Ariberto da Intimiano

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Ariberto d'Intimiano
arcivescovo della Chiesa cattolica
Ariberto da Intimiano.JPG
ArchbishopPallium PioM.svg
Incarichi ricoperti Arcivescovo di Milano
Nato 970 circa, Intimiano
Elevato arcivescovo 28 marzo 1018
Deceduto 16 gennaio 1045, Milano

Ariberto da Intimiano (Intimiano, 970 circa – Milano, 16 gennaio 1045) fu arcivescovo di Milano nella prima metà dell'XI secolo. Portò il potere temporale vescovile a livelli mai raggiunti prima e innalzò ulteriormente il prestigio della diocesi di Milano, anche se alla sua morte si vedevano già i segni del declino di questo potere.

Biografiamodifica | modifica sorgente

Le origini familiarimodifica | modifica sorgente

Ariberto era figlio del nobile feudatario Gariardo.[1] A Intimiano la famiglia di Ariberto possedeva una corte incastellata, quindi una corte il cui proprietario cominciava ad esercitare il districtus, il potere civile sul territorio circostante.

Nell'anno 1007 il suddiacono Ariberto era custos (non sappiamo bene in che cosa consistesse di preciso questo ruolo di custode) della chiesa plebana di Galliano, esistente dal V secolo e intitolata a san Vincenzo. Ariberto fece fare dei lavori di ristrutturazione, vi ritrovò delle reliquie di santi, e fu committente di un ciclo di affreschi, in cui egli stesso è effigiato.

Apogeo del potere vescovile a Milano durante l'episcopato di Aribertomodifica | modifica sorgente

Prete almeno dal 1016,[2] nel 1018 Ariberto venne eletto arcivescovo di Milano. La sua scelta era avvenuta in seguito ad un intervento dei maggiorenti della città (i capitanei, principali vassalli episcopali), ma anche per una concessione dell'imperatore Enrico II. Il 28 marzo 1018 venne ordinato in Cattedrale. Una fonte tedesca, l'anonimo Annalista sassone, afferma che Ariberto era praepositus della Chiesa milanese, non tanto indicando una funzione specifica, quanto per dire che egli era il membro più in vista del clero milanese.

L'arcivescovo di Milano non ha mai avuto un titolo comitale come legittimazione del suo potere, eppure in un diplomasenza fonte di Enrico III il Nero si afferma che Ariberto disponeva a un suo cenno di tutto ciò che avveniva nel Regno d'Italia. Nel 1019 partecipò alla dieta di Strasburgo e chiese formalmente all'imperatore Enrico II il Santo di scendere in Italia. Per comprendere quale fosse l'autorità anche civile di cui godeva l'arcivescovo Ariberto in quel periodo, si pensi che il marchese Ugo, conte del distretto di Milano, quindi quello che oggi definiremmo il "funzionario pubblico", teneva i suoi giudizi nel palazzo arcivescovile, per concessione e in presenza dell'arcivescovo stesso.[3]

Ariberto partecipò al sinodo di Pavia del 1022, convocato dall'imperatore Enrico II e da papa Benedetto VIII per affrontare la questione della riforma del clero. In questa sede si affrontò anche la questione del clero ammogliato, che a Milano costituiva ancora la norma, ma da un punto di vista esplicitamente economico (il problema dei servi delle chiese, poi ordinati preti, che si sposavano con donne libere, generando quindi dei figli liberi che poi reclamavano una eredità dai possedimenti delle chiese stesse: come reazione il sinodo proibì il matrimonio di tutti i chierici, disposizione ampiamente disattesa nei decenni seguenti).

Nel 1026, a Milano, fu Ariberto a incoronare re d'Italia Corrado II il Salico.

Nel 1028 Ariberto era impegnato nella visita della diocesi suffraganea di Torino: interrogando il capo di un gruppo religioso sospettato di eresia, l'arcivescovo venne a sapere che gli abitanti di Monforte d'Alba (oggi in provincia di Cuneo) interpretavano in modo allegorico il dogma trinitario, negavano la necessità dei sacramenti e quindi del clero: molto probabilmente questa popolazione aveva abbracciato il catarismo. In quello stesso anno, forze militari alle dipendenze di Ariberto espugnarono il castello di Monforte: l'intera popolazione della zona venne deportata a Milano e invitata ad abiurare la propria fede. La maggior parte di loro rifiutò e venne arsa sul rogo. La zona di Milano in cui gli eretici di Monforte vennero imprigionati, da allora porta il nome del paese di provenienza delle vittime: Corso Monforte.[4]

Ariberto incarna lo spirito espansionistico di Milano nell'XI secolo, un espansionismo che si inquadra in un momento di fermento dell'intera società milanese dell'epoca e che si concretizzò in una estensione del potere temporale della Chiesa ambrosiana su altri territori dell'Italia settentrionale.

Nel 1025 alla dieta di Costanza, Ariberto ottenne il diritto di potere investire anche temporalmente il vescovo di Lodi come capo della città, e difatti alla prima occasione (1027) mise sulla cattedra di Lodi un canonico milanese, Ambrogio II di Arluno, suscitando l'ira della città lombarda.

Ariberto aiutò inoltre l'imperatore Corrado II a vendicarsi contro Pavia per la distruzione del palazzo regio attuata dalla città nel 1024. Si confermava così la secolare opposizione tra Milano e Pavia.

Al confine ovest della diocesi, Ariberto stabilì un saldo controllo sul monastero di Arona[5] Il possesso del monastero e il controllo del castrum permisero ad Ariberto di annettere alla diocesi di Milano altri territori che fino ad allora appartenevano alla diocesi di Novara.

Oltre che con Lodi, Pavia e Novara, Ariberto ebbe modo di scontrarsi anche con Cremona: Ariberto mandò suo nipote Gariardo ad invadere una pieve cremonese, la corte e l'intera pieve di Arzago d'Adda. Quando nel 1030, alla morte del vescovo di Cremona Landolfo, venne eletto dai Cremonesi il vescovo Ubaldo, Aribaldo pose come condizione per l'ordinazione di Ubaldo stesso l'accettazione dell'occupazione fatta da Gariardo. L'imperatore Corrado II impose ad Ariberto di restituire a Cremona quei territori, ma quando Corrado rientrò in Germania, Ariberto tornò ad invadere la pieve di Arzago, cominciando anzi a esigere anche le rendite di altre due pievi cremonesi, Misano e Fornovo. L'obiettivo di Ariberto era quello di ampliare l'area della giurisdizione milanese anche alla zona allora abbastanza confusa dell'Isola Fulcheria, per arrivare poi al Po e controllare così i traffici dei beni preziosi che passavano dal fiume.

Lo scontro di Ariberto e i nobili maiores contro i minores e l'imperatoremodifica | modifica sorgente

Nel 1034 Ariberto guidò una spedizione militare in aiuto all'imperatore Corrado II il Salico per la conquista della Borgogna.

Nel 1035 scoppiò a Milano una vera e propria rivoluzione (Wipone, biografo di Corrado II, la definisce magna confusio): avvenne uno scontro tra arcivescovo e vassalli maggiori (i capitanei) da una parte, e vassalli minori (i valvassori) dall'altra. I feudatari minori si sentivano minacciati dal potere sempre crescente di Ariberto e si ribellarono a lui. Inizialmente essi dovettero soccombere e uscire dalla città; ma a questo punto strinsero alleanza con loro tutti i nemici che Ariberto si era creato, in particolare gli abitanti del Seprio, della Martesana, e Pavia, Cremona e Lodi.

Si giunse così alla battaglia di Campomalo: fu uno scontro dai risultati incerti, ma l'uccisione di un potente alleato di Ariberto, il vescovo di Asti Alrico, segnò certamente un punto a svantaggio di Ariberto.

I feudatari minori, riuniti nella Motta, fecero appello all'imperatore Corrado contro Ariberto e i maiores (una sollevazione analoga era avvenuta a Cremona contro il vescovo Ubaldo). Corrado II, convinto che ormai Ariberto costituisse un pericolo per il sovrano, in quanto aveva accentrato nelle proprie mani troppo potere, scese in Italia (ma forse fu lo stesso Ariberto a chiamare Corrado, che in effetti dapprima si schierò dalla parte dell'arcivescovo). Dopo essere giunto in Italia e avere avuto colloqui con i rappresentanti della Motta, Corrado fece incarcerare Ariberto in una fortezza vicino a Piacenza. Dopo circa un mese, Ariberto riuscì a fuggire, fece ritorno a Milano dove venne accolto da trionfatore. Il gesto di Corrado venne visto come un insulto a Milano, e la solidarietà cittadina ebbe la meglio: tutte le parti, compresi i valvassori, si riaccostarono all'arcivescovo, che armò la popolazione e fortificò le mura della città.

Corrado II cinse d'assedio Milano. In quest'occasione fece la sua prima comparsa il Carroccio, divenuto poi simbolo della libertà comunale. Proprio durante questo assedio, Corrado emise una disposizione cui proprio i minores, i valvassori, aspiravano: con la Constitutio de feudis (8 maggio 1037) i valvassori ottenevano l'ereditarietà e l'inalienabilità delle loro terre e dei loro titoli. La Constitutio ebbe però l'effetto di compattare la classe dei milites (i nobili sia maiores sia minores) che si strinsero ancora di più intorno all'arcivescovo, vero garante degli interessi milanesi. A poco valse la scomunica dichiarata da papa Benedetto IX contro Ariberto. Corrado II dovette cedere (morì poi nel 1039). Nel 1040 Ariberto si riappacificò con Enrico III, figlio e successore di Corrado II, e ottenne la revoca della scomunica.

La rivolta del popolo contro i nobili: premesse per la nascita del Comune a Milanomodifica | modifica sorgente

Nel 1042 si creò a Milano una nuova spaccatura (alcune fontiquali? usano la parola discidium), questa volta tra i nobili (maiores e minores) e la plebs (non certo gli strati più bassi della popolazione, bensì mercanti, proprietari terrieri non nobili, giudici e notai, guidati da Lanzone della Corte). Questa parte della popolazione, la cui potenza era cresciuta anche grazie alla politica espansionistica di Ariberto, voleva partecipare al governo della città.

Questa volta Ariberto non riuscì a controllare la situazione, essendo ormai malato (dai documenti dell'epoca si nota che spesso non aveva neanche la forza sufficiente per firmare).

I cives (la plebe) obbligarono tutti i milites (i nobili) ad uscire dalla città. Anche Ariberto dovette seguirli, e si trasferì a Monza (i suoi ultimi due testamenti, del 1044, sono stati redatti a Monza). Per intervento di Enrico III, che inviò i suoi missi, si giunse a una riappacificazione tra le parti.[6]

Ariberto chiese di essere trasportato a Milano, dove morì il 16 gennaio 1045. La sua tomba si trova nel duomo di Milano: dopo di lui, non si ebbe mai più a Milano un vescovo così forte, capace di gestire interamente il potere della città.

La Croce di Aribertomodifica | modifica sorgente

Il sepolcro e il crocifisso (copia) di Ariberto, nel duomo di Milano.

La tomba di Ariberto si trova nella prima campata della navata esterna destra del duomo di Milano. Il sarcofago dell'arcivescovo è sormontato da una copia del famoso Crocifisso in lamina di rame dorato (l'originale si trova nel Museo del Duomo), donato originariamente da Ariberto al monastero cittadino di San Dionigi (oggi distrutto).

Una riproduzione della "Croce di Ariberto" è anche il simbolo della vittoria nel Palio di Legnano, corsa ippica che si svolge ogni anno nella città lombarda. La contrada vincitrice potrà esporre questa croce per un anno intero nella chiesa rionale, fino alla successiva edizione del palio.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Per scoprire qualcosa della famiglia di Ariberto abbiamo a disposizione ben tre suoi testamenti:
    • uno del 1034 venne rogato prima della partenza per l'impresa di Borgogna. Da esso sappiamo che era originario di Intimiano (nella pieve di Galliano) e che i suoi genitori si chiamavano Gariardo e Berlinda.
    • altri due del 1044 ci danno i nomi di altri nipoti.
    Altri documenti, del 998 e del 1000, ci danno altre informazioni per ricostruire la sua famiglia: in questi documenti si dice che la famiglia aveva interessi economici abbastanza vasti, nelle zone di Bozzolo e di Bergamo, dove possedevano terreni. Il testamento del 1034 fa riferimento a beni in possesso di Ariberto situati nelle zone di Lodi (tra Lambro e Adda), di Abbiategrasso, e in Brianza (Intimiano, Cucciago, Inverigo, etc.).
  2. ^ In una sua lettera del 1016, Leone, vescovo di Vercelli, spiega come - grazie al presbitero Heriberto - la posizione politica di Milano era cambiata, passando da un iniziale appoggio a Arduino d'Ivrea alla piena lealtà verso Enrico II il Santo.
  3. ^ Dopo il 1021, fino al 1045, quindi fin dopo la morte di Ariberto, non abbiamo più la presenza di un conte o di un marchese a Milano. Anche il vicario del conte, il visconte, amministratore delle Curtes regiae, in questo periodo diventa un vassallo dell'arcivescovo.
  4. ^ Landolfo Seniore, La cronaca milanese, traduzione italiana con note storiche. Alessandro Visconti, ed.. Milano: Stucchi Ceretti, 1928.
  5. ^ Arona e Angera, le due fortificazioni che controllavano il Lago Maggiore erano entrate nella mensa dell'arcivescovo di Milano al tempo di Arnolfo II da Arsago non più tardi del 1015, come ricompensa per avere stroncato le ultime rivolte filoarduiniche contro Enrico II il Santo.
  6. ^ Cinzio Violante precisa che la tregua, faticosamente raggiunta grazie ai missi imperiali, non fu un vero trattato di pace. Certamente, però, questa tregua giocò a vantaggio dei cives, che non essendo formati al combattimento, avrebbero avuto la peggio in uno scontro armato.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Carlo Fedele Savio. Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300 descritti per regioni: La Lombardia. Vol. 1: Milano. Firenze: Libreria editrice internazionale, 1913.
  • Carlo Castiglioni. Ariberto d'Intimiano- Brescia: La scuola, 1947.
  • Giovanni Treccani, ed. Storia di Milano. [Milano]: Fondazione Treccani degli Alfieri per la storia di Milano, 1953-1996. Vol. 3: Dagli albori del comune all'incoronazione di Federico Barbarossa (1002-1152).
  • M. Marzorati. voce "Ariberto" in: Alberto Maria Ghisalberti & Massimiliano Pavan, edd.. Dizionario Biografico degli Italiani. Milano: Istituto della Enciclopedia italiana, 1960-.
  • Cinzio Violante. L'arcivescovo Ariberto II (1018-1045) e il monastero di S. Ambrogio di Milano. In: Contributi dell'Istituto di storia medioevale. Vol. 2. Milano: Vita e pensiero, 1972. 608-623.
  • Giorgio Picasso. La chiesa vescovile: dal crollo dell'impero carolingio all'età di Ariberto (882-1045). In: Adriano Caprioli, Antonio Rimoldi & Luciano Vaccaro, edd.. Diocesi di Milano. Vol. 1. Brescia: La scuola, 1990. 143-166.
  • Ernesto Brivio, ed.. Il Crocifisso di Ariberto: un mistero millenario intorno al simbolo della cristianità. Cinisello Balsamo: Silvana Editoriale, 1997. ISBN 9788882150693.
  • E. Bianchi - M. Basile Weatherill - M.R. Tessera - M. Beretta, Ariberto da Intimiano. Fede, potere e cultura a Milano nel secolo XI, Cinisello Balsamo, 2007.
  • M. Basile Weatherill - M.R. Tessera, Ariberto da Intimiano. I documenti segno del potere, Cinisello Balsamo, 2009.
  • G. Cossandi, Ancora su Ariberto da Intimiano, "Archivio Storico Lombardo", a. CXXXVIII (2012), V. 17, PP. 193-209.

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Arnolfo II da Arsago 1018-1045 Guido da Velate

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