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La Globalizzazione senza Identità.

(A cura di Anna Benedetto)



(c) 2003, Printed with permission. This article is available for free. Target:Teachers,Education Researchers.


"Se l'umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l'alternativa a una società mutata, è il buio". (Eric J. Hobsbawm, "Il secolo breve" Rizzoli 1996)

Pubblicato il
12 Maggio 2003


Utilizzare la previsione di Hobswam, con cui conclude il libro sul secolo appena trascorso, sembra idoneo al tema proposto e induce a considerare che le scelte attuali peseranno sul futuro delle giovani generazioni.

Tre sono i problemi che dovranno essere affrontati con serietà:

quello demografico, ecologico e della ridistribuzione della ricchezza.

Tutte e tre, prodotti dalla globalizzazione, dalla crisi di vari settori e dall'assenza di uno "status quo" definito, richiedono una risposta globale e non locale.

L'insicurezza che permea ogni settore delle nostre attuali società non aiuta certo né le Istituzioni né le popolazioni a proiettarsi verso il futuro con ottimismo.

Condizione indispensabile è guardare alla globalizzazione come ad un fenomeno non solo economico e di sfruttamento, come una "nuova colonizzazione", ma come possibilità, mai avuta in precedenza, di crescita dell'umanità.

Oggi si può pensare questo senza tema di essere tacciati di utopia anche grazie allo sviluppo della tecnologia e dei portentosi mezzi di comunicazione.

Ma esiste la volontà e l'interesse di utilizzare strumenti e mezzi per raggiungere un equilibrio mondiale, equità e giustizia sociale?

La linea di confine sta proprio nella risposta a questa domanda.

Se si fa il punto sulla attuale situazione mondiale si possono dedurre alcune considerazioni:

a livello planetario la globalizzazione sembra aver contribuito a creare ulteriori problemi piuttosto che risolvere quelli già esistenti: la non equa ridistribuzione della ricchezza ha reso più forti i paesi "forti" ed ha indebolito i paesi "deboli" perché i primi hanno utilizzato la liberalizzazione a livello globale non per concedere effettive opportunità di riscatto attraverso una libera competizione, ma per affermarsi ulteriormente in campo economico.

Non sono i governi ad indirizzare le politiche economiche nazionali, ma essi sono l'espressione di gruppi economici globali trasnazionali che ne determinano le politiche effettive.

Gli organismi sovranazionali quali il Fondo monetario internazionale (FMI), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO), l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), la Banca Mondiale (BM) cosa sono oggi se non l'espressione di una visione del mondo che utilizza il mercato e il denaro come uniche unità di misura, guardando all'uomo e all'ambiente solo come mezzi per raggiungere il profitto? ( vedi caso della mucca pazza e dell'afta epizootica, i divieti alla regolamentazione mondiale dei brevetti, il divieto ad ogni nazione di definire la propria politica sanitaria - esistente fino al 1994 -, il divieto che impedisce ai governi africani di acquistare o produrre medicinali a basso costo per aiutare i 22 milioni di africani affetti dal virus dell'Hiv o i Thailandesi per arginare la meningite da criptococco, i divieti agli interventi tesi a sostenere l'economia nazionale dei paesi in via di sviluppo con lo scopo di invadere tali mercati, gli accordi palesemente iniqui tesi ad arte a rallentare la liberalizzazione del commercio).

Oggi è anche questo globalizzazione; ma serve se niente di tutto ciò è finalizzato al benessere collettivo?

Un quinto degli abitanti della terra vive con meno di un dollaro al giorno, cioè in estrema povertà mentre il progresso tecnologico, che potrebbe contribuire a risollevarne le sorti ed essere fattore di crescita economica, viene utilizzato invece come strumento per allargare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Così che la globalizzazione piuttosto che acceleratore dello sviluppo di questi ultimi invece rischia di produrre sempre più esclusi dai nuovi processi produttivi, accrescendo a dismisura il loro gap: "nel 1900 il rapporto tra il Paese più ricco (Inghilterra) e il più povero (Ghana) era di uno a dieci.", oggi è di uno a 230.

Gli abitanti della terra nel 2025/20030 saranno presumibilmente 8 miliardi e vorranno giustamente avere una "collocazione" e partecipare alle risorse planetarie che già oggi sono insufficienti.

L'attuale divario fra paesi ricchi e paesi poveri si ripercuoterà anche sui flussi migratori, aggravandoli ulteriormente.

Per questo i problemi non dovranno essere affrontati singolarmente come fossero senza nesso di causa, ma nell'ottica di una loro stretta dipendenza che coinvolge tutti e quindi anche noi occidentali, che dobbiamo rinunciare ad un po' del nostro benessere se vogliamo che il pianeta continui a "sopportarci".

Quali allora le prossime sfide?

Riorientare la " nuova economia, "nuova" solo per il ruolo preponderante assunto nel mondo attuale dall'informazione e dallo sviluppo e diffusione della conoscenza, mentre per il resto si potrebbe parlare addirittura di regressione storica: l'uomo, infatti, si sta sempre di più trasformando in mercanzia: da "persona" a "risorsa".

La capacità e volontà di utilizzare la scienza e la tecnologia per il benessere collettivo.

Molti sono gli esempi a dimostrazione che invece oggi sono asserviti agli interessi di mercato in vari campi quali quelli della salute, dell'educazione, dell'alimentazione, dell'energia.

Ridurre la privatizzazione e la liberalizzazione dei guadagni, ridare allo Stato la funzione di decidere in materia di ridistribuzione delle risorse e dei capitali così da accorciare il divario fra "pochi" ricchi e "molti" poveri.

Puntare verso un sistema di educazione finalizzato alla formazione di individui non intesi solo come risorse che assicurano competitività ai mercati mondiali, ma come persone con il loro status e i loro diritti e che non abbiano la visione che tutto nel mondo è merce, in modo che la salute, l'educazione, l'ambiente e tutto non sia sacrificato al mercato né sia costretto a sottostare alle sue regole.

5) Ridare credito alla "res publica" per ridurre le diseguaglianze, per rimettere in primo piano il benessere delle collettività, per un individualismo non esasperato, ma incoraggiato tanto quanto possa essere di crescita del benessere di tutti, per cambiare le regole del gioco, rifiutare certi paradigmi che si tenta di far passare a cominciare da quello che "la globalizzazione c'è, è questa, non si può tornare indietro, non ci sono alternative".

Le alternative ci sono e sono anche attuabili:

- la competitività deve essere compatibile con la coesione sociale, con la solidarietà, con le garanzie e i diritti dell'individuo e delle collettività;

- lo Stato deve poter gestire le risorse naturali, umane e di reddito della produttività e ridistribuirle, salvaguardando i diritti umani, della democrazia e della cittadinanza, nonché il territorio e l'ambiente nell'interesse di tutto il pianeta;

- deve poter condurre una politica, fondata sulla giustizia sociale e la solidarietà fra gli individui, fra Paesi e popolazioni anche interdipendenti, ma integrati e non ghettizzati.

In questo un ruolo fondamentale può essere svolto da organismi mondiali, con fini diversi dalla salvaguardia dei capitali e del commercio, ma soprattutto dalle tecnologie, messe al servizio del Welfare sociale mondiale, per soddisfare i bisogni di tutte le popolazioni e rafforzare le economie locali.

Una politica mondiale, che mette al primo posto di nuovo l'uomo e i suoi bisogni primari: fame, salute, cultura, lavoro, insieme al rispetto dei diritti fondamentali, è l'unica strada percorribile per ripristinare equilibri, quasi già dimenticati, imprescindibili per la sopravvivenza dell'uomo e del pianeta.

Non si può pensare di escludere metà del mondo dai processi decisionali e ridurlo privo di voce nei negoziati internazionali, poichè questo fa insorgere un profondo senso di antagonismo nei confronti dell'occidente.

Non la "compassionevole ricetta del Presidente Usa Bush"( il sole 24ore, 21 luglio 2001): libero scambio, aiuti umanitari, riduzione del debito e guerre contro il terrorismo.

La totale mancanza di lungimiranza, il perseguire un interesse a breve termine è certo conducono a questo: non si può esasperare un terzo del mondo sperando in una rassegnata emarginazione. Né si può spostare l'attenzione dal suo no agli accordi contro l'effetto serra e perfino la difesa dell'ambiente, con le operazioni di "peacekeeping" e umanitarie.

Invece il dialogo fra tutti gli attori, la diffusione di una cultura globale fondata sul rispetto e sui diritti contro la violenza e la sopraffazione, il lavoro, fulcro della vita delle persone, sono le priorità da perseguire.

Oggi ci sono circa 160 milioni di disoccupati e 500 milioni di lavoratori poveri in tutto il pianeta; nei prossimi 10 anni si dovrebbero creare, a detta di esperti di statistiche, 500 milioni di nuovi posti di lavoro per immettere le nuove unità e ridurre la disoccupazione.

Creare nuove opportunità di lavoro diventa quindi essenziale non solo per dare dignità alle persone, soprattutto ai giovani e alle donne, ma anche per l'economia.

Non si può pensare di immettere sul mercato prodotti e sperare di collocarli solo rendendoli appetibili attraverso i più sofisticati mezzi di diffusione, ma ci vogliono consumatori che possono comprarli.

Imporre soluzioni piuttosto che negoziare accordi non paga; la cooperazione invece a tutti i livelli si è rivelata proficua anche sotto il profilo economico.

"Se queste idee nutriranno più fortemente le scelte dell'Europa, ne acquisteranno vigore gli stessi obiettivi di quanti si battono per una diversa globalizzazione:

anche perché l' "agorà" richiamata da Bawman, luogo nel quale l'individuo diventa comunità e si compongono gli interessi generali, metafora di una globalizzazione a misura d'identità, vive fisicamente prima di tutto proprio nell'orizzonte europeo"(Repubblica 24/1/2003).

Questo è sicuramente un auspicio che si potrà realizzare se lo vogliamo veramente e se siamo disposti a riconsiderare le nostre idee, rinunciando perfino ad un po' del nostro benessere.

Anna Benedetto

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