Catarsi

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Catarsi (dal greco katharsis κἁθαρσις, "purificazione") è un termine utilizzato per indicare la cerimonia di purificazione che si ritrova in diverse concezioni religiose ed in rituali magici che prescrivevano di solito il sacrificio di un capro espiatorio.

La purificazione da una contaminazione (miasma) poteva riguardare sia un avvenimento spirituale che materiale. Si definiva infatti anche catarsi nel V secolo a.C., nella medicina d'Ippocrate, anche l'evacuazione di escrementi o di elementi ritenuti dannosi per la salute. Questa purificazione poteva essere ottenuta o con metodi naturali o con farmaci catartici. Si usava il termine catarsi anche a proposito della mestruazione.

L'ambito filosoficomodifica | modifica sorgente

Nella filosofia e nel linguaggio religioso occidentale ha assunto tuttavia un significato simbolico, e spesso soltanto spirituale, a partire da Platone nella cui filosofia il termine si riferisce alla purificazione dell'anima dai mali interiori. Un'interpretazione del tutto nuova e originale è stata data da Carlo Diano nel saggio La catarsi tragica. Attraverso una lunga e profonda analisi filologica di testi e fonti, Diano scioglie il nodo che il senso della catarsi tragica ha costituito per molti secoli. La catarsi tragica altro non è che un aspetto della techne alypias, quella praemeditatio futurorum malorum già praticata dai Cirenaici. Dunque, una tecnica per avvezzarsi a sopportare i mali e il dolore che potranno colpire.

Catarsi e conoscenza in Platonemodifica | modifica sorgente

Per Socrate la catarsi è il risultato del dialogo, quello condotto, come scrive Platone, secondo le regole dell'arte della «nobile sofistica» [1] che con uno stringente susseguirsi di brevi domande e risposte porta alla purificazione, alla liberazione da quelle croste dell'ignoranza presuntuosa che crede di possedere saperi definitivi.

Nel Fedone Platone utilizza questo termine per indicare in che senso vada inteso l'imparare a morire del filosofo, cioè come la liberazione dell'anima dalle logiche pulsionali, capace di aprire alla prospettiva della phronesis. Il momento catartico coincide con il liberarsi dalle catene che permette al prigioniero l'uscita dalla caverna; il risveglio dal modo di vivere letargico dell'uomo comune per arrivare a una vita degna di essere vissuta. E in senso più ampio, Platone intende per "catarsi" un processo conoscitivo attraverso il quale ci si libererebbe dalle impurità dello spirito memori dello stato di purezza originaria, quello del mondo delle idee dove domina il Bene.[2]

La catarsi artistica in Aristotelemodifica | modifica sorgente

Interpretazione psicologicamodifica | modifica sorgente

Mentre nella Politica Aristotele aveva trattato della catarsi generata dalla musica che induce alla meditazione, alla riflessione e che libera dalle cure quotidiane, nella Poetica descrive la catarsi come il liberatorio distacco dalle passioni tramite le forti vicende rappresentate sulla scena dalla tragedia.

Aristotele, che intende la tragedia quale mimesi, imitazione, della realtà, ne sottolinea l'effetto di purificare, sollevare e rasserenare l'animo dello spettatore da tali passioni, permettendogli di riviverle intensamente allo stato sentimentale e quindi di liberarsene.

Questa è una interpretazione di tipo psicologico della non ben chiarita catarsi aristotelica, che si affianca all'altra che sostiene che lo spettatore, attraverso la rappresentazione di vicende che suscitano forti emozioni, prova pietà per gli avvenimenti che travagliano i protagonisti del dramma e terrore all'idea che anche lui potrebbe trovarsi in situazioni simili a quelle rappresentate. La pietà e il terrore saranno risolti catarticamente nello spettatore nel momento in cui il dramma si scioglierà in una spiegazione razionale dei fatti narrati.

Interpretazione esteticamodifica | modifica sorgente

L'angoscia e le emozioni finte, che cioè non derivano da situazioni reali, che si provano assistendo alla tragedia rappresentata sulla scena, si trasformano nel piacere dello spettacolo che procurerà una purificazione del simile con il simile, una liberazione delle passioni proprie dello spettatore con le passioni rappresentate.

È quest'ultima un'ulteriore interpretazione della catarsi, quella estetica, legata al piacere, svincolata da ogni partecipazione sentimentale alle passioni drammatiche. Lo spettatore cioè non si purifica delle sue emozioni vedendo degli esempi edificanti ma è lo stesso dispositivo teatrale, lo spettacolo in sé che purifica l'uomo dalle passioni. «Noi proviamo piacere a vedere le immagini le più precise delle cose la vista delle quali è dolorosa nella realtà, come gli aspetti di animali i più ripugnanti e dei cadaveri». (Aristotele, Poetica, 1448b 10)

Per esempio lo spettatore sarà terrorizzato nel vedere una madre che massacra i propri figli come fa Medea nell'omonima tragedia ma egli vedrà lo spettacolo con piacere poiché sa di provare emozioni finte determinate dallo stesso spettacolo.

Catarsi in ambito fenomenologicomodifica | modifica sorgente

Nella fenomenologia di Husserl la riduzione è stata intesa prevalentemente come un procedimento conoscitivo volto a mettere fra parentesi tutto ciò che si conosce per limitarsi alla struttura stessa con cui la coscienza conosce. Altrettanto la riduzione eidetica si configura come una riduzione "conoscitiva" volta a cogliere l'invarianza eidetica. A differenza di Husserl, fra il 1911 e il 1916 Scheler sviluppa un concetto di riduzione inteso come purificazione dal proprio egocentrismo per riuscire a posizionarsi nel mondo in un diverso modo. Qui la riduzione non ha più un carattere "conoscitivo", ma si traduce in una conversione filosofica, in una trasformazione concreta del proprio modo di vivere che richiama la tematica platonica della katharsis, e che assume il significato di una purificazione dalle storture egocentriche capace di riportare a un riequilibrio della sfera affettiva e all'emergere di aree affettive altrimenti destinate all'atrofizzazione. A differenza del platonismo ricavabile dal Fedone la riduzione in Scheler non è tuttavia una purificazione dal corpo, ma dalla prospettiva egocentrica, purificazione che permette il passaggio dalla sfera della realtà identificabile con la prospettiva dominante a quella, altrettanto empirica, che corrisponde all'apertura al mondo. In questa prospettiva il processo catartico è il punto di partenza per qualsiasi processo di trasformazione dell'individuo come della società [3].

La catarsi in ambito psicoterapeuticomodifica | modifica sorgente

In un'epoca più vicina alla nostra, il termine "catarsi" è stato ripreso da Sigmund Freud e Joseph Breuer nel 1895, negli Studi sull'isteria, per indicare la liberazione di emozioni in pazienti ansiosi, grazie al recupero di particolari pensieri o ricordi biografici. I due studiosi avevano a quel tempo chiamato il procedimento da loro utilizzato, appunto "metodo catartico".

Nell'accezione psicoanalitica, ma anche nello psicodramma di Jacob Levi Moreno, nelle recenti psicoterapie espressive, nell'arte-terapia, nonché nel Rebirthing, il termine "catarsi" viene utilizzato sempre con il significato di "scarica, sfogo, espressione, liberazione".

Nello psicodramma e nelle arti-terapie, attraverso la rappresentazione, la persona può prendere contatto e comprendere gli aspetti più profondi della sua realtà psicologica ed esistenziale.

Si potrebbe distinguere (Robert Landy J.) tra lo stato di ipodistanza, distanza estetica ed iperdistanza.

L'ipodistanza è prodotta dall'immedesimazione con i propri vissuti emotivi, che può generare sofferenza eccessiva e confusione.

L'iperdistanza è eccessivo distacco, assenza di emozioni, perlopiù generati da una volontà difensiva o da meccanismi di difesa intrapsichici inconsci.

Ad una distanza estetica, infine, la persona può esperire le proprie emozioni senza esserne sommerso, può "sentire intelligentemente" e "capire sentimentalmente", permettendo la liberazione dei propri vissuti attraverso la catarsi.

Quindi la catarsi è sì, sfogo e scarica emozionale, ma anche possibilità di comprensione intellettuale e recupero di preziose energie vitali.

Grazie alla catarsi, è quindi possibile intuire il senso evolutivo delle proprie esperienze di vita, e riappropriarsi delle energie fino a quel momento impegnate in meccanismi di difesa tesi a mantenere gli equilibri del conscio.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Così la definisce Socrate nel dialogo platonico Il sofista per distinguerla dalla eristica, l'arte del contendere a parole
  2. ^ Cfr. voce corrispondente in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano 1981.
  3. ^ G. Cusinato, Katharsis, ESI, Napoli 1999

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Carlo Diano, La catarsi tragica, in Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, Vicenza 1968
  • Carlo Diano, Edipo figlio della Tyche, in Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, Vicenza 1968
  • Platone, Fedone.
  • N. Abbagnano / G. Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, 1° vol., Paravia, Torino 1996.
  • F. Cioffi et al., Diàlogos, 1° vol., Bruno Mondadori, Torino 2000.
  • N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971 (seconda edizione).
  • F. Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Newton Compton, Roma 1995.
  • Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano 1981.
  • E.P. Lamanna / F. Adorno, Dizionario dei termini filosofici, Le Monnier, Firenze (rist. 1982).

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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