Battaglia di Monte Berico

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Battaglia di Monte Berico
Gli austriaci conquistano l’altura della villa della Rotonda a Vicenza
Gli austriaci conquistano l’altura della villa della Rotonda a Vicenza
Data 10 giugno 1848
Luogo Vicenza
Esito Riconquista di Vicenza da parte degli austriaci
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
11.000 30.000
Perdite
293 morti
1.655 feriti
141 morti
541 feriti
140 dispersi
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La battaglia di Monte Berico o seconda battaglia di Vicenza venne combattuta nell’ambito della prima guerra di indipendenza italiana.

Gli austriaci del maresciallo Josef Radetzky attaccarono Vicenza il 10 giugno 1848 difesa da volontari e dai soldati dell’ex esercito pontificio comandati da Giovanni Durando. La battaglia si concentrò nei pressi della città e sulle pendici delle colline circostanti, fra cui i Colli Berici. Si concluse con la conquista di Vicenza da parte degli austriaci.

Indice

Gli antefatti modifica

Scoppiata nel marzo 1848 la prima guerra di indipendenza a seguito delle sommosse di Milano (Cinque giornate) e Venezia, all’avanzata dell’esercito piemontese di Carlo Alberto il maresciallo austriaco Radetzky si trincerò nelle fortezze del Quadrilatero. Egli dispose la mobilitazione di un corpo d’armata di rinforzo in Austria che il 17 aprile 1848 passò l’Isonzo e il 23 maggio attaccò Vicenza, venendo respinto.

Riunite le forze, Radetzky fu ancora sconfitto a Goito. Nonostante ciò, lungi dal ritirarsi a Verona, il 5 giugno 1848 mosse da Mantova su Vicenza, nucleo della resistenza italiana alle spalle del Quadrilatero. Le forze che raccolse per l’azione furono il 1º, il 2º corpo e due brigate del 3º corpo. Egli avanzò da sud, intendendo occupare la zona dei Colli Berici che dominavano la città da meridione[1].

La battaglia modifica

Vicenza era difesa dagli ex pontifici del generale Giovanni Durando (Pio IX si era ufficialmente ritirato dalle ostilità) e dai volontari. 2.500 uomini di queste forze, al comando dei colonnelli Enrico Cialdini e Massimo d'Azeglio, ebbero il compito di difendere i Colli Berici, benché tutta la zona collinare (che comprendeva la villa della Rotonda) fosse difesa in totale da 4.000 uomini su 11.000 di cui disponeva Durando[2].

L’esercito austriaco con 30.000 uomini e 124 cannoni avanzò a semicerchio su Vicenza da sud fino a est. Il 1º corpo d’armata su di un fronte ampio dai Colli Berici fino e oltre il Bacchiglione; il 2º corpo sulle strade da Padova e Treviso. I comandanti dell’esercito piemontese non si mossero, fiduciosi che la città avrebbe potuto resistere diversi giorni[3].

Radetzky spinse all’attacco il 1º corpo con l’intenzione di occupare la zona collinare a sud della città: all’alba del 10 maggio le avanguardie austriache si scontrarono con gli avamposti italiani. Da est il 2º corpo austriaco incontrò una valida resistenza, ma il punto cruciale della battaglia era a sud della città, presso la villa della Rotonda sulla cui dorsale il 1º corpo austriaco riuscì a scalzare i volontari romani che ripiegarono su Villa Valmarana. Gli austriaci si impadronirono anche del ponte della ferrovia sul Bacchiglione e avanzarono su Porta Monte. Verso le 14 i difensori sferrarono un contrattacco, che fallì, nel quale fu gravemente ferito Cialdini. Così, intorno alle 17, la difesa esterna si ritirò presso il santuario, ma già le brigate dei generali Eduard Clam-Gallas e Ludwig Wohlgemuth (1788-1851) cominciavano ad arrivare alle spalle degli italiani, mentre cadeva ferito Massimo d’Azeglio[4].

A questo punto Durando decise di mettere in campo le riserve che riuscirono però solo a consentire la ritirata dei difensori in città. Egli ritenne la battaglia perduta e un suo proclama alle 19 dichiarò necessaria la resa, nonostante molti cittadini fossero contrari. All’una di notte gli austriaci cessarono il bombardamento e, iniziate le trattative, concessero all’ex esercito pontificio di ritirarsi a sud del Po, con l’accordo di non combattere più per tre mesi. Il giorno dopo, 11 giugno, circa 9.000 soldati italiani lasciavano Vicenza. Essi avevano subito 293 morti e 1.665 feriti. Gli austriaci avevano avuto 141 morti, 541 feriti e 140 dispersi[5].

Le conseguenze modifica

La conquista di Vicenza eliminò dal Veneto le truppe del generale Durando e portò alla successiva caduta di Padova e Treviso (13 giugno) e poi di Palmanova (24 giugno)[6][7].

Fu una grave perdita in termini di uomini e di prestigio per la causa italiana.

Note modifica

  1. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, pp. 385-386.
  2. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, pp. 386-387.
  3. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, p. 387.
  4. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, pp. 387-388.
  5. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, pp. 388-389.
  6. ^ Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, 1962, p. 226.
  7. ^ Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, Milano, 1948, Vol I, p. 193.

Bibliografia modifica

  • Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, 2 voll. Vallardi, Milano, 1948.
  • Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Einaudi, Torino, 1962.
  • Marco Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Rizzoli, Milano, 2011 ISBN 978-88-17-04611-4.

Voci correlate modifica