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18:33 - 21/10/09 - Il Disagio Mentale Professionale a Scuola

Di Vittorio Lodolo D'Oria

Il N° 5/2004 de La Medicina del Lavoro – prestigiosa rivista scientifica italiana – ha pubblicato uno studio sui rischi di salute legati alla professione svolta. Di 3.447 dipendenti pubblici che hanno inoltrato domanda d’inabilità al lavoro per malattia, gli insegnanti risultano essere la categoria più a rischio per patologia psichiatrica (secondo il DSM IV rispettivamente 39% disturbi dell’umore, 32% disturbi d’ansia, 12% disturbi di personalità, 11% schizofrenia ed altri disturbi psicotici, 6% altro), con una frequenza pari a due volte quella degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operai.

A differenza delle altre categorie la prevalenza del disagio mentale tra i docenti è in costante aumento (dal 44.5% del triennio 92-94 al 56.9% del 2001-03), da quando cioè furono abolite le baby-pensioni con la riforma Amato del 1992. La severità della prognosi ha indotto i Collegi Medici a sancire l’inabilità all’insegnamento nel 90% dei casi (27% in via temporanea e 63% definitiva), a riprova della gravità delle condizioni psicofisiche dei docenti esaminati.

A differenza dalla popolazione generale – dove le donne fanno registrare un’incidenza doppia di patologia depressiva e tripla di quella ansiosa rispetto agli uomini – docenti maschi e femmine presentano dati sovrapponibili, a significare che la professione arriva addirittura ad annullare la pur cospicua differenza tra i sessi. Mentre non si evidenziano differenze significative di patologia psichiatrica tra docenti di scuola materna, elementare, media e superiore, a discapito dei docenti si rileva anche un rischio oncologico superiore di 1.5-2 volte rispetto ad operai e impiegati, lasciando supporre che ciò sia dovuto ad immunodepressione conseguente all’esaurimento psicofisico. Già nel lontano 1979, secondo uno studio effettuato dalla CISL assieme all’Università di Pavia, emerse il dato allarmante che il 30% degli insegnanti dell’area milanese faceva ricorso agli psicofarmaci . Infine, secondo un recente studio svolto nella città di Torino, il disagio mentale appare direttamente correlato all’anzianità di servizio.

Mappatura del fenomeno
Per una migliore comprensione del fenomeno può essere d’aiuto rappresentare i docenti, suddivisi in base alle loro condizioni di salute psicofisica, distribuiti in tre strati di un’ipotetica piramide.

1. L’apice: composto da coloro che sono oramai vittime di una psicopatologia franca. Si dovrà pensare, insieme al mondo medico-scientifico, ad individuarli, agganciarli e curarli, affinché non arrechino danni a se stessi e all’utenza. L’intervento, ad opera di personale specializzato, deve tendere a perseguire la guarigione dell’individuo, con l’obiettivo finale di favorirne il reinserimento lavorativo e sociale.

2. Lo strato intermedio: popolato da coloro che sono in una situazione di burnout. Deve essere messo a punto quello che gli anglosassoni chiamano social support; che si traduce nella creazione di strutture di ascolto, informazione, condivisione, counselling e – all’occorrenza – sostegno psicologico. L’obiettivo delle suddette iniziative consiste nell’evitare all’insegnante in difficoltà quei sentimenti di vergogna ed isolamento, tipici dell’individuo che si trova ad attraversare questa fase transitoria. Intervenire per tempo è fondamentale poiché la situazione, anziché regredire, può evolvere verso la patologia psichiatrica con la perdita delle capacità di critica e giudizio e la conseguente espulsione sociale (spesso scambiata per mobbing dall’interessato).

3. La base: vi si trovano coloro che sono in buona salute. Ci si deve occupare di preservare la loro condizione che è potenzialmente a rischio di logoramento psicofisico. Formare gli insegnanti in modo completo, senza tralasciare di metterli in guardia sugli effetti usuranti della loro professione, diviene perciò una tappa cruciale per un’oculata attività di prevenzione da parte dei dirigenti scolastici. Occorre inoltre abituare i docenti a gestire le proprie energie, non smarrire nel tempo la capacità di auto-valutare le proprie condizioni psicofisiche, monitorare sistematicamente lo stato di salute e soprattutto non scordarsi di fare ricorso a buone dosi di autoironia durante il lavoro scolastico. Diviene infine fondamentale un coinvolgimento dei mass-media per cercare quantomeno di ridurre i dannosi stereotipi sulla professione insegnante e restituire dignità alla funzione sociale dell’intera categoria.

La psicopatologia e le sue manifestazioni: osservazione sinottica di casi reali

A tutt’oggi sono migliaia le pubblicazioni internazionali che parlano di burnout a carico degli insegnanti mentre vi è una sola pubblicazione medico-scientifica (quella recente de La Medicina del Lavoro) che ipotizza la diretta correlazione tra professione docente e rischio psichiatrico. Per questa ragione, abbiamo voluto concentrare l’attenzione su casi clinici accertati per meglio comprendere i comportamenti del professionista in fase avanzata di disagio e le conseguenti dinamiche relazionali in ambito scolastico. Per riuscire nell’intento sono stati attentamente osservati e confrontati trenta casi d’insegnanti affetti da psicopatologia franca diagnosticata dal Collegio Medico per l’Inabilità al Lavoro. La lettura sinottica dei casi in oggetto ha consentito di riconoscere la ripetitività di atteggiamenti, segni e sintomi nelle diverse storie, individuando così peculiarità patognomoniche del disagio emesse dal docente nello svolgimento della professione. Si è inoltre provveduto ad esporre alcune sintetiche riflessioni sui ruoli chiave giocati dal dirigente scolastico e dal Collegio Medico.

Di seguito gli spunti emersi dalla rilevazione dei 30 casi osservati:

Dati anagrafico-clinici
1. Sesso: 22 donne e 8 uomini.
2. Età media: 45 anni.
3. Livello scolastico di insegnamento: 12 maestre elementari, 8 insegnanti della scuola media, 10 delle superiori.
4. Patologie osservate: sono per 1/3 psicosi, 1/3 disturbi di personalità, 1/3 disturbi d’ansia e disturbi dell’umore.
5. Life-events extra-professionali: solo in 1/3 dei casi sono riportati eventi significativi legati alla vita privata che possono aver influito sull’equilibrio psicofisico della persona. Ciò può significare sia che la raccolta anamnestica effettuata dal Collegio Medico non è stata puntuale, sia che non vi erano effettivamente episodi degni di rilievo.
6. Anzianità di servizio: nella quasi totalità dei casi – inclusi dunque gran parte dei disturbi primitivi dove la familiarità gioca un ruolo importante – l’anzianità di servizio è superiore ai 20 anni, quasi a testimoniare lo stretto legame tra usura psicofisica e insegnamento.
7. Durata dei casi: mediamente trascorrono 7 anni dall’esordio dei primi sintomi/segni di malattia fino ad arrivare al provvedimento definitivo. Il protrarsi di queste vicende testimonia l’ignoranza di tutti gli attori sulla via da percorrere per tutelare insegnanti e utenza; in particolare la più disdegnata è sempre la cosiddetta “via medica”, preludio all’uscita dal giro e presupposto per intraprendere un adeguato trattamento terapeutico.

Dinamiche relazionali
1. Dirigenti Scolastici: talvolta chiedono aiuto per risolvere le situazioni complesse a chi non ne può dare (gli ex-Provveditorati, oggi CSA), talaltra s’improvvisano psichiatri formulando ipotesi diagnostiche – peraltro esatte in alcuni casi – in altre circostanze assumono atteggiamenti pilateschi; in tutte le altre assumono il ruolo di detective ricorrendo a mezzi illeciti – seppure efficaci – come la registrazione di colloqui. Ancora più spesso non sanno cosa fare e “incentivano” il docente a mettersi in ferie o in aspettativa. Due dirigenti scolastici sono stati sanzionati dal Provveditorato per “imperizia” nella gestione dei casi ritenuti “di loro competenza”. Altri due hanno vivamente “consigliato” al docente in difficoltà – atto estremamente deleterio – di richiedere un trasferimento presso altra sede. Uno soltanto si è arrischiato – senza alcun esito – a contattare il medico curante ed il neuropsichiatra del soggetto.
2. Studenti: in 1/3 dei casi alternano perplessità e rabbia di fronte al docente disorientato. Nei 3/4 dei casi riguardanti le classi elementari, gli alunni hanno manifestato sentimenti di paura o terrore. In un caso si è addirittura avuto un episodio di “pianto collettivo”.
3. Genitori: confliggono direttamente con l’insegnante. In seconda battuta si appellano al dirigente minacciandolo del possibile ritiro dei figli dalla scuola: in 1/3 dei casi i genitori hanno allontanato i ragazzi dalla classe dove insegnava il docente in difficoltà. Se quanto sopra non dovesse bastare ci si rivolge all’avvocato – spesso un genitore – e alla stampa locale. Ai genitori è del tutto sconosciuta la cosiddetta “via medica”.
4. Rapporti tra colleghi insegnanti: nei 2/3 dei casi si hanno rapporti conflittuali col docente in difficoltà. Nei restanti casi non si rilevano elementi di contrasto solo perché si tratta di insegnanti che assumono atteggiamento evitante ed apatico, accumulando assenze e attuando fughe dalla scuola o dalla classe durante le lezioni. Si registra invece un solo caso di supporto da parte dei colleghi in quanto la docente è attentamente seguita da un centro specialistico.
5. Incolumità studenti: in 1/3 dei casi è stato segnalato il rischio incolumità per l’utenza da parte degli stessi Dirigenti e dagli Ispettori Tecnici.

Segni e sintomi
1. Aggressività: è presente nella metà dei casi verso colleghi, studenti, genitori e dirigente.
2. Mania di persecuzione: è presente in metà dei casi.
3. Altri atteggiamenti rivelatori di disagio: assenze, fughe, evitamento, apatia, nonché calo di rendimento e incapacità a gestire la routine quotidiana sono presenti in quasi la metà dei casi.
4. Trasferimenti: più della metà dei casi risulta essere stata trasferita più volte. Si preferisce sistemare la faccenda allontanando il malcapitato, indirizzandolo verso un altro istituto anziché affrontare definitivamente la questione. Inutile dire che la storia si ripete – aggravata – nella nuova destinazione, fin quando non accade uno spiacevole episodio solitamente più grave dei precedenti.
5. Assenze: in più della metà dei casi si ha un alto numero di assenze – talvolta addirittura non giustificate – con una frequenza crescente, per numero e quantità, con l’aggravarsi del quadro psicopatologico del soggetto.
6. Atteggiamento verso studenti disabili: nei casi dove è presente un alunno/studente portatore di handicap, si è potuto verificare l’accanimento del docente in difficoltà sullo stesso (vedi nel testo la spiegazione psicanalitica). Nonostante ciò, alcuni insegnanti ammalati sono stati ricollocati dai dirigenti scolastici proprio nelle attività di sostegno ad alunni disabili.
7. Terapie: solo 1/8 dei docenti risulta essere sottoposto a una qualche terapia analitica o farmacologica. Ciò sta a significare la frequente misconoscenza dell’interessato della propria condizione di “ammalato”.
8. Notifica atti: in 1/6 dei casi, per assenza di recapito fisso o per opposizione dell’insegnante è stato impossibile notificare il provvedimento disciplinare assunto dal dirigente scolastico.
9. “Detonatori”: in 4 casi la settimana di gita scolastica – denominata Scuola Natura – si è rilevato l’elemento scatenante (trigger) dell’episodio psicotico-delirante.

Statistiche e annotazioni

1. Provvedimenti assunti dal Collegio Medico: solo in 1/3 dei casi appare appropriato a fronte della diagnosi. Sotto il profilo di tutela del docente stesso e dell’utenza, solleva forti perplessità nei restanti 2/3 in considerazione degli eventi occorsi.

2. Richiesta della visita per l’inabilità al lavoro per causa di salute: solo in 1/5 dei casi l’insegnante ha richiesto spontaneamente di essere sottoposto a visita. In tutti gli altri casi la richiesta è stata inoltrata dall’amministrazione scolastica. Ciò significa che non si tratta di simulazioni ma, soprattutto, che obiettività e senso critico dell’individuo sono in gran parte compromessi già al momento della visita. La persona in difficoltà ha perso la capacità di giudizio rispetto al proprio disagio, reagendo il più delle volte con la negazione della patologia ed accusando il prossimo di “avercela con lei”. Questo dato rivela come l’intervento sia oramai tardivo e destinato quasi sempre all’insuccesso. In assenza di adeguati strumenti istituzionali, per intercettare precocemente il disagio professionale tra i docenti, il Collegio Medico per l’Inabilità al Lavoro rappresenta l’unico – ma insufficiente – baluardo atto ad evitare situazioni spiacevoli barattandole con un “male minore” quale l’esclusione dell’inse-gnante dal mondo del lavoro.

3. “Dirigenti scolastici psichiatri”: in 1/4 dei casi i Dirigenti scolastici hanno posto vere e proprie diagnosi psichiatriche non di loro competenza. Anche un Ispettore Tecnico ha assunto il medesimo comportamento in una circostanza.

4. “Processi di piazza”: nei casi di sospensione dall’insegnamento, il docente è stato – secondo prassi – sottoposto a giudizio in Collegio Docenti. Tale procedura è fortemente lesiva di ciò che rimane dell’equilibrio psicofisico dell’ammalato ed equivale a condannarlo definitivamente e senza appello all’espulsione dalla scuola nonché all’isolamento sociale.

5. Biblioteca: frequentemente i docenti ritenuti inidonei all’insegnamento sono stati riutilizzati come bibliotecari. In un solo caso, chi già lavorava in biblioteca è stato ritenuto totalmente inabile a qualsiasi lavoro. A tal proposito si ricorda che l’utilizzo in mansioni amministrative, tutt’altro che conveniente per il docente, comporta, per il medesimo, la presenza obbligatoria in istituto per tutte le 36 ore contrattuali.

Interventi esterni

1. Medici di parte: il Collegio Medico si è imbattuto in 3 casi di medici di parte compiacenti che hanno certificato l’assoluta integrità psicofisica del loro assistito – che era al contrario gravemente affetto da una psicopatologia – rilasciando altresì certificazioni scritte.

2. Mass-media: in 3 casi, nei quali sono stati coinvolti gli organi d’informazione, le procedure burocratiche hanno subito un’improvvisa accelerazione per l’invio in Collegio Medico.

3. Parti sociali: nell’unico caso nel quale il sindacato è risultato essere contattato dal Dirigente scolastico per un suggerimento, si è avuta un’onesta dichiarazione d’incompetenza, dopo aver esperito alcuni lodevoli ma vani tentativi di mediazione.

Osservazioni sulla gestione del disagio mentale da parte dei Dirigenti Scolastici

Tra le sempre più numerose competenze del dirigente c’è anche quella che riguarda la gestione delle risorse umane. Spetta anche questo ad un vero manager ma non sempre gli strumenti a loro disposizione sono sufficienti e soprattutto adeguati.

Procedendo per ordine, potremo dapprima constatare che i dirigenti, di fronte ad un caso di disagio mentale, ricorrono a soluzioni per lo più improprie. Si passa dalla notifica di sanzioni ai conflitti personali, dai trasferimenti per incompatibilità ambientale alla sospensione dall’insegnamento; e ancora, dai catastrofici processi di piazza in collegio docenti agli incontri-scontri coi genitori, dalle registrazioni di colloqui privati alla formulazione di inopinate diagnosi mediche a rischio di ritorsioni legali.

Più spesso si preferisce blindare all’interno di una barriera di protezione il docente in difficoltà confinandolo in biblioteca, oppure si “getta la spugna” chiedendo l’intervento dell’ispettore tecnico ministeriale che – a sua volta – non dispone di mezzi migliori. Da ultima, ma con ingiustificata riluttanza, viene presa in considerazione la possibilità di inviare la persona a visita presso il Collegio Medico della competente CMV, per stabilirne l’idoneità psicofisica al lavoro.

Questo provvedimento è erroneamente ritenuto “punitivo” nei confronti del docente, poiché si teme di “sporcarne” lo stato di servizio. In realtà il danno viene perpetrato sia ai danni del docente sia dell’utenza, nel momento in cui si perde del tempo prezioso con i succitati provvedimenti impropri. Molto in voga sono i trasferimenti “per incompatibilità ambientale” presso altre sedi scolastiche, il cui unico esito consiste nel ritardare l’intervento medico che può facilitare l’avvicinamento dell’ammalato a chi, comprendendo il vero dramma, è in grado di porre una diagnosi e impostare la conseguente terapia. Cosa può dunque fare un dirigente scolastico? Molto.

Innanzitutto dev’essere consapevole del rischio professionale di esaurimento psicofisico corso dai suoi docenti e delle sue manifestazioni, quindi deve fare in modo che essi stessi ne siano consapevoli, sappiano gestire oculatamente le energie a disposizione e arrivino, se necessario, ad effettuare un’autodiagnosi precoce, per essere in grado di richiedere per tempo un aiuto, non necessariamente medico. In seconda battuta ha il compito di monitorare – strettamente e con discrezione – il clima lavorativo, osservando attentamente i rapporti tra colleghi e con l’utenza, nonché le dinamiche ed i mutamenti degli stessi – soprattutto quelli repentini ed inspiegabili. Si deve poi adoperare per stabilire un buon clima di ascolto, e raggiungere un discreto livello di familiarità con i propri insegnanti, per avvicinare gli stessi più agevolmente nei momenti di crisi.

Tuttavia, di fronte a un caso oramai patologico, dove l’attività di prevenzione e sostegno sono del tutto inutili poiché il soggetto ha smarrito la capacità critica e di giudizio – segno specifico della malattia – l’unica via per tentare “l’aggancio” della persona deve essere demandato, senza indugi, a medici specialisti. Purtroppo in queste situazioni l’unica strada da percorrere consiste nell’inviare il docente al competente Collegio Medico – con tutti i limiti analizzati nello specifico capitolo – non avendo le istituzioni scolastiche a disposizione, nemmeno a livello regionale o provinciale, un’apposita commissione di consulenti, per affrontare la grave problematica del disagio mentale dei docenti. Trattandosi dunque dell’unica carta a disposizione dei dirigenti per venire a capo di una situazione delicata, l’invio al Collegio Medico deve essere ben congegnato. La domanda, indirizzata alla Commissione per l’inabilità al lavoro (ora la competenza è passata alle Commissioni Mediche di Verifica note con la sigla CMV), dovrà essere corredata da una relazione contenente tutti gli elementi che presentino il caso in modo conciso, ma efficace, riportando altresì la situazione ed i relativi accadimenti, recenti e meno recenti.

Osservazioni sui provvedimenti assunti dal Collegio Medico

I casi analizzati sono certamente di pertinenza specialistica e la loro prima difficoltà è rappresentata dal cosiddetto “aggancio”. Occorre chiedersi chi abbia la facoltà, oltreché il potere-dovere, di convincere le persone in evidente stato di disagio mentale ad affidarsi alle cure dello specialista. A meno di non dover ricorrere, per comprovata urgenza e in casi estremi, al famigerato TSO (trattamento sanitario obbligatorio) tenuto conto del rischio-incolumità corso dall’utenza. Nei casi di psicopatia più avanzati, scattano immancabilmente meccanismi di difesa dell’individuo; veri e propri automatismi rappresentati dalla perdita delle capacità critica e di giudizio da cui discende, tra l’altro, la negazione della patologia e la denuncia di mobbing.

In secondo luogo non dobbiamo scordare che il settore medico è totalmente all’oscuro del rischio di usura psicofisica degli insegnanti di natura professionale. Gli stessi medici – inclusi quelli di famiglia che mediamente tra i loro assistiti contano una ventina di docenti in attività per ciascuno – sono a loro volta vittima degli stereotipi sui docenti.

Dunque la questione del rischio di disagio mentale tra i docenti è ancora talmente oscura che non esiste un organismo istituzionale – scolastico e/o sanitario – preposto ad affrontare il fenomeno, supportare i professionisti durante la loro carriera, curare coloro che necessitano di assistenza medica, attuare i necessari programmi di prevenzione, e facilitare il reinserimento lavorativo di coloro che, dopo il necessario trattamento, sono in grado di tornare ad insegnare.

Premesso ciò, l’unico punto di contatto ad oggi esistente tra scuola e sanità rimane il Collegio Medico della Commissione per l’inabilità al lavoro (oggi è la CMV).

Eppure tale organismo appare inidoneo a tamponare il drammatico problema. Prova ne sia che, in almeno due terzi dei casi studiati, il provvedimento finale assunto nei confronti dell’individuo appare inappropriato – se non addirittura sbagliato – sia nei confronti del paziente, sia per le inevitabili e rischiose ricadute sull’ambito scolastico di provenienza.

Analizzando più nel dettaglio i motivi delle suddette apparenti incongruenze, vediamo come il Collegio Medico sia chiamato a considerare più variabili – molte delle quali di natura squisitamente economico-sociale e non prettamente medica – prima di assumere un provvedimento.

Le “attenuanti” di seguito elencate possono fornirci utili spunti per cercare di comprendere – se non proprio giustificare – il provvedimento, talvolta inspiegabile, assunto dai sanitari:

1. stereotipi nei confronti degli insegnanti – anche i sanitari ne sono vittima come tutta l’opinione pubblica – e conseguente totale ignoranza dei medici sul rapporto tra la professione docente ed il rischio di sviluppare psicopatologie;

2. frequenti denunce di mobbing da parte dei pazienti: gran parte delle persone sottoposte a visita sostiene – il più delle volte a torto e in assenza di un contraddittorio – di essere stata vessata nell’adempimento del proprio lavoro;

3. documentazione trasmessa dall’amministrazione di appartenenza al Collegio Medico carente o del tutto inadeguata: la relazione del dirigente scolastico è il più delle volte incompleta o poco significativa;

4. talvolta le persone si presentano a visita accompagnate dal medico di parte compiacente o con certificazioni che sostengono – contro ogni lampante evidenza – l’assoluta integrità psicofisica dell’assistito;

5. l’assunzione di prolungati provvedimenti di allontanamento dal lavoro – e per di più a carico di persone che hanno già accumulato un considerevole numero di assenze per malattia – determinano una decurtazione o azzeramento contrattuale dello stipendio, mettendo in grave difficoltà coloro che – come spesso si verifica in questi casi – sono già soli e in precarie condizioni economiche;

6. il rischio della perdita del posto di lavoro e la situazione contributiva ai fini previdenziali, condizionano talvolta in modo determinante il provvedimento del Collegio Medico, che ritiene di dover tutelare l’individuo nella sua integrità e quindi anche sotto i succitati aspetti;

7. spesso la scuola rappresenta l’unico punto di contatto e riferimento col resto del mondo per la persona sottoposta a visita: spezzare questo filo potrebbe sancire il definitivo allontanamento del docente da un possibile recupero e guarigione. Si cerca pertanto di esperire ogni tentativo utile per reinserire il malcapitato– talvolta anche prematuramente – al lavoro;

8. la funzione istituzionale del Collegio Medico consiste unicamente nello stabilire l’idoneità, o meno, all’attività professionale, prescindendo da qualsiasi finalità terapeutica;

9. la scarsa compliance dell’individuo di fronte ai sanitari – quando non si tratta addirittura di vera e propria oppositività del medesimo, spesso indice di psicopatia – impedisce la collaborazione necessaria per giungere ad una definizione costruttiva della vicenda;

10. nei casi più gravi il Collegio Medico – diffusamente ritenuto una vera e propria corte marziale – evoca una sorta di ingiustizia e induce il soggetto a sottrarsi alla visita, costringendo la ASL competente ad archiviare la pratica dopo che la terza convocazione è andata deserta;

11. l’assoluta mancanza di scambio di esperienze tra i Collegi-Medici delle 200 ASL italiane, l’alto turnover dei medici in Commissione, l’inopinato trasferimento delle competenze alle Commissioni di Verifica del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 12 Febbraio 2004, non consentono infine di sedimentare l’esperienza necessaria ad assumere provvedimenti appropriati ed omogenei per casi tra loro simili.

Probabilmente la lista è incompleta ma è certamente sufficiente a far comprendere che diventa cruciale, per la risoluzione di un caso clinico complesso, la trasmissione di una documentazione sintetica ma completa da parte del dirigente scolastico al Collegio Medico.

Conclusioni

Sembrerebbe trattarsi di un malaugurato incantesimo del ventesimo secolo, quello che impedisce all’uomo e alla società di riconoscere l’immane dispendio di energia psicofisica necessaria per adempiere al compito educativo, negando dignità e prestigio a chi lo esercita.

I conflitti con i colleghi e il dirigente scolastico, l’anzianità di servizio dei disagiati sempre superiore ai 20 anni, la durata dei casi, i continui trasferimenti, le frequenti e prolungate assenze, le “fughe”, le manie di persecuzione, l’assoluta assenza di assistenza medica fanno capire come siano facilmente riconoscibili i segni di un disagio avanzato.
Tutte le vicende sono altresì contrassegnate dall’abbandono, dall’isolamento in biblioteca, da processi di piazza in Collegio docenti, da inopinate sanzioni disciplinari, da leggerezze mediche, ma anche da aggressività, deliri e dispercezioni dei singoli.

Proprio per l’assenza di formazione specifica un “ponte” tra scuola e sanità le storie si protraggono inesorabilmente nel tempo, con esasperante monotonia, sempre secondo il medesimo canovaccio, senza arrivare a soluzione. Interventi quali il supporto, la cura, la prevenzione e il reinserimento lavorativo del professionista sofferente restano solo delle chimere.
Per spezzare questa catena occorre che Scuola e Sanità riconoscano il disagio psichico di natura professionale e comincino a parlarsi per proporre un intervento articolato su differenti target , figlio di una necessaria sinergia tra due settori che finora si sono sciaguratamente ignorati.

Fonte: il Blog di Vittorio Lodolo D'Oria (Medico Specialista in Sindrome da Burnout)

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