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Eccidio di Porzûs


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Eccidio di Porzûs - Wikipedia

Eccidio di Porzûs

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Eccidio di Porzûs
Attimis Porzus 05042007 03.jpg

Il villaggio Porzûs, nei pressi del quale avvenne l'eccidio

Nazione {{{{{nazione}}}}}
Luogo località Topli Uork, c. d. malghe di Porzûs, Faedis, provincia di Udine
Obiettivo partigiani cattolici della Brigata Osoppo
Data 7 febbraio 1945
h 14:30
Tipo Esecuzione
Morti 17
Esecutori partigiani comunisti gappisti guidati da Mario Toffanin "Giacca"
Motivazione odio politico
Questa voce è parte della serie
Bandiere dal Friûl.svg
Storia del Friuli
Categoria: Storia del Friuli

L'Eccidio di Porzûs fu una serie di massacri di un gruppo di partigiani della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di alcuni partigiani gappisti, appartenenti al PCI e operativamente inquadrati nel IX Corpus sloveno. È uno degli episodi più controversi della storia della Resistenza italiana.

Fu una vicenda complessa e tragica del periodo resistenziale italiano, che fa ancora discutere a 65 anni dai fatti. Gli attori di quello scontro operarono nel contesto storico degli ultimi mesi di guerra, in cui le potenze in gioco stavano decidendo i successivi confini politici della regione (la prospettata "Zona Libera Orientale" e quella che, alcuni mesi dopo, sarà definita Linea Morgan) e le sfere di influenza degli Alleati a seguito dei quasi contemporanei accordi di Jalta, nel quale si inserirono rigidità militari (passaggio dei "garibaldini" della Garibaldi-Natisone agli ordini del IX Corpus sloveno) e ideologiche (ambiguità dei rapporti tra il PCI e la Lega dei Comunisti di Jugoslavia). Il caso è tuttora oggetto di studio e di riflessione.

Indice

modifica L'eccidio

Il 7 febbraio 1945 un gruppo di partigiani comunisti appartenenti ai GAP, capeggiati da Mario Toffanin (Giacca), raggiunse il comando della Gruppo delle Brigate Est della Divisione partigiana Osoppo, situato presso le malghe di Porzûs, località Topli Uork, nel comune di Faedis, Friuli orientale, con l'obiettivo di arrestarne e fucilare i membri.

Le accuse di Toffanin alla Osoppo erano di osteggiare la politica di collaborazione con i partigiani jugoslavi, capeggiati da Josip Broz Tito, la non redistribuzione agli altri gruppi partigiani delle armi che venivano passate alla Osoppo dagli angloamericani e soprattutto di trattare con i soldati della Xª Flottiglia MAS e del Reggimento alpini "Tagliamento", appartenenti alla RSI, per impedire l'annessione del Friuli, della Venezia Giulia e dell'Istria alla Jugoslavia.

Secondo le direttive del Comando generale del Corpo volontari della libertà del Nord Italia, emanate nell'ottobre 1944, ogni patto con i soldati della RSI era da considerare come tradimento e quindi, essendo in tempo di guerra, da punire con la condanna a morte per fucilazione. Nessuno dei contatti della Osoppo con i fascisti e la Xª Flottiglia MAS si concluse comunque con un accordo.[1]

La Brigata Osoppo aveva dato rifugio a Elda Turchetti, una giovane donna che Radio Londra aveva indicato più volte come spia dei tedeschi[2], dopo che alcuni informatori inglesi avevano avuto segnalazioni su una sua presunta amicizia con soldati tedeschi. Dopo alcuni mesi di custodia presso i partigiani della Osoppo era stata ritenuta innocente da un processo effettuato dagli stessi il 1º febbraio 1945. Il rifugio dato a Elda Turchetti fu il casus belli che giustificò l'azione degli uomini di Mario Toffanin[3].

Il comandante del Gruppo delle Brigate Est della Divisione partigiana Osoppo era Francesco De Gregori, detto "Bolla"[4], che venne subito ucciso insieme al commissario politico del Partito d'Azione Gastone Valente, detto "Enea", al giovane Giovanni Comin, detto "Gruaro", che si trovava in zona perché voleva arruolarsi nella brigata, e a Elda Turchetti. L'altro comandante della formazione, Aldo Bricco, pur ferito, riuscì a fuggire. Sedici altri partigiani furono imprigionati e fucilati nei giorni successivi dopo processi sommari: tra questi Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo. Ne vennero assolti soltanto due, che passarono poi nei GAP.

modifica Eventi successivi

Dopo l'esecuzione, Mario Toffanin e i suoi sottoposti, Aldo Plaino e Vittorio Juri, stilarono una relazione indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al comando del IX Corpus Sloveno, in cui sostenevano che l'esecuzione aveva avuto "pieno consenso della Federazione del partito" e in cui accusavano i partigiani della Osoppo di essere dei "figli di papà", i cui comandanti in punto di morte avrebbero inneggiato al fascismo. La relazione non fu inoltrata agli organi della Resistenza, come ci si sarebbe aspettato vista l'accusa di tradimento e di aver trattato con le formazioni repubblicanesenza fonte.

Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli, venuto a sapere dell'eccidio, propose in un primo tempo la condanna a morte per Toffanin e i suoi uomini, ma questi vennero successivamente solo destituiti dalle loro posizioni di comando nei GAP[5]. I dirigenti della federazione del PCI di Udine (Ostelio Modesti, segretario, e Alfio Tambosso, vice segretario), sosterranno che la responsabilità dell'azione era da imputarsi interamente a Toffanin, che non avrebbe interpretato correttamente gli ordini, anche se poi il PCI ne faciliterà il trasferimento in Jugoslavia. Una commissione d'inchiesta del CNL, presieduta dallo stesso Ostelio Modesti, e di cui facevano parte un rappresentante per la Osoppo e uno per la Garibaldi, non giunse a nessuna conclusione e, con gli sviluppi della fine dell'aprile successivo, la questione passò in secondo piano.[6]

Il 23 giugno 1945 il Comando Divisioni Osoppo presentò una denuncia al Procuratore del Re di Udine e 6 anni dopo, nell'ottobre 1951, avrà il via il processo, presso la Corte d'Assise di Lucca. Nel 1954 vi fu la sentenza: trentasei dei responsabili dell'eccidio, tra i quali il gappista Mario Toffanin "Giacca", furono processati e condannati a 777 anni complessivi di carcere; tra questi Toffanin, Plaino e Juri furono condannati all'ergastolo e Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, venne condannato a trent'anni di carcere (ne sconterà poi nove). I condannati vennero poi liberati in seguito a varie amnistie, l'ultima delle quali avvenuta il 15 maggio 1973.[6]

Mario Toffanin, condannato in contumacia in quanto fuggito nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, dopo l'ultima amnistia del 1975 non tornerà in Italia, dovendo ancora scontare altre pene per diversi reati non legati alla lotta di Liberazione e che non erano stati amnistiati, ma non vi tornerà neppure nel luglio del 1978, quando sarà graziato dal Presidente Sandro Pertini da poco insediatosi al Quirinale e morirà in Slovenia il 22 gennaio 1999. Toffanin, negli anni successivi alla fuga, si dichiarerà sempre certo del tradimento della Brigata Osoppo: ribadirà più volte la correttezza delle sue azioni e continuerà ad accusare gli uomini della Osoppo, tra le altre cose, di aver inglobato al proprio interno molti uomini appartenenti a gruppi fascisti, di aver collaborato attivamente con gli uomini della RSI e di aver spesso trattenuto le forniture di armi e attrezzature inglesi che secondo gli accordi spettavano alla Garibaldi.[6]

A De Gregori fu riconosciuta la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. [7]

Giovanni Padoan, detto "Vanni", commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone, a proposito della strage dichiarerà:

«  L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione.

E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto. Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Corpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i GAP erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione. E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio.

Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca. Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile. »
(dichiarazioni di Giovanni Padovan già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone [8])

modifica Motivazioni dell'eccidio

A proposito delle motivazioni dell'eccidio, monsignor Aldo Moretti (il partigiano "Lino", Medaglia d'oro al valor militare, uno dei fondatori delle Divisioni Osoppo e colui che ritroverà nel giugno 1945 i corpi dei partigiani uccisi) espresse nel 1997 in un’intervista Famiglia Cristiana la seguente opinione. Secondo Moretti gli Alleati, pensando già al dopoguerra, temevano la collaborazione tra i partigiani cattolici e partigiani comunisti e quindi cercavano di dividere questo fronte, arrivando a sacrificare la Osoppo per screditare le formazioni comuniste:

« lavorare per dividerci, anzi di sacrificarci per gettare l’ombra del discredito sulle formazioni comuniste, alle dipendenze di un esercito, quello jugoslavo, che ormai era visto come conquistatore e non più come alleato. Insomma gli Alleati erano preoccupati del loro futuro governo nella zona »
(Dichiarazioni di monsignor Aldo Moretti a Famiglia Cristiana[9])

Le stesse denunce di Radio Londra contro Elda Turchetti rientrerebbero in questa strategia, atta alla creazione di attriti tra le formazioni comuniste e quelle cattoliche. Aldo Moretti sostenne inoltre che già nell'autunno del 1944 vi erano stati attriti tra i partigiani che facevano riferimento al PCI e che erano incorporati dal IX Corpus jugoslavo di Tito e quelli che avevano rifiutato sia di mettersi agli ordini dei titini sia di lasciare la zona. Questi attriti e la ricerca di una politica meno rigida da seguire nell'effettuare la lotta partigiana avevano dato, secondo Moretti, il via a voci di collaborazione tra il gruppo Osoppo e le forze nazifasciste:

« Qualche intesa umanitaria, nessun tradimento. Tentavamo solo di anticipare la pace in un angolo del fronte »
(Dichiarazioni di monsignor Aldo Moretti a Famiglia Cristiana[9])

In questa atmosfera di sospetto due proposte di alleanza contro le formazioni comuniste arrivarono alla Osoppo da parte del federale fascista di Udine, per conto del tenente colonnello delle SS Von Hallesleben, ma vengono respinte subito da Moretti con due lettere, datate 28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945, fatte pervenire al federale di Udine tramite l'arcivescovo Giuseppe Nogara.[6]

Le voci tuttavia divennero insistenti quando un partigiano della Osoppo, Cino Boccazzi, preso prigioniero dalla Xª Flottiglia MAS, venne effettivamente mandato a Udine (secondo la ricostruzione data da Moretti, sotto la minaccia di veder uccisa la propria moglie e i propri figli se si fosse rifiutato) per cercare un contatto per una possibile collaborazione nella difesa del confine orientale. Borghese, sempre secondo Moretti, voleva difendere il confine e scongiurare una possibile annessione da parte della Jugoslavia e crearsi un’immagine da patriota in vista della prossima e prevedibile fine della guerra. L’ufficiale britannico Rowort (conosciuto come "Nikolson") presente in incognito a Udine, a cui era stata riferita la proposta, attese prima di consultarsi con il comando a Londra (che rispose poi negativamente all'offerta), attesa che rese ancora più forti e credibili le voci di una possibile trattativa tra la Osoppo e la Decima Mas.[9]

modifica I riflessi sulla Gladio

Probabilmente è ascrivibile a questa valenza resistenziale non comunista, intensamente sentita dai componenti della brigata, il fatto che nei suoi ranghi abbia attinto la struttura Gladio: essa nei decenni successivi, almeno nella sua componente ufficiale, fu vocata all'utilizzo volontario dietro le linee di un'eventuale invasione sovietica in Italia (stay behind, proprio com'era avvenuto nella Venezia Giulia invasa dai partigiani titoisti) per operazioni di resistenza e di esfiltrazione di soggetti utili alla causa anticomunista.[10]

modifica La Malga di Porzûs come bene culturale

Il 18 gennaio 2010 la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia emetteva un decreto che rendeva di "interesse culturale" il "bene denominato Malghe di Porzûs".

Il 9 maggio 2010, durante una conferenza stampa, l'onorevole Carlo Giovanardi[11] contesta la correttezza della "Relazione storica" allegata al decreto, affermando anche che alcuni dei contenuti della stessa sembravano ripresi da Wikipedia.

Il 25 maggio 2010 anche il quotidiano cattolico Avvenire[12], attraverso un editoriale delle storico Paolo Simoncelli, denuncia come erronea la versione dei fatti fornita dal decreto. Secondo Simoncelli la ricostruzione non rende giustizia di quanto storicamente accaduto e successivamente condannato dai tribunali, a questo articolo fanno seguito diversi interventi sui quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera[11] e Libero. Il ministro in carica Sandro Bondi, citando esplicitamente l'interesse avuto dai media per la questione, decide per la revoca del provvedimento della direzione generale del Friuli Venezia Giulia.[13]

modifica Filmografia

Da questa vicenda storica il regista Renzo Martinelli ha ricavato nel 1997 un film intitolato Porzûs.

modifica Note

  1. ^ A cura di Mario Bordogna, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia MAS, Mursia, Milano 1995, ISBN 88-425-1950-2, pag. 158
  2. ^ Giovanni Di Capua, Resistenzialismo versus Resistenza, Rubbettino Editore srl, 2005, ISBN 9788849811971, pag 110
  3. ^ Roberto Roggero, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, Greco & Greco Editori, 2006, ISBN 9788879804172, pag 433
  4. ^ zio dell'omonimo cantautore romano Francesco De Gregori
  5. ^ Strage di partigiani, arriva il film tabu, articolo de Il Corriere della Sera, del 30 luglio 1997
  6. ^ a b c d Strage di Porzûs un’ombra cupa sulla resistenza, articolo di Paolo Deotto, sul sito storiainnetwork
  7. ^ Motivazioni della medaglia d'oro al valor militare a Francesco De Gregori, sul sito del Quirinale
  8. ^ dichiarazioni di Giovanni Padovan già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone
  9. ^ a b c Intervista su Famiglia Cristiana di monsignor Aldo Moretti, uno dei fondatori delle Brigate Osoppo
  10. ^ Comunicazioni del presidente, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 2' seduta, 23 ottobre 1996
  11. ^ a b Il pasticcio ministeriale sull'eccidio di Porzus, articolo de Il Corriere della Sera, del 27 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010
  12. ^ Sulla strage di Porzûs strane ipocrisie, articolo di Avvenire, del 26 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010
  13. ^ Porzûs, il ministero cambia rotta, articolo di Avvenire, del 28 maggio 2010 - visto 28 maggio 2010

modifica Bibliografia

  • Roberto Battaglia - La storia della Resistenza Italiana - Einaudi -1964
  • Arrigo Petacco L'esodo, la tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Milano, Mondadori, 1999.
  • M. Cesselli, Porzus due volti della Resistenza, La Pietra, Milano 1975
  • Primo Cresta, Un partigiano dell'Osoppo al confine orientale, Del Bianco Editore, 1969.Udine
  • Sergio Gervasutti, Il giorno nero di Porzus, la stagione della Osoppo, Marsilio
  • Alessandra Kersevan, Porzûs, Dialoghi sopra un processo da rifare, Edizioni Kappa Vu, 1995
  • Il Processo di Porzus, Testo della sentenza del 30 aprile 1954 della Corte d'Assise d'Appello sull'eccidio di Porzus, La Nuova Base editrice, Udine 1997
  • A. Lenoci, Porzus. La Resistenza tradita, Laterza, Bari 1998
  • Tarcisio Petracco, La lotta partigiana al confine orientale (la bicicletta della libertà), Ribis, Udine, 1994
  • Pier Paolo Pasolini, Ermes tra Musi e Porzûs, in "Il Mattino del Popolo", 8 febbraio 1948 (poi in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999, pp. 61-64).

modifica Voci correlate

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