Buccio di Ranallo

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Buccio di Ranallo, ipocoristico di Jacobuccio (o Boezio di Rainaldo; L'Aquila, 1294 circa – L'Aquila, 1363), è stato uno scrittore italiano, per alcuni anche giullare, cronista abruzzese dei fatti dei suoi tempi, precursore di un filone letterario, quello delle cronache aquilane, che ebbe un notevole séguito grazie a una folta schiera di epigoni e imitatori.

La Cronaca aquilana rimata di Buccio di Ranallomodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronache aquilane.

È autore di una cronaca, in forma di poema in versi, sulla storia della città, L'Aquila, dalla sua fondazione, che ipotizza nel 1254 al 1362, scritta, probabilmente a partire dal 1355[1], in quartine di 1256 versi alessandrini monorimi intercalati da 21 «vigorosi sonetti politici»[1], intesi, questi ultimi, alla pacificazione dei contrasti intestini tra le fazioni cittadine.[2] Fu anche autore di una Leggenda di Santa Caterina d'Alessandria, commissionatagli da una compagnia di pietà.[2]

Nella sua cronaca tratta di molti degli eventi salienti dei suoi tempi, quali la prima e seconda fondazione della città e il succedersi delle dinastie reali nel meridione. La cronaca è di notevole importanza sia per la verosimiglianza degli episodi raccontati che per le qualità della sua vivace e appassionata narrazione.[2]

È stato definito come

« il primo cronista che narrò con tono appassionato e con ritmo di epica solennità le vicende di quel comune rustico sorto tra le aspre montagne di Abruzzo da un potente sforzo di volontà compiuto dall'oppresso ceto contadinesco »
(Leopoldo Cassese[3])

In Buccio di Ranallo «la lingua, [...] nella sua rozzezza, attingeva ai serbatoi più genuini della dialettalità municipale, del resto alimentata da una città che non aveva ancora inaugurato in modo permanente i contatti con la cultura contemporanea»[4]

Notizie biografichemodifica | modifica sorgente

Non sono molte le notizie sulla vita del primo cronista aquilano. In assenza di documenti di archivio, la fonte principale di tali notizie è la sua stessa opera, una cronaca rimata, singolare ibrido letterario tra il poema e la narrazione storica.

Origini familiarimodifica | modifica sorgente

In base dunque ai riferimenti e alle notizie che la Cronica ci offre, possiamo desumere che Buccio sia nato a L'Aquila circa 40 anni dopo la prima fondazione della città, che lui stesso colloca nell'anno 1254. Nasce probabilmente negli anni in cui la città ospita il grandioso evento dell'incoronazione papale di Pietro da Morrone, Celestino V (1294). Il luogo di nascita è il quarto aquilano di S. Pietro, i cui cittadini provengono dal castello di Poppleto, ovvero, come si chiama ancora oggi, di Coppito. La sua famiglia d'origine doveva essere di ceto elevato e di riconosciuto prestigio, ma non di alta nobiltà, quanto piuttosto di piccola nobiltà di campagna.

Il suo nome deriva dall'abbreviazione di Iacobuccio, a sua volta diminutivo di Iacobo, cioè Giacomo.

Incoronazione di Celestino Vmodifica | modifica sorgente

Dalle vicende narrate nella sua Cronica, si può dedurre che abbia partecipato a diverse battaglie contro alcune città vicine tra il 1318 e il 1320; certamente ha assistito ai festeggiamenti e alle onoranze per il ritorno in città, nel 1327, del corpo di Celestino V. In questo periodo è probabilmente da collocare la data del suo matrimonio e la nascita dell'unica figlia del poeta. (Del matrimonio di questa figlia, avvenuto nel 1342, è Buccio stesso a darci notizie in un suo sonetto, in cui si lamenta per le tasse da pagare proprio quando deve affrontare le spese per la sistemazione della figlia).

Nel 1330 si colloca l'esordio di Buccio sulla scena poetica con la composizione di un poemetto sacro: La leggenda di Santa Caterina d'Alessandria, “che presuppone una educazione letteraria già solidamente formata” e la conoscenza da parte di Buccio dell'opera di Dante, certamente dell'Inferno.

Lotte intestinemodifica | modifica sorgente

A partire da questi anni, Buccio assiste alle lotte tra le famiglie più potenti per il predominio sulla città e inizia a scrivere una serie di 21 sonetti che saranno in seguito incorporati nell'opera maggiore. In essi l'autore si rivolge ai suoi concittadini, invitandoli a non farsi strumento delle lotte dei grandi, che tanta sofferenza arrecano alla città. L'adozione del sonetto, la forma metrica più diffusa nella poesia italiana contemporanea, ci dimostra come Buccio da una parte fosse in linea con le scelte letterarie del suo tempo, dall'altra ci testimonia però la sua autonomia letteraria, dal momento che fu uno dei pochi a trattare in quella forma metrica non più soltanto temi amorosi, ma argomenti politici e civili.

Quando finalmente, nel 1354, le lotte politiche cittadine si concludono, con la fine del regime signorile di Pietro Camponeschi (detto anche Lalle), che muore assassinato, Buccio inizia la composizione della sua Cronica. La città assume una nuova forma di governo, che è retto da un Consiglio Comunale di cui lo stesso Buccio stesso farà parte.

La peste nera del 1348 e altri avvenimentimodifica | modifica sorgente

Nel frattempo, altri fatti importanti, lieti e tristi, si erano verificati: la peste nera, nel 1348, aveva portato a L'Aquila, come in tutta Europa, morte e sofferenze enormi: Buccio ci testimonia la morte dei due terzi della popolazione cittadina; il terremoto del 1349; il giubileo del 1350, che vede il nostro poeta a Roma per i festeggiamenti di cui ci dà nella Cronica una vivace descrizione.

La morte per pestemodifica | modifica sorgente

È ancora con una descrizione di solenni festeggiamenti, quelli in onore di S. Massimo nel maggio del 1362, che si chiude la Cronica di Buccio. Egli, infatti, rimane vittima del ritorno della peste e muore sul finire dell'anno 1363, nella casa che ancora oggi si può ammirare in città e che porta il suo nome.

Casa natalemodifica | modifica sorgente

A L'Aquila è ancora visibile la casa dove egli si spense nel 1363. Si tratta di una bella costruzione trecentesca, espressiva nella facciata (posta sulla centrale via Accursio) con bifore e archi ogivali; sul fianco destro della casa, il Chiassetto del Campanaro: piccolo, delizioso angolo, movimentato dagli zoccoli della poderosa torre, poi mozzata, dove abitava appunto il "campanaro" dell'attigua Chiesa di Santa Maria Paganica. Attualmente la casa ospita una galleria d'arte privata.

Edizionimodifica | modifica sorgente

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ a b Voce «BUCCIO di Ranallo» dal Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma (on-line)
  2. ^ a b c Voce «Buccio di Ranallo», Grande dizionario enciclopedico UTET, 1967
  3. ^ Leopoldo Cassese, Gli antichi cronisti aquilani, da Buccio di Ranallo ad Alessandro de Ritiis, in « Archivio storico napoletano » n. s. anno XXVII, 1941, v. LXI
  4. ^ Gianni Oliva, Carlo De Matteis, Letteratura delle regioni d'Italia: Abruzzo, 1986 p. 25

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Approfondimentimodifica | modifica sorgente

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

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