È
possibile rivedere la Costituzione?
Lettera
aperta ai lettori
Cari Lettori,
- a proposito dell'art. 34 della Costituzione, che così recita: "La scuola è aperta a tutti", non vi pare che l'ammettere un principio del genere, che rappresenta l'essenza della democraticità della nostra politica scolastica, debba necessariamente escludere a priori che un privato possa istituire una propria scuola?
- E, in tal senso, non pensate forse che il comma successivo, quello che invece dà facoltà ai privati di fare scolasticamente ciù che vogliono, a condizione che non chiedano soldi allo Stato, non sia che il frutto di un compromesso politico tra le forze costituenti ideologicamente contrapposte?
- In effetti, guardando le cose dappresso, appare chiaro che se "la scuola è *veramente* aperta a tutti", chiunque rifiuti questo principio e desidera istituire proprie scuole, può essere mosso solo dall'esigenza di profitto, che è l'esatto contrario del *fare scuola*.
- Certo, si obietterà che le scuole cattoliche non sono basate sul profitto, ma anzitutto su una ideologia particolare.
- Ma allora mi chiedo: perché si afferma che la scuola è aperta a tutti quando poi non è vero? cioè quando il cattolico, per non perdere la propria identità, si sente indotto a istituire proprie scuole? Se lo Stato avesse veramente edificato una scuola pluralista, dopo più di un secolo avremmo ancora qualcuno che pretende una scuola diversa?
- Qui dunque qualcuno mente: o lo Stato, che dice una cosa e ne fa un'altra; o il cattolico, che dietro la scusa della religione pensa al business.
- Io penso che da un punto di vista rigorosamente (hegelianamente) etico, se la scuola statale fosse veramente aperta a tutti, si dovrebbe negare il diritto al privato di istituire proprio scuole, qualunque esse siano.
- E, per converso, se il privato pretendesse un effettivo pluralismo culturale nella scuola statale, lo Stato dovrebbe assolutamente concederglielo (cioè se mia figlia vuole andare a scuola col chador, il preside non potrà impedirglierlo).
- Delle due quindi l'una: o lo Stato professa un'ideologia del tutto democratica e pluralistica, nel qual caso va vietata l'istituzione di scuole private (anche se autofinanziate), poiché necessariamente esse sarebbero "non-scuole"; oppure lo Stato professa una propria ideologia, esattamente come tanti altri privati, e allora non si capisce perché debba essere solo la scuola statale a ricevere finanziamenti pubblici.
- Non ditemi che qui vale il criterio della maggioranza, perché in un contesto educativo (non politico) tale criterio proprio non ha senso (la scuola sarebbe "aperta" solo per i molti, non per tutti).
- Ora perù voglio arrampicarmi sugli specchi e dare all'aggettivo "aperta" (riferito alla scuola) un'interpretazione traslata, che impegni non lo "Stato" bensì la "società".
- Dunque, secondo questa chiave di lettura sarebbe non solo la "frequenza" ma anche l'"istituzione" ad essere "aperta".
- Cioè, quando all'art. 33 si dice che la "Repubblica detta le norme generali sull'istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi", si dovrebbe intendere la formula in maniera meno impegnativa di quanto finora s'è fatto, ribaltandola così: "Il Parlamento legifera sulle norme generali per l'istituzione *libera* delle scuole, le quali sono *statali* solo nel senso che appartengono alla nazione, al territorio dello Stato italiano". Col che si escluderebbe la necessità di dover necessariamente dipendere in tutto e per tutto da un Ministero centralizzato.
- Di conseguenza il comma sulla scuola non-statale andrebbe diversamente chiosato: "La legge, dopo aver fissato i diritti e gli obblighi nelle scuole non statali che chiedono la parità, se queste risultano adempienti (diciamo) dopo un quinquennio di attività, è disposta a riconoscerle come scuole *statali* a tutti gli effetti e quindi le rende oggetto di finanziamenti pubblici".
- Insomma, l'importante è affermare che ognuno ha il diritto-dovere di andare a scuola (la lex diceva per 8 anni; oggi è 10), poi sta all'interessato scegliere quella che preferisce. Lo Stato garantisce che possa andarci anche chi non ha i mezzi.
- Ciù significa che allo Stato non interessa affatto sapere quale ideologia si trasmette in questa o quella scuola. Al massimo potrà dire che i titoli, non potendo queste scuole essere controllate, non hanno alcun valore legale; oppure, al contrario, potrebbe acconsentire di riconoscere tale valore alle scuole che accettano di sottoporsi a dei controlli sull'applicazione effettiva di standard di qualità nazionali.
- Naturalmente lo Stato finanzierà le scuole in rapporto al numero degli studenti (ed eventualmente sulla base dei progetti didattico-culturali presentati).
- Ora, l'unica cosa certa di questi discorsi è che gli articoli costituzionali vanno modificati, perché hanno fatto il loro tempo, e che senza una riforma contestuale della fisionomia dello Stato, una qualunque riforma della scuola rischia o di non servire a niente, o di fare soltanto gli interessi della scuola privata.
un cordiale saluto a tutti
Enrico Galavotti