Alessandro Manzoni

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sen. Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.

Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.

Luogo nascita Milano
Data nascita 7 marzo 1785
Luogo morte Milano
Data morte 22 maggio 1873
Professione Possidente
Data 29 febbraio 1860
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Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni
Litografia di Alessandro Manzoni
Signore di Moncucco
In carica 18 marzo 1807 –
22 maggio 1873
Predecessore Pietro Manzoni
Successore Pietro Manzoni
Nome completo Alessandro Francesco Tommaso
Trattamento Sua signoria
Altri titoli Nobile, trattamento di don
Nascita Milano, 7 marzo 1785
Morte Milano, 22 maggio 1873
Dinastia Manzoni
Padre Pietro Manzoni
Madre Giulia Beccaria
Consorte Enrichetta Blondel
Teresa Borri
Religione cattolicesimo
« L'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo. »
(A. Manzoni, Lettera al marchese Cesare d'Azeglio[1])
« Di libri, basta uno per volta, quando non è d'avanzo. »
(A. Manzoni, I promessi sposi, Introduzione)
« Gran segreto è la vita. »
(A. Manzoni, Adelchi, Atto V, scena 8)

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785Milano, 22 maggio 1873) fu uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

È considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi, principalmente per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana.

Fu senatore del Regno d'Italia.

Dal 1967 al 1979, Manzoni venne raffigurato sulla banconota da 100.000 lire italiane.

Indice

Biografia

Origini familiari

Pietro Manzoni

Il nonno materno del Manzoni era Cesare Beccaria, noto illuminista, autore del trattato Dei delitti e delle pene posto nell'Indice dei libri proibiti. La figlia di Cesare e di Teresa Blasco (1744-1774) - donna di notevole avvenenza di nobili origini siciliane e spagnole, figlia di un colonnello spagnolo -, Giulia Beccaria (1762–1841), donna di grande cultura e sensibilità letteraria, fu la madre del Nostro. Il padre dello scrittore, don Pietro Manzoni (1736-1807), discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, scesa successivamente a Castello, nel lecchese, e stabilitasi a Milano nel 1612 con il conte Giacomo Maria Manzoni. La famiglia Manzoni, decaduta, aveva perso il titolo comitale e non era stata ammessa a far parte del patriziato meneghino.[2]

Per quanto i Manzoni avessero poi preso possesso del feudo di Moncucco (concesso loro da Vittorio Emanuele I di Sardegna nel 1773), e per quanto in virtù di ciò fossero conti, il titolo a Milano non era valido perché "straniero". Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale perché fosse riconosciuto, ma poi preferì non insistere. In ogni caso, quando, molto più tardi, Roma attribuirà a Manzoni la cittadinanza, il titolo comitale apparirà sull'atto ufficiale, e verrà mantenuto dalla sua discendenza.[3]

Il padre naturale di Alessandro fu molto probabilmente un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri). Con Giovanni, uomo attraente e libertino, aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio. Dalle parole di Niccolò Tommaseo pare evincersi come Verri fosse il vero padre dello scrittore, e come questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch'egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d'essere nepote di lui, cioè figliuolo d'un suo fratello».[4]

L'infanzia e l'adolescenza

Casimiro Radice
La cascina Costa a Galbiate

Alessandro Manzoni nacque a Milano[5] il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e da don Pietro Manzoni, figlio di Alessandro Valeriano, pronipote di un ricchissimo mercante-imprenditore lecchese, Giacomo Maria Manzoni, e di Margherita di Fermo Porro. Il battesimo fu amministrato nella Chiesa di San Babila.

I primi anni di vita li trascorse prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. Sin d'ora passò alcuni periodi alla villa rustica di Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818.[6] In seguito alla separazione dei genitori (avvenuta il 23 febbraio 1792; successivamente, dal 1795 - ma la relazione cominciò molto prima, forse nel 1790, anno in cui sembra si siano conosciuti - Giulia Beccaria andò a convivere con il colto e ricco Carlo Imbonati, prima in Inghilterra, poi in Francia, a Parigi), Alessandro Manzoni viene educato in collegi religiosi.

Giulia Beccaria con il piccolo Manzoni in un ritratto di Andrea Appiani

Il 13 ottobre 1791 fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio S. Bartolomeo, dei Somaschi, dove rimase cinque anni, soffrendo per la lontananza dall'affetto materno e per il difficile rapporto con compagni maneschi e insegnanti che lo castigavano spesso.[7] La letteratura era già una consolazione e una passione. Durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «mi chiudevo [...] in una camera, e lì componevo versi».[8]

Nell'aprile del 1796 passò al collegio di S. Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al 1798. Per quanto il collegio perseguisse un fine educativo orientato in senso religioso, l'istruzione impartita era di buon livello e teneva conto della letteratura profana, riconoscendo nell'Arcadia e nel Frugoni dei modelli di stile, e ammirando Dante più di ogni altro poeta. Nello stesso anno in cui Manzoni arrivò a Lugano, giungeva sul Lago Ceresio il Somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l'avesse come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza. Vecchio e prossimo alla morte, l'autore de I Promessi Sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria».[9]

Passò in seguito al collegio Longone, gestito dai Barnabiti. Alla fine del 1798 si trasferì quindi a Castellazzo dei Barzi, vicino a Magenta, dove l'istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede. In campagna Manzoni trascorse solo il primo anno; il 7 agosto 1799 gli studenti del Longone tornarono a Milano. Non è chiaro quanto l'adolescente rimanesse dai Barnabiti, anche se l'ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801.[10] I registri rivelano come Alessandro fosse compagno di due illustri personaggi quali Giulio Visconti e Federico Confalonieri. Un giorno imprecisato dell'anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel Nostro una grande emozione. L'arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un'apparizione di un Dio».[11]

Pur insofferente verso la pedantesca educazione dei succitati ambienti cattolici, della quale denunciò i limiti anche disciplinari, e pur venendo giudicato uno studente svogliato, da questi studi gli derivò una buona formazione classica e il gusto per la letteratura. Nel 1799 sviluppò una sincera passione per la poesia e scrisse due notevoli sonetti. Il nonno materno gli insegnò a trarre dall'osservazione del reale conclusioni rigorose e universali.

Andrea Appiani
Vincenzo Monti

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio, ma notevole è anche l'influsso di Dante e Petrarca, mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri.[12]

Se si escludono gli esercizi di stile precedenti, le primissime esperienze poetiche del ragazzo risalgono al 1801, ma non sono altro che frammenti collocabili nel contesto scolastico del collegio Longone. Tuttavia vi si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell'Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra' Volpino, dietro le cui spoglie è facilmente riconoscibile il vicerettore del collegio, padre Gaetano Volpini.[13]

Uscito dall'angusto mondo del Longone, visse dal 1801 al 1805 con l'anziano padre (ma tra il 1803 e il 1804 fu a Venezia), don Pietro, dedicando buona parte del suo tempo alle ragazze e al gioco d'azzardo, frequentando inoltre l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto della Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio.[14] Fu anche l'epoca del primo amore: quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò sei anni più tardi, nel 1807, in una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l'aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo di Negro, e l'episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta.[15]

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell'esigenza di moralizzazione, e a Francesco Lomonaco, un esule lucano. A questo periodo si devono Del trionfo della libertà, Adda, I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e Orazio. Il metodo di scrittura e di poetare manzoniano di questo periodo è molto legato alla tradizione classica.

Il poemetto Del trionfo della libertà, composto di quattro canti, fu ispirato dalla pace di Lunéville, e rivela le simpatie filorivoluzionarie dell'autore, che si mostra ostile alla tirannia, passando in rassegna una lunga serie di eroi antichi e contemporanei - paladini della libertà e dell'amor patrio -, attaccando i sovrani e il Pontefice, e tradendo le influenze stilistiche di cui si è parlato, in particolare quelle del Monti, elogiato negli ultimi versi dell'opera:

« Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
fai de' tuoi carmi e trapassando pungi
la vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi »

Al di là di peculiarità stilistiche che già si possono intravedere in filigrana, pare importante un appunto coevo con il quale Manzoni commentava il poemetto: «Io protesto che qui e dovunque parlo degli abusi. Diffatti ognun vede che qui non si tocca principj di sorta alcuna. Altronde il Vangelo istima la mansuetudine, il dispregio delle ricchezze e del comando: e qui s'attacca la crudeltà, l'avidità delle ricchezze e del comando». L'affermazione mette quindi in luce l'adesione del giovane ai valori evangelici, contestandone la realizzazione concreta negli uomini di potere, laici ed ecclesiastici. Il terreno per la conversione era dunque preparato sin dal principio, per quanto negli anni giovanili prevalesse la ribellione contro i modelli educativi ricevuti e contro il divario esistente tra morale cristiana e condotta effettiva di chi la doveva rappresentare.

Sempre del 1801 è il celebre sonetto-autoritratto, modellato su quello dell'Alfieri, secondo una moda che fu ripresa anche dal Foscolo. Ad una fronte dedicata alla descrizione fisica e morale fa seguito la sirima, quadro già piuttosto preciso delle ambizioni e delle peculiarità dell'autore, petrarchescamente attratto dalla gloria letteraria, ma anche schivo e immune dall'odio («Spregio, non odio mai»). L'impetrazione d'aiuto alle muse, tipica del genere, ricorre anche nel sonetto Alla Musa, scritto poco dopo.

L'innamoramento per Luigina Visconti è invece alla base dell'ode Qual su le cinzie cime, richiamo evidente, nello stile e nei contenuti, all'Amica risanata foscoliana, il cui primo verso, «Qual dagli antri marini», è chiaramente riecheggiato in una composizione mossa da un sentimento ancora vivo e commosso per la giovane, che da ingenua e ignara diventa, nel sonetto A donna amata - se, come sembra, anche questa poesia sia dedicata a Luigina -, una donna vagheggiata con più distacco, come se il tempo avesse ricondotto il sentimento entro i confini della razionalità.[16]

Pietro Tamburini

Nell'estate del 1801 Manzoni andò a vivere con il padre nella sua casa milanese (oggi in via Santa Prassede), alternando la vita di città con soggiorni alla tenuta di Caleotto[17], e recandosi molto spesso a Pavia. Allo Studio pavese giungeva nel 1802 Vincenzo Monti per ricoprire la cattedra di eloquenza. Nei registri dell'ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane. Oltre alla nota ammirazione del Nostro per l'autore dei Pensieri d'amore e oltre all'opinione di illustri studiosi[18], sembra convalidare l'ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell'università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti.[19]

Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico». Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l'elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804.[20]

Altrettanto significativa fu la lezione filosofica di Vincenzo Cuoco, presentato a Manzoni da Lomonaco, il senso della storia vicino alle posizioni vichiane che espresse nei suoi scritti. Lomonaco, dal canto suo, accluse in epigrafe alle sue Vite degli eccellenti Italiani il sonetto manzoniano Per la vita di Dante del 1802. A diciassette anni, quindi, il giovane poeta vedeva pubblicato per la prima volta un proprio testo.[21]

Nel 1803, dopo aver invitato senza successo Monti al Caleotto con l'idillio Adda, Manzoni non continuò a seguire le lezioni universitarie e passò un anno a Venezia, ospite del cugino Giovanni Manzoni, nipote di Pietro. Giovanni si era già stabilito in laguna tre anni prima, dopo aver partecipato alla Commissione che nel 1799 aveva deportato e arrestato i patrioti e i repubblicani milanesi. Non è chiaro perché Alessandro soggiornasse a Venezia, ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato. Nella città dei dogi il giovane poeta rimase fino al 1804, scrivendo tre dei quattro Sermoni.[22]

I Sermoni - la cui successione cronologica è incerta[23] - mantengono l'impronta satirica cara a questo Manzoni, come emerge già dal titolo del primo, il Panegirico a Trimalcione, modulato sui versi del Giorno pariniano e ispirato, nel contenuto, a due satire dell'Alfieri, I grandi e La plebe. Di Trimalcione, sotto le cui vesti si celano i nuovi ricchi, coloro che hanno sfruttato la Rivoluzione per raggiungere senza scrupoli il benessere economico, si celebrano ironicamente gli avi "illustri" - truffatori, assassini, lenoni, cantastorie -, con uno stile che, rispetto al modello pariniano, è molto più vicino alla prosa e si vena di un forte realismo, facendo pensare ai Sermoni di Gasparo Gozzi.

D'altra parte, il secondo Sermone, Contro verseggiatori d'occasione (o Della poesia), non fa che rafforzare l'impressione di un riferimento gozziano, se è vero che questi scrisse tre componimenti in cui tracciava la figura del poeta, che non cerca l'approvazione del pubblico, e si scagliava contro coloro che pensano di poter pubblicare un libro di poesie solo per aver messo assieme due versi, o quelli che credono poter giudicare il valore di un componimento senza averne le competenze. Questi temi, presenti in Ad A. F. Seghezzi, Ad un amico e All'abate A. Martinelli, ritornano nel testo manzoniano.[24]

A Giovan Battista Pagani mantiene l'impronta realistica degli altri due Sermoni: ai versi 68-70 troviamo una vera e propria dichiarazione di poetica volta ad affermare il primato della dimensione concreta e civile dell'arte manzoniana, lontana da ogni forma di astrattezza: «Fatti e costumi / altri da quel ch'io veggio a me ritrosa / nega esprimer Talia».

Amore a Delia, infine, è il parallelo tra la vita libertina della madre di Delia, costretta a un matrimonio coatto e poi sposa infedele, e i medesimi atteggiamenti della figlia, in un contesto più ampio in cui si vogliono condannare l'abuso di versi amorosi e gli atteggiamenti che logorano i rapporti di coppia.

Il periodo francese e la conversione

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte - alla cui missiva rispose nel marzo, con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai -, il quale morì il 15 marzo, lasciando la Beccaria ereditiera del suo patrimonio ma anche affranta e bisognosa dell'amore filiale. Il giovane, ora ventenne, giunse nella capitale francese in estate, in una data non successiva al 12 luglio, giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno.[25]

Manzoni scopriva di avere una madre. Le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni. Già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità [...] fra le braccia d'una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia».[26]

Giunto da poco a Parigi, Manzoni stese i 242 endecasillabi sciolti del carme In morte di Carlo Imbonati. L'opera riprende l'espediente della visione, caro a Varano e Monti, ma manifesta una Weltanschaaung propria. Imbonati compare al poeta in sogno, dando a quest'ultimo la possibilità di lodarlo per le sue virtù, ingiustamente ignote ai più. All'interno della cornice encomiastica c'è spazio per l'omaggio ad Alfieri e Parini, cui il carme deve ancora molto. L'assenza di riferimenti mitologici, «la curiosità pietosa» per il trapasso dalla vita alla morte e l'aderenza alla realtà costituiscono tuttavia un ulteriore passo verso la formazione di uno stile manzoniano, la cui specificità andrà determinandosi in modo più netto nelle composizioni mature.[27]

Se si eccettua l'appendice alle Vite del Lomonaco, In morte di Carlo Imbonati è la prima opera manzoniana ad essere pubblicata. All'inizio del 1806 l'editore Didot ne stampò cento copie a Parigi, mentre qualche mese più tardi Destefanis ne produsse a Milano un numero maggiore di esemplari, accompagnati da una dedica al Monti arbitrariamente aggiunta da Pagani, che fu per questo motivo rimproverato dall'autore, il quale cominciava così a dimostrare di aver avviato il percorso di affrancamento dall'imitazione montiana. In ogni caso, assieme alla pubblicazione arrivarono i primi consensi: il carme fu lodato dalle Effemeridi letterarie e dal Cuoco sul Giornale Italiano.[28]

Il carme In morte di Carlo Imbonati è un importante documento di poetica. Celebri sono i versi «il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida» (vv. 212-214), con cui il fantasma del conte segna al poeta la via attraverso la quale potesse «toccar la cima / ... o far, che s'io cadrò su l'erta, / dicasi almen: su l'orma propria ei giace» (vv. 203-205). Qui il Vero è la verità della ragione e della filosofia di matrice illuminista; non è ancora il Vero della Fede, ma l'aggettivo sacro gli conferisce un carattere solenne.[29] Particolare importanza riveste anche l'intento di «giacer su l'orma propria», di raggiungere cioè un'identità stilistica e poetica.

Con la madre soggiornò in Place Vendôme e ad Auteuil, nei pressi di Parigi, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti ideologi, filosofi di scuola ottocentesca, tra i quali si fece tanti amici, in particolare Claude Fauriel (il quale avrà una forte influenza sulla formazione del Manzoni; infatti Fauriel inculca ad Alessandro un grande interesse per la storia e gli fa capire che non deve scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma deve riuscire a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più "vero", in maniera da "colpire" il cuore del lettore) ed ebbe modo di apprendere le teorie volterriane.

A Parigi Alessandro s'imbeve della cultura francese classicheggiante in arte, venendo in contatto con il sensismo, (i sensi sono alla base della conoscenza; l'illuminismo è la critica razionale della realtà; lotta al pregiudizio e alla tradizione derivata dall'autorità; i problemi religiosi non si basano sull'esperienza, ma sulla superstizione) e assiste all'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Per lungo tempo la critica ha individuato nell'illuminismo e nel sensismo i soli modelli che l'entourage culturale aveva offerto al Nostro, insistendo sul circolo degli ideologi che si radunavano in casa della vedova di Condorcet, Sophie, divenuta l'amante di Fauriel.

Quando Manzoni viene introdotto nell'ambiente filosofico francese in cui la madre aveva da anni un ruolo di rilievo (non si dimentichi l'entusiasmo suscitato a Parigi, qualche decennio addietro, dal trattato del padre Dei delitti e delle pene), l'atmosfera è tuttavia molto diversa. L'epoca del sensismo è più che altro un retaggio illuminista e settecentesco, e i principali ideologi sono morti, o, anziani, vanno allontanandosi dalle posizioni sostenute in passato. Nel secondo gruppo rientra Pierre Cabanis, che Manzoni conobbe e ammirò, ricordando dopo la morte (5 maggio 1808) con affetto «cet homme rare» (questo uomo raro), non potendo rammentare «les promenades d'Auteuil sans souffrir» (le passeggiate di Auteuil senza provarne sofferenza).[30] Nel 1806 Cabanis aveva lavorato alla Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista, impregnato di spirito religioso, per quanto l'Essere Supremo di cui si ammette l'esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa.[31] Lo stesso Fauriel, il personaggio che senza dubbio ebbe la maggiore influenza sul Manzoni nel periodo parigino, aveva un orientamento spiritualista e stava lavorando a una Histoire du Stoïcisme (Storia dello Stoicismo).

Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza - per Manzoni - di tutti i testi e gli autori che il poeta lombardo conobbe o approfondì nei primi anni francesi. Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento, ed una certa importanza dovette avere anche Le Brun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand'uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente».[32] Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un'amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Le Brun»[33] gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (1807) ne recherà parzialmente l'impronta.[34]

Per mezzo del Fauriel, Manzoni conobbe l'estetica romantica tedesca prima ancora che Madame de Staël la diffondesse in Italia. Nel 1809, dopo la pubblicazione del suo poemetto Urania, Manzoni dichiarò che non avrebbe più scritto versi simili, aderendo alla poetica romantica, secondo la quale la poesia non deve essere destinata a una élite colta e raffinata, ma deve essere di interesse generale e interpretare le aspirazioni e le idee dei lettori. Manzoni è ormai sulla via del realismo romantico; tuttavia non accetterà mai la convinzione propria sia del romanticismo sia dell'amico Fauriel, che la poesia debba essere espressione ingenua dell'anima e quindi non rinuncerà mai al dominio intellettuale del sentimento e a una controllata espressione formale, caratteristica del romanticismo italiano.

Monumento ad Alessandro Manzoni a Lecco. Sullo sfondo il monte Resegone, immortalato nelle prime pagine del romanzo

Nel 1811, già anticlericale per reazione all'educazione ricevuta e indifferente, più che agnostico o ateo, riguardo al problema religioso, Manzoni si riavvicinò alla Chiesa. Nel 1808, a Milano, lo scrittore aveva sposato la calvinista Enrichetta Blondel (1791-1833), figlia di un banchiere ginevrino; il matrimonio si rivelò felice, coronato dalla nascita di 10 figli. Tornato a Parigi la frequentazione con il sacerdote Eustachio Degola, genovese, giansenista (che da Sant'Agostino deriva l'interpretazione assolutistica del problema della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio), portò i due coniugi l'una all'abiura del calvinismo e l'altro a un riavvicinamento alla pratica religiosa cattolica (1810)[35].

Tale riconciliazione con il cattolicesimo è per lo scrittore il risultato di lunghe meditazioni; il suo atteggiamento, pur nella sua stretta ortodossia (cioè nell'esigenza di attenersi rigorosamente ai dettami della Chiesa), ha coloriture gianseniste che lo portano alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. La riscoperta della fede fu per Manzoni la conseguenza logica e diretta del dissolversi, nei primi anni dell'Ottocento, del mito della ragione, concepita come perennemente valida e certa fonte di giudizio, donde la necessità di individuare un nuovo sicuro fondamento della moralità. Persa, quindi, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: per non abbandonarsi alla disperazione bisognava trovare un fine ultraterreno. Nel Manzoni, quindi, l'irrequietezza esistenziale si compone nella fede fervente conciliandola con la fermezza intellettuale.

La sua energia intellettuale nel tempo immediatamente successivo alla conversione fu impegnata nella composizione di cinque Inni Sacri: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste, ovvero una serie di liriche sulle principali festività liturgiche. Si dedicò inoltre a un trattato, Osservazioni sulla morale cattolica, intrapreso sotto la guida religiosa di monsignor Luigi Tosi (cui il Degola aveva affidato la guida spirituale della famiglia Manzoni al loro ritorno in Italia) in riparazione alla sua iniziale lontananza dalla fede.

Importante nella evoluzione spirituale di Manzoni fu anche Antonio Rosmini, con cui strinse una profonda amicizia. Rosmini, sul letto di morte, avrà proprio il conforto di Manzoni, a cui lascerà questo testamento spirituale: Adorare, Tacere e Godere.

Manzoni s'inserisce in una corrente del cattolicesimo ottocentesco che si chiama cattolicesimo liberale, la quale predicava una più viva ed attiva applicazione alla vita sociale dei princìpi evangelici di uguaglianza e carità, fino a farne lievito per una profonda trasformazione in senso liberale e democratico delle strutture politiche e sociali: erano le idee allora sostenute e diffuse in Francia da Lamennais e Augustin Thierry, ed in Italia attraverso il pensiero di Capponi, Rosmini e Lambruschini. [36] Il critico Alessandro Passerin d'Entrèves sottolinea poi l'importanza che ebbero Pascal e i grandi moralisti francesi del Seicento (Bossuet) nella formazione religiosa del Manzoni. Da essi l'autore aveva attinto l'ambizione a conoscere l'animo umano e «la convinzione che il cristianesimo è l'unica spiegazione possibile della natura umana, che è stata la religione cristiana che ha rivelato l'uomo all'uomo».[37]

I successi letterari

Nel 1818 mise in vendita tutti i suoi possedimenti lecchesi, tra cui la villa di famiglia del Caleotto dove aveva trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza. Intendeva trasferirsi definitivamente in Francia e aveva messo in vendita anche la casa di via Morone a Milano, ma dovette aspettare un anno poiché le autorità austriache gli negarono il passaporto.

Nel settembre del 1819 Manzoni partì per Parigi, dove fu ospite per più d'un mese di Sophie de Condorcet. Insieme a lui undici persone: i genitori, cinque figli, nonna Giulia e tre domestici. Nella capitale francese il Manzoni frequenta lo storico Augustin Thierry (1795-1856) e il filosofo Victor Cousin (1792-1867), che tornerà con lui in Italia e sarà ospite a Brusuglio e a Milano.

Nel 1819 Manzoni pubblicò la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola, che generò una viva controversia perché violava coraggiosamente tutte le convenzioni classiche. Un articolo pubblicato su un'importante rivista letteraria lo criticò severamente; dall'altro lato fu addirittura Goethe a replicare in sua difesa, insieme al meno famoso critico ligure Trincheri da Pieve.

La morte di Napoleone nel 1821 ispirò a Manzoni il noto componimento lirico Il cinque maggio. Gli eventi politici di quell'anno, uniti alla carcerazione di molti suoi amici, pesarono molto sulla mente di Manzoni e il suo lavoro di quel periodo fu ispirato soprattutto dagli studi storici, nei quali cercò distrazione dopo essersi ritirato a Brusuglio.

Intanto, con l'episodio dell'Innominato, storicamente identificabile come Francesco Bernardino Visconti (ma di recente critici come Enzo Raimondi[38] vedono nel Manzoni stesso la fonte letteraria del personaggio), iniziò a prendere forma il romanzo Fermo e Lucia, la versione originale de I promessi sposi, ambientato nei luoghi lecchesi della sua infanzia, che fu completato nel settembre 1822. Dopo la revisione da parte di amici tra il 1823 e il 1827, esso fu pubblicato, un volume per anno, portando a un tratto grande fama letteraria all'autore.

Sempre nel 1822, Manzoni pubblicò la sua seconda tragedia, Adelchi, che tratta del rovesciamento da parte di Carlo Magno della dominazione longobarda in Italia e che contiene molte velate allusioni all'occupazione austriaca; in particolare la figura di Ermengarda ricorda quella dell'amica d'infanzia Teresa Casati in Confalonieri, per la quale nel 1830 comporrà l'epitaffio tombale presso lo storico Mausoleo Casati Stampa di Soncino in Muggiò (Milano).

In seguito Manzoni, per dare vita alla stesura finale del romanzo a livello formale e stilistico, si trasferì a Firenze nel 1827, in modo da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. L'11 dicembre 1827 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca[39]. Rielaborò I promessi sposi dopo la "risciacquatura in Arno"[40] facendo uso dell'italiano nella forma fiorentina colta e nel 1840 pubblicò questa riscrittura. Con ciò assumeva che quella era la prima vera opera frutto totale della lingua italiana. Dette alle stampe anche la Storia della colonna infame, un saggio che riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo, del quale inizialmente costituiva un excursus storico.

Tomba di Alessandro Manzoni nel Cimitero Monumentale di Milano.

Sul piano privato, la perdita della moglie nel 1833 fu seguita da quella di molti dei figli, tra cui la primogenita Giulia, già moglie di Massimo D'Azeglio, della madre (1841) e dell'amico Fauriel (1844). Il 2 gennaio 1837 sposò Teresa Borri (11 novembre 1799 - 23 agosto 1861), vedova del conte Decio Stampa. Egli sopravvisse anche a quest'ultima. Dei dieci figli nati dal primo matrimonio solo due morirono successivamente al padre.

Gli ultimi anni

Nel 1860 fu nominato senatore del Regno: con questo incarico votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua scrisse, nel 1868, una breve relazione sulla lingua italiana: Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla.

Il 28 giugno 1872 fu nominato cittadino onorario di Roma[41].

La morte

Alessandro Manzoni morì di meningite il 22 maggio 1873. La malattia fu la conseguenza di un trauma cranico che si procurò il 6 gennaio quando cadde sbattendo la testa su di uno scalino all'uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 27 aprile.

Nel Cimitero Monumentale della città ambrosiana si tenne il solenne funerale, che vide una grandissima partecipazione e la presenza dei principi e di tutte le più alte autorità dello stato. Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi diresse personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. Nel 1883, a dieci anni dalla morte, la sua tomba venne spostata nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.

Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Angelo de Gubernatis (1879), Arturo Graf (1898). Una parte delle lettere di Manzoni fu pubblicata da Giovanni Sforza nel 1882. L'ultimo ramo rimasto della famiglia di Alessandro è quello dei conti Manzoni di Lugo di Romagna che ha dato personaggi come l'artista Piero Manzoni e il poeta e pittore Gian Ruggero Manzoni.

Opere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Alessandro Manzoni.

Alessandro Manzoni iniziò negli anni giovanili con delle composizioni di ispirazione neoclassica. La conversione religiosa determinò una grande svolta nella sua attività letteraria. Tra il 1812 e il 1822 compose gli Inni sacri, cinque composizioni poetiche dedicate alle maggiori festività della Chiesa cattolica: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste. Nel 1821 scrisse le cosiddette "odi civili": Marzo 1821, dedicata alle insurrezioni anti-austriache di quell'anno, e Il Cinque Maggio, composta di getto all'annuncio della morte di Napoleone Bonaparte. Due tentativi di lirica religiosa, gli inni Ognissanti e Natale 1833 (che prende spunto dalla morte della moglie Enrichetta Blondel) restano incompiuti.

Tra il 1816 e il 1822 scrisse inoltre due tragedie, Il Conte di Carmagnola (1816) e Adelchi (1822), frutto di un'attenta riflessione teorica sul teatro e sul genere tragico in particolare. L'opera più completa e matura di Manzoni è però il romanzo I Promessi Sposi, scritto in una prima versione (con il titolo Fermo e Lucia) tra il 1821 e il 1823; poi profondamente modificato dal punto di vista della narrazione, il romanzo viene "alleggerito" togliendo molti tratti storici e pubblicato poi nel 1827; infine ancora rivisto, questa volta solo nella forma linguistica: nella ricerca di una lingua accessibile agli italiani di varia origine e cultura Manzoni scelse come modello il fiorentino parlato dai contemporanei.

Uno scrittore romantico

A differenza di altri artisti romantici, Manzoni condusse una vita appartata, priva di azioni o dichiarazioni spettacolari. La sua fama, grande già tra i contemporanei, è legata pertanto soprattutto alle sue opere, che segnano una tappa fondamentale:

-per il Romanticismo italiano, perché Manzoni espresse alti sentimenti patriottici, diventando un ispiratore del Risorgimento nazionale, e una profonda fede religiosa, cercando di mantenere un riferimento costante alla realtà e alla vicenda concreta degli uomini;

-per la nostra letteratura, perché con I promessi sposi ha posto le basi per l'italiano moderno e ha offerto il modello per il romanzo, una forma narrativa fino ad allora sconosciuta nella letteratura italiana.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia
— 22 aprile 1868
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace)
— 1844

Note

  1. ^ Lettera sul Romanticismo - Scuola.
  2. ^ L. Tonelli, Manzoni, Milano 1963, p. 5
  3. ^ I. de Feo, Manzoni. La vita e l'opera, Milano 1971, p. 27
  4. ^ Colloqui col Manzoni di N. Tommaseo, G. Borri, R. Bonghi, seguiti da "Memorie manzoniane" di C. Fabris (a cura di C. Giardini e G. Titta Rosa), Milano, Ceschina, 1954, p. 40
  5. ^ La sua casa natale si trova in via Visconti di Modrone 16, al tempo numero 20 di via San Damiano.
  6. ^ I. de Feo, cit., p. 27
  7. ^ L. Tonelli, cit., pp. 10-11
  8. ^ C. Fabris, Memorie manzoniane, Milano 1901 (la citazione si trova nel capitolo dialogico Una serata in casa Manzoni)
  9. ^ C. Fabris, cit.
  10. ^ Fuori dal coro la voce del Petrocchi, secondo cui Manzoni abbandonò il Longone già nel 1800, per andare a vivere con il padre
  11. ^ G. Carcano, Vita di Alessandro Manzoni, Milano 1873, pp. 7-8
  12. ^ L. Tonelli, cit., p. 18
  13. ^ A. Giordano, Manzoni, Milano 1973, p. 45
  14. ^ A. Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano 1933, p. 5
  15. ^ «Je vous ai peut-être dejà conté que j'eus dans mon adolescence (1801), une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille», scriveva il 19 marzo 1807 a Fauriel, «[...] Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est un peu de ma faute que je l'ai perdue» (Forse vi ho già detto che ebbi, nell'adolescenza, una passione molto forte e pura per una fanciulla [...] Ciò che mi tormenta un poco, è pensare che se l'ho persa è un po' colpa mia); Carteggio di Alessandro Manzoni. 1803-1821 (a cura di G. Sforza e G. Gallavresi), Milano, Hoepli, 1912, pp. 70-71
  16. ^ L. Tonelli, cit., pp. 25-26
  17. ^ G. Tellini, Manzoni, Roma 2007, p. 18
  18. ^ Di questa idea, ad esempio, Alessandro Piumati (La vita e le opere di Alessandro Manzoni, Torino, Paravia, 1886) e Angelo de Gubernatis (Alessandro Manzoni, Firenze, Le Monnier, 1879)
  19. ^ L. Tonelli, cit., p. 27
  20. ^ Carteggio di Alessandro Manzoni, cit., p. 12; l'epiteto fu espresso in occasione di un Sermone composto qualche mese prima a Venezia. Manzoni pregava l'amico di sottoporlo al giudizio dello Zola
  21. ^ G. Tellini, cit., p. 53n
  22. ^ L. Tonelli, cit., pp. 37 e ss.; del soggiorno veneziano conservava anche ai tardi anni un bellissimo ricordo, cfr. F. Venosta, Alessandro Manzoni, Milano 1873, p. 55
  23. ^ I critici concordano nell'affermare che Amore a Delia è quello scritto per ultimo, ma variano l'ordine dei tre componimenti veneziani, del tutto simili, in ogni caso, nello spirito e nello stile
  24. ^ L. Tonelli, cit., pp. 41 e ss.
  25. ^ Cfr. Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni (a cura di R. Bonghi), Milano, Rechiedei, 1883, vol. I, autografo
  26. ^ Tutte le lettere (a cura di C. Arieti, con un'aggiunta di lettere inedite o disperse, a cura di D. Isella), Milano, Adelphi, 1986, vol. I, p. 16
  27. ^ L. Tonelli, cit., pp. 50-55
  28. ^ La recensione di Vincenzo Cuoco, del 3 aprile, può leggersi in V. Cuoco, Scritti vari, Bari 1924, I, pp. 265-266
  29. ^ A. Giudice, G. Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, Paravia, 1978 vol. III, tomo primo, p. 263, Paravia
  30. ^ Carteggio, cit., p. 146
  31. ^ L. Tonelli, cit., pp. 68-72
  32. ^ Carteggio, cit., pp. 34-35
  33. ^ Così veniva chiamato dai contemporanei per lo stile modellato su quello del poeta greco
  34. ^ Per l'intero paragrafo cfr. L. Tonelli, cit., pp. 65 e ss.
  35. ^ Si dice, in proposito, che la conversione avvenne in occasione del trambusto della folla parigina per le nozze di Napoleone e Maria Teresa d'Austria: Manzoni perse di vista la moglie, ritrovandola poi nella raccolta quiete della chiesa di San Rocco. Di qui la conversione.
  36. ^ Aldo Giudice, Giovanni Buni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, vol. 3, tomo primo, pp. 206-207, ed. Paravia, 1978.
  37. ^ Il nostro Manzoni, in Dante politico e altri saggi, Einaudi, Torino, pp. 209 e sgg.
  38. ^ Avvenire del 21/05/2010.
  39. ^ Cfr. la scheda su Alessandro Manzoni del sito dell'Accademia della Crusca URL consultato il 7 giugno 2009
  40. ^ Questa espressione non appartiene al Manzoni, bensì a Nicolò Tommaseo.
  41. ^ Cfr. L. Beltrami, Alessandro Manzoni, Milano 1898, p. 126.

Bibliografia

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  • Felice Venosta, Alessandro Manzoni. Cenni sulla vita e le sue opere, Milano, Barbini, 1873
  • Luca Beltrami, Alessandro Manzoni, Milano, Hoepli, 1898
  • Cristoforo Fabris, Memorie manzoniane, Milano, Cogliati, 1901
  • Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano, Principato, 1933
  • Alfredo Galletti, Alessandro Manzoni, Milano, Corticelli, 1944
  • Leone Gessi, Pensandoci su. Guida ai Promessi Sposi, A. Signorelli editore, 1950
  • Emilio Radius, Vita di Manzoni, Milano, Rizzoli, 1959
  • Natalino Sapegno, Ritratto di Manzoni, Firenze, Sansoni, 1961
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  • Arcangelo Leone de Castris, L'impegno del Manzoni, Firenze, Sansoni, 1965
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  • Alberto Giordano, Manzoni, Milano, Accademia, 1973
  • Ettore Bonora, Manzoni: conclusioni e proposte, Einaudi., 1976. URL consultato il 30 novembre 2010.
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  • Arnaldo Di Benedetto, Le «osservazioni» sulla Rivoluzione francese di A. Manzoni, in Tra Sette e Ottocento. Poesia, letteratura e politica, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1991, pp. 149–61
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  • Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio, Torino, Einaudi, 2000
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  • Gino Tellini, Manzoni, Roma, Salerno, 2007
  • Luciano Parisi, Come abbiamo letto Manzoni. Interpreti novecenteschi, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2008
  • Arnaldo Di Benedetto, Dante e Manzoni. Studi e letture, Battipaglia, Laveglia&Carlone, 2009 (III edizione), pp. 87–198
  • Arnaldo Di Benedetto, Manzoni politico, in «Giornale storico della letteratura italiana», CLXXXVIII (2011), pp. 22–43

Voci correlate

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Collegamenti esterni

Alessandro Manzoni 7 marzo 1785 22 maggio 1873 scrittore|poeta|drammaturgo|italiano

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