bambini.
Gli altri fattori individuati sono pressoché tutti relativi alle difficoltà proprie della consulenza on line.
D’altra parte, la perdita degli indicatori non verbali accresce il rischio di non riuscire a comprendere correttamente ciò che viene narrato, riducendo soprattutto la possibilità di individuare casi simulati e verificare il grado di veridicità di quanto viene riportato dal chiamante. Ciò può incidere indirettamente sulla percezione di autoefficacia del consulente, soprattutto in considerazione della grande abilità comunicativa che hanno gli adolescenti nell’uso degli strumenti offerti dalle nuove tecnologie.
Un altro aspetto importante è quindi attribuito dagli operatori alla difficoltà di individuazione dell’identità del chiamante, ritenuta indispensabile per l’efficacia della consulenza telefonica. Questo aspetto assume un valore determinante tanto da spingere circa il 79,5% degli operatori a ritenere che la consulenza on line è poco utile per la gestione delle situazioni di emergenza. Questo è un dato interessante poiché in pieno contrasto con quanto registrato dalle helplines telefoniche che da tempo adottano a livello internazionale la consulenza on line. Un’altra area critica è relativa alla percezione di inadeguatezza professionale nella gestione di casi on line. Il 71,2% degli operatori infatti ritiene da moderatamente a completamente problematico l’uso della consulenza on line per lavorare con bambini e adolescenti.
Il problema dell’introduzione della consulenza on line implica diversi problemi. Tra questi vi è l’esigenza di affrontare consapevolmente e con i tempi più adeguati il cambiamento organizzativo determinato dall’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici. Questo sembra essere uno degli aspetti più caratterizzanti le resistenze degli operatori nelle helplines per l’infanzia e l’adolescenza. Ciò richiede una specifica attenzione ai percorsi formativi finalizzati non solo a condividere, o meglio a costruire, nuovi paradigmi comunicativi, ma anche a ridurre il senso di ansietà e l’insicurezza provata dai consulenti nell’affrontare un nuovo modello di comunicazione. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, il lavoro di ricerca svolto indica inoltre che vi sono problemi anche relativamente alla possibilità di utilizzare gli usuali indicatori non verbali per comprendere lo stato emotivo del chiamante e soprattutto la sua identità. Circa l’89% degli operatori dichiara di essere da moderatamente a completamente d’accordo che per svolgere la consulenza on line è necessario essere più cauti poiché non si è certi dell’identità del chiamante. Inoltre circa il 24,3% dichiara di essere da moderatamente a completamente d’accordo che la mancanza della certezza dell’identità del chiamante nella modalità on line rende difficile l’instaurarsi di una relazione d’aiuto.








Bambini e adolescenti:

i nuovi percorsi del tempo libero

I bambini: tempo gestito e tempo da gestire. L’indagine svolta nel 2003 da Eurispes e Telefono Azzurro si è proposta di fornire un quadro sintetico delle attività che i bambini (i minori intervistati sono stati 5.076 di età compresa tra i 7 e gli 11 anni) svolgono nel loro tempo libero. Ai bambini è stato chiesto di indicare le attività svolte nel tempo libero e i motivi della scelta.Si tratta di attività che appartengono all’ambito formativo, culturale o sportivo. Ai primi posti c’è l’attività fisica, in particolare giocare a calcio (50,7%), seguito dalla pallavolo (25,5%) e dal nuoto (23%), insieme allo studio di una lingua straniera (26,5%) e di uno strumento musicale (22,2%). Le attività svolte dai bambini soddisfano il loro gusto personale e non sono vissute come “imposte” dall’esterno: le motivazioni legate alle scelte sono nella maggior parte dei casi da ricondurre alla propensione dei bambini verso le attività stesse.
La soddisfazione maggiore si registra per la danza e lo studio degli strumenti musicali; la ballerina e il musicista sono due professioni che si ritrovano spesso nei sogni e nelle aspettative dei bambini. Tuttavia, è possibile intravedere nelle preferenze dei bambini anche un “progetto degli adulti”. In relazione ad attività come lo studio di una lingua straniera, ad esempio, il ruolo dei genitori nell’organizzazione del tempo libero dei bambini è un elemento da tenere in considerazione: il 15,5% dei bambini dichiara infatti di scegliere quest’attività per far piacere agli adulti.
La noia. Solo un minore su 10 dichiara di ritrovarsi spesso a non avere niente da fare, al resto dei coetanei capita ogni tanto (67,1%) e al 20% di loro addirittura mai. È come se si riproponesse anche nei bambini quella scansione ritmica e frenetica del tempo propria degli adulti. Anche per quanto riguarda la distinzione di genere non si rilevano differenze sensibili, infatti sembrerebbe essere una tendenza comune ai due sessi quella di non avere tempo “vuoto”.
Adolescenti e tempo libero: il loisir come percorso di identità. Il tempo libero per i giovani va oltre l’accezione tradizionale di tempo di evasione, di fuga dagli impegni quotidiani, prospettandosi come un vero e proprio spazio di identificazione sociale. Nonostante questo, quella ludica prevale sulle altre dimensioni. La centralità di questa dimensione peer to peer del loisir è ulteriormente confermata anche dalla scelta dei luoghi in cui generalmente si decide di trascorrere il tempo libero; oltre a bar, pub e pizzerie, la propria casa o quella degli amici rappresenta un luogo di ritrovo per il 39,8%. La preferenza della casa come luogo del tempo libero indica la volontà di intessere relazioni, sottolinea l’importanza del dialogo, oltre che del semplice “stare insieme”. Probabilmente il tempo trascorso in casa è caratterizzato dalla ricchezza degli scambi interpersonali “faccia a faccia” che si coniuga in vario modo ai momenti di fruizione collettiva dei media. L’informalità, la consuetudine del luogo in cui i ragazzi si incontrano, rimarcano questa dimensione familiare e quotidiana del contatto con i coetanei. Allo spazio formale della scuola, dunque, si contrappone lo spazio informale della casa.
Breve viaggio nei consumi outdoor. Gli adolescenti sono un pubblico di spettatori cinematografici: la frequentazione delle sale diventa lo stile di tempo libero connotante la condizione giovanile. Su questo le differenze di genere sono sensibili; mentre le giovani donne mostrano una spiccata propensione verso la fruizione di tutti gli spettacoli dal vivo di “qualità”, i loro coetanei confermano un orientamento molto più ludico ed edonistico. Una consistente componente maschile segue spettacoli sportivi dal vivo (60,7%), contro una popolazione di ragazze che preferisce il teatro (31,6%), le mostre e i musei (46,2%).
Le differenze di genere si fanno invece meno significative (sebbene si continui a rilevare una lieve dominante femminile) nei luoghi deputati all’incontro più che alla soddisfazione delle proprie curiosità culturali: discoteche, cinema, concerti di musica leggera. La musica, la “colonna sonora” della vita degli adolescenti, costituisce un terreno di incontro importante tra i due sessi.I consumi “elitari”, quali teatro (25,5%) e concerti di musica classica (10,6%), siano ancora limitati a ristrette nicchie di adolescenti, una tendenza certamente attribuibile anche alla spesa che l’accesso a questo tipo di spettacoli comporta.
Per un confronto tra vecchi e nuovi media. La televisione continua ad essere “il” mezzo di comunicazione, tanto che la sua popolarità tra gli adolescenti non risente della differenza di genere, e rappresenta ancora oggi il mezzo più diffuso del consumo indoor, non solo personale, ma anche familiare. Il medium televisivo riunisce la famiglia in particolari momenti della giornata e funge da rumore di fondo per tutte le attività domestiche (96,9% per maschi e femmine).
Per quanto riguarda la radio, la ripresa dell’ascolto negli ultimi anni rappresenta il segno di una vera e propria scelta generazionale: la radio è il medium dei giovani in movimento: essa rappresenta la colonna sonora dei ragazzi che la usano sia in casa che fuori. Il vissuto dei ragazzi trova, nel medium radiofonico, uno spazio di espressione cui si fa continuo riferimento. Anche quando la Tv è spenta, la radio è sicuramente accesa, contribuendo a creare un flusso musicale continuo (ascoltano la radio l’82,1% dei maschi e l’88,9% delle femmine).
Considerando ancora le differenze di genere, la tendenza dei maschi a manifestare un bisogno di informazione (in particolare la lettura di quotidiani, 55,9%) si accompagna ad una propensione maggiore nei confronti del computer. Al contrario, le ragazze sono proiettate verso media classici, tradizionalmente rappresentati dal libro (64,2%).
La ricerca di tempo.La “ricerca di tempo” accomuna dunque i bambini e gli adolescenti: se per i bambini esso rappresenta la conquista dell’espressione del sé attraverso il gioco e la fantasia, per gli adolescenti il my time è lo spazio dell’auto-determinazione e delle relazioni sociali orizzontali.
Per i bambini è possibile individuare una “concordanza di genere” che non si riscontra tra gli adolescenti. Mentre i più piccoli hanno una comune percezione del tempo libero e della noia, le adolescenti e i loro coetanei operano delle scelte originali all’interno del percorso del loisir. Gli orientamenti e i gusti degli adolescenti tracciano due ritratti ben distinti delle ragazze e dei ragazzi. Anche il significato dello spazio domestico è diverso per bambini e adolescenti. Mentre la casa è il luogo in cui i più piccoli hanno maggiori possibilità di scegliere le attività da svolgere, svincolati da un controllo forte del mondo adulto, per gli adolescenti essa rappresenta uno spazio di incontro con i coetanei, un luogo di aggregazione forte. Nonostante queste differenze, la casa è “il” luogo mediale tanto per i bambini quanto per gli adolescenti.








Il calcio italiano e i giovani: la fabbrica della speranza

Il calcio: sport sognato dai bambini. Nel 2002, quasi il 30% della popolazione ha dichiarato di praticare uno o più sport; il 58,1% di quelli che si sono espressi in questo senso rientra nelle fasce di età comprese tra i 3 e i 19 anni, mentre il rimanente 41,9% si riferisce a persone di età compresa tra i 20 e i 65 anni e più.
Tra le fasce di età considerate, quella in cui maggiormente si è concentrata la pratica sportiva, nel 2002, va dagli 11 ai 14 anni (64,8%), seguita da quella dei giovani di 15-17 anni (62,4%) e infine da quella dei ragazzi di 6-10 anni (56,9%). Tra gli undici e i diciassette anni, d’altra parte, alcuni aspetti come la motivazione agonistica, i processi identificativi e il bisogno di realizzare forme di appartenenza alternative alla famiglia assumono un’importanza rilevante che sembra spiegare il trend rilevato.
Confrontando la pratica sportiva giovanile relativa al 1995 con quella del 2002 si evidenzia un generale incremento. Nella fascia di età compresa tra i 6 e i 10 anni l’aumento è del 5,2%, per i ragazzi tra i 15 e i 17 anni si attesta sul 10,4%, mentre è del 2,7% nei giovani tra 18 e 19 anni.
Nel complesso, lo sport manifesta una buona “tenuta” rimanendo, tra quelle organizzate e strutturate, una delle attività preferite da ampie fasce di giovani. C’è da segnalare, inoltre, che essi praticano lo sport in modo continuativo. A livello assoluto il calcio rimane lo sport più praticato in Italia; seguono la ginnastica e il nuoto. In particolare, calcio e calcetto hanno conquistato in breve tempo i maschi con più di 6 anni; al contrario, le ragazze nella quasi totalità preferiscono cimentarsi in altre discipline.
Il calcio giovanile in Italia. Nel 2004 il panorama calcistico giovanile si presenta come un fenomeno di dimensioni considerevoli. La selezione, durissima, struttura e rende funzionale il sistema piramidale che caratterizza il mondo del calcio: da una base numericamente ricca si arriva, attraverso percorsi a tappe non sempre prestabiliti, ad una élite ristretta costituita da un piccolo numero di protagonisti, all’interno della quale si configura una ulteriore gerarchizzazione che eleva il “fuoriclasse” a suo modello di riferimento e di rappresentazione: il giovane sportivo diventa “campioncino” piuttosto che “atleta”, con una volontà chiara di denominare e di riferirsi a un esempio di calciatore ormai adulto. Si tratta di un meccanismo complesso, fortemente basato sulla necessità di creare aspettative, di alimentare una speranza per la quale si è disposti ad investire ogni risorsa disponibile. Una fabbrica di sogni indispensabile per garantire lo “spettacolo (campionato) più bello del mondo”. Uno spettacolo che è famoso e popolare ma soprattutto ricco, anzi ricchissimo. La stragrande maggioranza delle società svolge attività in quello che gli esperti chiamano l’“altro calcio”, ovvero nei settori giovanili, scolastici e dilettantistici, quelli che rappresentano la vera “fabbrica della speranza”. Emerge chiaramente che il numero delle squadre del settore giovanile e scolastico è in crescita, mentre quello delle squadre dilettantistiche è in continua diminuzione.
Nella stagione 2002-2003, è soprattutto il settore dei pulcini a mostrare un incremento nel numero delle squadre di calcio: la domanda per la pratica di questo sport proviene soprattutto dai più piccoli (per pulcini si intendono i giovani calciatori aventi una età compresa fra gli 8 e i 10 anni).
In particolare, se si considera l’arco temporale che va dal 2000 al 2003, l’incremento delle squadre di calcio per il settore dei pulcini è stato del 14,7%.
Il boom delle scuole di calcio è confermato dalle iscrizioni effettuate dai piccoli aspiranti calciatori. Un po’ tutti i settori hanno registrato discreti incrementi, ma sono i più giovani (Piccoli Amici e Pulcini) e soprattutto i tesserati del settore allievi, ad avere avuto l’incremento più consistente, pari al 120,8% nell’arco di tempo considerato.
Le Scuole calcio. Le scuole di calcio in Italia sono moltissime e in continua crescita, tuttavia non tutte hanno gli stessi obblighi e gli stessi doveri. Nella stagione calcistica 2002-2003, moltissime scuole si trovavano in attesa di riconoscimento (5.033), altre non erano riconosciute (1.791), tutte comunque operative; insieme a quelle riconosciute (2.791) le scuole di calcio attive raggiungevano la consistente cifra di 9.615 con un incremento del 42,8% rispetto alla stagione 2000-2001.
Le scuole calcistiche riconosciute dalla Figc a loro volta si dividono in: Specializzate, Riconosciute e Centri Calcistici di Base; in particolare per le prime due categorie è obbligatoria l’affiliazione alla Figc da almeno due anni ed è richiesto il tesseramento di almeno tre tecnici qualificati iscritti all’Albo del Settore Tecnico Figc. I Centri Calcistici di Base invece, pur non possedendo questi requisiti, possono partecipare alle attività ufficiali in almeno una delle categorie “piccoli amici”, “pulcini” ed “esordienti”.
Moltissimi adolescenti, dunque, trovano sfogo alle loro passioni calcistiche iscrivendosi a una scuola di calcio, ma chi troveranno ad accoglierli?
La situazione dei tecnici appare piuttosto eterogenea e poco coerente con le scelte formative adottate per qualificare il settore tecnico. Infatti negli ultimi due anni si è visto un incremento notevole di tecnici privi di formazione o abilitati solo dai corsi del Coni, mentre il numero di professionisti che dispongono di una laurea in scienze motorie, sebbene in aumento, rimane inferiore rispetto a quello di quasi tutte le altre categorie di allenatori. Ciò che emerge è un libero associazionismo ben strutturato, che investe risorse economiche nella speranza di creare, di accaparrarsi o di vendere un campione. Una speranza che si concretizza in un contratto di compravendita firmato, in un trasferimento accordato, in uno scambio fruttuoso. Il mercato regola l’intero sistema economico calcistico e non risparmia il settore giovanile.
Il bambino, in questa logica, diventa merce di scambio, per le sue promettenti capacità che ne fanno un “campioncino”. Solo quando si registrano episodi di cronaca sconcertanti, bambini trasferiti da una città all’altra e poi abbandonati a se stessi, costretti a vivere in ambienti inadatti, privi di controlli efficaci da parte delle strutture federali competenti, allora si può comprendere quanto possa essere difficile far emergere i contorni di un fenomeno che rimane sostanzialmente inesplorato. Così come inconprensibile resta l’atteggiamento dei genitori che incoraggiano, spesso oltre il dovuto, i propri ragazzi a intraprendere una carriera così difficile e avara di prospettive. Entrare nel mondo del calcio non vuol dire solo essere capace di giocare, ma anche acquisirne le regole, la mentalità, il linguaggio. Significa essere tutt’uno con un mondo che solo apparentemente opera a favore del gruppo: anzi, sempre più spesso il gioco di squadra serve da complemento per far emergere le doti individuali, per celebrare il campione. La stessa selezione così dura assicura solo all’uno per mille la possibilità teorica di accedere al professionismo.
Il calcio giovanile, rispetto ai miti che propone, si presenta agli occhi dell’osservatore come una vera e propria fabbrica della speranza, dove le possibilità dei giovanissimi calciatori di approdare in serie A sono significativamente ridotte.
Se per puro esercizio statistico rapportiamo i 726.145 baby calciatori al numero di calciatori attualmente presenti in serie A (577), otteniamo un quoziente di 1.258: per i piccoli calciatori significa una possibilità teorica ogni 1.258 di far parte, in futuro, dell’organico di una squadra di A.
Possibilità teorica, anche perché attualmente i nostri club si orientano sempre più verso i calciatori stranieri e questo riduce ulteriormente le probabilità dei calciatori in erba di operare il salto nella massima serie professionistica. Una lotta costante, dunque, che impone fin dall’inizio sacrifici e rinunce che solo più tardi, forse, presenteranno i loro reali risultati. Vanno infine ricordati, gli effetti sociali provocati dal distacco dalla famiglia per coloro che hanno lasciato la loro città (spesso piccolo centro) per entrare nelle giovanili di squadre importanti.







I fumetti

I personaggi dei fumetti più amati dai bambini sono Paperina (21,1%) e l’Uomo ragno (20,6%), seguiti da Topolino (10,6%), Paperino (7,4%), Superman (6,2%). A seguire, anche se meno citati, le streghe protagoniste del fumetto Witch (3,2%), Tex Willer (2,8%), Dylan Dog (2,1%), Julia (2,1%), Minnie (1,8%), Charlie Brown (1,7%), Mafalda (1,4%).
Questo quanto emerge dalle risposte di un campione di 5.076 bambini italiani fra i 7 e gli 11 anni intervistati da Eurispes e Telefono Azzurro nel 2003.
Per quanto riguarda poi il meccanismo di identificazione, il 36% dei maschi afferma di voler somigliare all’Uomo ragno, la cui popolarità è stata accentuata dal successo della trasposizione cinematografica del fumetto; fra i bambini è estremamente comune il desiderio di possedere superpoteri e di vivere avventure eroiche e travolgenti, pur conservando sentimenti ed emozioni molto umane. Molte preferenze maschili vanno anche all’ottimista ed intelligente Topolino (13,2%), al buffo Paperino (11,4%, forse più simpatico ma anche più sfortunato, per questo probabilmente gli viene preferito Topolino), a Superman (10,8%); seguono, con percentuali minori, Tex Willer (4,4%), Dylan Dog (4,2%), Charlie Brown (2,6%), classici di grande fama ma forse rivolti soprattutto ad un pubblico adolescente o adulto.
Le ragazze, invece, indicano come personaggio di riferimento soprattutto Paperina (43%), vivace e simpatica dotata di forte personalità; al secondo posto, curiosamente, si colloca invece Topolino (7,7%), un personaggio maschile, seguito da una delle più importanti novità di questi anni, le streghe di Witch (6,6%), dall’Uomo ragno (4,3%), da Julia (4,1%) e da Minnie (3,7%). Questi risultati indicano che risulta ancora forte sui più giovani, soprattutto maschi, il fascino dei supereroi, e sono sempre molto amati i personaggi simpatici ed imperfetti della Disney.
I ragazzi e i fumetti. In un Paese come l’Italia in cui si legge decisamente poco, i bambini rappresentano in molti casi un target più vivace ed attento rispetto a quello adulto, anche per la maggiore disponibilità di tempo libero. D’altra parte, l’adolescenza segna spesso un allontanamento dalla lettura in favore della vita sociale e degli affascinanti strumenti tecnologici (videogiochi e Internet su tutti).
I fumetti costituiscono comunque per i bambini delle scuole elementari (43,2% ) le riviste preferite da leggere, superando di gran lunga quelle di musica (35,3%) e di sport (26,8). Ancora più diffuso, fra i ragazzi delle scuole medie inferiori, l’amore per i fumetti, ed ancora più netto il distacco tra la quota di preferenze attribuite a questo genere e quelle attribuite a tutte le altre riviste (65,1).
L’offerta per bambini ed i ragazzi è abbastanza varia. Per quanto riguarda il mercato dei fumetti italiani il volume di vendite si attesta su una quota di circa 3 milioni di copie al mese. Le riviste Disney sono ancora oggi le più vendute nel nostro Paese, come dimostrano le tirature della più famosa, Topolino (315.316 copie). Ottime anche le vendite del fumetto Witch (209.165 copie); seguono il Giornalino (75.873) e Paperino (55.122). D’altra parte, facendo un raffronto annuo tra le tirature nel 2003 e nel 2004 si trova in parte conferma del difficile momento attraversato dal mercato fumettistico: quasi tutte le testate hanno subìto una flessione, in alcuni casi minima, in altri preoccupante (Bambi -20%, Paperinik -13,3%); uniche eccezioni il Giornalino (+1,1%), ma soprattutto Witch (+14,2%).
Supereroi, eroi “comuni” ed antieroi. Eroi come Tex Willer, supereroi come Batman, antieroi come Paperino. I protagonisti dei fumetti sono persone comunissime o straordinarie e in alcuni casi entrambe le cose insieme.
Il target del fumetto superoistico è per le sue caratteristiche principalmente adolescenziale, ma nel corso degli anni, a fronte di una contrazione del mercato di questa tipologia di fumetti, i prodotti rivolti ad un pubblico più adulto hanno assorbito fette di mercato sempre maggiori.
In particolare a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta la figura dell’eroe muta notevolmente. I protagonisti delle più celebri storie d’avventura (fantascienza, horror, fantasy, poliziesco ecc.) appaiono solo in parte come eroi e in ogni caso non ne hanno l’atteggiamento.
Basti pensare ai più noti del gruppo: Topolino, pur onesto e positivo, rappresenta una persona abbastanza comune; Paperino è noto per il suo caratteraccio, è scansafatiche e sfortunatissimo, eppure è amato proprio per la sua simpatia ed umanità, perché non è un vincente ed ha i problemi delle persone comuni; Paperon de’ Paperoni è scorbutico ed avarissimo, ma anche pieno di grinta ed iniziativa. I protagonisti delle storie Disney non sono quindi esempi di perfezione ed infallibilità, ma buona parte del loro legame con i lettori deriva proprio dalla loro grande vicinanza all’umanità comune e dall’empatia suscitata dalle loro piccole disavventure quotidiane.
In una posizione intermedia e distinta si collocano i protagonisti dei manga, tanto amati soprattutto dai più giovani. Si tratta in molti casi di ragazzini eroici, talvolta dotati di poteri eccezionali, generalmente accomunabili almeno per certi aspetti agli adolescenti che leggono le loro storie.










“Giovani marmotte:” i boy scout in Italia

Il movimento scout rappresenta una realtà assai importante nell’ambito dei movimenti giovanili e dei sistemi pedagogici. Tuttavia, per quanto concerne l’Italia, l'analisi riportata di seguito mette in luce lo stato di “crisi” che coinvolge lo scoutismo italiano nel suo complesso: il calo degli iscritti, dal 1996 al 2004, è innegabile.
I numeri dello scoutismo. L’Agesci raccoglie complessivamente l’86% degli scout italiani. In Italia sono presenti almeno 10 associazioni scout, ma solo le 3 analizzate (Agesci-Fse-Cngei) rappresentano un numero significativo di iscritti; le altre, pur ispirandosi ai principi basilari della proposta scout, nascono spesso per iniziativa di singoli capi in disaccordo con le associazioni principali o come esperienze locali.
È inutile negare che in Italia, negli ultimi anni, lo scoutismo sta attraversando un periodo di crisi di cui sarebbe opportuno analizzare le cause in profondità. Dal 1996 al 2004, il complesso degli iscritti alle 3 Associazioni Scout è passato da 223.367 unità a 204.519, con un decremento percentuale dell’8,4%.
Tra le 3 Associazioni, solo la Cngei ha fatto registrare, nello stesso arco temporale, un aumento di iscritti del 2,3%. Il calo più consistente è quello dell’Agesci, passata da 194.091 iscritti nel 1996 ai 175.601 del 2004.
Dal 1996 al 2000, l’Agesci ha vissuto i suoi anni più difficili, subendo un calo del 6,9% nel numero di iscritti; nel successivo quadriennio, invece, il decremento si è attestato sul -2,8% e la tendenza negativa sembra meno marcata.
Tra le regioni che ospitano un maggior numero di iscritti all’Agesci, spiccano il Veneto (22.953 unità), l’Emilia Romagna (20.452) e la Sicilia (16.631).
Per quanto concerne il Cngei, le regioni con maggiore presenza di iscritti (adulti + giovani) risultano essere la Lombardia (2.000 unità), il Veneto (1.018) e il Lazio (953).
La Fse, a differenza degli altri due gruppi, dispone di dati disaggregati per macroarea territoriale, da cui emerge una maggiore quota percentuale di iscritti nelle regioni del Centro (36,7%), rispetto a quelle del Nord (31,2%), del Sud (18,4%) e delle Isole (13,6%).
Delle 3 Associazioni, l’Agesci è l’unica presente in tutte le Regioni.
L’Agesci ha calcolato un indice di penetrazione dello scoutismo rispetto alla popolazione giovanile delle singole regioni.
Dai dati, emerge che in alcune regioni il numero di ragazzi scout supera il 5% della popolazione della stessa età. In Emilia Romagna, ad esempio, quasi 6 bambini su 100, di età compresa tra gli 8 e gli 11 anni, hanno vissuto un’esperienza scout nell’Agesci. Se si analizza la fascia di età compresa tra i 12 e i 16 anni, si rilevano valori elevati di penetrazione (almeno 4 ragazzi su 100) in Emilia Romagna, Marche, Friuli e Veneto. Per quanto concerne i giovani dai 17 ai 21 anni, in Emilia Romagna, Liguria e Marche si registrano quasi due giovani ogni 100 impegnati nelle attività dell’Agesci.
Branca L/C. La Branca Lupetti e Coccinelle si rivolge ai bambini e alle bambine di età compresa tra gli 8 e gli 11 anni.In Agesci, le unità di Branca L/C censite nel 2004 sono state 2.152. Il numero di bambini/e iscritti è di 55.921, in calo rispetto al 1996 e al 2000, rispettivamente del -4,6% e –2,7%. Il numero medio di ragazzi per unità è pari a 26.
Anche la Fse registra un decremento costante negli ultimi otto anni (-9,2% rispetto al 1996 e -3,3% rispetto al 2000). La Cngei ha invece fatto registrare un incremento del 5,3% rispetto al 1996 e un decremento consistente (-10,8%) negli ultimi quattro anni.
Branca E/G. La Branca Esploratori - Guide si rivolge a ragazzi di età compresa tra i 12 e i 16 anni. Nel 2004, le unità di Branca E/G censite in Agesci sono state 2.423, in calo di 296 unità rispetto al 1996. Il totale di ragazzi censiti è di 59.508 unità, in aumento rispetto all’anno precedente (59.176), ma con un calo del 12,5% rispetto al 1996. Il numero medio di ragazzi per unità è di 24,5.
Nella Fse, rispetto al 1996 si è verificato un decremento di iscritti (-5,8%) ma un aumento rispetto al 2000 (+1,9%). Nel Cngei il numero di censiti di età 12-16 anni è aumentato del 13,3% rispetto al 1996.
Branca R/S.
La Branca Rover e Scolte si indirizza a ragazzi di età compresa tra i 17 e i 21 anni. In Agesci, nel 2004 le unità di branca R/S sono state 1.855, in calo sia rispetto all’anno precedente (1.861) che al 1996 (1.903). Il dato è estremamente preoccupante in quanto il numero di ragazzi censiti in otto anni è diminuito di 6.532 unità (18,5%). Il numero medio di ragazzi per unità è 15 mentre nel 1996 era superiore a 18. Nel Fse si è verificato un calo di iscritti rispetto al 1996 (-6,4%) mentre tra il 2000 e il 2004 la situazione è rimasta sostanzialmente stabile (+0,4%).
Nel Cngei si registra un aumento consistente (+14%) nel periodo 1996-2004 e un decremento di pari entità (-13,4%) tra il 2000 e il 2004.
Capi Scout. Il numero di Capi, ovvero di adulti in servizio associativo, censiti nel 2004 in Agesci è di 31.489. In questo numero sono compresi anche gli Assistenti ecclesiastici. Complessivamente il numero di adulti iscritti rispetto all’anno di nascita dell’Agesci (1974) è aumentato del 280%.
Nel Fse i capi sono aumentati in 8 anni del 22,5% mentre nel Cngei si è verificata una diminuzione del numero di adulti censiti, diversamente da quanto è accaduto per i giovani iscritti, sostanzialmente aumentati.

Analisi per sesso.
La nascita dello scoutismo femminile si è sin dall’inizio intrecciata con quello maschile. In Italia lo scoutismo femminile ha avuto un inizio un po’ stentato, tanto che nel 1974, anno della fusione tra la principale associazione maschile e quella femminile, il rapporto era di una femmina ogni tre maschi. L’Agesci, nasce 30 anni fà dall’unione dell’associazione scout maschile (ASCI) e quella femminile (AGI) con l’intenzione di far vivere a ragazzi e ragazze esperienze condivise, sulla scia delle aperture sociali introdotte nella Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II.
In Agesci, complessivamente, è presente il 54,8% di iscritti maschi e il 45,2% di femmine. In tutte le branche vi è una prevalenza di ragazzi rispetto alle ragazze, accentuata per i Capi (59,3% versus 40,7%), minore per la Branca R/S (52,3% versus 47,7%). Dal 1996 ad oggi si è verificata una perdita di iscritti complessiva tra i maschi dell’11% e tra le femmine del 7,5%. L’Agesci dimostra di essere l’Associazione scout dove l’equilibrio numerico tra i sessi è più marcato, mentre le altre 2 associazioni mostrano una più spiccata prevalenza della componente maschile. Nella Fse le iscritte sono solo il 43,3% del totale dei censiti e, cosa ancora più rilevante, tra i capi sono solo il 37%. Nel Cngei le iscritte addirittura superano di poco il 40%, e tra i Lupetti e nella branca R/S la componente femminile è inferiore al 38%.







La città a misura di bambino

Ambiente, bambini e sviluppo. La città odierna può essere definita un insieme di sandbox, cioè di spazi recintati e ristretti dove in pochi metri quadrati si esaurisce lo spazio concesso al gioco e all’inventiva. La sicurezza che essa dà è ottenuta artificialmente attraverso una netta separazione tra interno ed esterno. Nonostante ciò il bambino, attraverso un processo di trasformazione, riesce ancora ad appropriarsi degli spazi urbani secondo le proprie esigenze. Egli dà loro una dimensione simbolica e una funzione lontana da quella originaria. I bambini sono esclusi dalla città, per essi esistono spazi preposti e gli adulti li sottopongono ad una sorveglianza continua. Ciò rende difficile ai bambini essere coinvolti in giochi che implicano il rischio, compromettendo il processo di apprendimento, che si verifica superando nuove difficoltà. È evidente a tutti la mancanza di autonomia dei bambini negli spostamenti, sia per recarsi a scuola, sia per andare in bici o solo per giocare fuori casa. L’accompagnamento e la sorveglianza degli adulti sono una costante nell’esperienza del bambino, minacciato dai pericoli della strada e dalle incognite della città. Tuttavia alcune ricerche dimostrano che le limitazioni all’autonomia sono dovute più alle paure dei genitori che non ad una reale incapacità dei bambini e che tali paure sono molto influenzate dai media.
Gli studi di psicologia ambientale hanno dimostrato l’importanza per i bambini di poter usufruire di aree naturali non predefinite dai progetti degli adulti, di aree incompiute e selvagge, in cui cioè è possibile: modificare il paesaggio, appropriarsi degli spazi e usufruire dei luoghi del proprio quartiere. Alcuni studi hanno documentato che la conoscenza dell’ambiente acquisita direttamente attraverso l’esplorazione si riflette nella rappresentazione, e quindi nella conoscenza, che i bambini hanno dei luoghi. A questo proposito sono state indagate le “mappe mentali” che bambini appartenenti a zone residenziali molto diverse si formano dei luoghi che frequentano. Ad esempio, i bambini provenienti da borgate con carenza di verde e di servizi hanno rappresentazioni del quartiere, ma anche dell’intera città, meno articolate. Essi mettono in evidenza soprattutto le caratteristiche strutturali e non gli aspetti sociali e distintivi della città.
La partecipazione dei bambini. La partecipazione dei bambini alla pianificazione dei loro ambienti di vita ha conosciuto una lenta evoluzione da trent’anni a questa parte.
La scala di partecipazione dei bambini prevede otto livelli: tre gradi di non-partecipazione e cinque di partecipazione. Il primo grado è quello della manipolazione, ed è ciò che accade quando gli adulti “utilizzano” i bambini per problemi che riguardano gli adulti stessi. In questo grado di non-partecipazione i bambini non comprendono la finalità delle loro azioni. Il secondo grado è la decorazione, che si verifica quando gli adulti “utilizzano” i bambini per supportare un’idea, senza che i bambini capiscano di cosa si tratta e senza che essi svolgano un ruolo nell’organizzare l’iniziativa. Il terzo grado è la partecipazione simbolica, che si realizza quando i bambini sono chiamati a testimoniare in incontri pubblici o seminari, senza ottenere reale ascolto e senza avere l’opportunità di formulare le proprie opinioni (un caso molto frequente nei paesi occidentali).
Modelli di partecipazione. Le forme più diffuse in Italia di partecipazione dei bambini e dei ragazzi sono i Consigli Comunali dei Ragazzi e la Progettazione Partecipata.
I Consigli comunali dei ragazzi. Per far sì che i bambini possano esprimersi, è possibile istituire un Laboratorio e un Consiglio dei Bambini che faccia da portavoce dei loro interessi e bisogni presso l’Amministrazione comunale. Il Consiglio è caratterizzato dalla presenza di venti o trenta bambini tra i nove e gli undici anni appartenenti a scuole situate nell’area di interesse. Il Consiglio si riunisce all’incirca una volta al mese per discutere gli argomenti proposti dai bambini stessi (traffico, parchi, spazi intorno alla scuola, autonomia, ecc…). Gli adulti svolgono un ruolo di coordinamento degli incontri, di facilitatori della comunicazione all’interno del gruppo; i membri del Consiglio comunale e i tecnici esperti sono chiamati a valutare le proposte dei bambini. Almeno una volta all’anno, i membri del Consiglio dei Bambini prendono parte al Consiglio comunale per rappresentare i propositi di tutti i bambini della città.
La progettazione partecipata. Un’altra modalità di coinvolgimento dei bambini consiste nella loro inclusione nei processi di pianificazione di vari tipi di aree urbane.L’iniziativa può essere attivata sia dagli amministratori, sia dalle associazioni o dal mondo della scuola. Gli obiettivi, a loro volta, possono essere di diversa natura: coinvolgere i bambini nel modificare specifici aspetti del loro ambiente di vita; facilitare la comunicazione tra adulti e bambini; condurre significative attività di educazione ambientale. In virtù degli obiettivi, cambia anche il tipo di coinvolgimento e il grado di partecipazione richiesto ai bambini. Benché molti spazi urbani possano essere pianificati con metodi di partecipazione, le aree maggiormente interessate sono: i giardini delle scuole, gli spazi di gioco, i parchi e le strade ciclabili o pedonali. Alla fase di richiesta, segue la fase di conoscenza dell’ambiente, con le sue caratteristiche percettive, naturalistiche, storiche e sociali. Attraverso varie attività (ispezioni, interviste, fotografie, libere osservazioni), i bambini acquisiscono conoscenze sull’ambiente fisico e sociale del loro quartiere, identificando problemi e risorse. Si passa poi all’elaborazione del progetto. Si comincia con un’attività espressiva e/o ludica che ha la funzione di motivare il gruppo. Per esempio, si chiede ai bambini di disegnare i luoghi più amati e i più odiati, oppure di disegnare la città del futuro. Si tenta di promuovere un approccio emotivo allo spazio che superi il problema degli stereotipi legati alla tecnica del disegno, avvalendosi per questo dell’uso di strumenti come il collage di fotografie o le planimetrie, i modelli tridimensionali, ecc. La continua discussione dei progetti e la ripetizione di attività svolte in piccoli gruppi saranno presupposti indispensabili per la definitiva stesura del progetto. Il raccordo con collaboratori e interlocutori è elemento fondamentale per la progettazione. I giovani progettisti devono incontrare gli abitanti per conoscere le loro opinioni, i professionisti per imparare i trucchi del mestiere e i tecnici per valutare la fattibilità del progetto.
Anche nella fase di realizzazione del progetto i bambini devono essere direttamente coinvolti insieme ad altri cittadini. Le conoscenze personali e la disponibilità di artigiani locali sono fondamentali per ridurre i costi della realizzazione. La partecipazione in fase di realizzazione può svolgersi attraverso feste popolari di costruzione, affidamento ai cittadini delle aree ricostruite ecc. Ciò permette di sviluppare un legame affettivo coi luoghi favorendo il senso di appartenenza. In tutte le fasi della progettazione sono previsti momenti di diffusione attraverso i mass media, anche oltre il quartiere e la città.







Capitolo 4








La salute





Scheda 25 • Il problema del “dolore” nel neonato e nel bambino
Scheda 26 • La salute del bambino immigrato: realtà e problemi
Scheda 27 • Dalle depressioni “generali” ai disturbi depressivi nell’infanzia: quale realtà clinica?
Scheda 28 • La malattia celiaca
Scheda 29 • L’ipertattività nei bambini
Scheda 30 • Le patologie indotte dai nuovi media
Scheda 31 • Aids e minori
Scheda 32 • Strade a rischio: il pericolo è dietro l’angolo









Il problema “dolore” nel neonato e nel bambino

Il dolore può essere definito, operativamente, come “ciò che il paziente dice che fa male” ed esiste “quando il paziente dice che esiste”. I lattanti, i bambini in epoca preverbale e i bambini dai 2 ai 7 anni possono essere incapaci di descrivere il dolore che provano o la loro esperienza soggettiva.
Tale incapacità, ha portato spesso alla conclusione che i bambini non percepiscano il dolore allo stesso modo degli adulti, anche se è ovvio che non è affatto necessario che un bambino sia in grado di capire o descrivere il significato di un’esperienza per viverla. La conoscenza del punto di vista dei bambini sul dolore rappresenta una sfaccettatura importante del trattamento antalgico in campo pediatrico, nonché un elemento essenziale dello studio specialistico del dolore infantile.
Lo scopo della valutazione del dolore è quello di fornire dati accurati sulla sua localizzazione ed intensità, così come sull’efficacia delle terapie effettuate per ridurlo ovvero eliminarlo. Anche in ambito pediatrico, nell’ottica di eliminare il dolore, è importante identificare tutte le procedure programmabili che possono essere eseguite applicando un preciso protocollo antalgico, al fine di evitare, quando è possibile, l’esperienza dolorosa.
Di importanza fondamentale risulta essere, da parte del bambino, l’identificazione dell’intensità e della quantificazione del dolore acuto, spontaneo ovvero post-intervento (procedura, operazione chirurgica, ecc.) poiché questo aiuterà nella scelta dei farmaci più appropriati. A tale fine possono essere utilizzate diverse scale per la misurazione/valutazione del dolore nelle diverse fasce di età.
La gestione del dolore nel bambino appare tuttora assolutamente insufficiente per la presenza di vecchi pregiudizi che, per quanto superati dalle conoscenze scientifiche, sono radicati nella noncuranza.
“Il bambino, il neonato in particolare, ha scarsa capacità di percepire il dolore e di riconoscerlo per la incompleta mielinizzazione delle vie nervose” — Gli studi di neurofisiologia hanno definitivamente dimostrato che il neonato possiede tutte le competenze anatomo-funzionali necessarie per percepire,condurre e decodificare lo stimolo doloroso.
Negli ultimi dieci anni è stata elaborata una teoria secondo la quale nel neonato le vie di conduzione del dolore coinvolgono strutture di segnalazione che non sono attive nel sistema nervoso maturo; inoltre, esiste una ipereccitabilità dovuta al ritardo nella maturazione dei sistemi inibitori, con risposte esagerate, che incomincia a declinare dalla 30ª settimana EG. Si ipotizza che tale fenomeno abbia un significato evolutivo in quanto le sinapsi incomplete sono stimolate a svilupparsi da una grande attività.
“L’ esperienza del dolore viene rapidamente dimenticata dal bambino” La plasticità cerebrale nel neonato e nel bambino favorisce, al contrario, le variazioni sinaptiche cellulari e molecolari richieste per la memorizzazione. Esistono infatti suggestive dimostrazioni di laboratorio della capacità del bambino di conservare la traccia dell'esperienza di dolore.
“Non si riesce a capire quando e se il bambino ha male” — Mentre l’adulto utilizza moltissime parole per descrivere il dolore, almeno 144 secondo una ricerca, il bambino spesso non ne conosce alcuna, ma possiede altri linguaggi che ci parlano di stress-dolore-discomfort che occorre saper riconoscere.
Nel neonato parlano di dolore i segnali comportamentali: le alterazioni del ritmo sonno-veglia, le varie tonalità del pianto, le risposte mimiche e motorie. Sempre nel neonato sono importanti le risposte vegetative: aumentano la pressione intracranica, la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e respiratoria, diminuisce la PaO2 e compare sudorazione palmare.
Anche il neonato pretermine ha un linguaggio della sofferenza che si avvale di segnali che coinvolgono differenti funzioni. Apnea, respiro irregolare, polipnea, cute grigia e marezzata, crisi di cianosi, tremori e startles, singhiozzo e sbadigli sono le risposte del sistema nervoso autonomo, mentre i segnali comportamentali sono rappresentati da sonno continuo o mancanza di sonno, iperattività, irritabilità, rapide variazioni di comportamento, pianto inconsolabile. Dal punto di vista motorio si possono osservare ipotonia, ipertono in iperestensione o in flessione esagerata, frenesia motoria. Si verificano inoltre modificazioni ormonali: aumenta la secrezione di catecolamine, glucagone, cortisolo, GH, mentre diminuisce la produzione di insulina.
Anche i bambini in età prescolare possiedono poche parole, spesso molto rudimentali, per comunicarci che hanno male, ma esibiscono molti comportamenti significativi: disturbi del sonno, iperattività, agitazione psicomotoria, distraibilità, scarso interesse, inibizione motoria, tristezza, inappetenza, riduzione dell’attività ludica, difficile consolabilità e scarsa verbalizzazione.
“I bambini possono diventare dipendenti dagli oppioidi” — Per dipendenza si intende il bisogno di utilizzare il farmaco per i suoi effetti psichici, il che ne comporta una ricerca attiva e compulsiva; la dipendenza psichica non deve essere confusa con la dipendenza fisica che consegue alla persistenza del sintomo doloroso. Il fenomeno della dipendenza psichica da oppioidi è scarsamente descritto nella letteratura pediatrica. Per quanto riguarda la somministrazione acuta è stato descritto che solo 4 soggetti su 11.882 (0,0009%), adulti e bambini, sono diventati dipendenti, mentre per quanto riguarda la somministrazione continua è stato descritto che la sospensione può provocare, dopo una sola settimana di trattamento, una sindrome di astinenza che, peraltro, può essere controllata somministrando dosi scalari di farmaco. La tolleranza è al contrario un fenomeno abbastanza frequente: occorrono quantità sempre maggiori di farmaco per controllare il dolore. Normalmente si manifesta dopo una o due settimane di terapia, sebbene siano stati notati fenomeni di tolleranza anche dopo poche ore dalla somministrazione di dosi-bolo. La tolleranza si manifesta meno facilmente se la somministrazione avviene in modo intermittente.
“I farmaci analgesi hanno effetti collaterali pericolosi” — I farmaci antidolorifici utilizzabili in età pediatrica appartengono essenzialmente a tre categorie: gli antiinfiammatori non steroidei (FANS), gli oppiacei e gli antidepressivi triciclici.
FANS costituiscono una categoria di farmaci eterogenea che condividono il meccanismo d’azione (inibizione della ciclossigenasi), l’effetto antipiretico e analgesico e gli effetti collaterali. Tra gli effetti collaterali i più temibili sono: l’allergia, l’irritazione a carico dell’apparato gastrointestinale e l’inibizione dell’aggregazione piastrinica.
Gli antidepressivi triciclici sono impiegati soprattutto nel dolore cronico e nel dolore associato a neuropatia, agiscono migliorando la qualità del sonno e le capacità nella vita di relazione; normalmente vengono utilizzati come coadiuvanti. Gli effetti collaterali sono sostanzialmente sintomi di tipo anticolinergico: secchezza delle fauci, tachicardia, ritenzione urinaria e alterazioni della visione.
I farmaci i cui effetti collaterali sono più temuti sono gli oppiacei. Tale categoria è costituita da sostanze analgesico-narcotiche derivate dall’oppio che si legano a recettori specifici situati nel sistema nervoso centrale. Tra questi, inoltre, sono comprese tutte quelle molecole di sintesi che hanno un effetto morfinosimile.







La salute del bambino immigrato: realtà e problemi

Nascere stranieri. All’inizio del terzo millennio, la presenza sul nostro territorio di quasi 400.000 bambini e adolescenti stranieri di varia provenienza costituisce un fatto di non secondaria importanza, e richiede l’attenzione e l’impegno di tutti gli operatori che si dedicano all’infanzia.
Negli ultimi dieci anni si è registrato un progressivo incremento delle nascite di bambini con genitori stranieri. Erano 7.000 nel 1993, 8.028 nel 1994, 9.061 nel 1995 e 10.820 nel 1996; il loro numero è quindi aumentato con un ritmo più accelerato diventando 13.569 nel 1997, 16.901 nel 1998 e 21.186 nel 1999. Questo trend di crescita dei nati in Italia si è mantenuto nel 2000 con quasi 26.000 nascite di bambini con entrambi i genitori immigrati. Nei Punti nascita del Centro e del Nord Italia, il 10-20% dei nati ha uno o entrambi i genitori stranieri, negli ospedali delle maggiori città vengono segnalate percentuali ancora superiori, mentre nelle regioni meridionali i neonati figli di immigrati rappresentano in media il 5%.
Una ricerca ha studiato nel 1999 lo stato di salute di quasi 15.000 neonati di diversa etnia (6.700 italiani e 8.000 stranieri). I genitori stranieri dei neonati provenivano da: Est Europa (17%); paesi arabi (31%); Africa nera (11%); Asia (21%); America Latina (13%) e Gruppi nomadi (6%). Lo studio ha valutato: parità, modalità di parto, età gestazionale, peso e stato di salute dei neonati nelle diverse minoranze etniche rispetto alla popolazione italiana.
Si è osservato in particolare che la parità materna è maggiore nella popolazione nomade (il 60,7% dei neonati aveva 2 o più fratelli); inoltre, oltre il 30% dei bambini africani (Africa Nera) e americani è nato mediante parto cesareo, mentre per tutte le altre popolazioni la percentuale di parto operativo è più bassa rispetto al gruppo di controllo (25%) soprattutto tra i nomadi.
Tra gli immigrati sono state sempre rilevate maggiori percentuali di parti pre-termine e di bambini che alla nascita presentano basso peso e problemi di asfissia rispetto a quelli italiani. In particolare, rispetto all’età gestazionale < alle 32 settimane spiccano i valori dell’Est Europa (3,3%), dell’America (3,1%) e delle popolazioni nomadi (2,9%), mentre nel gruppo di controllo italiano si rileva l’1,5%.
Rispetto al peso neonatale basso (< a 2.500 gr.) emergono, tra tutte, le percentuali relative al sub continente indiano (15%) e ancora una volta quelle dei nomadi (14,2%) rispetto al 6,7% del gruppo di controllo.
I bambini stranieri in ospedale. Ricerche recenti hanno studiato gli accessi al Pronto Soccorso dei bambini di origine straniera (immigrati o nati in Italia da genitori provenienti da Paesi in via di sviluppo) in diversi ospedali italiani. È emerso che su un totale di 87.713 visite effettuate in Pronto Soccorso (PS) nell’anno 2000, il 4,7% riguardava bambini stranieri. L’area geografica di origine dei bambini stranieri visitati era rappresentata da: Nord Africa nel 40% dei casi, Africa Sub-Sahariana nel 12%, America Latina nell’8%, Asia nel 20%, Europa dell’Est nel 16%, mentre il 4% dei bambini apparteneva a Gruppi nomadi. In un caso su tre, l’accesso al PS per visita urgente è avvenuto nelle ore notturne (fra le 20 e le 8). In metà dei bambini stranieri visitati al PS sono state diagnosticate malattie a carico dell’apparato respiratorio, nel 14% problemi gastroenterici, nel 12% malattie infettive sistemiche mentre nel 9% dei casi si erano verificati eventi accidentali.
In una ricerca condotta presso 15 Centri Pediatrici di diverse regioni italiane, sono stati raccolti i dati relativi ai ricoveri di bambini stranieri e di altrettanti bambini italiani di controllo. Nel 1999, su un totale di 19.368 bambini ricoverati, 1.004 (5%) erano immigrati o avevano i genitori provenienti da Paesi in via di sviluppo: 365 dal Nord Africa, 81 dal restante continente africano, 262 dall’Est Europeo, 203 dall’Asia, 58 dall’America Latina, uno solo dall’Oceania mentre gli altri 41 bambini appartenevano a Gruppi nomadi. I bambini stranieri ricoverati non presentavano differenze significative rispetto agli italiani per quanto riguardava sesso, età o diagnosi di dimissione. In entrambi i gruppi, la maggioranza dei casi aveva età compresa fra 1 e 5 anni; il 33% dei bambini immigrati ricoverati ed il 26% dei controlli (gli italiani) avevano meno di un anno. Le patologie che hanno determinato il ricovero riguardavano nella maggior parte dei casi l’apparato respiratorio e gastroenterico. La durata media della degenza ospedaliera è stata di 5 giorni nei bambini stranieri e di 4 giorni nei controlli. Viene segnalata una maggior durata della degenza in caso di bambini Rom, a volte ricoverati per motivi “sociali”.
In altre recenti indagini multicentriche italiane è stata studiata la prevalenza delle malattie endocrino-metaboliche e di alcune malattie infettive nei bambini italiani e di origine straniera. Da uno studio effettuato nel 2001 su 14.880 bambini seguiti in 18 Centri di endocrinologia pediatrica, è emerso che quelli di origine straniera erano circa il 2%. Analizzando le diverse malattie si è osservato che fra i bambini stranieri l’incidenza di pubertà precoce e sindrome adrenogenitale era alta, mentre la prevalenza di bassa statura, obesità e diabete tipo 1 mostrava valori inferiori rispetto a quelli attesi.
Da un’indagine clinico-epidemiologica sulle intolleranze e sulle allergie alimentari nei bambini stranieri presenti in Italia, effettuata nell’anno 2002, su una casistica di 3.420 bambini con intolleranze ed allergie alimentari seguiti in 13 Centri distribuiti in maniera uniforme nel territorio nazionale, è emerso che tra i minori immigrati la prevalenza di intolleranza ed allergie alimentari è simile a quella dei bambini italiani. Per quanto riguarda le malattie infettive, una ricerca effettuata nel 2001 su oltre 51.000 bambini, sia italiani sia di origine straniera, ricoverati in 24 Centri pediatrici, ha registrato tutte le diagnosi di Tbc, epatiti virali, Hiv, lue, malaria e altre parassitosi. I bambini recentemente immigrati, in particolar modo quelli adottati all’estero o di ritorno da un viaggio, possono essere affetti dalle cosiddette “malattie da importazione” e richiedono maggiore attenzione sotto il profilo diagnostico. La tubercolosi costituisce una delle malattie a maggior rilevanza sociale e ad alta endemia in tutti i paesi poveri del mondo; ha una possibile evoluzione in forme secondarie in seguito a un peggioramento delle condizioni di vita, di stress fisico e psicologico, quali si possono determinare nel periodo immediatamente successivo all’immigrazione. Gli adulti più che i bambini, i genitori più che i piccoli pazienti immigrati, possono costituire una potenziale fonte di diffusione dell’infezione tubercolare. Quindi l’attenzione del medico, la prevenzione e la diagnosi precoce si devono estendere all’intero nucleo familiare.
In considerazione di tutti questi studi, emerge l’evidenza che non vi sono differenze significative per quanto riguarda lo stato di salute generale dei bambini stranieri rispetto a quelli italiani, sia per quanto riguarda gli accessi al Pronto Soccorso sia per i ricoveri in ospedale.
Il disagio e le difficoltà di inserimento sociale per il bambino straniero e la sua famiglia diventano ancora più seri in situazioni di bisogno, quali lo stato di malattia o il ricovero in ospedale. In questi casi, all’angoscia per la malattia si somma inevitabilmente una più o meno grave difficoltà di comunicazione che si aggiunge alle abituali difficoltà insite nel rapporto fra operatore sanitario, piccolo paziente e genitori.
In questo contesto, la presenza di mediatori interculturali, anche nell’ambito delle strutture sanitarie, renderebbe più facile l’approccio ai servizi ospedalieri da parte degli stranieri. Inoltre, la presenza di persone in grado di facilitare i rapporti fra medico e famiglia, permetterebbe di superare eventuali difficoltà di comprensione: per il pediatra sui dati clinici del paziente (anamnesi e sintomi riferiti) e per la famiglia sulla diagnosi, le indicazioni terapeutiche e gli elementi prognostici (argomenti spesso di non facile comprensione anche per le famiglie non straniere).







Dalle depressioni “generali” ai disturbi depressivi nell’infanzia:

quale realtà clinica?

Depressioni o depressione? La depressione propriamente detta è, invece, una condizione patologica, a cui andrebbero incontro, nel corso della loro esistenza, tra il 5% e il 15% degli esseri umani.
In Italia soffrono di depressione, nelle sue varie forme lievi e gravi, 3 milioni e 700mila donne e 1 milione e 800mila uomini, con un rapporto di 2 a 1. Con o senza ansietà la depressione costituisce la quota più consistente della sofferenza psichica rilevata dai medici di base, che nel 20% dei casi inviano i pazienti dallo psichiatra.
Il 33% ha un’età che va dai 48 ai 64 anni, il 23% tra i 65 e i 75 anni, il 22% tra i 18 e i 47 anni, un altro 22% supera i 75 anni. Il 39,2% dei depressi ha la licenza elementare, mentre il 6,4% ha una laurea.
Al primo posto figurano le casalinghe con il 39,4%, poi i pensionati con il 14,5%, gli impiegati con il 12,1%, gli operai con il 10,3%; seguono commercianti, insegnanti, agricoltori, professionisti e artigiani.
L’indice più basso dei depressi è in Friuli Venezia Giulia (44,7%), il più alto in Emilia Romagna (69,3%). Nella fascia d’età compresa fra i 65 e i 75 anni, i depressi più numerosi sono in Liguria (36%).
La depressione maggiore è meno diffusa: riguarda dal 6% all’11% dei casi con indici vari di gravità. La più comune forma depressiva si presenta, sempre secondo alcuni dati, in forme minori e transitorie; sommate a quelle gravi si arriva al 20% della popolazione.
Per quanto riguarda invece l’infanzia e l’adolescenza, sempre secondo questa indagine, la depressione colpisce il 2% dei bambini dai 6 ai 10 anni e il 4,4%-5% degli adolescenti. Le depressioni che sorgono precoci possono condurre al suicidio. Le donne che partoriscono soffrono, dal 9% al 20% dei casi, di una forma depressiva che si risolve spontaneamente. A volte il disagio psichico può aggravarsi. La psicosi post-partum è comunque rara: 2 madri su 1.000.
Particolarmente significativa la spesa farmaceutica negli ultimi sette anni: dal 1996 al 1999 la spesa per gli antidepressivi è cresciuta del 40%. Nel 2001 sono stati 340 i milioni di euro spesi per i farmaci contro la depressione; nell’anno successivo, il 2002, la spesa per depressione a livello psico-farmacologico ha rappresentato il 7,8% della spesa totale dei farmaci in Italia.
I disturbi depressivi dell’infanzia: quale realtà clinica? La depressione dell’infanzia è acquisizione recente. Fino a quindici anni fa si riteneva che la depressione dell’infanzia non esistesse. Si pensava cioè che i bambini non potessero essere depressi, almeno non clinicamente. Le teorie psicanalitiche affermavano che non poteva esservi depressione senza un Super Io formato: solo allora si sarebbe sviluppata la capacità di provare sensi di colpa, rimorso, autodisprezzo, considerati come elementi fondamentali della malattia. Si pensava che l’ego dei bambini non fosse sufficientemente sviluppato per subire l’influsso dei disturbi depressivi. E quindi la depressione non avrebbe potuto presentarsi nei bambini fino al 7°-8° o 10° anno di età. I bambini di oggi, a detta di pediatri, neurologi e neuropsichiatri infantili, crescono sempre più in fretta. A 7, 8 anni, come scrivono alcuni esperti, sono già informati, riflessivi, attenti alle novità, ma anche esigenti e caparbi, spesso soli e privi di vere risposte.
La sintomatologia depressiva nel periodo infantile (0-10 anni). I criteri diagnostici per la depressione infantile risultano leggermente diversificati rispetto a quelli adottati per l’adulto. Nella prima infanzia (0-3 anni) il bambino depresso esprime tristezza, apatia, irritabilità, ritardo di apprendimento nelle capacità motorie, non sorride. Prevale sempre una sintomatologia quasi esclusivamente fisica. In età prescolare (3-6 anni) compaiono sintomi più a carattere psichico, quali tristezza, sconforto, idee di morte e suicidio, accanto comunque ai precedenti sintomi fisici. Cefalea e gastralgia sarebbero particolarmente frequenti in questo periodo. In età scolare (6-10 anni) la sintomatologia si avvicina a quella adulta con sintomi prevalentemente a carattere psichico, quali l’umore depresso, la disforia, l’anedonìa (mancanza di piacere); sono presenti anche la tendenza all’isolamento, il calo del rendimento scolastico e la mancanza di concentrazione. Tra i sintomi di quest’età, soprattutto tra gli 8 e i 9 anni, è molto importante la fobia, spesso associata al rifiuto di andare a scuola: il bambino vive in questa fase una fortissima ansia di separazione.
La gravità di quanto stiamo sostenendo è addirittura stata denunciata, nell’aprile del 2004, da una ricerca Secondo tale indagine nel 2002, in Italia, 2 bambini su 1.000 hanno assunto uno psicofarmaco di ultima generazione, appartenente cioè alla classe terapeutica degli inibitori selettivi della serotonina (in codice SSRI). Secondo la ricerca italiana in due anni è più che quadruplicato il numero di prescrizioni di pillole contro la depressione per i bambini. Farmaci che in Italia sono registrati solo per gli adulti, ma che i pediatri prescrivono perché non ne hanno altri in alternativa.
La ricerca italiana, che ha avuto risonanza internazionale, ha valutato un campione di 100.000 bambini di 16 Asl italiane del Nord Italia, e si è avvalsa di una banca dati. Su un totale di 586.000 “baby-prescrizioni”, 1.600 riguardavano antidepressivi. Risulta che abbiano assunto psicofarmaci 28.000 pazienti pediatrici del campione, e che l’uso più frequente sia stato nella classe d’età 14-17 anni (6,6 ogni mille), con un rapporto di due a uno tra femmine e maschi.
Ancora più preoccupanti sono i dati presentati nel maggio 2004: in Italia i farmaci del sistema nervoso centrale sono al quarto posto tra le classi medicinali pagate dal Sistema Sanitario Nazionale; largamente prescritti gli antidepressivi di seconda generazione, pubblicizzati come meno tossici, ma che hanno effetti collaterali gravissimi: aumento del peso corporeo, diabete, dipendenza. E non basta. Nonostante la mancanza, o comunque la scarsità delle prove raccolte sull’efficacia e sulla mancanza di gravi effetti collaterali dei nuovi SSRI su bambini e adolescenti, la prescrizione di antidepressivi continua a crescere. Dal 2000 al 2002 il consumo è aumentato di cinque volte. I rischi di favorire comportamenti autolesionistici fino al suicidio da parte della paroxetina prescritta in giovane età sono stati ufficialmente denunciati.
A nulla sembra comunque servire l’allarme lanciato dagli esperti. Nel 2003 il 6,4% della popolazione italiana ha fatto uso di antidepressivi, mentre è salito a 23 dosi giornaliere per 1.000 abitanti il consumo nazionale di psicofarmaci. Anche il 4° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, (Eurispes e Telefono Azzurro, 2003), corredato di dati relativi al 2003, aveva sottolineato, nella scheda “Psicofarmaci baby: una legislazione commerciale?”, la necessità dell’introduzione di un codice etico, al quale si dovrebbero adeguare sia le aziende farmaceutiche produttrici di farmaci, sia i ricercatori, sia i clinici stessi, soprattutto in considerazione dei dati sempre più allarmanti, relativi al consumo di psicofarmaci in età evolutiva, che provengono dagli Stati Uniti – dove le depressioni in età evolutiva raggiungono livelli da epidemia – e da alcune nazioni europee, prime tra tutte Olanda e Inghilterra. In Gran Bretagna, nell’agosto del 2004, un’agenzia per il monitoraggio dell’ambiente ha riscontrato tracce di Prozac nell’acqua che esce dai rubinetti inglesi dovute agli scarti di questo antidepressivo, per il quale si contano 24 milioni di ricette l’anno.







La malattia celiaca

La malattia celiaca (Coeliac Disease) è un’intolleranza permanente al glutine caratterizzata da un danno alla mucosa del piccolo intestino causata da una frazione del glutine stesso, la gliadina, e da altre proteine simili (alcool-solubili), le prolamine, contenute nella farina di grano,orzo e segale.
Nel corso degli ultimi trent’anni sono stati condotti in Europa un numero considerevole di studi epidemiologici, dapprima con il rilevamento dei sintomi tipici e il ricorso a test diagnostici non specifici e, successivamente, con tecniche di biopsia intestinale pediatrica. Infine, grazie allo sviluppo di test sierologici basati su determinazioni anticorpali, sono stati effettuati studi di screening sulla popolazione che hanno rivelato come la celiachia sia la più frequente malattia geneticamente determinata, verificadonsi in 1:130-300 nella popolazione europea.
Uno studio di screening sierologico multicentrico effettuato nel 1994 su più di 17.000 bambini italiani in età scolare indicava la prevalenza della malattia come pari a 1:184, mentre uno studio cross-sectional effettuato nel 2001 sulla popolazione di Campogalliano (Modena) ha dimostrato che la prevalenza nel Nord dell’Italia era pari a 1:200. La CD è risultata più frequente tra le donne (con un rapporto femmine/maschi pari a 8/1) e nel gruppo comprendente gli intervalli d’età tra i 12 e i 25 anni e tra i 26 e i 35 anni.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa, fino a poco tempo fa si riteneva che la malattia celiaca fosse più frequente nel Nord Europa piuttosto che nel Sud. Successivamente, screening anticorpali effettuati in gruppi di persone ad alto rischio di celiachia, come i parenti di primo grado e i pazienti con malattie autoimmuni, hanno dimostrato la stessa frequenza nelle due zone. In Danimarca la prevalenza è stimata essere pari a 1:500, in Svezia di 1:190 e in Germania 1:500 mentre nel Regno Unito di 1:112 e in Irlanda di 1:150. In Finlandia, Maki e collaboratori hanno stimato una prevalenza di CD pari a 1:99 tra i bambini in età scolare.
Negli Stati Uniti si è sempre ritenuto che la CD fosse un disordine piuttosto raro, ricorrendo con una prevalenza di circa 1:10.000. Recentemente, una serie di studi epidemiologici condotti usando strumenti di screening più efficaci, in particolare i markers sierologici, hanno rivelato che la frequenza della malattia è la stessa sia nei gruppi a rischio sia nella popolazione generale. Infatti in uno studio condotto su donatori di sangue americani si è riscontrata una prevalenza di 1:250.
Per quanto riguarda il resto del mondo, la celiachia registra una considerevole frequenza in Australia; inoltre sono stati evidenziati casi nel Nord-Ovest dell’India mentre la malattia potrebbe non risultare diagnosticata in Sud America, Nord Africa e Asia.
Infine, si rileva che la prevalenza della malattia risulta essere molto elevata nei familiari dei soggetti affetti da questa intolleranza, essendo approssimativamente pari al 10% tra i parenti di primo grado e fino al 70% nei gemelli monozigoti. Questi dati confermano il ruolo dei fattori genetici nel determinare tale disordine.









L’iperattività nei bambini

Il “Disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività” (ADHD) è caratterizzato da due gruppi di sintomi o dimensioni psicopatologiche, definibili come inattenzione e impulsività/iperattività. In questo senso, l’Adhd è stato definito come un disturbo cronico neurocomportamentale che interferisce con la capacità dell’individuo di inibire un comportamento (impulsività), di funzionare efficientemente in attività finalizzate (inattenzione), o di regolare il livello di attività (iperattività) in misura adeguata al livello di sviluppo. I sintomi centrali e i problemi correlati si presentano in un continuum, si manifestano in varie combinazioni e all’interno di specifici contesti familiari, sociali e scolastici. L’inattenzione (o facile distraibilità) si manifesta soprattutto come scarsa cura per i dettagli e incapacità di portare a termine le azioni intraprese: i bambini appaiono costantemente distratti come se avessero sempre altro in mente; evitano di svolgere attività che richiedano attenzione per i particolari o abilità organizzative; perdono frequentemente oggetti significativi o dimenticano attività importanti. L’impulsività si manifesta come difficoltà a organizzare azioni complesse, con tendenza al cambiamento rapido da un’attività a un’altra e difficoltà ad aspettare il proprio turno in situazioni di gioco e/o di gruppo. Tale impulsività è generalmente associata a iperattività: questi bambini vengono descritti “come mossi da un motorino”; hanno difficoltà a rispettare le regole, i tempi e gli spazi dei coetanei; a scuola trovano spesso difficile anche rimanere seduti. Tutti questi sintomi non sono causati da deficit cognitivo (ritardo mentale) ma sono dovuti a difficoltà oggettive nell’autocontrollo e nella capacità di pianificazione. Per fare diagnosi di Adhd occorre che siano osservabili almeno sei dei nove sintomi di inattenzione e/o iperattività riportati nella tabella seguente; che i sintomi sopra descritti esordiscano prima dei sette anni d’età e durino da più di sei mesi; che siano evidenti in almeno due diversi contesti della vita del bambino (casa, scuola, ambienti di gioco) e, soprattutto, siano la causa di una significativa compromissione del funzionamento globale del bambino.

Criteri diagnostici per il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività




Sei (o pi) dei seguenti sintomi di disattenzione sono persistiti per almeno 6 mesi con una intensit che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo

Disattenzione

(a) spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici, sul lavoro, o in altre attivit (b) spesso ha difficolt a mantenere lattenzione sui compiti o sulle attivit di gioco (c) spesso non semb
ra ascoltare quando gli si parla direttamente (d) spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze, o i doveri sul posto di lavoro (non a causa di comportamento oppositivo o di incapacit di capire le istruzioni) (e
) spesso ha difficolt a organizzarsi nei compiti e nelle attivit (f) spesso evita, prova avversione, o riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto (come compiti a scuola o a casa) (g) spesso perde gli oggetti necessari
per i compiti o le attivit (per es., giocattoli, compiti di scuola, matite, libri, o strumenti) (h) spesso facilmente distratto da stimoli estranei (i) spesso sbadato nelle attivit quotidiane
Sei (o pi) dei seguenti sintomi di iperattivit-impulsivit sono persistiti per almeno 6 mesi con una intensit che causa disadattamento e contrasta con il livello si sviluppo

Iperattivit

(a) spesso muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia (b) spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto (c) spesso scorazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni
in cui ci fuori luogo (negli adolescenti o negli adulti, ci pu limitarsi a sentimenti soggettivi di irrequietezza) (d) spesso ha difficolt a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo (e) spesso "sotto pressione" o agisce come se foss
e "motorizzato" (f) spesso parla troppo

Impulsivit

(g) spesso "spara" le risposte prima che le domande siano state completate (h) spesso ha difficolt ad attendere il proprio turno (i) spesso interrompe gli altri o invadente nei loro confronti (per es., si intromette nelle conversazioni o nei giochi)


Fonte: DSM-IV-TR (APA, 2002).

Solo quando tali modalità di comportamento sono persistenti in tutti i contesti (casa, scuola, ambienti di gioco) e nella gran parte delle situazioni (lezione, compiti a casa, gioco con i genitori e con i coetanei, a tavola, davanti al televisore, ecc.) e costituiscono la caratteristica costante del bambino, esse assumono un valore e un significato chiaramente patologico, in quanto possono compromettere le capacità di pianificazione e di esecuzione di procedure complesse (le cosiddette funzioni esecutive).
Nei bambini con Adhd risultano compromesse in modo variabile le capacità di retrospezione, previsione, preparazione e imitazione di comportamenti complessi. Un’alterata o ritardata maturazione della memoria di lavoro non-verbale comporta ritardi nella maturazione globale e compromissione delle altre funzioni esecutive: interiorizzazione del discorso autodiretto, autoregolazione del livello d’attenzione e della motivazione, capacità di scomporre i comportamenti osservati e ricomposizione in nuovi comportamenti finalizzati.
Le ricerche dimostrano che circa la metà dei bambini con Adhd continuano a mostrare anche da adolescenti e spesso anche da adulti i sintomi d’inattenzione e di iperattività, accompagnati talvolta da difficoltà sociali ed emozionali. Altri soggetti (il 15%-20% dei bambini con Adhd) possono mostrare invece una sorta di “cicatrici” causate dal disturbo: divenuti adolescenti e poi adulti, manifestano oltre ai sintomi di inattenzione, impulsività e iperattività, anche altri disturbi psicopatologici quali alcolismo, tossicodipendenza, disturbo di personalità antisociale.
In altre parole, non esiste “il” bambino Adhd, ma esistono tanti casi accomunati dalle difficoltà di attenzione e dalla iperattività ma che si differenziano anche profondamente tra loro e che richiedono trattamenti differenziati. Solo una prospettiva di osservazione e di valutazione fondata sul criterio dello sviluppo è in grado di fornire una chiave di lettura che garantisca strategie di prevenzione e di terapia adeguate, con una specifica attenzione a se e come il problema comportamentale compromette i processi di maturazione della personalità e del sentimento di identità del bambino. Il rischio, in caso contrario, è che la nozione di Adhd divenga un contenitore indistinto in cui confluiscono condizioni cliniche del tutto eterogenee.
La terapia per l’Adhd deve quindi basarsi su un approccio multimodale che combini interventi psicoeducativi con terapie riabilitative ed eventualmente, solo in casi particolarmente gravi e resistenti, mediche, purché somministrate dopo un attento ed approfondito bilancio clinico effettuato da uno specialista.







Le patologie indotte dai nuovi media

Bambini col cellulare e adolescenti con la sms-mania. L’Italia si colloca nel 2004 al primo posto in relazione al tasso di diffusione della telefonia mobile: per ogni abitante è disponibile una linea di cellulare. Il numero degli abbonati alla telefonia mobile supera infatti quello degli stessi abitanti (Vodafone con 21.130.000 utenti, Wind più di 10 milioni, Tre circa 700.000 e Tim più di 26.000.000).
Negli ultimi mesi del 2003, Eurispes e Telefono Azzurro hanno sottoposto ad un campione di 5.076 bambini tra i 7 e gli 11 anni un questionario sul possesso e sull’utilizzo del telefono cellulare. L’indagine ha rilevato che anche i bambini hanno subìto il fascino dei telefonini: nel campione analizzato il 51,6% ne possiede già uno.
È stato chiesto poi con quale frequenza cambiassero il proprio telefonino. Per il 48,2% dei bambini del campione sono i guasti, solitamente, a motivare il cambiamento di cellulare. C’è anche una quota consistente di intervistati, il 38,3%, che non ha ancora avuto necessità di sostituire il proprio telefonino perché da poco ne è entrato in possesso. Non sembra, dunque, che i bambini sentano la necessità di seguire l’incessante avvicendamento di mode e di evoluzioni tecnologiche che interessano la telefonia mobile. Solo il 5,2%, infatti, dichiara di cambiare il telefonino ogni tre mesi. Scendendo nello specifico, si sono analizzate le varie modalità di utilizzo del cellulare. Al primo posto le telefonate agli amici, 36,2%, seguite a poca distanza da quelle nei confronti dei genitori, 30,7%. Al terzo posto l’uso di sms, che interessa il 12,8% del campione. Una percentuale poco inferiore di bambini, il 10,1%, utilizza il telefonino soltanto per ricevere telefonate. Inconsistente, invece, la quota di bambini che si avvale del cellulare per navigare su Internet (0,1%) o inviare mms (0,8%). È scarso l’interesse per impieghi di natura ludica: 2,9%, la quota di bambini che dicono di giocare attraverso il proprio cellulare. Nemmeno la pratica degli squilli, elemento tipico del consumo adolescenziale, ha preso piede nelle fasce d’età più piccole: se ne avvale esclusivamente il 3,1% del campione.
Oramai viviamo un rapporto di dipendenza dal telefono cellulare. La preoccupazione maggiore è rivolta comprensibilmente ai più giovani, i maggiori utilizzatori del telefono cellulare e di tutti i suoi usi: lo si utilizza per comunicare con gli amici e con la famiglia, per fare semplici ma significativi squilli, per giocare e per mandare messaggi. Ed è proprio la comunicazione tramite messaggi quella che in questi ultimi anni ha conosciuto una diffusione a dir poco singolare.
L’utenza sms (stimata intorno al 60% dell’utenza della telefonia cellulare) ha conosciuto una diffusione notevole dal 2000 ad oggi e le proiezioni per il 2005 prevedono un’ulteriore crescita del 2,6%.
Secondo le ultime stime, si inviano circa 63 milioni di sms al giorno e l’uso è diffuso soprattutto fra i giovani. Preoccupante appare il crescente numero di soggetti vittime della “sms-mania”, che riescono a spendere addirittura dai 40 ai 50 euro al giorno per inviare sms anche a numeri sconosciuti (Centro documentazione dell’Eurispes). Non si tratta più quindi di una moda passeggera ma di un vero e proprio fenomeno sociologico.
Per i più giovani, il rischio maggiore nell’utilizzo di sms è l’impoverimento del lessico. Per la comunicazione tramite sms sembra, infatti, sia nata una lingua ad hoc caratterizzata da messaggi concisi, essenziali e telegrafici. Nei messaggini si usano gli emoticon (segni interpuntivi che rappresentano diverse espressioni) per definire uno stato d’animo e si fa molto riferimento alla lingua inglese per le abbreviazioni. I risultati di una recente ricerca sulla dipendenza da cellulare su sono allarmanti: su un campione di 2.500 ragazzi di età compresa tra i 13 e 16 anni, il 21% si sveglia di notte (da una a tre volte al mese) per controllare l’eventuale sms inviato sul proprio telefono, l’11% lo fa una volta alla settimana, il 9% più volte nell’arco di sette giorni e un 3% del campione asserisce addirittura che ciò avviene ogni notte.

Internet e IAD. Il termine che identifica la dipendenza psicologica dal Web è l’IAD (Internet Addiction Disorder). Volendo stimare il fenomeno è possibile affermare che sul totale degli utilizzatori di Internet in Italia (14.000.000 circa), un milione e mezzo di internauti sono affetti da IAD e che all’incirca tre milioni potrebbero diventarlo in breve tempo.
Ai molteplici vantaggi offerti dalla Rete possono affiancarsi taluni aspetti negativi provocati da un uso distorto del mezzo: vi è chi esaurisce la carta di credito, colto dal cosiddetto compulsive on line gambling (il gioco d’azzardo on line); qualcun altro sviluppa relazioni sociali soltanto attraverso chat; molti altri assumono personalità alterate dopo essersi immersi in realtà fittizie come quelle offerte dai giochi di ruolo e così via. Le “nuove dipendenze” comprendono tutte quelle forme che, pur non prevedendo l’uso di alcuna sostanza chimica, investono il comportamento o riguardano l’esercizio di un’attività lecita, come è appunto l’uso di Internet. Un’analisi delle recenti pubblicazioni scientifiche internazionali dimostra come l’uso distorto di Internet produca situazioni di dipendenza psicologica con una sintomatologia simile a quella riscontrabile in soggetti dipendenti da sostanze psicoattive. I soggetti più esposti alle psicopatologie collegate all’abuso di Internet rientrano nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 40 anni. Infatti, al pari della dipendenza da sostanze psicotrope, anche la Internet Addiction Disorder implica sintomi quali appunto: la tolleranza (che comporta l’aumento del tempo da trascorrere in Rete per raggiungere lo stesso piacere), l’astinenza (che si manifesta con la comparsa di sintomi tipici causati dalla sospensione dell’utilizzo del Web) e la smania di utilizzare Internet per non correre il rischio della sofferenza psichica, che si può manifestare in irascibilità, depressione, angoscia ed insonnia. Ma, a differenza delle droghe psicotrope, la Net Addiction, piuttosto che incentrarsi sulla sofferenza, si basa sul piacere e proprio quest’ultima caratteristica la rende più difficile da eliminare.
Chat mania. “Cyber relationship addiction” (dipendenza da cyber-relazioni) è la dipendenza più diffusa soprattutto fra i giovani e interessa tutti quegli individui che preferiscono avere rapporti affettivi e di amicizia tramite il web piuttosto che coltivare relazioni familiari e sociali. Lo strumento che maggiormente agevola il diffondersi di questa dipendenza è la chat. Uno dei vantaggi dei rapporti di amicizia che nascono in chat è sicuramente dato dalla capacità di raggiungere velocemente quei sentimenti e quei legami che nelle amicizie reali richiedono invece molti anni di frequentazione: disponibilità e gentilezze si rintracciano dopo solo pochi scambi di battute. Inoltre in chat si può assumere qualsiasi identità, si può scegliere di essere maschio o femmina, si possono assumere svariati titoli professionali e sperimentare nuove personalità. Il problema si pone nel momento in cui il cybernauta trova più stimolanti i rapporti in chat rispetto a quelli reali.
Epilessia da videogame. Rientra tra le dipendenze cosiddette comportamentali anche quella da videogioco, diffusa comprensibilmente soprattutto fra i più giovani. In Italia si contano all’incirca 10.000 casi di epilessia e che il 3% di tutti i casi è causato da videogiochi. Si stima che sia attribuibile ad essi il 10% di quei casi di epilessia che interessano soggetti tra i 7 e i 19 anni. I giochi delle moderne consolle con i loro dettagli grafici sempre più definiti e ricercati e con le loro storie avvincenti trasportano il giocatore ad un elevato livello di coinvolgimento che si conclude molto spesso in dipendenza da videogioco. Dipendenza che va estendendosi con la diffusione sempre maggiore di videogiochi da casa. Comprensibile pertanto il volume d’affari della Sony che, solo nel 2003, ha venduto in Italia 1.000.000 di playstation.








Aids e minori


Il Bareback.
Si chiama “bareback”, letteralmente a schiena nuda, cavalcata a pelo, senza sella. Ed è il sesso senza precauzioni. Più che una pratica isolata il bareback sta diventando un modo di trasgredire diffuso, nonostante le terribili quanto prevedibili conseguenze. In Italia il bareback è una pratica diffusa particolarmente negli ambienti omosessuali, in special modo fra minorenni che vengono coinvolti in giochi erotici da persone adulte o già malate di Hiv o sieropositive. Le modalità di incontro per i barebackers sono soprattutto le chats tematiche e le riviste di annunci per adulti. L’Eurispes ha visionato numerosi siti per adulti dove la pratica del bareback rappresenta un opzione di ricerca o un servizio offerto al navigante visitatore che può accedere al sito senza alcuna limitazione se non la inutile e facilmente eludibile domanda se l’utente è minorenne o meno. Si calcola che il bareback coinvolga circa 25.000 persone, lo 0,5% della popolazione omosessuale (5 milioni) in Italia. Il 60% dei barebackers, 15.000, è minorenne (Centro documentazione dell’Eurispes).
La situazione attuale. Di Aids si muore ormai soprattutto nel Terzo mondo. Chi diventa sieropositivo oggi e vive in un paese occidentale ha a disposizione un numero sempre crescente di farmaci anti-Hiv (19 solo in Italia) che permettono 45 diversi regimi terapeutici. Inoltre sono ben 27 i vaccini allo studio. Nonostante questi numeri, non possiamo abbassare la soglia dell’attenzione: basti pensare che, dalla sua comparsa, l’Aids ha ucciso (secondo l’Oms) 40 milioni di persone in tutto il mondo, quasi 3 milioni solo nel 2003. La XV Conferenza mondiale sull’Aids, tenutasi a Bangkok tra l’11 e il 16 luglio 2004, ha formulato stime aggiornate sul numero di persone affette dal virus dell’Hiv fino al 2003, con un dato che si attesta sui 37,8 milioni di malati di Aids nel mondo. La regione nel mondo con il più alto numero di contagiati, come emerge dai dati, è l’Africa Sub-sahariana (dove si concentra circa il 66% dei malati di Aids), seguita con molto distacco da Sud e Sud-Est asiatico (17,1%) e dall’America del Sud (4,2%). Un altro dato emerso dalla Conferenza di Bangkok è relativo al numero di nuove infezioni da Hiv: più di 4,7 milioni di casi verificatisi nel 2003. Per quanto riguarda invece il numero di decessi avvenuti a causa dell’Aids, il dato comunicato alla Conferenza si attesta su circa 2,9 milioni di persone decedute nel 2003. I dati riportati dalla Conferenza di Bangkok, focalizzano l’attenzione sul fatto che il 13,3% delle nuove infezioni da Hiv avvenute nel 2003 riguardano i minori. Per risalire ad una ripartizione più precisa in fasce dì età bisogna tornare indietro di due anni; infatti nel 2001 il 16% delle nuove infezioni riguardava i minori sotto i 15 anni, il 42% tra i 15-24 anni e ancora il 42% tra 25-49 anni. Analizzando il numero di giovani malati di Hiv nel mondo nel decennio 1990-1999 e confrontandolo con le stime per il decennio successivo, è evidente il carattere evolutivo della malattia nei prossimi anni: il dato assoluto passerebbe dai 6 ai 20,7 milioni di giovani (15-24 anni), facendo più che triplicare il valore in dieci anni. Un aspetto di particolare importanza è rappresentato dalla suddivisione dei giovani malati di Aids in uomini e donne: mentre nel primo decennio considerato gli uomini costituiscono il 58% del totale e le donne il restante 42%, nel decennio successivo le percentuali sono esattamente invertite, dimostrando probabilmente una scarsa sensibilizzazione al problema tra gli individui di sesso femminile.
Europa. Spostando l’attenzione in ambito europeo, il dato relativo ai casi di Hiv/Aids nel nostro continente per il 2001 si ferma a 215.021 unità. La nazione maggiormente colpita è la Spagna con 61.026 casi (rappresentando il 28,4% dei casi sul totale europeo), seguita da Francia (25,1%) e Italia (22,6%).
Italia. L’analisi mostra la distribuzione annuale dei casi di Aids e dei decessi in Italia fino al 2003. Il primo caso diagnosticato di Aids risale al 1982, unico caso in quell’anno; da allora fino al 1995 si è avuto un incremento esponenziale arrivando al record di 5.651 casi. Quindi dal 1996 si è in presenza di un calo consistente, visibile di anno in anno, con l’ultimo dato a nostra disposizione (2003) che ammonta a 1.275 casi diagnosticati in tutto l’anno. Il totale di casi diagnosticati nel ventennio 1982-2003 in Italia ha raggiunto quota 52.836, a fronte di un totale di decessi di 33.774 unità, che rappresentano circa il 64% del totale dei casi. Il numero più alto di morti per anno di decesso si registra nel 1995, con un dato assoluto di 4.575, mentre il valore più alto di decessi per anno di diagnosi è quello del 1994 (4.367). Infine considerando il tasso di letalità per l’intero periodo considerato emerge quanto segue: il tasso di letalità totale è del 64,3%, mentre disaggregando anno per anno il tasso si passa da un massimo del 100% del 1984 ad un minimo dell’11,1% del 2003, con una diminuzione vistosa di anno in anno. La distribuzione annuale dei casi prevalenti di Aids in Italia per regione di residenza fotografa la situazione dal 1999 al 2003 .Nel periodo considerato l’Italia ha visto crescere complessivamente il numero di casi prevalenti di Aids del 32%. L’anno con il maggiore incremento di casi è stato il 2001, quando rispetto all’anno precedente (2000) si è avuta una crescita dell’8,8%. Le regioni italiane con i livelli più alti di casi prevalenti sono la Lombardia, il Lazio e l’Emilia Romagna: nel 2003 la prima rappresenta il 28,2% dei casi italiani, la seconda il 14% e la terza l’8,2%; quindi la somma delle prime tre regioni del nostro Paese supera addirittura il 50% dei casi complessivi del 2003. Agli ultimi posti di questa graduatoria si trovano la Basilicata, la Valle d’Aosta e il Molise, che insieme non raccolgono neanche il punto percentuale. I dati mettono in risalto il tasso di incidenza dell’Aids per regione di residenza nel 2003. La regione italiana con la più alta incidenza è la Lombardia, con un tasso di 4,9 per 100.000 abitanti, a seguire spiccano Lazio e Liguria (rispettivamente con 4,8 e 4,7 per 100.000 ab.) e a breve distanza l’Emilia Romagna con 4,3. Le regioni che presentano i tassi più bassi sono il Molise (0,6 per 100.000 ab.), la Campania (0,9) e il Friuli (1). Un aspetto rilevante per lo studio delle problematiche relative all’Aids è costituito dalla conoscenza dell’incidenza delle diverse categorie di rischio nella malattia. L’analisi riporta l’andamento dei casi di Aids in Italia per categorie di rischio da prima del 1994 al 2002-2003. Risulta chiara nel tempo la crescita in termini percentuali della categoria di rischio dovuta all’eterosessualità, seguita dall’omosessualità; al contrario nel periodo considerato si ha una drastica riduzione della percentuale di casi di Aids dovuti alla tossicodipendenza, e con minore vigore dalle emotrasfusioni; nel caso delle cause non determinate si ha una crescita fino al biennio 1998-99 e da quel momento una riduzione fino all’ultimo dato disponibile. Confrontando il numero di decessi dovuti ad Aids sul totale dei decessi avvenuti in Italia dal 1992 al 2002, emergono dinamiche contrapposte. Il numero di decessi totali in Italia è passato da un valore assoluto di 545.038 del 1992 ad un valore di 557.393 del 2002, facendo segnare un aumento complessivo nel periodo considerato del 2,3%; invece il numero di decessi dovuti all’Aids è sceso dalle 3.853 unità del 1992 ai 237 casi del 2002, evidenziando i progressi fatti in ambito medico e in particolar modo l’aumentata sensibilizzazione al problema dell’opinione pubblica. Questi due diversi trend, riportati nel decennio hanno fatto in modo che l’incidenza dei decessi dovuti all’Aids sul totale dei decessi in Italia sia passata dallo 0,71% del 1992 allo 0,04% del 2002. Ultima considerazione da fare per meglio ritrarre il quadro relativo alla problematica affrontata, riguarda la distribuzione dei casi di Aids nella nostra Penisola per fasce d’età. Ricordando che il dato relativo al totale dei casi di Aids in Italia fino al 2003 ammonta a 52.836, risulta evidente una concentrazione dei casi in particolare tra i 25 e i 39 anni. Scendendo nel particolare, la fascia d’età maggiormente rappresentata è quella dei 30-34 anni (che incide per il 30%), seguita con il 20,3% da quella dei 35-39 anni e con il 20,2% da 25-29 anni. Un aspetto particolarmente interessante è dato dal fatto che la fascia d’età tra i 10-19 anni (con lo 0,4%) è addirittura più bassa in termini percentuali di quella dei minori di 10 anni, dove il dato si attesta sull’1,3%.
Aids e giovani. Secondo le stime Unicef (Infanzia e Aids, 2003), ogni anno 720.000 bambini nascono con l’Hiv da madri sieropositive e nel 90% dei casi si tratta di neonati africani. La trasmissione verticale del virus spiega la quasi totalità dei casi di Hiv/Aids fra minori di 15 anni. Sembrano essere minoritarie infatti le altre modalità di contagio: rapporti sessuali precoci, assunzione di droghe iniettabili, tatuaggi o piercing con strumenti infetti, trasfusioni o uso di emoderivati non controllati.
La possibilità che una gestante sieropositiva trasmetta il virus al nascituro o al neonato non è facilmente quantificabile a causa dell’insieme dei fattori di rischio concomitanti. Può essere stimata intorno al 15% nei paesi industrializzati e da due a tre volte più alta in quelli a basso reddito. Tale divario è riconducibile alla diffusione di strutture sanitarie preparate dove si possano effettuare diagnosi prenatali accurate e regolari, assumere farmaci antiretrovirali durate la gestazione, praticare tagli cesarei, garantire cure neo e post-natali efficaci. La trasmissione verticale può essere efficacemente limitata dalla terapia antiretrovirale e dal parto cesareo. In particolare, il parto cesareo dimezza il rischio di infezione, mentre l’intervento combinato farmacologico e ostetrico riduce dell’1% la percentuale di rischio. Questo spiega la progressiva riduzione dei casi di Aids pediatrico in Italia (i casi di Aids pediatrico da 0 a 13 anni sono calati dagli 83 del 1995 agli 11 del 2002) e negli altri paesi ad alto reddito, e spiega perché ormai il fenomeno sia radicato esclusivamente nei paesi in via di sviluppo e in particolare nell’Africa sub-sahariana. In tale continente infatti, la diffusione dell’Hiv fra le donne è ai massimi livelli mentre è minimo l’uso di contraccettivi (22%), un terzo delle gestanti non riceve alcuna assistenza durante la gravidanza e 4 donne su 10 partoriscono senza l’aiuto del personale qualificato. Nei paesi con più alta percentuale di infezione, la popolazione giovanile è particolarmente soggetta a rischio. Nell’Africa sub-sahariana il primo rapporto sessuale avviene spesso prima del compimento del quindicesimo anno di età. In Kenia, su un campione di 10.000 studentesse di età compresa fra i 12 ed i 24 anni, risulta che, in media, il loro primo rapporto è avvenuto all’età di 14-15 anni.
A tutt’oggi non vi è un programma scolastico di educazione sessuale che prepari le ragazze ad una sessualità più consapevole od all’uso di profilassi. Il Population Reference Bureau stima che ogni anno la percentuale di giovani donne (15-19 anni) che diventa madre nelle regioni sub-sahariane è del 14%, contro il 6% in altri paesi in via di sviluppo ed il 3% nei paesi industrializzati. Molte di queste madri non sono sposate: il 40% delle nascite in Namibia è attribuibile a donne non sposate. Tale fenomeno non può essere attribuito ad un basso livello scolastico, in quanto un terzo delle madri nubili ha conseguito un titolo di studio secondario. Tali dati dimostrano che la popolazione giovane è sessualmente molto attiva e non fa uso di preservativi: i giovani che hanno rapporti sessuali non protetti con diversi partners non solo sono soggetti al rischio di gravidanze indesiderate, ma anche esposti a malattie a trasmissione sessuale, fra cui l’Hiv.
Recenti monitoraggi mostrano quanto sia sviluppato il rischio e quali siano le conseguenze: in Ruanda il 4% di ragazzi di entrambi i sessi fra i 12 ed i 14 anni sono risultati sieropositivi. In Sudafrica la percentuale di ragazze incinte minori di 15 anni risultate sieropositive era del 9,5%. Spesso le ragazze contraggono l’infezione prima dei maschi. Nell’area del Kenia il 22% delle ragazze fra i 15 ed i 19 anni risulta già sieropositiva, rispetto al 4% dei ragazzi. Tali differenze lasciano intuire che le giovani donne vengono infettate da maschi adulti sieropositivi. In molti casi le ragazze decidono volontariamente di avere rapporti sessuali con uomini più grandi, sedotte da regali, soldi od altri favori. Ma spesso il rapporto è frutto di una violenza sessuale: una ragazza su quattro, in Kenia, ha dichiarato di essere stata vittima di violenza; nella Repubblica Democratica del Congo il rapporto sale ad una su tre.
Nei casi di rapporto sessuale con ragazze non consenzienti il rischio di contagio risulta più elevato: sia perché è improbabile che l’uomo decida di usare preservativi, sia perché maggiore è il rischio di abrasioni e ferite. Naturalmente il fatto che il virus venga contratto in giovane età aumenta, anche in prospettiva, il rischio epidemiologico. Un’adeguata campagna informativa e preventiva dovrebbe essere rivolta ad ogni strato della popolazione, ma soprattutto alle persone più giovani, che più di altre sono soggette al rischio infezione. Le campagne per un comportamento sessuale più corretto sembrano inoltre essere più efficaci nei confronti delle persone giovani che di quelle il cui comportamento è oramai piuttosto radicato.
Ad esempio, a seguito di campagne attive di educazione sessuale e promozione all’uso di profilattici nelle scuole e fra gruppi giovanili, si è assistito ad una significativa riduzione del tasso epidemiologico fra teenagers in Uganda e Tanzania.







Strade a rischio: il pericolo è dietro l’angolo

Dati recenti mostrano una significativa riduzione degli incidenti a seguito dell'introduzione del provvedimento noto come "Patente a punti": sembrano conoscere una significativa contrazione sia il numero assoluto di incidenti (nelle strade extraurbane, che non sono - nonostante la diffusa percenzione degli automobilisti - necessariamente le più pericolose), sia il numero di decessi.

Incidenti verbalizzati su autostrade, strade statali e provinciali
Valori assoluti e differenza assoluta e percentuale




Infortuni e decessi

2002/03

2003/04

Differenza assoluta

Differenza %

Numero incidenti

128.963

107.390

- 21.573

- 16,7%

Numero morti

3.022

2.485

- 537

- 17,8%

Numero feriti

92.452

73.881

- 18.571

- 20,1%



Fonte: Istituto Superiore di Sanità, 2004.

Quanti minori coinvolti. Nell’anno 2002, il 5,5% delle persone decedute in seguito a un incidente stradale è da riferirsi a un minore. Si tratta di un dato piuttosto significativo dell’elevata percentuale di rischio di morte a carico dei più piccoli.
La considerazione del numero di feriti fa registrare – per i minori di 18 anni – un’incidenza percentuale pari all’8,9%, superiore dunque a quella relativa ai decessi. La fascia di età 15-17 anni è quella che evidenzia il numero più elevato di ferimenti: 16.800 nel solo 2002.
Il confronto dei valori percentuali dei morti e dei feriti (ponendo il totale di ciascuna distribuzione uguale a 100) evidenzia qualche differenza di rilievo: a parità di numero totale di incidenti, i decessi colpiscono in misura maggiore i bambini, mentre, in maniera speculare, tra gli adolescenti si rileva una maggiore incidenza di esiti non fatali.
Il decesso provocato da incidente stradale riguarda in misura sensibilmente superiore i maschi, soprattutto nella fascia di età che va dai 15 ai 17 anni. Nel 2002 si sono contati complessivamente 267 morti di sesso maschile e 107 di sesso femminile.
Anche nel caso dei feriti sono i maschi a conoscere una maggiore frequenza di eventi traumatici: nel 2002 se ne contano oltre 19mila, contro le circa 11mila giovani ferite.
Il confronto con il totale della categoria (maschi o femmine, morti o feriti) evidenzia come l’incidenza relativa maggiore sia proprio quella dei giovani maschi che si feriscono (8,81% sul totale dei maschi feriti). Decisamente meno frequente è il dato osservato per le minori decedute: in questo caso si registra un tasso percentuale pari all’1,59 sul totale delle donne decedute a seguito di incidente.
Un problema che tutte le statistiche sugli incidenti stradali tendono con forza a rilevare è dato dall’alto numero di pedoni, minorenni, vittime di automezzi sfuggiti al controllo del conducente: anche in questo caso sono i maschi i più colpiti (nel 2002, 51 decessi contro i 28 delle femmine e 1.310 maschi feriti contro 913 femmine).
Occorre evidenziare tuttavia la considerevole incidenza delle classi di età più giovani: in questo caso, infatti, non sono più i “quasi maggiorenni” a rappresentare con forza tale universo; l’alea del pericolo sembra interessare in modo non troppo dissimile tutte le età considerate, compresa la più giovane (nella fascia d’età fino a 5 anni si riscontrano, complessivamente, 26 morti e 369 feriti nel 2002).
Quale sicurezza. La pericolosità della strada non risparmia alcuna categoria di utenti: conducenti, trasportati, ciclisti, motociclisti, pedoni ed il fatto che i minori non conducano mezzi autostradali non li salvaguarda né li tutela dai rischi di incidente.
Non si tratta tuttavia di una mera probabilità statistica. La condizione stessa dell’essere bambini rappresenta un elemento che entra significativamente in gioco nella determinazione del rischio.
La conformazione fisica dei più piccoli, anzitutto, rappresenta – soprattutto per i neonati – un oggettivo elemento moltiplicatore delle conseguenze di un urto: il peso della testa rispetto al resto del corpo, unito allo scarso sviluppo dei muscoli del collo, rappresenta, ad esempio, un elemento che accentua la pericolosità di un impatto violento. Inoltre, e questo vale anche per i più grandi, la ridotta capacità di concentrazione rende i bambini più vulnerabili soprattutto in situazioni in cui il traffico motorizzato è pesante o veloce, quando la visibilità è limitata o quando l’attenzione del guidatore è distolta: tutti elementi che alimentano i rischi per il passeggero o il piccolo pedone.
Le misure atte a contenere tali livelli di rischio agiscono su due diversi ordini di problemi: gli elementi strutturali del veicolo e delle attrezzature (seggiolini, cinture, ecc.) idonee a un trasporto meno rischioso del piccolo all’interno della vettura; gli aspetti di ordine culturale, connessi alla sensibilizzazione di adulti e ragazzi.
Sul primo versante si registra una crescente attenzione sia da parte del legislatore sia delle case produttrici. L’ultimo aggiornamento del Codice della Strada ha modificato le regole del “trasporto corretto dei bambini in automobile o su altri veicoli”, specificando con chiarezza gli accorgimenti di sicurezza da tenere, in relazione all’età e all’altezza del bambino.
Rispetto a tali accorgimenti si evidenzia una duplice difficoltà di applicazione: da un lato si pone un problema di dotazione degli automobilisti delle attrezzature idonee al trasporto di bambini (molti studi, anche a livello internazionale, evidenziano forti carenze in tale ambito); dall’altro si nota, anche in presenza delle tecnologie previste, una diffusa impreparazione tecnica degli adulti nel corretto utilizzo di tali dispositivi (allaccio delle cinture, chiusura e alloggiamento dei seggiolini, corretta ubicazione dei bambini in ragione dell’età e della tipologia di vettura, ecc.). Tale elemento, si pone come particolarmente importante nella riduzione della vulnerabilità dei piccoli passeggeri: molte ricerche evidenziano con grande chiarezza come il corretto utilizzo delle attrezzature per la sicurezza costituisca un elemento che attenua sensibilmente le conseguenze di un possibile incidente.
Oltre a tali aspetti occorre poi considerare un limite prettamente socio-culturale: “seconda casa” per individui e famiglie, o estensione protesica della prima, l’automobile è percepita soprattutto nei suoi aspetti di sicurezza e di ricerca di comfort: le misure di sicurezza, per i bambini ancor più che per gli adulti, costituiscono delle limitazioni al benessere nell’auto e alla gradevolezza del viaggio. Proprio come per quanto avviene per l’abitazione, – tutt’altro che sicura in ogni suo ambiente, specie per i più piccoli: la percezione “familiare” e l’abitudine ormai radicata ad un uso quotidiano dell’auto incoraggiano una sottostima dei rischi (“che mai dovrà succedere in un tragitto così corto?”) o a sovrastimare gli elementi impropri di protezione (“tengo il piccolo in braccio per proteggerlo”). Così, l’adozione su vasta scala dei dispositivi di sicurezza, usati con regolarità e appropriatezza, sembra ancora un mero obiettivo di principio non ancora diffuso nella prassi quotidiana di adulti e minori.









Capitolo 5








La famiglia





Scheda 33 • Costo dei figli: l’opportunità della conciliazione
Scheda 34 • I micronidi aziendali
Scheda 35 • Padri separati: conflitti, delitti, voglia di riscatto e di affidamento condiviso
Scheda 36 • Il ruolo dei nonni nella famiglia allargata
Scheda 37 • Genitorialità e carcere: madri, padri, minori, dentro e oltre le sbarre
Scheda 38 • Gli affidamenti familiari e il processo di deistituzionalizzazione degli istituti per minori
Scheda 39 • Luci ed ombre della nuova legge n.40/2004 sulla procreazione assistita
Scheda 40 • I bambini prodigio









Costo dei figli: l’opportunità della conciliazione


Nel 2003, una coppia senza figli ha speso circa 2.500 euro mensili. Per lo stesso paniere di beni e servizi una famiglia con un figlio ha speso quasi 2.800 euro ed una coppia con due figli o tre figli ne ha spesi oltre 2.900. Rispetto a una famiglia senza figli, dunque, una coppia con un figlio spende mediamente 269 euro in più al mese. Il surplus di spesa sale a 408 euro mensili per una famiglia con due figli e si attesta, in virtù dell’economia di scala, a 413 per una coppia con tre o più figli. In termini di spesa annua, il surplus è di 3.228 euro per un figlio, di 4.896 per due e di quasi 5.000 per tre. Il costo derivante dalla presenza dei figli è rilevante, anche in termini percentuali: una coppia con un figlio spende il 10,7% in più rispetto a una senza figli. La spesa di una coppia con due figli è superiore del 16,2% mentre la presenza di tre o più figli comporta una spesa media del 16,4% in più rispetto a una coppia senza prole. Il costo dei figli è cresciuto notevolmente durante il triennio 2001-2003. Il surplus di spesa di una famiglia con un figlio rispetto a una coppia senza figli è quasi raddoppiato nel periodo considerato (dai 138 euro mensili del 2001 ai 269 del 2003). Nelle famiglie con quattro componenti, il surplus è stato superiore al 2001 ma più contenuto rispetto al 2002, anno in cui la presenza di due figli ha comportato una spesa mensile aggiuntiva di 421 euro. Infine, se nel 2001 le coppie con tre o più figli spendevano mediamente il 12% in più rispetto a una coppia senza figli (pari a 294 euro mensili in più), nel 2002 il surplus era pari al 12,8% della spesa media mensile di una famiglia senza figli (308 euro mensili), fino a raggiungere, nel 2003, il 16,4%. La presenza di figli modifica non solo la quantità dei consumi familiari, ma anche la loro qualità, imponendo mutamenti anche significativi in relazione al peso assunto dalle diverse voci di spesa. Nel 2002, il peso della spesa per l’acquisto di alimenti e bevande, pari al 15,7% in una coppia senza figli, sale al 18,2% in una famiglia con un figlio e al 19,3% in presenza di due figli, raggiungendo il 22,5% in una famiglia con tre o più figli. Nel 2003, l’incidenza dei beni alimentari sul complesso della spesa mensile di una famiglia è salita al 15,9% per una coppia senza figli (0,2% in più rispetto al 2002) ed ha raggiunto rispettivamente il 18,6% e il 19,7% per le coppie con uno o due figli (+0,4%) mentre è scesa al 22,1% per le coppie con tre o più figli. Significativo anche il diverso peso della spesa per l’abbigliamento: pari al 6,9% in una famiglia senza figli, raggiunge l’8,2% in una coppia con due figli e il 9% in una con tre o più figli. La voce istruzione (che comprende l’acquisto di libri scolastici ed il pagamento delle tasse scolastiche) ha un peso nullo sul totale della spesa mensile di una coppia senza figli mentre incide per il 2,7% sui consumi mensili delle famiglie con tre o più figli. Il cambiamento delle abitudini quotidiane o la diminuzione del tempo a propria disposizione che la presenza dei figli comporta hanno un impatto diretto sulle tipologie di consumo. È così possibile osservare che nelle coppie senza figli la spesa per “altri beni e servizi” incide per quasi il 14% sul totale, mentre scende all’11,9% nelle coppie con un figlio, all’11,3% nelle famiglie con due figli e al 10,2% in quelle con almeno tre figli.
Il costo opportunità. Il costo economico dei figli comprende, oltre il denaro speso per comprare beni e servizi ad essi destinati, il mancato guadagno, derivante dalla sostituzione parziale o totale del tempo di lavoro con i tempi di cura dei figli. Il costo-opportunità, ovvero la quota di reddito sacrificata nella maggior parte dei casi dalla madre, in termini di denaro sottratto al lavoro o chance di carriera perdute, a causa del suo impegno nella cura dei figli. Il costo-opportunità è pari al 15% del reddito annuale di una donna con un figlio, e sale al 30% in presenza di due figli. Esso è più elevato per le donne più giovani ed in possesso di un elevato livello d’istruzione, per le quali l’arrivo di un figlio ostacola probabili avanzamenti professionali e grava maggiormente sulle donne che lavorano nel settore privato rispetto alle lavoratrici del settore pubblico, in ragione delle diversità presenti sul piano della tutela legislativa. È evidente che la presenza di un efficiente sistema di servizi per l’infanzia sarebbe in grado di ridurre il costo-opportunità pagato dalle madri, aiutandole a diminuire o evitare la perdita di salario dovuta alla presenza dei figli.







I micronidi aziendali

Le recenti disposizioni legislative, in materia di nidi aziendali hanno il merito di creare un tessuto normativo in grado di rispondere alle esigenze delle madri (ma anche dei padri) che lavorano. L’obiettivo è quello di integrare i servizi per la prima infanzia, in modo da garantire una risposta efficace alla carenza di strutture pubbliche, ma anche di rispondere alle mutate esigenze sociali che vedono le donne ormai presenti e protagoniste nel mondo del lavoro. La prima necessità di una lavoratrice, che decide di avere un figlio è quella di continuare a svolgere la propria professione senza dover scegliere tra la carriera e la famiglia. Questo è possibile solo in presenza di strutture e di servizi per l’infanzia ben organizzati e flessibili. Attivare delle strutture per la prima infanzia in ambito aziendale permette ai genitori di mantenere un contatto ravvicinato col bambino, ma anche di assicurare un maggiore livello di presenza sul posto di lavoro. Inoltre, la vicinanza del proprio figlio, riducendo le occasioni di stress e di preoccupazione per il lavoratore, influisce positivamente sulla qualità del lavoro, con ricadute non trascurabili sulla produttività aziendale. In tal senso, la previsione di un micronido aziendale, che risponde ai problemi logistici e alle necessità affettive dei lavoratori con figli, potrà rappresentare sempre più, in futuro, un’occasione per fidelizzare i dipendenti, sollecitandone i meccanismi di riconoscimento aziendale, l’apparato delle motivazioni individuali e il senso di appartenenza al contesto lavorativo.

Gli asili nido presenti nelle regioni italiane
Anni 1992-2000
Valori assoluti




Regioni

1992

2000

Piemonte

210

248

Valle DAosta

7

11

Lombardia

475

567

Trentino A. Adige

30

63

Veneto

136

322

Friuli V. Giulia

37

57

Liguria

71

98

Emilia Romagna

356

403

Toscana

166

253

Umbria

45

66

Marche

90

138

Lazio

190

255

Abruzzo

43

42

Molise

4

5

Campania

31

102

Puglia

111

73

Basilicata

19

28

Calabria

16

40

Sicilia

106

172

Sardegna

37

65

Totale

2.180

3.008



Fonte: Istituto degli Innocenti.

Gli asili nido: la normativa vigente. In base all’articolo 70 comma 4 della legge 448 del 2001, che ha istituito il Fondo per gli asili nido, rientra fra le competenze della Regione la ripartizione delle risorse finanziarie per la costruzione e la gestione di asili nido nonché di micro-nidi nei luoghi di lavoro.
Inoltre l’art. 91 della Finanziaria per il 2003 (legge n. 289/2002) istituisce il fondo di rotazione per il finanziamento dei datori di lavoro che realizzano asili nido e micro nidi aziendali. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quello dell’Economia hanno firmato il decreto di ripartizione del fondo asili nido 2003 che distribuisce, tra le Regioni, ulteriori 100 milioni di euro per la realizzazione di strutture e servizi per l’infanzia da parte dei Comuni. Le risorse assegnate alle Regioni variano dai 283 mila euro della Valle d’Aosta agli oltre 16 milioni di euro della Lombardia. Tali risorse sono ripartite sulla base dei dati Istat e di una serie di variabili: il tasso demografico dei bambini da 0 a 2 anni (per il 50%); il tasso di occupazione femminile (20%); il tasso di disoccupazione femminile (15%); il fabbisogno teorico basato sul criterio delle liste di attesa (15%). Il Fondo per gli asili nido, istituito dalla Finanziaria 2002, prevede, per il triennio 2002-2004, lo stanziamento di 300 milioni di euro complessivi, da destinare alle Regioni, e da queste ai Comuni, per favorire lo sviluppo del sistema dei servizi alla prima infanzia. Di questi 300 milioni di euro, 50 sono stati distribuiti a fine 2002, 100 nell’anno 2003 e 150 assegnati nel corso del 2004.
A questo budget, finalizzato alla realizzazione di asili comunali, bisogna aggiungere i 10 milioni di euro del Fondo di rotazione istituito dalla Finanziaria 2003, destinato ai datori di lavoro che hanno realizzato nidi o micro-nidi aziendali e in via di assegnazione.

Nidi d’infanzia: posti e iscritti per regione
Dati al 30/9/2000




Regioni

Nidi

Posti

Iscritti

Posti per nidi

% nidi pubblici

% posti pubblici

Posti per 100 bambini 0-2 anni

Piemonte

248

11.160

9.046

45,0

78,6

89,8

10,7

Valle dAosta

11

390

334

35,5

100,0

100,0

12,3

Lombardia

567

23.594

19.878

41,6

84,3

91,7

9,7

Trentino A.A.

63

2.354

1.834

37,4

73,0

89,9

7,5

Veneto

322

8.986

5.979

27,9

47,8

76,1

7,2

Friuli V.G.

57

2.103

1.511

36,9

68,4

77,8

7,8

Liguria

98

3.199

2.953

32,6

87,8

95,8

9,7

Emilia R.

403

17.110

15.673

42,5

91,3

95,2

18,3

Toscana

253

9.144

8.286

36,1

92,9

94,2

11,3

Umbria

66

2.268

1.954

34,4

87,9

91,6

11,6

Marche

138

4.196

3.335

30,4

77,5

83,9

11,5

Lazio

255

11.971

10.384

46,9

83,1

91,1

8,5

Abruzzo

42

1.340

1.131

31,9

92,9

94,4

4,1

Molise

5

242

163

48,4

80,0

87,6

2,9

Campania

102

4.603

1.907

45,1

47,1

44,3

2,2

Puglia

73

3.437

2.309

47,1

69,9

76,3

2,7

Basilicata

28

873

615

31,2

82,1

84,7

5,2

Calabria

40

1.167

567

29,2

55,0

57,4

1,9

Sicilia

172

7.773

6.885

45,2

100,0

100,0

4,7

Sardegna

65

2.607

1.980

40,1

86,2

88,6

6,4

Italia

3.008

118.517

96.724

39,4

79,9

88,4

7,4



Fonte: Istituto degli Innocenti, su dati Istat e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2002.







Padri separati: conflitti, delitti, voglia di riscatto

e di affidamento condiviso

Dal conflitto al delitto. Tra le associazioni di volontariato, che non hanno lo statuto di Onlus ma si occupano con dedizione all’assistenza dei genitori separati ritenuta pre-condizione per assicurare alla prole una vita equilibrata, l’associazione EX di Roma è la prima ad aver costruito il monitoraggio annuale sui delitti compiuti nell’ambito familiare e causati da situazioni conflittuali di coppia per via dell’affidamento dei figli. Nel 3° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Eurispes e Telefono Azzurro) sono stati pubblicati i dati di EX sugli omicidi-suicidi maturati nel contesto delle separazioni. Nel corso di poco più di otto anni (dal gennaio 1994 al giugno 2002) si sono verificati, secondo Ex, 560 omicidi-suicidi che hanno prodotto 761 vittime. Nel 2003, l’Eurispes (con la collaborazione di EX) ha istituito un Osservatorio sui delitti di coppia e familiari-parentali, monitorati mese per mese. L’analisi riporta una serie di dati che consentono di quantificare l’incidenza degli omicidi originati da conflitti di coppia in procinto di separarsi o di ex-coppie separate, aggravati o meno da situazioni di figli contesi. In questi casi devastanti, sono soprattutto i padri separati o in procinto di separarsi a reagire in maniera abnorme alla realtà o alla paura di essere diventati o diventare “padri assenti”. I dati mostrano chiaramente che il conflitto-delitto si scatena soprattutto là dove albergano legami affettivi tra donne e uomini e cioè nella coppia, sia essa di coniugi, di conviventi, di amanti o fidanzati. I delitti tra coniugi che convivono sotto lo stesso tetto sono poco più della metà (54 su 101). Molti di meno sono i delitti tra conviventi (10), seguiti a ruota (9) dai delitti tra fidanzati o amanti. Quelli che maturano nell’ambito di coppie “scoppiate” sono complessivamente 23 (12 tra coniugi separati, 3 tra ex conviventi, 8 tra ex fidanzati e ex amanti). Tra divorziati, per contro, si è consumato un solo delitto. Se ne può trarre la conclusione che le separazioni non ancora sancite dal divorzio, specialmente se recenti, sono terreno fertile di contese che sfociano nel delitto. Abbiamo infatti notato che le separazioni recenti, o anche quelle solo minacciate ma non ancora attuate (generalmente dalla donna della coppia), sono tra le circostanze più frequenti che spingono il partner abbandonato alla vendetta di sangue. Pochi (4) sono infine i delitti che colpiscono rivali di uno dei partner della coppia. Un ulteriore dato rilevante è quello che rispecchia la caratteristica “a sesso unico” degli autori dei delitti di coppia: a fronte di 87 autori di sesso maschile, quelli di sesso femminile sono 14. La questione del sesso degli autori e delle vittime è assai delicata, poiché per via della preponderanza maschile tra gli autori e, viceversa, di quella femminile tra le vittime, questi delitti vengono spesso considerati come gli epigoni della più generale violenza sulle donne e quindi inerenti all’ontologia o alla costruzione sociale della differenza sessuale. Pur non negando la caratteristica sessuata dei delitti di coppia, a noi sembra riduttivo interpretarli come la“prova provata” del dominio bio-sociale del maschio sulla femmina nel genere umano. Sono frutto piuttosto di reazioni a catena in relazioni fortemente perturbate in cui i carnefici appaiono uomini deboli e le vittime appaiono donne forti.
Le 14 autrici dei delitti di coppia si suddividono tra quelle che uccidono i mariti (7), i conviventi (4), gli amanti o i fidanzati (3). Non ci sono autrici nei delitti che colpiscono gli ex. È un dato sui cui riflettere. Nei delitti di coppia, infatti, l’elemento passionale la fa da padrone, anche se non va mai dimenticato che la personalità dell’autore gioca un ruolo altrettanto importante.
Alla luce dei delitti registrati dall’Osservatorio, anche gli omicidi/suicidi hanno una caratteristica a “sesso unico”. L’analisi suddivide poi gli omicidi/suicidi per sesso dell’autore e per ambiti relazionali in cui gli omicidi/suicidi sono maturati. Questa sorta di duplice delitto viene compiuto da 34 uomini e da 4 donne.
Nello studio poi sono stati suddivisi i 157 omicidi di coppia e familiari/parentali in base alle motivazioni. Le “motivazioni” sono diverse dal “movente” (termine che viene utilizzato nelle statistiche giudiziarie), in quanto cercano di delineare meglio la personalità dell’autore. La distribuzione dei 157 delitti in base alle motivazioni ha richiesto una analisi del contesto in cui ciascun delitto è maturato.
Su 157 delitti, 16 delitti di coppia vengono compiuti da partner maschili che non accettano la separazione nella maggior parte dei casi voluta dalla partner. In altri 17 casi la non accettazione della separazione viene complicata dalla presenza di figli in comune, a fronte di una partner abbandonante, mentre 4 omicidi vengono compiuti da partner maschili che, notoriamente, avevano paura di perdere, con la separazione imminente, oltre la partner, anche i figli comuni. Complessivamente, dunque, gli omicidi che hanno per motivazione una conflittualità di coppia dovuta alla non accettazione della separazione da parte del partner maschile sono 37 su 87: meno della metà.
Diversi delitti di coppia si concludono con il suicidio dell’autore e alcuni altri annettono l’uccisione di prole comune. Dai dati inoltre si evince che su 17 figlicidi commessi da padri, 3 sono stati compiuti da mariti che hanno ucciso anche la moglie separata con la quale erano in conflitto; 5 sono stati compiuti da mariti che hanno ucciso anche la moglie convivente che però aveva annunciato o era in procinto di separarsi dal marito. A conclusione possiamo affermare che, tra i 157 delitti di coppia e familiari/parentali, una parte minoritaria ma significativa (37) viene compiuta da partner maschili a danno delle partner femminili sull’onda del rifiuto esasperato dell’abbandono, frequentemente aggravato da conflittualità con la propria partner abbandonante o ex partner, proprio per via dell’affidamento dei figli dopo la separazione. E, paradossalmente, può anche capitare che i figli contesi diventino anch’essi vittime dell’accecamento che porta un padre separato alla strage. L’entità del dato rilevato e i commenti a riguardo non consentono assolutamente di proiettare su tutti i padri separati un alone di latente follia omicida, né di accusare il sistema giudiziario civile in materia di separazione, dominato da una cultura pro-madre, di correità nei fatti delittuosi. Però l’attuale disagio dei padri separati, per essere compreso, chiarito e affrontato, necessita anche delle analisi dei fenomeni estremi che l’accompagnano.
Proprio nel 2003, un caso di omicidio/suicidio di coppia e familiare ad opera di un “classico” padre separato in lotta per i figli e in guerra con la moglie, destò molto scalpore.
Dall’affidamento congiunto all’affidamento condiviso. Le norme che fissano i princìpi in merito all’affidamento dei figli, in caso di separazioni e divorzi, sono collocate nella Costituzione, nel Codice civile, nella legge sul divorzio (originaria e riformata), nonché nella legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, sottoscritta nel 1989. Le fonti normative citate impongono tutte, per principio, quella che oggi viene chiamata bigenitorialità, ovvero il diritto-dovere di entrambi i genitori di partecipare all’educazione, al mantenimento e all’istruzione dei figli comuni. Malgrado le leggi italiane citate prevedano non solo l’affidamento a un solo genitore, ma anche quello che nel vigente diritto si chiama “affidamento congiunto”, nella pratica più del 90% delle cause di divorzio si concludono con l’affidamento esclusivo, l’84% alla madre. L’istituto dell’affidamento congiunto, presente fin dalla legge istitutiva del divorzio (1970), che pure ha avuto il merito di avvicinare la legislazione italiana alle leggi più avanzate in Europa e negli Stati Uniti, non è riuscito a scalfire il “muro” della monogenitorialità come conseguenza automatica dell’esito dei divorzi.







Il ruolo dei nonni nella famiglia allargata

Si parla di famiglia “allargata” quando nel nucleo familiare si registra la simultanea presenza di genitori, nonni, generi, nuore, nipoti, fratelli, zii. Dall’analisi condotta sull’evoluzione della condizione anziana in Italia emerge la rappresentazione di una terza età ancora dinamica e vitale, che conquista un ruolo più significativo in un quadro aggiornato della famiglia moderna.
I nonni si segnalano come i nuovi protagonisti attivi, e non passivi come in passato, di una società organizzata che vede al centro la famiglia come struttura portante dell’organizzazione sociale contemporanea. A dispetto dei molteplici meccanismi emarginanti, ereditati dalla famiglia patriarcale, i nonni moderni sono ora in grado di proporsi con accenti e caratteristiche diversi, per conquistarsi un posto di rilievo nella famiglia contemporanea. Il lungo e difficile momento di transizione dalla prima infanzia all’adolescenza, e dall’adolescenza alla prima età adulta, lungi dal trovare ostacoli nella presenza della cultura “superata” degli anziani, trova oggi in essa motivo di evoluzione e di stimolo, impensabile fino a qualche anno fa. L’allungamento della speranza di vita e la consapevolezza degli anziani di sopravvivere più a lungo e di poter godere della crescita di nipoti, e talvolta di pro-nipoti, finisce per conferire a questa fascia di età ruoli nuovi e significativi. Nella famiglia allargata, in cui sono sempre più frequenti i fenomeni di rientro forzoso dei giovani nel nucleo familiare d’origine per perdita di lavoro o di reddito, a causa di separazioni o divorzi, si vanno evidenziando caratteristiche sostanzialmente diverse da quelle della famiglia tradizionale.
L’Identikit del nonno. Secondo l’ultimo censimento, in Italia si contano circa 11 milioni di nonni, che rappresentano il 38,4% della popolazione degli ultraquarantenni. Le nonne, più numerose dei nonni, sono pari al 60% della categoria. Dati recenti evidenziano che degli 11 milioni di nonni, 7 milioni hanno più di 65 anni. Oltre il 70 % degli anziani assolverebbe al ruolo di nonno nei confronti di una media di circa 4 nipoti. Prevale la presenza femminile (71,3%) specie nelle regioni del Centro e del Sud (rispettivamente 75% e 72,5%).
Si rileva che il 58% dei nonni (poco più di 6 milioni) abbia almeno un nipote con meno di 14 anni; rapporto che si riduce drasticamente al 20,1% per i nonni ultrasessantacinquenni. La maggioranza dei nonni con nipoti di età inferiore ai 14 anni si occupa di loro in varie occasioni, ma le nonne sono, al riguardo, molto più attive. Solo il 13%, infatti, non si occupa mai di loro, contro il 18,8% dei nonni.
Si evidenzia inoltre che ben il 29,8% dei nonni, seppure ancora personalmente impegnati in attività lavorative, si occupa dei nipoti. Risulta inoltre che, anche se solo il 10% dei nonni vive insieme ai propri nipoti, nella maggioranza dei casi essi vivono comunque in zone relativamente vicine. Tra gli ultrasessantacinquenni, 1 su 6 condivide con uno o più nipoti lo stesso caseggiato, e 1 su 4 risiede nel raggio di un chilometro.
I dati sembrano confermare che la categoria dei nonni continua ad essere una risorsa capace di svolgere una funzione sociale alla quale famiglia e società non sono in grado di rinunciare.
Ed ancora emerge che 6 bambini su 10 sono affidati ai nonni e solo 2 frequentano l’asilo nido (per carenza di posti, per rette troppo onerose, o per carenze di asili nel comune di residenza). Il 42% dei nipoti, alla nascita, ha ancora tutti e quattro i nonni.
In definitiva, l’affermazione secondo cui “se non ci fossero i nonni si dovrebbe inventarli” sembra confermata dalla realtà dei comportamenti.
Il nonno ideale. Tale figura, uomo o donna, considerata la loro complementarietà nella relazione con i nipoti (pur riconoscendo alla nonna un impegno più intenso) ha un’età compresa tra i 65 ed i 74 anni, dimostra di aver intrapreso ed accettato positivamente la propria vecchiaia, vive con il coniuge, vicino, ma non insieme ai figli e nipoti, risiede in una zona periferica; il suo livello di istruzione è medio. I nipoti sono fanciulli tra i sei ed i dieci anni di età; egli li incontra spesso, motivato sia da necessità contingenti (offrire aiuto ai figli) che dal desiderio di stabilire legami affettivi; pur amando e ricercando la compagnia dei propri nipoti, tale nonno non si assume responsabilità educative onerose, si limita a proporsi come sostegno utile per i genitori. Il nonno ideale è una persona disponibile a collaborare, ad offrire consigli alla generazione di mezzo sui problemi dell’educazione nel rispetto delle scelte operate dai genitori. Egli ricava soddisfazione dal rapporto con i nipoti al di là dell’efficacia della sua azione educativa; ritiene contemporaneamente un piacere ed un dovere il dedicare tempo ai bambini dei suoi figli; sa rapportarsi con loro dimostrando intraprendenza e dinamicità, privilegiando le modalità ludiche e la trasmissione del proprio vissuto e di quello della famiglia; egli percepisce, quale aspettativa principale dei nipoti, il bisogno di ricevere affetto e comprensione, ma è sensibile anche alla richiesta di doni, che gli appaiono utili come mezzi per rafforzare la relazione. Tali osservazioni sono ovviamente orientative ed influenzate da variabili soggettive ed oggettive. Nonni, del resto, non si nasce, ma si diventa.
La funzione di nonno fa seguito alla nascita di un nipote, con la consapevole assunzione di un ruolo, assorbito tuttavia impercettibilmente fin dall’infanzia, secondo i modelli comportamentali e sociali di riferimento di ciascuno.
Il ruolo dei nonni nell’inserimento sociale dei nipoti. Da un recente studio emerge che su 500 casi di bambini disagiati socialmente, quelli cresciuti senza anziani in famiglia hanno più problemi di inserimento sociale. Sotto accusa, insomma, le famiglie che hanno fatto a meno del ruolo educativo dei nonni.
Il rapporto segnala che il 47% dei bambini cresciuti senza nonni ha manifestato maggiore propensione alla violenza, in particolar modo la tendenza è più accentuata nei maschi. Nel campione di età preso in esame, compreso tra i 6 ed i 12 anni, coloro che non hanno avuto accanto i nonni:
  • sono risultati più lenti nel processo di apprendimento scolastico (18%);
  • hanno imparato più lentamente a parlare (27%);
  • hanno maggiore difficoltà di integrazione sociale (36%);
  • hanno più difficoltà a socializzare con gli altri coetanei (15%).
Secondo la ricerca, almeno un nonno in famiglia ha reso i bambini:
  • più bravi a scuola (19%);
  • meglio disposti verso gli altri coetanei (22%);
  • più educati (38%);
  • meno sensibili al richiamo della tv e della pubblicità (47%).
I nonni in conclusione incidono sul processo di autostima (nel 52% dei casi gli intervistati dimostrano di essere più sicuri di sé); la loro assenza, al contrario, provoca l’incremento della visione di programmi violenti (per l’80% dei casi) e del consumo acritico di pubblicità.










Genitorialità e carcere: madri, padri, minori, dentro e oltre le sbarre

In Italia sono oltre 40mila, fra grandi e piccoli, i figli “fuori” dal carcere che hanno un genitore dietro le sbarre. Dato che evidenzia il numero di figli che, pur non vivendo direttamente il problema della detenzione, subiscono la privazione della figura materna o paterna, in quanto detenuta.
Detenzione femminile e presenza di bambini: la dimensione del fenomeno. Nelle carceri italiane oggi vi sono circa 60.000 detenuti. Di questi, poco più di 2.600 sono donne.
Al gennaio 2002 la percentuale delle presenze femminili sul totale della popolazione era poco più del 4%, esattamente 2.369 donne rispetto ai 2.886 posti previsti e contro le 52.906 presenze maschili.
Nel primo semestre 2004 si calcola un numero pari a 39.485 nuovi ingressi di sesso maschile (di cui 24.320 italiani e 15.165 stranieri), contro i 3.744 ingressi femminili: di questi, 1.964 hanno riguardato donne straniere e 1.780 donne italiane (da notare il numero superiore delle prime rispetto alle seconde, contrariamente a quanto capita rispetto alla detenzione maschile che vede in netta prevalenza l’ingresso in carcere di italiani). Le donne sono tendenzialmente condannate a pene della durata media piuttosto bassa: dai 3-5 anni a un minimo di 1-3 anni; le condanne si riferiscono soprattutto a reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti (34,4%) e da reati contro il patrimonio (22,2%).
I bambini italiani che vivono in carcere con le loro mamme oggi sono circa 50. Fino al 1997, ogni anno, le carceri italiane ospitavano tra i 30 e i 100 bambini di età inferiore ai tre anni.
Nel 1975 erano presenti nelle carceri italiane 125 bambini rispetto ai 63 del 31 dicembre 2001.
Questa diminuzione, irregolare ma progressiva nel corso degli anni – anche se con un incremento negli anni 1999 e 2000 –, testimonia la progressiva attenzione della giustizia al dramma delle madri detenute: dramma che non può risolversi né tenendo presso di sé i propri figli, né affidandoli ad altri al di fuori dell’istituto penitenziario, né consegnandoli ad un istituto di assistenza.
La drammatica esperienza di una maternità-genitorialità “difficile”, “intermittente” o “interrotta” riguarda la metà delle detenute: il 50% di loro ha dei figli. Mediamente l’80% di esse ne ha fino a tre, per arrivare a quattro – o più – nelle regioni meridionali; in Campania e in Sicilia questo valore raggiunge il 20% del totale delle donne detenute (dati riferiti all’inizio del 2002). Inoltre, solo una minima parte delle detenute italiane vive nelle carceri femminili (oggi se ne contano 8: Trani, Pozzuoli, Arienzo-Caserta, Rebibbia-Roma, Perugia, Empoli, Pontedecimo-Genova e Giudecca-Venezia); mentre il 77% delle detenute è sparso nelle sezioni distaccate delle carceri maschili (oggi 52, ma all’epoca della ricerca erano 96), frammentate in gruppi esigui che stentano a raggiungere le 20 unità. Nella maggior parte delle sezioni non ci sono zone verdi e nel 10% non esiste neppure un cortile.
Quali strumenti di tutela? L’istituzione degli asili-nido all’interno degli Istituti penitenziari. All’interno di un istituto penitenziario italiano, il primo asilo nido di cui si ha notizia è quello di Regina Coeli a Roma, aperto nel 1927, seguito, a tre anni di distanza, da quello del carcere di Napoli.
Tali strutture sono state istituite allo scopo di garantire il benessere morale e materiale dei figli delle detenute, specialmente da un punto di vista igienico-sanitario. Il problema centrale, però, è rappresentato dal fatto che la qualità della relazione madre-bambino all’interno di un istituto penitenziario è molto complessa. Dal 1993 al 2001 solo 18 carceri in tutto il territorio nazionale sono state dotate di un asilo nido. I restanti sono dotati di un nido non funzionante mentre uno è in allestimento. Questa situazione riguarda un totale di 61 detenute madri e 63 figli di età inferiore ai 3 anni.
A parte la evidente scarsità di strutture di questo tipo, anche la loro distribuzione appare inadeguata e disomogenea: ben sette regioni italiane ne risultavano, al 31 dicembre 2001, sprovviste: Emilia-Romagna, Friuli, Trentino, Val d’Aosta, Marche, Molise, Basilicata.
Il ruolo del volontariato a sostegno della famiglia e a tutela dell’infanzia negli Istituti penitenziari. Su una popolazione carceraria di circa 60mila detenuti, in 201 strutture detentive dislocate in tutte le province italiane, sono presenti 8mila volontari e operatori di cooperative sociali.
Un recente studio segnala che il rapporto tra detenuti e operatori esterni è di 7 a 1, con forti oscillazioni tra le diverse aree geografiche del Paese, con una situazione più favorevole al Centro (4 detenuti per operatore non istituzionale) e quella meno favorevole al Sud (14 detenuti per ogni operatore). Ma dallo studio emerge anche una forte prevalenza femminile (52,6%) che nel Mezzogiorno raggiunge quasi il 60%.
I volontari regolarmente autorizzati sono presenti nel 92% degli istituti penitenziari e svolgono un’attività di sostegno a più livelli: dal sostegno morale e psicologico all’aiuto pratico, da attività di tipo religioso, all’animazione socio-culturale, dall’accompagnamento per licenze o uscite premio, alla funzione di “ponte” con il territorio e le famiglie dei detenuti.
Il Progetto “Bambini e carcere” di Telefono Azzurro. Attraverso il Progetto “Bambini e carcere” Telefono Azzurro si propone di tutelare l’infanzia e l’adolescenza coinvolta, a vari livelli, all’interno del sistema penitenziario.
Il Progetto nasce nel 1992 e, attraverso le iniziative maturate nel corso degli ultimi anni di sviluppo, ha cercato di costruire un duplice sistema di interventi mirati a:
  1. promuovere uno sviluppo adeguato del bambino che si trova inserito in una situazione di detenzione, valorizzando e supportando la relazione con la madre e costruendo le basi perché riesca ad accedere alle risorse esterne al carcere (“Progetto Nido”);
  2. supportare l’ingresso e la permanenza, all’interno degli istituti, del bambino e dell’adolescente che si recano ad incontrare il genitore/parente detenuto, attraverso l’allestimento di spazi idonei e di personale volontario specializzato (“Progetto Ludoteca”).
In Italia le prime ludoteche nelle carceri nascono con circa 20 anni di ritardo rispetto agli altri paesi europei. La prima ludoteca di Telefono Azzurro è stata inaugurata nel dicembre 1999 presso il Carcere di Monza. Su questo modello sono state poi realizzate le altre 17 ludoteche: a Torino, Firenze, Roma, Prato, Padova, Milano e Pescara mentre sono in fase di allestimento quelle negli istituti di Poggioreale a Napoli, Reggio Emilia, Catania e Verona. Sono stati inoltre attivati i primi contatti presso altre realtà carcerarie.









Gli affidamenti familiari e il processo di

deistituzionalizzazione degli istituti per minori

Avere due famiglie: i minori in affido. Secondo l’indagine censuaria del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Sezione Minori, al 30 giugno 1999 i minori in affidamento familiare risultavano essere complessivamente 10.200. Sono bambini o adolescenti con una storia di abbandono e sofferenza alle spalle, protagonisti di affidamenti intra-familiari (5.280 minori affidati a parenti) ed etero-familiari (4.668 minori affidati a terzi senza alcun legame di consanguineità), mentre per 252 minori non si hanno informazioni pertinenti a riguardo. I dati sono stati disaggregati in affidamenti etero-familiari e infra-familiari, in quanto questi ultimi hanno caratteristiche differenti, difficilmente comparabili con gli affidamenti a terzi. Sono disposti spesso dalla magistratura minorile, a seguito di una sospensione o decadimento della potestà dei genitori, con un coinvolgimento limitato o nullo dei servizi sociali territoriali nella loro progettazione e gestione. All’epoca della rilevazione la popolazione minorile ammontava a 10.211.361 unità, per cui si ottiene un valore medio nazionale di quasi un minore in affidamento familiare per ogni 1.000 abitanti di età inferiore ai 18 anni. Le classi di età maggiormente rappresentate, in entrambe le popolazioni di affidati, e in termini assoluti, riguardano le fasce di età comprese tra i 6 ed i 10 anni e dai 14 ai 17 anni.
Tra le motivazioni dell’affidamento familiare predominano in assoluto le condotte di abbandono e/o di grave trascuratezza della famiglia di origine. Se alla quota attinente ai gravi problemi economici si aggiunge quella attinente ai problemi abitativi, si delinea un quadro significativo di povertà.
La solidarietà, la condivisione con altri delle proprie risorse, l’apertura verso gli altri, sono i motivi prevalenti che spingono a richiedere l’affidamento. Essi rappresentano un punto di partenza importante, tuttavia non sufficiente a intessere una relazione affettiva con il minore affidato, che in genere è un bambino con la sua storia, il suo vissuto e le sue esperienze sovente negative.
È proprio il concetto di “diversità” che va bandito nel processo di affidamento.
Spesso il bambino affidato manifesta poca propensione allo scambio di gesti affettuosi con la famiglia che lo ospita temporaneamente. Il problema del minore non è tanto quello di avere due famiglie, quanto il timore di non averne una di riferimento. La sua paura è quella di perdere la famiglia di origine (che, anche se inadeguata, rimane comunque la sua, quella alla quale egli si sente legato) e di non poter ancora fidarsi della nuova. Quasi la metà dei bambini in affidamento etero-familiare, e circa il 70% di quelli in affidamento intra-familiare, non sembrano avere problemi comportamentali. Tra gli aspetti problematici più diffusi si evidenziano le difficoltà scolastiche, relazionali con gli adulti e coi pari, e la mancanza di autostima.
La temporaneità dell’affidamento familiare. Presupposto dell’affidamento è la «temporanea privazione di un ambiente familiare idoneo». E il requisito della temporaneità ne caratterizza tutta la disciplina.
La durata presumibile del periodo di affidamento deve essere indicata nel provvedimento e l’affidatario deve favorire il reinserimento del minore nella famiglia di origine.
La legge 149/01 (art.4, comma 3) prevede che il periodo di durata dell’affidamento debba «essere rapportabile al complesso di interventi volti al recupero della famiglia di origine. Tale periodo non può superare la durata di 24 mesi ed è prorogabile, dal Tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento rechi pregiudizio al minore».
Gli operatori del settore affermano che la problematicità delle famiglie di origine frequentemente non consente il rientro del minore entro i tempi previsti dalla legge. Il limite di 24 mesi, in pratica, non consente di sviluppare adeguatamente i necessari interventi sulla famiglia di origine, dove i problemi, più che di natura economica, riguardano in gran parte l’effettiva capacità di adempiere al ruolo genitoriale.
Una durata inferiore o pari a 24 mesi, come prevista dalla legge, interessa in pratica solo il 18,7% degli affidamenti etero-familiari e il 32,1% di quelli intra-familiari. Nei diciotto anni di applicazione della legge 184/83, gli affidi sine die sono risultati rilevanti su tutto il territorio nazionale.
Esiste pertanto l’esigenza di tener conto di una durata degli affidamenti più consona di quanto non preveda la legge, proprio in ragione dei tempi lunghi necessari ad attuare gli interventi previsti, e per non lasciare irrisolti casi che riguardano rispettivamente ben il 70% e addirittura oltre l’80% dei casi nelle due categorie infra ed etero-familiari. Del resto, per affido sine die si intendono quei progetti di affido attinenti sia a situazioni in cui non è previsto il rientro in famiglia, ma non sussistono le condizioni per decretare lo stato di abbandono/adattabilità del minore, sia a situazioni in cui il progetto di affido temporaneo si modifica nel tempo a seguito di cambiamenti nelle condizioni della famiglia di origine dello stesso minore.
Il tempo, in questo contesto, diventa un prezioso fattore strategico perché segna la crescita del minore e della famiglia di origine e scandisce le fasi di evoluzione dei soggetti interessati. Per questi motivi, la durata non può essere caratterizzata da una rigidità che non tenga conto della mobilità e delle esigenze soggettive di sviluppo. Spesso, è difficile far coincidere i tempi di evoluzione dei bambini con quelli delle famiglie di origine. Queste esigenze dovrebbero quindi riflettersi nel dettato legislativo.
SOS famiglia: esperienze in Italia e all’estero. All’estero, a differenza che nel nostro Paese, i minori affidati alle famiglie sono molto più numerosi. Secondo gli atti del Convegno del Centro Ausiliario Minorile (CAM), tenutosi nel novembre 2000, a quella data nel Regno Unito i ragazzi in affido familiare erano 55.300, equivalenti al 75% degli assistiti, e analoghe percentuali si registravano anche in Germania, dove i minori in affido erano circa 45.000. I francesi, in base ad una legge del 1977 utilizzano il “placement familial”, che ha segnato l’inizio di una forma di partenariato con le famiglie e ha visto emergere la figura delle “assistenti materne”, regolarmente istituzionalizzate sul piano del contratto di lavoro, dopo corsi di formazione che durano un semestre. I francesi sono anche attenti a che le famiglie non offrano la loro collaborazione in quanto attratte da benefici economici, e quindi precludono la possibilità di collaborazione a quelle famiglie per le quali l’assistenza costituirebbe l’unica fonte di reddito.
Gli inglesi, benchè partiti con ritardo rispetto ai francesi, con il “Children Act” del 1989, oggi propongono la formula innovativa degli “affidi ad intervallo”, da applicare, ad esempio, ai minori disabili, per offrire una pausa al duro, costante impegno dei genitori, oppure quando sorgono problemi di alcoolismo o di droga, nel qual caso viene anche offerto un programma di riabilitazione.
In Italia sarebbe opportuno potenziare la formula dell’affidamento diurno, perché questo intervento risponde a diverse esigenze, come ad esempio quella di creare una relazione tra le famiglie senza togliere il bambino alla famiglia di origine, o di agevolare l’assistenza nei casi di minori con diversi tipi di handicap, che rappresentano, in Italia, il 10,4% dei casi di affidamenti etero-familiari e il 6,1% degli affidamenti intra-familiari. Sulla base delle esperienze europee, a Milano si sta sperimentando l’affido diurno tra gli extra-comunitari. I figli degli immigrati rappresentano, infatti, una realtà di dimensioni non trascurabili.
I filippini e gli africani mostrano un crescente interesse verso l’affido diurno, mentre i cinesi preferiscono rimandare i figli in Cina. Si tratta, ovviamente, di affidi consensuali, che offrono il vantaggio della flessibilità, essenziale per rispondere alle diverse esigenze, ad esempio attraverso la formula “bed & breakfast”, che a Milano è sponsorizzata dal Ministero del Welfare: si tratta di una forma di affidamento con cui si chiede ai genitori affidatari di essere presenti, di ascoltare il ragazzo e prestare attenzione ai suoi problemi.







Luci ed ombre della nuova legge n. 40/2004

sulla procreazione medicalmente assistita

Il fenomeno della sterilità ha raggiunto oggi dimensioni davvero preoccupanti: oltre una coppia su cinque non riesce ad avere un bambino. E la percentuale tende progressivamente ad aumentare.
Nel nostro Paese il tasso di fecondità è sceso in dieci anni da 1,326 del 1992 a 1,252 del 2001 mettendo sempre più in crisi lo stesso ricambio generazionale anche a fronte di un tasso di natalità pari, nel 1980, a 11,6 e nel 2000 a 9,4 nati per 1.000 abitanti.
Secondo l’Eurispes, il 64,9% degli italiani è favorevole alla fecondazione assistita. Relativamente alla possibilità per una coppia sterile di ricorrere a tecniche di riproduzione assistita in laboratorio, infatti, la stragrande maggioranza dei cittadini intervistati ritiene legittima questa scelta. Il 31,3% esprime invece un parere contrario. Mentre il 3,8% non ha voluto o saputo esprimere un’opinione a riguardo.
Più favorevoli gli uomini. Sono soprattutto gli uomini a ritenere legittimo il ricorso per una coppia sterile a tecniche di riproduzione assistita: il 66,4% degli intervistati, contro il 63,4% delle donne, esprime un giudizio favorevole. Ritiene invece illegittimo il ricorso alla fecondazione assistita il 28,9% degli uomini ed il 33,6% delle donne.
Fecondazione eterologa. La legge 1514/03 sulla procreazione assistita esclude ogni possibilità di fecondazione eterologa, impedendo cioè alle coppie sterili di ricorrere ad un donatore o una donatrice esterno/a che fornisca l’ovulo o il seme. Chiamato a pronunciarsi sulla fecondazione eterologa, il campione si dichiara nella maggioranza dei casi (55,7%) contrario a questo metodo di procreazione assistita. Il 38,3% la ritiene invece legittima, mentre il 5,9% non si pronuncia. Eppure resta anche da considerare che procreazione e genitorialità rappresentano ancora oggi un valore sociale, e in quanto tale percepiti come una sorta di “diritto” a cui raramente, e spesso solo dopo aver tentato tutte le vie praticabili, si rinuncia. E del resto, sotto questo profilo, le possibilità offerte oggi dalla scienza permettono di ricondurre alla volontà umana eventi, come quello procreativo, che in passato appartenevano alla sfera dell’imponderabile. Del resto la strada alternativa dell’adozione è lunga e difficile ed in ogni modo il numero di bambini in stato di abbandono rimane comunque esiguo rispetto a quello delle coppie di aspiranti genitori. Da questo punto di vista, quindi, si può senz’altro affermare che i cambiamenti demografici da un lato, ed i rapidi progressi scientifici dall’altro, hanno colto il legislatore italiano impreparato. Nel 2004, dopo un iter assai travagliato contrassegnato da accesi dibattiti ed aspre polemiche, è stata approvata la legge sulla procreazione medicalmente assistita (legge del 19 febbraio 2004, n.40). Ma le problematiche sollevate in questi anni sul tema della fecondazione assistita sono molteplici: si pensi alla questione relativa al diritto di procreare utilizzando embrioni crioconservati (la cosiddetta fecondazione post mortem) o ancora al caso di chi accetta di portare in grembo e partorire un figlio per conto di un’altra donna e dopo il parto cambia idea rivendicando il diritto di essere madre (cosiddetta maternità surrogata). O ancora alla complessa questione della tutela giuridica dell’embrione e della sussistenza di un diritto alla procreazione. Le evidenti implicazioni etiche e culturali di una disciplina delle tecniche di riproduzione medicalmente assistita impongono al legislatore un approccio che sia il più rispettoso possibile del pluralismo culturale: ciò al fine di definire delle regole che siano condivise, che esprimano valori comuni e che al contempo garantiscano la tutela dei princìpi e dei valori fondanti del nostro ordinamento giuridico, primo fra tutti il diritto del nascituro. La fecondazione assistita omologa è quella, fra le diverse tecniche riproduttive, che ha posto meno problemi, etici prima ancora che giuridici, perché soddisfa il desiderio di coppie sterili di avere figli che abbiano il loro patrimonio genetico.







I bambini prodigio

Bambini intelligenti, bambini superdotati, bambini prodigio, idioti sapienti. Il modo più appropriato di indagare l’insieme di capacità che definiamo intelligenza è un tema estremamente discusso in psicologia, e la mancanza attuale di un modello adeguato e condiviso di cosa sia l’intelligenza, pone problemi di non facile soluzione. Esistono vari tipi di test di valutazione dell’intelligenza, basati su capacità verbali e logico-matematiche (la maggioranza si basa su un modello dell’intelligenza come sistema di applicazione di algoritmi, cioè di regole e formule), oppure affidati a capacità più astratte, come il riconoscimento di figure complesse (Raven’s Progressive Matrices). Il più diffuso è comunque il test Stanford-Binet, che comprende molti items, sia verbali che non verbali. Questo e altri test di livello definiscono il Q.I. (Quoziente di Intelligenza). Il Q.I. dipende dalle capacità, ma anche in parte dalle acquisizioni culturali, che a loro volta sono correlati a capacità e formazione emotiva-affettiva-cognitiva ricevuta. Il Q.I. normale è 100-120; 121-140 è il Q.I. dei molto dotati, da 141 in su si parla di superdotazione, dai 99 in giù di ipodotazione.
I “quozienti di intelligenza” tendono ad essere piuttosto stabili nel tempo, sebbene si osservino incrementi progressivi nel punteggio complessivo durante lo sviluppo.
Un aspetto problematico degli studi psicometrici sull’intelligenza è il carattere estremamente diseguale delle prestazioni di alcuni individui.
Nei cosiddetti “bambini dotati”, la disuguaglianza delle prestazioni è frequente. Nel suo articolo “Creatività e Intelligenza” (1997), Antonio Preti – psichiatra e psicoterapeuta – sostiene, sulla base di uno studio condotto su 1.000 adolescenti iperdotati sul piano scolastico che, ad esempio, oltre il 95% «presentava forti diseguaglianze tra prestazioni nelle aree verbali ed in quelle matematiche». Ci sono adolescenti con notevole talento spaziale e matematico, in particolare, che spesso mostravano capacità verbali mediocri. All’opposto, più raramente, si manifesta un’estrema precocità di comprensione verbale.
In alcuni casi, poi, vi sono bambini che all’età di due-tre anni leggono e comprendono testi come un adulto, oppure mostrano straordinarie capacità matematiche, i cosiddetti “bambini prodigio”, estremamente dotati e precoci che però mostrano difficoltà nelle aree relazionali, talvolta sino a configurare forme di autismo, o comunque problemi sociali ed emotivi in misura superiore ai coetanei.
I casi estremi di ineguaglianza delle prestazioni in campo intellettuale sono costituiti dai “savant”, definiti anche “idioti sapienti”. Si tratta di individui, solitamente con un ritardo mentale medio (Q.I. compreso tra 40 e 70) o autistici, che possiedono selettive abilità che spiccano per confronto con le limitazioni delle altre aree. I savant veri e propri, dotati di abilità prodigiose, sono rari ma affascinanti. Alcuni di essi sono capaci di calcoli matematici estremamente complessi, pur in presenza di una sostanziale incomprensione del significato delle operazioni matematiche che compiono. In alcuni casi, si ritiene che ricorrano a metodi di calcolo inconsueti, che tuttavia producono risultati straordinari. Altri possiedono doti grafiche straordinarie, notevolmente superiori a quelle di individui di pari età, e spesso superiori a quelle degli adulti.
Nel primo numero dei “dossier” de Le Scienze, dedicato a “L’intelligenza” (1999), la psicologa Ellen Winner si occupa dei talenti non comuni, ovvero dei bambini prodigiosi e sapienti. Fa notare come in questi individui la dotazione di talenti non sia mai uniformemente distribuita: Edison, per esempio, pagava la sua morbosa passione per l’esperimento scientifico con notevoli difficoltà di apprendimento, soprattutto nelle aree verbali, menomate fino alla dislessia. La presenza di questi talenti isolati pone imbarazzanti domande sul carattere dell’intelligenza, anche perchè alcune forme di talento sembrano originare da lesioni cerebrali piuttosto che dalla piena salute. Nel tentativo di spiegare almeno parzialmente questi fenomeni, la Winner riferisce di alcuni risultati ottenuti grazie alle più recenti tecniche ispettive sul cervello: il linguaggio dei talenti matematici (un po’ come quello dei talenti musicali) risulta controllato da entrambi gli emisferi cerebrali. Il che vuol dire che il lato destro del cervello svolge un compito solitamente riservato al sinistro. A riprova di questa ipotesi è l’osservazione di un’apparente superiore frequenza di individui non destrimani o ambidestri tra gli iperdotati sul piano intellettuale, ed una frequenza analogamente elevata di disturbi del linguaggio, balbuzie o dislessia, in campioni selezionati di soggetti di talento: linguaggio e abilità manuale sono funzioni di solito controllate dall’emisfero cerebrale di sinistra. In “termini tecnici”, si dice che gli individui particolarmente dotati in certi campi, talora a scapito di altre abilità, sono portatori di una alterata lateralizzazione cerebrale, su base genetica o congenita.
Infine, si vuole richiamare l’attenzione sul fatto che una percentuale ancora non stimabile di individui iperdotati si “perde per strada”, non riuscendo a mantenere nel loro sviluppo quei risultati e quelle prestazioni che i precoci successi lascerebbero intravedere. Esperti, affermano che affinchè il potenziale di un bambino prodigio si sviluppi nell’età adulta è indispensabile una coincidenza tra un’attitudine innata, un particolare ambito che abbia raggiunto un certo grado di sviluppo, una famiglia sensibile e ricettiva e un’epoca storica che riconosca e sostenga l’eccellenza in quel particolare ambito di attività e di conoscenza. È dunque la «convergenza fortuita di inclinazioni individuali altamente specifiche con una specifica ricettività ambientale» che spiega, come il raggiungimento dell’eccellenza nell’età adulta sia così raro.
I bambini dotati tra i banchi di scuola. I bambini dotati riescono a padroneggiare alcune discipline prima degli altri bambini e ad eccellere in alcune attività. Secondo il “Dossier Genialità” (1999) della rivista Le Scienze, rispetto ai bambini intelligenti, che impegnandosi possono raggiungere brillanti risultati, essi apprendono molto più velocemente, acquisendo padronanza e sicurezza in alcune materie molto prima dei loro compagni. Nella maggior parte dei casi, inoltre, seguono un proprio ritmo di apprendimento e arrivano alla soluzione di un problema in modo intuitivo e personale, senza seguire tutti i passaggi logici necessari. In molti casi, però, essi sono anche più fragili dal punto di vista emotivo. Questo può creare loro qualche problema di adattamento all’interno del gruppo e della società, un po’ perchè molti tendono a considerarli come bambini “strani”, un po’ perchè il loro interesse quasi ossessivo per una materia li porta a isolarsi dagli altri. I bambini dotati, di solito, sono molto introversi e tendono a trascorrere da soli più tempo del normale. Questa tendenza all’isolamento è maggiore nei soggetti più dotati, che, per quanto appagati dalla loro vita interiore, dichiarano spesso di sentirsi soli. Per queste ragioni, molti cercano di nascondere le proprie doti per farsi accettare meglio dagli altri. Senza il sostegno e la sensibilità della famiglia, il bambino prodigio deve limitare i “danni” che l’ostracismo dei coetanei nei confronti dell’eccellenza può produrgli.
I problemi più significativi, tuttavia, di solito si presentano a scuola, dove all’isolamento sociale si aggiungono il talento in alcune materie e il disinteresse per altre. Spesso bambini con grandi abilità nell’area matematica iniziano a parlare molto tardi e hanno difficoltà a imparare a leggere, così come gli individui più dotati per le arti faticano ad apprendere le regole grammaticali e l’ortografia. In una ricerca, condotta dal succitato “Dossier Genialità” (1999) su un campione di 1.000 adolescenti con grandi talenti, si constata che più del 95% presenta forti differenze tra le abilità verbali e quelle matematiche. Per questa ragione, estremamente importante risulta essere la formazione degli insegnanti e la sensibilizzazione dei genitori per individuare la differenza e riconoscere il bambino dotato e plusdotato, che necessita sia di stimoli appropriati nel campo in cui eccelle sia di essere spronato a impegnarsi nelle altre aree.





































L’indagine campionaria ha sondato un campione più che rappresentativo della popolazione scolastica italiana, per sesso, età, area geografica, tipologia di scuola e di istituto, classe frequentata.
Due sono stati i modelli di questionario utilizzati, destinati rispettivamente all’infanzia e all’adolescenza. Il questionario infanzia è servito a delineare i comportamenti e l’identikit del bambino, ed è stato somministrato a ragazzi di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, frequentanti la terza, quarta e quinta classe delle elementari e la prima classe della scuola media.
Il questionario adolescenza era diretto alla costruzione dell’identikit dell’adolescente, ed è stato somministrato a ragazzi appartenenti alla fascia di età 12-19 anni, frequentanti la seconda e la terza media o una delle cinque classi degli istituti superiori. La rilevazione sul campo ha riguardato 80 scuole di ogni ordine e grado, mentre i questionari pervenuti e analizzati sono stati 2.823 per quanto riguarda l’infanzia e 3.453 per l’adolescenza.
La rilevazione è stata realizzata tramite la somministrazione di un questionario semistrutturato ad alternative fisse predeterminate, composto in prevalenza da domande a risposta chiusa o semichiusa (con possibilità per l’intervistato di aggiungere una propria risposta a quelle già previste). La modalità delle domande chiuse o ad alternativa fissa predeterminata ha consentito di ottenere, oltre ad un elevato tasso di risposta al questionario, una più efficace standardizzazione ed una maggiore facilità di codifica e di analisi delle risposte fornite dagli studenti.
Il questionario infanzia ha rilevato l’opinione dei bambini in merito ai seguenti ambiti di riflessione: rapporto con il mondo degli adulti e modelli educativi (qualità del rapporto con i genitori, con i nonni e gli insegnanti, reazioni degli adulti ai comportamenti inadeguati e scorretti dei ragazzi, conflittualità tra i genitori, ecc.), il significato dell’esperienza scolastica, l’educazione religiosa a scuola, valori morali e senso civico (comportamenti illegali e/o scorretti, i criteri per la selezione delle amicizie), il rapporto con il medium televisivo (qualità della programmazione televisiva, gradimento dei reality show, grado di fiducia nell’informazione televisiva, ecc). Per i bambini, inoltre, è stata prevista una specifica sezione del questionario sulla paura della guerra e del terrorismo.
Il questionario adolescenza ha verificato la percezione degli adolescenti in ordine alle seguenti aree tematiche: rapporto con il mondo degli adulti e modelli educativi, qualità e funzionalità del sistema scolastico (il significato della scuola nella progettualità degli adolescenti, efficacia della formazione scolastica per l’ingresso nel mondo del lavoro, l’insegnamento della religione a scuola, ecc.), il rapporto con il futuro e l’atteggiamento dinanzi ai principali problemi socio-politici, il sistema di certezze e di valori degli adolescenti (comportamenti illegali e/o immorali, l’opinione degli adolescenti su aborto, eutanasia, pena di morte, ecc.), il rapporto con il medium televisivo.







Identikit del bambino

Rapporto con il mondo degli adulti e modelli educativi. Un’analisi accurata del vissuto dei bambini all’interno del nucleo famigliare appare di grande rilievo anche per valutare l’evoluzione dei modelli educativi e le caratteristiche del rapporto tra genitori e figli nella società contemporanea. Molto spesso oggi si parla di un’eccessiva tolleranza educativa da parte dei genitori. Da più parti infatti si denuncia il rischio, per i genitori, di cadere nell’incapacità di imporre limiti, di far rispettare regole, di aprire un confronto critico, in parte per volontà di evitare conflitti in ambito familiare, in parte per tacitare il senso di colpa derivante dal poco tempo a disposizione da dedicare ai figli.
Quasi un terzo (31,3%) dei bambini intervistati affermano che i genitori si arrabbiano soprattutto quando non fanno quello che viene detto loro di fare. Il 20,3% dei bambini suscita l’ira dei genitori in particolare quando non studia, il 16,6% quando fa cose pericolose, il 16% quando non dice la verità. Una quota meno elevata di intervistati (8,3%) fa invece riferimento a quando prende un cattivo voto a scuola e solo una minoranza (3,2%) sostiene che i genitori si arrabbiano principalmente quando sono nervosi. La disobbedienza rappresenta quindi la prima ragione dei rimproveri dei genitori nei confronti dei figli. Fra le femmine è più elevata che fra i maschi la quota di chi afferma che i genitori si arrabbiano soprattutto quando non viene fatto quello che dicono (35,4% contro 27,3%); fra i maschi è invece più alta che fra le femmine la percentuale di chi dice di far arrabbiare i genitori soprattutto quando non studia (22,2% contro 18,1%).
Il 43% dei bambini intervistati afferma che di solito i genitori, quando sono arrabbiati con loro, li sgridano; è alta anche la percentuale di genitori che invece spiegano ai figli perché hanno sbagliato (36,5%). L’11,5% dei bambini sostiene che i genitori li puniscono, il 5,8% che li picchiano, il 2,5% che non parlano con loro per un po’. I maschi, secondo quanto dichiara il campione, vengono puniti (14,7% contro 8,2%) o picchiati (7% contro 4,7%) dai genitori più spesso delle femmine. Sembra invece che alle bambine venga spiegato più spesso perché hanno sbagliato (39,4% contro 33,6%).
Ai bambini è stato chiesto anche come sono soliti comportarsi quando vogliono ottenere qualcosa dai loro genitori. Oltre la metà degli intervistati (52,7%) afferma che si impegna per meritarla. Il 15,2% dei bambini la chiede invece con insistenza, il 12,9% cerca di convincere i genitori delle proprie ragioni, il 10,5% dice che ce l’hanno i suoi amici, il 6,1% si lamenta. In particolare, i maschi utilizzano più spesso delle femmine il confronto con i loro amici (il 12,6% contro l’8,5%), al contrario, più raramente si impegnano per meritarlo (il 51,2% dei maschi contro il 54,4% delle femmine), testimoniando un atteggiamento meno maturo di quello delle loro coetanee.
Un’altra domanda rivolta al campione indaga in che modo, nella percezione dei bambini, le risorse economiche famigliari vengono distribuite fra i vari componenti. Metà degli intervistati (50,7%) ritiene che i loro genitori spendano in modo equilibrato per ciascun componente della famiglia, mentre secondo oltre un terzo dei bambini (35,5%) i genitori spendono più per i figli che per se stessi. Quote minori di intervistati affermano che i genitori spendono soprattutto per la casa (6,7%) o più per se stessi che per i figli (2,4%). Una percentuale fortunatamente bassa di bambini (2,3%) crede che i propri fratelli vengano privilegiati, nelle spese, rispetto a loro. Sembra in effetti molto diffusa, oggi ancor più che in passato, la tendenza, da parte dei genitori, a destinare la maggior parte delle risorse economiche disponibili ai figli, sia per le necessità oggettive sia per il superfluo.
Per comprendere quale idea del ruolo di genitore abbiano oggi i bambini, è stato chiesto al campione che cosa i genitori dovrebbero essere soprattutto, secondo loro. La quota più alta di bambini ritiene che un genitore dovrebbe essere soprattutto un esempio (34,8%). Per il 18,8% dei bambini, invece, un genitore dovrebbe essere un amico, per il 17,6% una guida, per il 16,6% un sostegno, per il 7,7% un rifugio. Le bambine affermano più spesso dei bambini che un genitore dovrebbe essere un amico (21,8% contro 15,8%) ed anche, in percentuale lievemente maggiore rispetto ai maschi, un sostegno o un rifugio. I bambini ritengono invece, in percentuale maggiore rispetto alle coetanee, che un genitore dovrebbe essere una guida (19,7% contro 15,2%) e un esempio (38,1% contro 31,5%).
Ai bambini è stato poi domandato cosa pensano di fare una volta finiti gli studi o trovato un lavoro. La maggioranza (56,6%) intende restare in famiglia fino a quando non ne formerà una propria. Il 19,3% pensa di restare nella sua famiglia d’origine il più a lungo possibile, mentre al contrario il 17,9% immagina di andare a vivere per conto proprio. I maschi, più spesso delle femmine, manifestano il proposito di restare nella loro famiglia di origine il più a lungo possibile (21,5% contro 17,1%). Le bambine pensano invece, in percentuale leggermente superiore rispetto ai bambini, di andare a vivere per conto loro (il 18,6% contro il 16,9% dei maschi) o di restare in famiglia fino a quando ne formeranno una propria (58,7% contro 55%). I dati possono essere letti come il risultato di una maggiore propensione femminile a raggiungere subito l’indipendenza ed a formare un nuovo nucleo famigliare.
Una domanda cruciale, nell’ambito di questa sezione del questionario, è quella che chiede ai bambini di valutare la qualità dei loro rapporti con i genitori. Dalle risposte emerge un quadro molto confortante: i rapporti con i genitori vengono definiti ottimi nel 60,8% dei casi, buoni nel 34,8%, mediocri nel 2,7%, pessimi nello 0,8%. In relazione al sesso degli intervistati, è possibile notare che fra le femmine è leggermente più alta che fra i maschi la percentuale di chi definisce ottimi i rapporti con i genitori (62% contro 59,5%).
Sono state quinidi messe in relazione la qualità dei rapporti tra genitori e figli ed il comportamento dei genitori quando si arrabbiano con i figli. Fra i bambini che hanno ottimi rapporti con i genitori è più alta della media la percentuale di chi afferma che i genitori quando sono arrabbiati spiegano loro perché hanno sbagliato (43%), mentre risulta più bassa la percentuale di chi viene picchiato o punito. Esiste quindi una relazione tra un buon dialogo e l’abitudine ad argomentare le proprie ragioni ed un ottimo rapporto fra genitori e figli. Al contrario, i bambini i cui rapporti con i genitori vengono definiti pessimi affermano in percentuale superiore alla media di essere picchiati o puniti quando i genitori sono arrabbiati con loro; i comportamenti più severi si registrano in corrispondenza con le dinamiche familiari più conflittuali.
Nella larga maggioranza delle famiglie (71,2%) le decisioni importanti che riguardano i bambini vengono prese insieme; nel 21,4% dei casi decidono i genitori, nel 3,4% decide il padre, nel 2,9% la madre. Inoltre, nelle famiglie in cui le decisioni che riguardano i bambini vengono prese insieme, è più alta che nelle altre la percentuale di soggetti che definiscono ottimi i loro rapporti con i genitori (66,8%). Nei casi in cui è la madre a prendere le decisioni importanti risultano particolarmente alte le quote di bambini che considerano pessimi (8,6%) o mediocri i rapporti con i genitori (11,1%).
Oltre al potere decisionale dei bambini all’interno del nucleo familiare, è stata indagata anche la propensione dei genitori ad accondiscendere alle richieste ed ai desideri dei figli. Gli intervistati, nella grandissima maggioranza del campione (85,6%), sostengono che i genitori li accontentano se possibile. Seppur minoritaria è degna di attenzione la percentuale di bambini che viene accontentata sempre (12,2%), mentre sono molto pochi quelli che dicono di non essere accontentati mai (1%).
Anche la propensione da parte dei genitori ad accogliere le richieste dei figli risulta in relazione con la qualità del rapporto. Fra i bambini che non si sentono mai accontentati dai genitori sono più numerosi che fra gli altri quelli che considerano pessimo (10,7%) o mediocre (14,3%) il loro rapporto con i genitori. I bambini che vengono sempre accontentati dai genitori definiscono invece ottimo il loro rapporto con essi in percentuale superiore a tutti gli altri (70,8%). I bambini le cui richieste non vengono mai accolte dai genitori pensano più spesso, rispetto agli altri, di andare a vivere per conto loro una volta adulti (32,1%); quelli che invece vengono accontentati sempre pensano più spesso di restare in famiglia il più a lungo possibile (31,8%).
Al campione sono state rivolte anche alcune domande in merito ad una serie di comportamenti scorretti che possono essere messi in atto dai bambini. I bambini intervistati affermano di rispondere male ai genitori qualche volta nel 71,8% dei casi, mai nel 16,9%, spesso nell’8,4%, continuamente nell’1,7%. Mettendo in relazione le risposte fornite a questa domanda con la frequenza con cui i bambini vengono accontentati dai genitori, è interessante notare una relazione positiva tra il rispondere male ai genitori continuamente e l’essere accontentati sempre (27,1%), come ad indicare una categoria di bambini viziati, poco propensi ad accettare gli appunti dei genitori e meno rispettosi degli altri. Si osserva una correlazione anche fra il fatto di rispondere male continuamente e non vedere mai accolte le proprie richieste (8,3%); senza poter stabilire un rapporto causale tra i due elementi è possibile inquadrare in questa categoria di bambini un rapporto più conflittuale con i genitori.
Per quanto riguarda l’abitudine di interrompere le persone mentre stanno parlando, invece, la larga maggioranza (65,4%) afferma di farlo qualche volta, il 15% spesso, il 14,7% mai, il 4,3% continuamente. La metà dei bambini (50,4%) dice di non comportarsi mai in modo offensivo verso chi gli sta intorno, il 41,2% dice di farlo qualche volta, il 5,4% spesso, l’1,4% continuamente. È preoccupante notare come, sebbene più della metà degli intervistati dica di non buttare mai carta, lattine o altro per terra, ben il 32,7% dice di farlo qualche volta, ed il 5,9% e 2,5% addirittura spesso o continuamente. Dire parolacce risulta uno dei più diffusi tra i comportamenti presi in esame: il 55,5% dice di farlo qualche volta, il 24,2% mai, il 14,6% spesso ed il 4% continuamente. Solo pochissimi bambini affermano di fare scritte sui muri (il 91,9% dice di non farlo mai), e sono una minoranza anche quelli che dicono di urlare e fare chiasso in presenza di persone estranee alla famiglia (il 76,6% dice di non farlo mai). Inoltre, il 46,1% degli intervistati sostiene di non urlare e fare chiasso in presenza di persone appartenenti alla propria famiglia, il 34,7% dice di farlo qualche volta, il 7% spesso, l’1,6% continuamente. Nel complesso i maschi ammettono di attuare più spesso rispetto alle femmine comportamenti deprecabili: interrompono le persone mentre stanno parlando “spesso” nel 17,3% dei casi (contro il 12,5% delle bambine); non dicono mai parolacce solo nel 19,3% dei casi, contro il 29,6% delle bambine; non fanno mai chiasso in presenza di persone estranee alla loro famiglia nel 73,4% dei casi, contro il 79,7% delle bambine. Al campione è stato chiesto anche quale reazione mettono in atto gli adulti nel momento in cui i bambini assumono comportamenti sbagliati. Prevalgono nettamente i bambini che affermano che in questi casi gli adulti di loro conoscenza, mantenendo la calma, spiegano perché non bisogna comportarsi in modo scorretto (42,8%). Il 18,9% del campione afferma che gli adulti sgridano i bambini che si comportano male, il 15,6% dice che li rimproverano, ma non più di tanto, l’11,9% che li sopportano e li giustificano perché i bambini non hanno ancora l’età per capire come devono comportarsi, il 5,9% che li puniscono.
Nella scala dei valori i genitori danno priorità assoluta allo studio: la pensa così il 17,5% dei bambini intervistati. Inoltre, i genitori insegnano ai propri figli che nella vita è importante essere sempre se stessi (12,9%), avere fede in Dio (12,2%), rispettare il prossimo (11,2%) ed essere onesti (10,9%). Per fortuna, solo una ridotta quota di genitori indica nel successo (1,3%) e nella realizzazione professionale (4,2%) i valori importanti della vita. Ai maschi viene detto che, subito dopo lo studio, nella vita è necessario avere fede in Dio (12,8%), essere onesti (11,4%), farsi rispettare (10,6%), rispettare il prossimo (10,5%) ed essere sempre se stessi (10,4%). Alle femmine invece subito dopo lo studio viene insegnato che è importante essere se stesse (15,4%), rispettare il prossimo (11,9%), avere fede in Dio (11,7%), essere oneste (10,3%) e farsi rispettare (9,9%).
Di particolare interesse è la percezione dei bambini su quello che i genitori sono disposti a dispensare ed offrire senza remore né riserve. I risultati ci rimandano un rapporto incentrato innanzitutto sull’affetto (44%) e in misura inferiore sulla fiducia (16%). Poco più di un bambino su dieci riceve dai genitori i consigli opportuni (11,8%) e il necessario (11,7%).
Quasi tre bambini su quattro sostengono che nei loro momenti difficili i genitori ci sono sempre (71,3%). Non avviene sempre così invece per il 25,8% del campione. Sono le femmine (73,7%), abituate a dialogare maggiormente con i genitori, più dei maschi (68,9%) ad avvertire una presenza costante dei genitori nei loro momenti difficili.
Non è in nessun caso educativo litigare in presenza dei figli; nonostante ciò, più della metà dei bambini intervistati ha risposto che qualche volta ha assistito alle discussioni tra i propri genitori (58,3%). L’altra metà del campione si divide tra il 12,5% di coloro che affermano che ciò avviene spesso e il 25,6% di quelli che dichiarano di non aver mai assistito a nessun litigio fra i loro genitori. Ma in che modo sono soliti litigare i genitori dei bambini intervistati? La quasi totalità del campione indica come modalità più diffusa quella di discutere tenendo alto il tono della voce (78,1%). Seguono il 6,3% dei bambini che comprendono le discussioni tra i propri genitori dal broncio che questi portano e il 2,7% che assiste a pacate discussioni. Sono per fortuna poco numerosi i bambini che hanno visto i propri genitori picchiarsi (1%) o dirsi brutte parole (1,5%).
Anche se complessivamente a più di un bambino su due è stato chiesto di fare lavori contro la propria volontà spesso (14,3%) o anche qualche volta (42,8%), non è detto che il modello familiare sia di tipo autoritario. Un bambino infatti potrebbe includere tra i lavori contro la propria volontà i servizi domestici, come ad esempio il riordino nella propria cameretta, che dovrebbe invece essere considerato normale routine.

Il sistema scolastico visto dai bambini. Si è chiesto ai giovani intervistati in che modo definirebbero la scuola. Il 48,6% dei bambini afferma che la scuola è interessante perché si imparano cose nuove, per il 25,9% è un’occasione per stare insieme ai ragazzi della stessa età, per il 14% è una tappa obbligatoria della vita, per l’8% è il posto peggiore dove trascorrere la giornata, per l’1,6% è noiosa perché non si fanno mai cose nuove.
I maschi si esprimono in termini negativi più spesso rispetto alle femmine: il 12% definisce la scuola il posto peggiore dove trascorrere la giornata (contro il 4,1% delle bambine), il 16,2% una tappa obbligatoria (contro l’11,8% delle bambine). Le femmine considerano invece con maggior frequenza la scuola interessante perché si imparano cose nuove (53,3% contro il 43,8% dei maschi).
I bambini auspicano che a scuola, piuttosto che laboratori linguistici o informatici efficienti, ci sia sempre un rapporto piacevole e comprensivo con i propri compagni e con i propri docenti. Infatti gli intervistati attribuiscono in assoluto massima importanza ad avere nella propria classe compagni simpatici (68%), insegnanti comprensivi (64,9%) e contemporaneamente preparati (65,1%). Un intervistato su due si augura invece che le materie vengano spiegate in maniera coinvolgente (50,2%). I due sessi esprimono in alcuni casi giudizi lievemente diversi sugli aspetti più importanti da ritrovare a scuola. Le bambine, pur se in misura leggermente superiore ai maschi, attribuiscono massima importanza alla comprensione da parte dell’insegnante (68,4%), alla simpatia dei compagni (68,3%) e al coinvolgimento disciplinare (52,7%). Che il laboratorio informatico funzioni o che l’edificio scolastico sia ben tenuto, è un aspetto che interessa in misura superiore soprattutto i maschi.
Relativamente ai progetti dei bambini per il loro futuro, i dati evidenziano che la percentuale più alta di soggetti vorrebbe continuare a studiare (43,9%). Molti bambini vorrebbero studiare e lavorare allo stesso tempo (25,2%), ma non mancano quelli che desidererebbero smettere di studiare per andare a lavorare (21,4%). Un 3,4% di bambini afferma che vorrebbe non fare nulla, mentre il 6,1% non sa rispondere alla domanda. Maschi e femmine si differenziano in merito ai loro progetti futuri sostanzialmente per un aspetto: fra le bambine risulta più alta che fra i bambini la quota di chi vorrebbe continuare a studiare dopo la scuola dell’obbligo (49,7%, contro il 38,8% dei maschi), i bambini affermano invece più spesso delle coetanee di voler smettere di studiare per andare a lavorare (26,3% contro 15,9%).
Sono state poi indagate le opinioni dei bambini riguardo il tipo di religione che dovrebbe essere insegnata a scuola. In questo senso, prevale tra i bambini un atteggiamento di apertura e disponibilità nei confronti delle altre religioni. Alla domanda infatti circa il tipo di religione che dovrebbe essere insegnata a scuola, quasi un bambino su due (48,3%) ha risposto “tutte quelle in cui credono i bambini”. Sebbene prevalgano abbondantemente tra i bambini di entrambi i sessi apertura e disponibilità nei confronti dell’insegnamento nella scuola di tutte le religioni, è possibile evidenziare la presenza di alcune differenze. L’apertura alle altre religioni caratterizza soprattutto le bambine: ben il 51,3% delle intervistate, contro il 45,3% dei bambini, afferma che a scuola debbano essere insegnate tutte le religioni.
La netta maggioranza dei bambini intervistati afferma di non rispondere mai male ai propri insegnanti (78,2%); il 17,1% lo fa invece qualche volta, l’1,7% spesso, lo 0,8% continuamente. Sono decisamente più numerosi fra i maschi che fra le femmine gli alunni a cui capita di rispondere male agli insegnanti: il 71,5% non lo fa mai, contro ben l’84,9% delle bambine, il 22,7% qualche volta (contro l’11,4%), il 2,2% spesso (contro l’1,1%), l’1,2% continuamente (contro lo 0,4%).
Alla maggioranza dei bambini (il 63,9%) è capitato “qualche volta” di prendere un cattivo voto a scuola. Solo ad una minoranza del campione (il 10,9%) succede di prendere spesso un brutto voto, mentre al 24% degli intervistati non è mai capitato. Le bambine mostrano di essere alunne più diligenti rispetto ai propri coetanei. Tra di esse, appena l’8,1% ha preso “spesso” un cattivo voto a scuola, contro il 13,7% dei maschietti; il 28,6%, poi, non ha mai preso un’insufficienza, a fronte del 19,4% registrato tra i bambini. Ai bambini cui è capitato di prendere brutti voti a scuola è quindi stato chiesto di descrivere in che modo avessero reagito i loro genitori. Questi si sono arrabbiati in oltre i 3/5 dei casi (il 60,8%). Il 25,1% dei bambini ha invece risposto che i propri genitori non si sono preoccupati più di tanto (19,7%) o che sono stati comprensivi e hanno cercato di aiutarli (5,4%). Solo una piccola minoranza, infine, afferma che i propri genitori hanno dato la colpa ai professori (1%) o alla scuola che non funziona (0,3%).



I valori. Si è cercato, in particolare, di scoprire a quali valori i bambini del terzo millennio fanno ancora riferimento, che cosa ritengono sia giusto o sbagliato fare, che cosa si aspettano da un amico. È emerso che i bambini fondano i rapporti di amicizia ricercando nell’altro gli stessi interessi/hobby (19%) e gli stessi valori (18,8%). L’età incide invece solo per il 9,7% degli intervistati, la fede religiosa per il 6,9% dei bambini e la simpatia soltanto per il 5,4% del campione. Gli stessi gusti musicali (2,1%), le idee politiche (2%) e l’abbigliamento (1,5%) occupano gli ultimi gradini della classifica con percentuali marginali.
Le qualità da condividere in un rapporto di amicizia si differenziano significativamente sotto diversi aspetti. Le preferenze delle femmine si concentrano prevalentemente sugli stessi valori (20,5%), sulla fede religiosa (7,4%), sulla simpatia (6,6%) e in ultimo sui medesimi gusti musicali (2,3%) e sullo stesso modo di vestire (2%). I maschi mettono invece al primo posto gli interessi/hobby (19,7%) e subito dopo l’età (11,6%). L’attrazione maschile per l’ambiente sportivo è un risultato prevedibile e costituisce un aspetto importante ai fini della scelta delle amicizie per l’8,6% dei bambini intervistati.
Il 66,8% del campione, inoltre, si scopre animalista, giudicando molto grave il maltrattamento degli animali. I bambini manifestano sensibilità anche in relazione all’uso scorretto del motorino e del codice stradale, considerando rispettivamente molto grave andare in due sul motorino (32,7%) e ancor di più senza casco (55,8%). Quasi un bambino su due (49,2%) considera molto scorretto marinare la scuola fingendosi malati. Anche la fedeltà e il rispetto degli affetti dei propri amici si presentano valori importanti per i bambini, che attribuiscono un elevato grado di gravità al tradimento del proprio ragazzo/a (41,8%) e al corteggiamento della ragazza/o di un amico/a (38,7%).
L’utilizzo più diffuso di Internet è comprensibilmente, per un bambino di 7 anni o poco più, legato all’entertainment, al divertimento e alla musica. Si spiega così come scaricare musica da Internet sia considerato un comportamento per niente o poco grave complessivamente da un consistente 57,9% del campione. Discorso simile anche per l’acquisto dei videogiochi/cd pirata che, pur se costituisce reato, non è per niente grave per più di due bambini su quattro (22,9%) e poco grave per il 20% del campione.
Il sesso degli intervistati risulta in relazione con gradi di considerazione diversi. Le femmine sono più sensibili a comportamenti scorretti a scuola: la percentuale ad esempio delle bambine che considerano grave copiare un compito in classe è complessivamente pari al 68,1%, quella dei maschi si attesta al 62,3%. Un’ulteriore conferma della maggiore regolarità delle femminucce nei confronti del sistema scolastico, perviene dai risultati percentuali riguardo il giudizio espresso sul fingersi malati per non andare a scuola: il 71,9% delle bambine lo considera un comportamento abbastanza (21%) e molto (50,9%) grave, i maschietti lo giudicano grave complessivamente nel 63,7% dei casi.
Le femmine desiderano inoltre più fedeltà nei rapporti tra fidanzati, giudicando molto grave il tradimento del proprio ragazzo in misura leggermente superiore ai maschi (il 43,5% delle femmine contro il 40,4% dei maschi).
I maschi sono più permissivi in relazione al download da Internet della musica che viene considerato dagli stessi un’attività nel complesso non perseguibile (per niente grave per il 40,2% e poco grave per il 20% dei maschi).
Riguardo la guida del motorino senza casco o la guida dello stesso con passeggero non si deducono differenze percentuali significative tra i due sessi.
Il maltrattamento degli animali invece rende sensibili maggiormente le femmine che nel 70,4% (contro il 63,5% dei maschi) dei casi dichiarano molto grave tale condotta.
Chiamati, invece, a valutare gli aspetti e le caratteristiche che nei rapporti interpersonali, più li infastidiscono, i bambini hanno espresso giudizi significativi. Non sono apprezzate in assoluto le persone cattive (20,1%), prepotenti (18,7%) e disoneste (16,8%). L’egoismo viene indicato come un aspetto negativo della personalità dal 15,7% del campione. Inoltre, non riscuotono consensi le persone superbe (7,9%), ipocrite (6,4%), vigliacche (5,8%) e avare (3,6%).
La differenza di genere si conferma una variabile di qualche rilievo: spicca, in particolare, il dato relativo alla percentuale di bambine che affermano di respingere la cattiveria come caratteristica più fastidiosa: il 22,4% del complesso. Seguono prepotenza, egoismo, e disonestà che raccolgono rispettivamente le seguenti percentuali: 16,7%; 15,6% e 14,8%.
I maschi sono infastiditi in assoluto dalla prepotenza (20,6%), dalla disonestà (18,7%) dalla cattiveria (17,5%) e dall’egoismo (15,6). Non si riscontrano differenze significative per le altre voci.
Ammirevole che i bambini già in tenera età comprendano l’importanza e il valore dell’onestà, che risulta infatti la qualità più apprezzabile in una persona (35,3%). Secondo gli intervistati una persona, oltre che onesta, dovrebbe essere simpatica (30,3%) e intelligente (11,5%). L’altruismo interessa soltanto il 9,2% dei bambini e ancor meno il coraggio che viene apprezzato soltanto dal 4,5% del campione. La bellezza (3,2%) e la creatività (1,6%) sono caratteristiche considerate da una ridotta parte dei bambini. Lo scorporo dei dati per differenza di genere non si rivela in questo caso una variabile significativa. Infatti l’ordine di preferenza con cui vengono indicate le caratteristiche apprezzabili in una persona è il medesimo sia per i maschi che per le femmine. Ma sono più le femmine che non i maschi ad apprezzare l’onestà (36,7%) e la simpatia (32%). L’intelligenza (13%), l’altruismo (9,5%) e il coraggio (5%) sono invece doti che trovano maggiore consenso tra ia maschi.

Televisione. Una parte dell’indagine è stata dedicata al rapporto che i bambini hanno con la televisione. È sembrato interessante conoscere il giudizio dei soggetti su tale mezzo di comunicazione e sull’attendibilità delle informazioni da esso veicolate.
In primo luogo è stato chiesto ai bambini di indicare se, ed eventualmente con chi, guardano i programmi che espongono il bollino rosso. Conforta il risultato della rilevazione da cui risulta che quasi un bambino su due (46,5%) non guarda mai tali programmi e che chi lo fa è solitamente in compagnia di adulti (24,3%) e amici/fratelli (9,1%). Non è comunque da sottovalutare la percentuale di intervistati (17,4%) che guardano i programmi televisivi a loro vietati. Il rispetto dei divieti sulla programmazione televisiva non adatta ad un pubblico minorenne si differenzia in parte in relazione al genere: le bambine (56,0%) dichiarano infatti di non guardare mai programmi che hanno il bollino rosso in misura decisamente superiore ai maschi (37,2%). Coerentemente è molto più alta la percentuale dei bambini (24,8%) che guardano da soli i programmi a loro vietati, rispetto alle bambine (9,9%).
Per quanto riguarda i giudizi espressi nei confronti della programmazione televisiva il dato più evidente è che la grande maggioranza dei bambini (85,8%) si diverte con la Tv e il 78,1% la trova anche molto interessante. Decisamente meno alta la percentuale di soggetti che considerano la televisione educativa (42,4%). Coerentemente col fatto che l’85,8% dei bambini definisce la Tv divertente, per il 64,3% del campione non è noiosa e per il 46,3% non è neanche violenta.
La percentuale dei bambini che reputano la Tv volgare (40,3%) si mantiene coerente con i risultati dell’indagine realizzata lo scorso anno (Quarto Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 2003). È diminuita invece la percentuale di chi non la considera volgare, passando dal 47,3% del 2003 al 34,9% di quest’anno.
Poco meno di un terzo dei bambini afferma di non guardare programmi come Grande fratello o Uomini e donne. Sono nel complesso numerosi (pari al 16,8% del campione) i bambini che vorrebbero parteciparvi attivamente. Se il 15% li giudica falsi, l’11% ritiene al contrario che essi rappresentino la vita di tutti i giorni. I bambini che ritengono questi programmi volgari (7,5%), noiosi (6,3%) o addirittura orribili (1,2%), costituiscono il 15% del campione, mentre un lieve apprezzamento (“non sono male”) è espresso da una minoranza estremamente contenuta di bambini (appena l’1,2%). Nei confronti di programmi come Grande fratello o Uomini e donne, il campione sembra dunque dividersi in tre gruppi: i bambini che non li guardano mai (31,2%), quelli che li apprezzano in misura variabile (29,2%) e quelli che esprimono un giudizio negativo (29,9%). Non esprime, invece, alcun giudizio al riguardo l’8% dei bambini.
La distribuzione dei dati in base al sesso evidenzia che sono più numerose, rispetto ai loro coetanei, le bambine che guardano programmi come Grande fratello o Uomini e donne e che mostrano un certo apprezzamento nei loro confronti. Il 36% dei maschietti, contro un più contenuto 26,5% di bambine, afferma di non guardare questa tipologia di programmi. Tra le bambine è maggiore sia la percentuale di quante vorrebbero parteciparvi (19,4%, contro il 13,8% dei coetanei), sia quella di coloro che ritengono che questi programmi rappresentino la vita di tutti i giorni (14,7% contro il 7,8% dei maschietti) o pensano che tutto sommato non siano male (1,9%, contro lo 0,6%). Queste trasmissioni sono al contrario giudicate noiose (7,4%), false (15,9%), volgari (7,5%) o perfino orribili (1,6%) dal 32,4% dei bambini e dal 27,5% delle bambine.
Gli intervistati ripongono nel complesso abbastanza fiducia nei telegiornali e nei programmi d’informazione. Sebbene, infatti, circa un quinto del campione affermi di credere solo qualche volta (20,5%) a quello che dicono, e il 3,2% mai, il 45,2% dichiara di credervi “spesso” (17,7%) o “sempre” (27,5%). Per il 27,1% del campione si tratta invece di una fiducia condizionata, dipendente dal programma. Lo scorporo delle risposte in base al sesso dell’intervistato evidenzia come tra i maschi vi sia una maggiore presenza di bambini scettici nei confronti dei programmi d’informazione: il 4,6%, contro l’1,2% delle coetanee, dice di non credere “mai” a quanto affermato da telegiornali e programmi d’informazione. Tra questi è tuttavia anche più elevata sia la percentuale di quanti affermano di credervi “qualche volta” o “spesso” (40,1%, a fronte del 36,6% delle bambine) che quella di quanti ripongono una completa fiducia (28,3%, contro il 26,5%). La fiducia nei confronti di questo genere di trasmissioni è invece condizionata al programma soprattutto tra le bambine (30,8%, contro il 23,1% dei maschi).

Guerra e terrorismo. Una sezione del questionario è stata dedicata al tema della guerra e del terrorismo. Ben il 71,6% del campione afferma di avere “abbastanza” (24,5%) o “molta” (47,1%) paura del terrorismo, mentre circa 1/4 degli intervistati dichiara, al contrario, di avere “poca” o “nessuna” paura nei confronti di questo fenomeno. In particolare, la paura del terrorismo è più diffusa tra le bambine: appena il 3,4% afferma di non averla, contro il 15,8% dei coetanei. Tra le intervistate il sentimento di paura è vissuto anche con maggiore intensità: oltre i 4/5 delle bambine, contro il 61,6% dei bambini, si dicono infatti “molto” (56,8%) o “abbastanza” (25,1%) spaventate dal terrorismo.
La maggior parte dei bambini ha poi parlato del problema del terrorismo con i genitori (64%) e a scuola (62%). Solo il 35% ne ha parlato con gli amici. Tra le bambine è più elevata la percentuale di quanti hanno parlato del problema del terrorismo a scuola (63%) o con i genitori (65,8%). Tra i loro coetanei il terrorismo è stato affrontato con maggiore frequenza anche con gli amici (nel 37,4% dei casi).
Il sentimento di paura nei confronti del terrorismo è maggiormente diffuso tra i bambini che hanno parlato del fenomeno con qualcuno, tra i quali la percentuale di quanti affermano di provare “abbastanza” o “molta” paura è sistematicamente più elevata. Nello specifico, essa è pari al 76,7% tra coloro che hanno parlato del terrorismo con i genitori, mentre scende al 66,4% tra i bambini che non hanno affrontato questo tema con il padre e la madre. Allo stesso modo, afferma di avere “molta” o “abbastanza” paura anche il 76,6% dei bambini che ne hanno parlato a scuola, a fronte del 67,8% di coloro che non lo hanno fatto, ed il 74,9% dei bambini che hanno parlato del terrorismo con gli amici, percentuale che scende al 72,5% tra quanti non hanno affrontato il problema con i coetanei. Di fronte al terrorismo, dunque, non solo gli amici, ma anche i genitori e gli insegnanti non sembrano riuscire a fornire alcuna “rassicurazione
Allo stesso modo che per il terrorismo, i dati evidenziano che la percentuale di bambini cui è capitato di avere paura della guerra è drammaticamente elevata (76,1%). La guerra turba soprattutto le bambine: l’86,6% di esse ammette di averne paura o di averne avuta in passato, contro i 2/3 dei coetanei. Oltre i 4/5 degli intervistati ha appreso della guerra in Iraq dalla televisione. Considerando anche radio e giornali, circa il 90% dei bambini è venuto a conoscenza della guerra attraverso i media. Solo l’8% è stato informato dai genitori e appena lo 0,7% dagli insegnati. Inoltre, i dati relativi alla paura e alle modalità di apprendimento della notizia della guerra in Iraq sono piuttosto sorprendenti. Emerge, infatti, che hanno avuto paura della guerra soprattutto i bambini che hanno appreso del conflitto parlandone con i genitori (82,1%), seguiti da quanti hanno saputo della guerra dai giornali (79%), dalla televisione (78,2%) e dalla radio (62,9%). Infine, tra i bambini che hanno appresso del conflitto parlandone a scuola con gli insegnanti, il 52,4% afferma di aver avuto paura della guerra, a fronte di un elevato 42,9% che dichiara, invece, di non averne mai avuto paura. Parlare con qualcuno della guerra ha avuto l’effetto di alimentare il sentimento di preoccupazione soprattutto tra le bambine (49,2%, contro un dato maschile del 45,4%), tra le quali si registra anche una percentuale maggiore di intervistati che hanno vissuto in solitudine i sentimenti suscitati dalla guerra (l’11,4% non ne ha parlato con nessuno, contro il 9,3% dei maschietti).
Oltre i 4/5 dei bambini (l’80,2%) affermano di essere rimasti impressionati da programmi televisivi che trattavano il tema della guerra. Sono soprattutto le immagini drammatiche ad aver scosso i piccoli intervistati (69%). L’11% è rimasto impressionato per i modi – i termini, le espressioni – utilizzati dal giornalista per informare sugli aspetti drammatici dei conflitti, mentre l’1% è rimasto impressionato per altre ragioni.
Lo scorporo delle risposte in base al sesso degli intervistati, mostra come sono rimaste impressionate dai programmi televisivi dedicati al tema della guerra soprattutto le bambine (l’85,7%, contro il 76,9% dei maschi). Indipendentemente dal sesso, ciò che ha scosso i piccoli intervistati sono le immagini drammatiche trasmesse da questi programmi, che hanno impressionato i 3/4 delle bambine e il 63,3% dei loro coetanei. Questi sono rimasti colpiti, più delle bambine, dai modi utilizzati dal giornalista per parlare della guerra (12,6%, contro il 9,4% registrato tra le intervistate).

La Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo. Una sezione del questionario ha inteso verificare la conoscenza da parte dei bambini della Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo. L’ampia maggioranza dei bambini (il 61%) è a conoscenza della Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo. Nello specifico, il 35,4% ne ha sentito parlare a scuola, il 12,5% da Tv e giornali ed il 7,4% in famiglia. Un altro 5,7%, infine, ne ha sentito parlare da altre fonti. La quota di bambini che non conoscono la Convenzione è pari al 35,6%. Sebbene si tratti di una minoranza consistente di intervistati, è possibile osservare come tra il 2002 e il 2004 la percentuale di bambini che non hanno mai sentito parlare della Convenzione sia diminuita progressivamente: dal 52,5% del 2002 al 47,2% dell’anno seguente ad oggi, pari a poco più di un terzo degli intervistati. Lo scorporo dei dati per sesso, rileva come sono soprattutto le bambine ad aver sentito parlare della Convenzione (63,8%, contro il 58,3% dei maschietti). Il 38% delle bambine ed il 32,6% dei bambini ne ha sentito parlare a scuola. Tra i maschietti è più elevata sia la quota di quanti non hanno mai sentito parlare della Convenzione (38,6%, a fronte di un dato femminile del 32,7%) che quella di coloro che ne hanno sentito parlare da Tv e giornali (13,3%, contro l’11,7% delle bambine).
Ad avviso dei bambini, tra i diritti stabiliti dalla Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo, quelli maggiormente rispettati sono il diritto ad avere una famiglia (molto o abbastanza rispettati secondo il 76% del campione), il diritto alla vita (74%), e il diritto allo studio (71%). Una minoranza significativa degli intervistati ritiene invece “poco” o “per niente” rispettati sia il diritto ad essere protetti dai maltrattamenti (26%) e al rispetto delle proprie opinioni (32%), che il diritto allo svago e al riposo (33,3%). I bambini denunciano, tuttavia, in modo particolare, la mancata tutela del diritto a non essere discriminanti per il colore della propria pelle, “poco” o “per niente” garantito secondo il parere del 35,5% del campione. In particolare, per una minoranza contenuta del campione, questi diritti non sono “per niente” rispettati. Nello specifico, il diritto ad avere una famiglia e il diritto alla vita non sono in alcun modo rispettati per circa il 3% degli intervistati; il diritto allo studio ed il diritto ad essere protetti dai maltrattamenti non sono per nulla tutelati ad avviso, rispettivamente, del 4% e del 6,8% del campione. Il 7,5% dei bambini ritiene che non sia in alcun modo considerato il diritto al rispetto delle proprie opinioni, mentre l’8% crede che non venga per niente osservato il diritto al riposo e allo svago. Infine, il 12,1% dei bambini è dell’opinione che non sia per niente rispettato il diritto a non subire discriminazioni razziali.









Identikit dell’adolescente

Rapporto con il mondo degli adulti e modelli educativi. È particolarmente interessante prendere in esame le relazioni dei ragazzi all’interno del nucleo famigliare nel periodo adolescenziale, quando il loro rapporto con gli adulti, e in primo luogo con le figure genitoriali, attraversa un passaggio critico. Nel momento in cui gli adolescenti iniziano ad affermare la propria individualità i contrasti con i genitori divengono solitamente più frequenti e rappresentano da un lato l’espressione del primo distacco dei ragazzi, dall’altro la conseguenza dell’inevitabile gap generazionale.
Gli adolescenti intervistati, chiamati ad indicare in quale circostanza in particolare i genitori si arrabbiano con loro, affermano che ciò avviene quando non fanno quel che viene detto loro (28%), quando non studiano (21,6%), quando non dicono la verità (20,8%), quando fanno cose pericolose (11,2%); percentuali meno elevate di ragazzi dichiarano che soprattutto quando i genitori sono nervosi si arrabbiano con loro (6,8%); il 6,5% fa arrabbiare padre a madre in particolare quando prende un cattivo voto a scuola.
La disobbedienza rappresenta quindi il motivo principale di arrabbiatura per i genitori, ma sono rilevanti anche le questioni relative alla scuola (scarso studio e cattivi voti) e le bugie.
Confrontando queste risposte con quelle fornite alla stessa domanda dai bambini di 7-11 anni, notiamo che non ci sono grandi differenze, nonostante infanzia ed adolescenza siano due fasi della vita generalmente molto diverse e, di conseguenza, caratterizzate da forti cambiamenti nel rapporto fra genitori e figli. In entrambi i casi la principale causa di arrabbiature per i genitori rimane la disobbedienza dei figli e lo studio riveste la stessa importanza; sono invece leggermente più numerosi, rispetto ai bambini, gli adolescenti che attribuiscono al nervosismo dei genitori le arrabbiature. Le risposte dei ragazzi e delle ragazze si differenziano per alcuni aspetti. Sono più numerosi fra i maschi che fra le femmine i soggetti che fanno arrabbiare i genitori soprattutto quando non studiano (29,1% contro 14,1%) e fanno cose pericolose (13%); fra le femmine sono più alte le percentuali di chi cita come cause di arrabbiatura il fatto di non fare quello che i genitori dicono (33,5% contro 22,3%) e le bugie (24,1% contro 17,7%). I dati rispecchiano una minore propensione maschile per lo studio e una maggiore tendenza dei ragazzi a mettere in pratica comportamenti rischiosi.
I comportamenti messi in atto dai genitori quando si arrabbiano con i figli sono, secondo il campione, principalmente due: li sgridano (41,7%) e spiegano loro perché hanno sbagliato (40,8%). L’8,7% dei ragazzi afferma di ricevere punizioni, il 5% dice che i genitori non gli parlano per un po’, solo l’1,6% afferma di venire picchiato. Le sgridate sono la reazione più diffusa, ma molti genitori hanno anche l’abitudine di spiegare ai figli ciò in cui hanno sbagliato, al fine di evitare che ripetano l’errore.
Fra gli adolescenti coloro che dicono di ricevere dai genitori la spiegazione del loro errore sono più numerosi che fra i bambini; dal confronto fra le risposte dei due campioni sembra inoltre che con l’aumentare dell’età dei figli i genitori li puniscano e li picchino meno spesso.
Le reazioni dei genitori, quando si arrabbiano, non risultano molto diverse in relazione al sesso dei figli; si può solo segnalare che i maschi affermano di essere puniti leggermente più spesso delle femmine (10,7% contro 6,7%), le quali, dal canto loro, affermano di venire sgridate lievemente più spesso (43,4% contro 40,3%).
Il 40,6% degli adolescenti, quando vuole ottenere qualcosa dai genitori, cerca di convincerli delle proprie ragioni, mentre il 34,9% si impegna per meritarla; il 13,2% chiede con insistenza quello che vuole, il 4,5% dice che ce l’hanno i suoi amici, il 3,8% si lamenta. Le spiegazioni, le argomentazioni e la persuasione prevalgono dunque sugli altri comportamenti, compreso l’impegno per meritare ciò che si vuole, indicato comunque da oltre un terzo del campione. Sono una minoranza gli adolescenti che si lamentano o che ricordano ai genitori che gli amici hanno quel che vogliono.
Negli adolescenti si osservano comportamenti significativamente diversi rispetto a quelli dei bambini: oltre la metà dei più piccoli afferma infatti di impegnarsi per ottenere quel che desidera. Gli adolescenti sembrano invece più propensi a convincere i genitori che ad assumere e rispettare un impegno per meritare poi in premio ciò che desiderano. D’altra parte fra gli adolescenti sono più rari i comportamenti più immaturi come il confronto con quel che hanno gli amici.
Se il comportamento più utilizzato dai maschi intervistati quando vogliono ottenere qualcosa è impegnarsi per meritarla (lo fa il 37,8%, contro il 31,9% delle femmine), quello più utilizzato dalle femmine è cercare di convincere i genitori delle proprie ragioni (lo fa il 44,7% contro il 37% dei maschi). Le ragazze in questa circostanza sembrano quindi puntare più sul dialogo e sulla persuasione, i ragazzi sull’impegno concreto.
Il 48,9% degli adolescenti afferma che i genitori spendono più per i figli che per se stessi, molti (39,3%) dicono che le spese vengono distribuite in modo equilibrato per ciascun componente della famiglia. Per quote più basse di ragazzi i genitori spendono soprattutto per la casa (4,5%), più per se stessi che per i figli (2,1%), più per i loro fratelli (2,1%).
Mettendo i dati a confronto con quelli ottenuti sul campione di bambini, emerge che gli adolescenti sono più propensi dei bambini a riconoscere che i genitori spendono soprattutto per i figli. Ciò può dipendere dal fatto che, crescendo, i figli richiedono risorse economiche sempre più ingenti alla famiglia, ma anche dal fatto che i ragazzi più grandi di solito acquisiscono maggiore consapevolezza dei sacrifici fatti per loro dai genitori.
Interrogati sul ruolo che, secondo loro, un genitore dovrebbe rivestire, i ragazzi hanno scelto in modo piuttosto equilibrato le diverse risposte senza concentrarsi su una in particolare: per il 28,2% un genitore dovrebbe essere un esempio, per il 24,6% una guida, per il 20,2% un sostegno, per il 18,9% un amico; pochi lo vedono invece come un rifugio (3,4%). Sono meno numerosi che fra i bambini gli intervistati secondo cui il genitore dovrebbe essere un rifugio.
Osservando le risposte fornite a questa domanda dagli intervistati dei due sessi, si rileva che fra i maschi sono più numerosi che fra le femmine i soggetti secondo i quali un genitore dovrebbe essere un esempio (30,7% contro 25,8%) e una guida (26,5% contro 23%). Fra le femmine, al contrario, è più elevata che fra i maschi la percentuale di chi ritiene che un genitore dovrebbe rappresentare un amico (21% contro 16,8%) ed un sostegno (23,1% contro 17,4%).
Benché in entrambi i sessi risulti forte il bisogno di una figura di riferimento comportamentale ed etico, fra gli adolescenti tale esigenza risulta più diffusa che fra le adolescenti; queste ultime manifestano più dei coetanei il bisogno di genitori complici e vicini, pronti a comprendere e sostenere.
Pensando al proprio futuro, quasi la metà del campione immagina, una volta finiti gli studi o trovato un lavoro, di andare a vivere per conto suo (49,6%). Il 39,6% pensa di restare in famiglia fino a quando ne formerà una sua, solo il 4,8% pensa di restare in famiglia il più a lungo possibile.
In questo caso appare evidente la differenza fra la posizione dei bambini e quella degli adolescenti: fra gli adolescenti sono infatti molto meno numerosi quelli che pensano di restare in famiglia il più a lungo possibile; solo il 17,9% dei bambini, inoltre, pensa di andare a vivere per conto suo prima di aver formato una famiglia sua, mentre quasi la metà degli adolescenti prevede di fare così. L’età meno giovane rende gli intervistati meno legati alla famiglia e meno spaventati dall’idea di vivere da soli, è infatti probabile che le risposte siano influenzate dal bisogno di distacco e di indipendenza che caratterizza l’adolescenza. In una fase in cui i ragazzi sentono solitamente di non avere ancora tutta la libertà e l’autonomia che desiderano, la prospettiva di vivere da soli appena possibile appare particolarmente desiderabile.
Incrociando le risposte fornite a questa domanda con il sesso degli intervistati, si evidenzia un desiderio di indipendenza leggermente maggiore nelle femmine che nei maschi: il 51,3% immagina di andare a vivere da sola appena possibile, contro il 47,9% dei coetanei. In qualche misura questa lieve differenza potrebbe dipendere dal fatto che le adolescenti, rispetto ai maschi, godono solitamente di minore libertà poiché i genitori nutrono nei loro confronti maggiori ansie e preoccupazioni; ciò potrebbe influire sul loro desiderio di sottrarsi a restrizioni e controlli.
I rapporti fra ragazzi e genitori risultano nella grande maggioranza dei casi buoni o ottimi (85,7%), solo nel 13,4% dei casi mediocri o pessimi. In particolare, il 50% degli intervistati definisce i rapporti buoni, il 35,7% ottimi, l’11,6% mediocri, l’1,8% pessimi.
La differenza tra le risposte fornite da adolescenti e bambini è anche in questo caso evidente e prevedibile. Rispetto a quanto rilevato per i bambini, scende infatti notevolmente la quota di chi definisce ottimi i rapporti e sale dal 2,7% all’11,6% la quota di chi li definisce mediocri. L’adolescenza rappresenta infatti il periodo di maggiore conflittualità tra genitori e figli, è pertanto più difficile, rispetto all’infanzia, che i rapporti siano addirittura ottimi. È invece più facile che i rapporti vengano considerati mediocri dai ragazzi, per via, ad esempio, di frequenti liti su questioni come la libertà, le scelte, ma anche per lo scontro tra gli adulti e la personalità in via di definizione ed in cerca di affermazione degli adolescenti.
Il 38% degli adolescenti intervistati considera ottimi i rapporti con i genitori, contro il 33,7% delle adolescenti; in modo corrispondente per il 13,5% delle femmine i rapporti sono mediocri, contro il 9,8% dei maschi. Emerge quindi una maggiore conflittualità delle ragazze con il padre e la madre, forse perché le femmine maturano solitamente prima e presentano quindi maggiori esigenze e maggiore desiderio di autonomia; a ciò si potrebbe aggiungere il fatto che i genitori tendono ad essere più apprensivi con le figlie e quindi a limitare maggiormente la loro libertà, e ciò può provocare contrasti famigliari.
Quando si deve prendere una decisione importante che riguarda direttamente gli adolescenti intervistati, nel 79,9% delle famiglie si decide insieme, nel 10,8% decidono i genitori, nel 4,3% decide la madre, nel 2,7% decide il padre. La quasi totalità dei ragazzi afferma che le proprie richieste e desideri vengono accontentati dai genitori se possibile (90,6%); il 5,6% dice di essere accontentato sempre, l’1,8% mai. Prevale quindi nettamente la ragionevolezza, ma esiste una minoranza di adolescenti evidentemente viziati ed una quota molto bassa di soggetti secondo i quali i propri desideri non vengono tenuti in nessun conto dai genitori.
Un quarto degli adolescenti (25,9%) risponde male ai genitori spesso o continuamente, ma la maggioranza lo fa qualche volta. Gli intervistati dichiarano infatti di rispondere male ai genitori qualche volta nel 65,9% dei casi, spesso nel 20,4%, mai nel 7,6%, continuamente nel 5,5%.
A conferma della maggiore conflittualità dei rapporti genitori-figli in età adolescenziale, la frequenza con cui gli adolescenti rispondono male ai genitori risulta nettamente superiore a quella registrata per i bambini, sia per il maggior numero di occasioni di scontro, sia per un atteggiamento dei ragazzi generalmente più insofferente in questo periodo della crescita.
I dati mostrano che le ragazze rispondono male ai genitori più spesso dei ragazzi: il 24,2% afferma di farlo spesso, contro il 16,8% dei maschi, ed il 6,4% continuamente, contro il 4,5% dei maschi. Questi risultati confermano la maggiore conflittualità che caratterizza i rapporti tra le adolescenti ed i genitori, della quale il fatto di rispondere spesso male sembra una manifestazione.
Agli adolescenti è stato domandato con che frequenza mettono in atto alcuni comportamenti non rispettosi delle persone e dell’ambiente. Fra i diversi comportamenti presi in esame, dire parolacce risulta quello messo in pratica con maggior frequenza dai ragazzi intervistati (il 34,5% lo fa spesso ed il 13,5% continuamente), seguito da buttare carta, lattine o altro per terra (il 19,6% spesso o continuamente), urlare e fare chiasso in presenza di persone della propria famiglia (il 19,6% spesso o continuamente), interrompere le persone mentre stanno parlando (il 17,4% spesso o continuamente). I comportamenti meno adottati sono invece fare scritte sui muri (l’82,6% non lo fa mai) e urlare e fare chiasso in presenza di persone estranee alla propria famiglia (il 74,8% mai).
Gli adolescenti, in generale, si comportano più spesso in modo scorretto rispetto ai bambini, ed in particolare molto più frequentemente dicono parolacce, urlano e fanno chiasso in presenza di familiari, buttano rifiuti per terra. In generale le ragazze adottano con minor frequenza, rispetto ai coetanei, comportamenti poco educati. L’ unica eccezione riguarda il fare confusione in presenza di persone della famiglia (il 17,9% dei maschi dice di farlo continuamente o spesso, contro il 21,5% delle femmine).
Per il resto, i ragazzi si dimostrano più inclini a comportarsi in modo irrispettoso.
Il 32,6% dei ragazzi non si comporta mai in modo offensivo verso chi gli sta intorno, contro il 36,8% delle ragazze; solo il 29,6% non butta mai rifiuti per terra, contro il 41,1% delle ragazze; il 71,1% non fa mai chiasso in presenza di persone estranee alla famiglia, contro il 78,5% delle ragazze. Se a quasi tutti gli adolescenti capita di dire parolacce, i due sessi si differenziano per la frequenza con cui lo fanno: il 18,1% dei maschi lo fa continuamente, a fronte dell’8,7% delle femmine, il 37,2% spesso, a fronte del 31,7% delle femmine.
Quando i ragazzi si comportano in modo ineducato, come indicato nella domanda precedente, gli adulti spiegano loro con calma perché non bisogna agire così nel 26,2% dei casi, li rimproverano ma non più di tanto nel 24,1% dei casi, li sgridano nel 22,5%, li sopportano e li giustificano perché alla loro età queste cose sono ancora permesse nell’11,6%, li puniscono nel 6,1%. Prevalgono quindi reazioni non dure da parte degli adulti e se da un lato sono numerosi quelli che cercano di far comprendere ai ragazzi i loro errori, sono decisamente molti anche quelli che si dimostrano tolleranti, col rischio di non scoraggiare i comportamenti sbagliati.
I bambini affermano molto più spesso degli adolescenti che gli adulti che li circondano di solito reagiscono spiegando con calma il motivo per cui certi comportamenti sono sbagliati.
Per indagare quali valori ed ideali i genitori trasmettano oggi ai ragazzi, al campione è stato chiesto di indicare cosa padre e madre ritengono importante nella vita. Le risposte si distribuiscono in modo molto vario su diversi obiettivi: il più citato è essere sempre se stessi (17,5%), seguito da essere onesti (13,4%), farsi rispettare (12,1%), realizzarsi professionalmente (10,9%), avere fiducia in se stessi (10,5%), rispettare il prossimo (10,1%), studiare molto (9,8%). Vengono citati con minor frequenza accontentarsi (5,8%), avere fede in Dio (3,4%), essere liberi (3,2%), avere successo (1,4%).
Un terzo dei ragazzi sostiene che i genitori non fanno mai mancare loro l’affetto (33,3%), il 16,7% risponde invece “il necessario”, il 13,4% la fiducia, il 9,5% i consigli, il 9,4% le prediche, il 9,1% i soldi, il 6,9% la comprensione.
Un altro aspetto cruciale per comprendere la qualità del rapporto tra genitori e figli adolescenti è la reale presenza e disponibilità di padre e madre nella vita dei ragazzi, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Se la maggioranza dei ragazzi (60,6%) afferma che nei momenti difficili i genitori ci sono sempre, poco meno di un terzo (31,8%) dice che a volte ci sono, a volte no; per il 3,7%, addirittura, non ci sono mai. Sono quindi molti gli adolescenti che possono contare sui loro genitori solo in alcuni momenti ma non sempre.
I bambini di 7-11 anni dichiarano in percentuale maggiore, rispetto agli adolescenti, che nei momenti difficili possono sempre contare sui loro genitori (71,3% contro 60,6%). Questi risultati possono indicare che i genitori, quando i figli sono piccoli, tendono ad essere più presenti; d’altra parte si può anche ipotizzare che fra gli adolescenti siano più numerosi i ragazzi che sentono di non poter contare sempre sui genitori quando si trovano in difficoltà, forse anche perché sentono maggiormente il bisogno di essere compresi ed aiutati.
I ragazzi che affermano di poter contare sempre sulla presenza dei loro genitori sono il 63,1% dei maschi ed il 58,9% delle femmine. Le adolescenti dicono infatti che i genitori a volte ci sono e a volte no nel 34,3% dei casi, contro il 29,1% dei loro coetanei. Anche in questo caso si percepisce un malessere leggermente più diffuso nelle ragazze, che probabilmente in alcuni casi vorrebbero i genitori più vicini nelle difficoltà. Risulta purtroppo molto alta la percentuale degli adolescenti che assistono o hanno assistito ai litigi tra i propri genitori: il 61,3% afferma che questo si verifica qualche volta, al 19,1% capita spesso. Non capita o non è mai capitato soltanto al 17,3% degli intervistati.
Mettendo questi risultati a confronto con quelli ottenuti sul campione di bambini, risulta che questi ultimi assistono in misura inferiore ai litigi tra i propri genitori. Evidentemente di fronte ai figli piccoli i genitori sono molto più attenti ad evitare o comunque a celare eventuali litigi.
Nelle liti molto spesso si tende ad assumere un tono di voce eccessivo come se fosse l’unico modo per far valere le proprie ragioni. Alzare la voce risulta la modalità di litigio più diffusa (53,1%). Anche imbronciarsi, indicato da quasi due ragazzi su dieci (19,2%), appare un modo di litigare abbastanza comune. È irrilevante fortunatamente la percentuale dei genitori che si picchiano (1,3%). Non compaiono differenze di genere significative sul modo di litigare dei genitori. Si rileva, tuttavia, come di fronte alle ragazze i genitori siano sensibilmente più accorti nei loro litigi. Portano il broncio infatti, più in presenza di queste ultime (22%) che in presenza dei figli di sesso maschile (16,2%).
Il rapporto con gli insegnanti assume un’importanza fondamentale per gli studenti italiani, tale da contenere o escludere forme di scortesia nei confronti dei propri docenti. Oltre la metà del campione (54,9%) afferma di non aver mai risposto male ai propri insegnanti, il 36,1% lo ha fatto qualche volta, il 5,7% spesso e una minima percentuale (2,6%) lo fa continuamente. I maschi dimostrano una maggiore indisciplina rispetto alle femmine: il 62,3% di queste non risponde mai in maniera sgarbata ai propri insegnanti, contro il 47,5% dei loro coetanei. Ai ragazzi capita più frequentemente di rispondere male ai propri insegnanti: il 39,8% lo fa qualche volta (contro il 32,5%), il 7,6% spesso (contro il 3,8%) e il 4,2% continuamente (contro lo 0,8%). Prendere brutti voti non risulta un’esperienza sconosciuta tra i ragazzi italiani, anzi. Oltre la metà del campione (il 60,6%) afferma di aver preso qualche volta un cattivo voto a scuola e il 33,7% addirittura spesso. Solo una ristretta minoranza (5,2%) non ha mai preso cattivi voti. Ai ragazzi cui è capitato di prendere brutti voti a scuola è stato chiesto di riportare la reazione avuta dai loro genitori. Oltre la metà del campione (60,1%) afferma che i propri genitori si sono arrabbiati, mentre in un buon 21,1% dei casi non si sono preoccupati più di tanto; qualche volta (5,2%) i ragazzi sono stati invitati a studiare di più. Risultano alquanto limitate le situazioni in cui i genitori hanno incolpato i professori del cattivo voto (1,4%), oppure hanno attribuito le responsabilità ad una scuola che non funziona (1,2%). Le reazioni dei genitori per un brutto voto risultano leggermente diverse per ragazzi e ragazze. Nello specifico, i genitori si adirano maggiormente con i figli maschi (il 67,4% contro il 52,3% delle femmine), mentre non si preoccupano più di tanto per le femmine (il 28,3% contro il 14,4% dei maschi) e le invitano a studiare di più (il 6,7% contro il 3,8%).

La scuola. Questa sezione del questionario era finalizzata ad evidenziare difficoltà e problemi che possono complicare il vissuto scolastico (come la presenza di barriere architettoniche per i ragazzi con handicap) o addirittura mettere a rischio la salute psico-fisica degli studenti (come gli episodi di bullismo, di spaccio di stupefacenti, di abuso sessuale, ecc.).
Rispetto a fenomeni di teppismo o atti di violenza, si evidenzia una elevata percentuale (53%) di scuole in cui si verificano furti; abbastanza diffusi risultano anche gli episodi di bullismo (accadono nel 35,4% dei casi, mentre il 28,9% non risponde alla domanda). Quasi un ragazzo su cinque (18,2%) afferma che nella propria scuola viene spacciata droga; sono molto frequenti le minacce e gli atti di prepotenza continui da parte di altri compagni (35,4%) e risultano leggermente più contenuti, ma comunque significativi, gli episodi di continue violenze fisiche da parte di altri compagni (16,8%).
Il 22,2% dei ragazzi denuncia la presenza di atti di discriminazione razziale all’interno della propria scuola ed il 7,2% afferma addirittura che si verificano casi di violenza sessuale. Occorre evidenziare, inoltre, le elevate percentuali di non risposte da parte degli intervistati in tutti gli items, in particolare quando si affronta l’argomento droga o si parla di discriminazioni razziali.
La presenza di barriere architettoniche nelle scuole, che rendono difficoltoso l’accesso ai portatori di handicap, risulta piuttosto limitata (6,4%), anche se non si deve ignorare il 33,7% di intervistati che non è in grado di rispondere alla domanda.

L’insegnamento della religione a scuola. In un momento in cui gli attuali conflitti geopolitici e le difficoltà della convivenza multiculturale hanno riacceso il dibattito sulla necessità del dialogo interreligioso, è interessante conoscere l’opinione degli adolescenti sulla didattica della religione, per verificare se nei nostri studenti sia predominate l’orientamento confessionale o, al contrario, la curiosità intellettuale verso le molteplici forme di culto. I risultati evidenziano la compresenza, con percentuali simili, dei due opposti atteggiamenti sopra citati: il 36,4% degli intervistati afferma che dovrebbe essere insegnata esclusivamente la religione cattolica, mentre il 31,5% propone che vengano insegnate tutte. Circa un ragazzo su quattro ritiene che a scuola non dovrebbe essere insegnata nessuna religione; un discreto numero di studenti non esprime alcuna opinione in merito (7,2%).
L’opinione sulla religione da insegnare a scuola assume delle connotazioni particolari a seconda del sesso dell’intervistato: un maggior numero di ragazzi afferma che la religione non dovrebbe costituire materia d’insegnamento (il 25,9% contro il 19,3% delle ragazze) e ritiene opportuno insegnare esclusivamente la religione cattolica (il 39,1% contro il 33,8% delle ragazze). Mostrano una atteggiamento di maggiore apertura le ragazze che nel 37,6% dei casi affermano che la scuola dovrebbe insegnare tutte le religioni.

Lavoro. Secondo i ragazzi il lavoro assolve principalmente ad una funzione pratica, quella cioè della propria indipendenza economica (33,5%). Il lavoro inteso invece come realizzazione personale e concretizzazione dei propri sogni interessa rispettivamente il 17,3% e il 16,4% del campione. I due sessi non si differenziano in merito al fine principale assegnato al lavoro, quello dell’indipendenza economica: il 32,4% dei maschi contro il 34,6% delle femmine. In relazione agli altri scopi attribuibili al lavoro, emerge che tra le ragazze, rispetto ai ragazzi, è più alta la percentuale (21,1% contro 13,8%) delle femmine che lavorerebbero per una mera questione di realizzazione personale. I maschi (12%) affermano invece in misura leggermente superiore alle femmine (8%) che il lavoro è utile anche per dare un senso alla vita.
Ai ragazzi importa che il proprio lavoro sia innanzitutto molto remunerativo (21,3%) e poi che sia sicuro (15,1%). Con molta probabilità quest’ultima preferenza è il risultato della condizione di disagio che vivono i giovani d’oggi sconfortati e impauriti dalla precarietà e instabilità che caratterizza l’attuale sistema lavorativo. I giovani pertanto incerti del presente e preoccupati del loro futuro si augurano di trovare un lavoro in qualche modo sicuro. Interessa in minima parte invece che la propria attività lavorativa conceda molto tempo libero (5,6%) o che sia prestigiosa (5,3%).
L’opinione che gli adolescenti hanno in merito al lavoro ideale è influenzata dalla differenza di genere: ai maschi interessa principalmente l’aspetto remunerativo (25,9% contro il 16,6% delle femmine), mentre le femmine sono attratte dalla possibilità di essere completamente indipendenti (18,0% contro il 10,1% dei maschi). Lo scorporo dei dati per sesso rileva inoltre che le ragazze sono in qualche modo più interessate agli aspetti umani e relazionali, auspicando in misura percentuale maggiore a quella dei ragazzi (12,6% contro il 6,3% dei maschi), che il proprio lavoro crei maggiori opportunità di conoscere nuove persone.

Il rapporto con il futuro. Questa sezione del questionario ha inteso sondare il grado di accordo degli intervistati su tre item, ciascuno esprimente una determinata “filosofia di vita”, ovvero un diverso modo di rapportarsi al futuro, in modo da verificare se, tra gli adolescenti, prevalga un atteggiamento disfattista, fatalista o di impegno responsabile verso la collettività.
La prima affermazione – Meglio vivere giorno per giorno, senza farsi troppi problemi – trova “molto” (31,1%) o “abbastanza” d’accordo (34,8%) sette adolescenti su dieci, mentre non è “per niente” condivisa dall’8,8% del campione.
L’item che raccoglie maggiori consensi è il secondo, relativo alla possibilità, tramite l’impegno personale, di costruire un futuro migliore per tutti: appena il 2,6% degli intervistati esprime completo disaccordo con questa opinione, mentre ben l’88,6% degli adolescenti si dice al contrario “molto” (57,9%) o “abbastanza” d’accordo (30,7%).
Il fatalismo sembra invece caratterizzare una quota sensibilmente minoritaria degli adolescenti. Meno di 1/3 del campione dichiara, infatti, di condividere molto o abbastanza l’affermazione “Inutile fare progetti per il futuro, perché le cose succedono per caso”; il 62%, al contrario, dice di rispecchiarsi “poco” in questa filosofia di vita (30,3%) o di non condividerla per nulla (31,6%).
Nello specifico, l’affermazioneMeglio vivere giorno per giorno, senza farsi troppi problemi” è condivisa “molto o abbastanza” dal 64% dei maschi e dal 69,8% delle ragazze, mentre l’item “Impegnandosi si può costruire un futuro migliore per noi e per tutti” trova “molto o abbastanza” d’accordo l’85,3% dei ragazzi e il 92,2% delle coetanee. È possibile osservare, in particolare, come il disfattismo caratterizzi una quota estremamente contenuta del campione, soprattutto tra le intervistate. Appena il 4,4% dei maschi e lo 0,8% delle ragazze affermano di non condividere per niente l’idea che impegnandosi si possa costruire un futuro migliore.
Va evidenziato, tuttavia, come le adolescenti si distinguano dai loro coetanei, oltre che per un minor disfattismo, anche per la presenza di una più forte componente fatalista. L’idea che sia inutile fare progetti per il futuro in quanto le cose nella vita avvengono per caso – condivisa da una parte minoritaria degli intervistati di entrambi i sessi – raccoglie infatti maggiori consensi proprio tra le ragazze, che la condividono “molto o abbastanza” nel 34,3% dei casi (contro il 30,7% dei coetanei). Tra di esse è inoltre più contenuta la percentuale di quanti esprimono completo disaccordo con questa filosofia di vita, ritenuta per niente condivisibile dal 28,5% delle intervistate e dal 34,6% dei ragazzi.

I principali problemi socio-politici. È stato chiesto agli adolescenti di indicare quali tra i problemi del mondo suscitassero in loro maggiore preoccupazione. Guerra e terrorismo sono al centro delle preoccupazioni degli adolescenti. Circa il 58% degli intervistati è infatti maggiormente allarmato dalla guerra (30,1%) e dal terrorismo (27,8%). Un quinto degli adolescenti avverte in misura maggiore il problema della fame nel mondo, mentre quote più contenute di intervistati affermano di essere preoccupati soprattutto del razzismo (7,5%), del sottosviluppo che caratterizza il cosiddetto “Terzo Mondo” (7,2%), e del predominio delle Nazioni più ricche (5,1%). Lo scorporo dei dati per sesso non rileva differenze significative. È possibile evidenziare una preoccupazione maggiore, da parte dei maschi, in merito a terrorismo (fenomeno che sta al centro delle loro preoccupazioni nel 30,4% dei casi, contro il 26,5% delle coetanee) e predominio delle Nazioni più ricche (6,4%, contro il 4,1% delle ragazze), mentre le ragazze sono maggiormente preoccupate dalla guerra (33,6%, contro il 27,8% dei ragazzi).

La televisione. L’indagine rileva che gli adolescenti non si lasciano quasi per niente condizionare dalla presenza del bollino rosso che accompagna i programmi inadatti ai giovanissimi. Traducendo in cifre, l’89,1% dei ragazzi guarda i programmi televisivi pur se sconsigliati ad un pubblico minorile: il 67,4% li vede anche da solo, il 13,1% in compagnia dei propri amici o fratelli e l’8,6% solo in compagnia di persone adulte. Marginale risulta la percentuale (4,0%) di chi rispetta i divieti posti sulla programmazione televisiva. L’analisi per sesso degli intervistati, invece, ha dimostrato una sostanziale differenza di atteggiamento tra i maschi e le femmine di fronte al bollino rosso. I maschi sono quelli che in misura maggiore sono portati a vedere da soli i programmi con bollino rosso (73,7% contro il 61,4% delle femmine).
Le ragazze appaiono invece più caute dei coetanei maschi, preferendo guardare la programmazione televisiva vietata in presenza di persone adulte (12,3% contro il 4,7% dei maschi) o con i propri amici (15,9% contro il 10,5% dei maschi).
Rispetto ai risultati dell’indagine realizzata lo scorso anno (4° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza) si raccolgono giudizi più tolleranti in merito alla volgarità televisiva ma più severi sul fronte della violenza. Ad ogni modo, la stragrande maggioranza giudica la televisione divertente (85,4%) e interessante (77,0) e quindi un ottimo mezzo di svago.
La televisione è giudicata violenta dal 37,8% del campione (contro il 36,4% del 2003) e volgare dal 53,0% dei ragazzi a fronte del 47,9% della precedente rilevazione.
I giudizi degli adolescenti, se confrontati con quelli dei bambini, risultano più severi: è più alta tra i ragazzi infatti la percentuale di coloro che definiscono la Tv volgare, violenta e noiosa.
Incrociando i giudizi espressi sulla programmazione televisiva con il sesso degli intervistati emergono lievi differenze. Le femmine, più divertite dalla televisione rispetto ai maschi (87% contro il 83,9%), appaiono più sensibili ed intolleranti in merito alla volgarità (56,3% contro il 49,7% dei maschi). I maschi appaiono invece più ottimisti delle ragazze in relazione alla funzione educativa della televisione: 46,3% contro il 38,6% delle femmine.
L’indagine ha messo in luce che in merito a programmi come il Grande Fratello o Uomini e donne complessivamente il 30,8% del campione esprime pareri positivi: al 18,4% piacerebbe parteciparvi, al 10,7% piace seguirli perché rappresentano le cose che accadono tutti i giorni e soltanto l’1,7% li trova divertenti.
Il resto del campione invece è piuttosto critico: un quarto del campione (24,5%) li considera falsi e ben il 22,4% afferma di non guardarli. Per una minoranza si tratta invece di trasmissioni noiose (4,7%), volgari (3,8%) e stupide (1%). Se è vero che la maggior parte degli adolescenti intervistati non condivide questo tipo di trasmissioni televisive, è bene non sottovalutare che un terzo del campione ha espresso giudizi positivi. Il Grande Fratello e Uomini e Donne sono seguiti molto meno dai maschi che dalle ragazze (28,6% contro il 16,2%) che dichiarano di apprezzarne la rappresentazione della realtà in misura maggiore (15,5% contro il 6,1% dei maschi). Entrambi i sessi esprimono il medesimo desiderio di partecipare a tali trasmissioni (18,5% fra i maschi e 18,3% tra le femmine) e la pensano alla stessa maniera sulla loro inattendibilità (sono falsi per il 23,9% dei maschi e per il 25,4% delle femmine).
L’indagine rivela che gli adolescenti ripongono una discreta fiducia in merito alla veridicità delle notizie divulgate dai telegiornali o dai programmi di informazione. Il campione infatti ha dichiarato di credere a ciò che ascolta dai telegiornali “qualche volta” nel 26% dei casi, “spesso” nel 29,2% e “sempre” nel 10,1%. Rispetto alle risposte fornite alla stessa domanda dal campione di bambini, gli adolescenti evidenziano uno scetticismo maggiore (27,5% dei bambini contro il 10,1% degli adolescenti che credono sempre all’informazione televisiva). Quasi un terzo del campione rapporta inoltre l’attendibilità della notizia al programma informativo che la diffonde (28,9%). Mettendo in relazione le risposte fornite dal campione con il sesso degli intervistati, emerge un maggior scetticismo tra i maschi: il 4,9% contro l’1,5% delle ragazze non crede “mai” a quello che riportano i programmi di informazione. Le ragazze appaiono invece molto più inclini a giudicare l’attendibilità di una notizia in base al programma televisivo che la propone (34,8% rispetto al 23% dei maschi).


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