Famagosta

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Famagosta
comune
(EL) Αμμόχωστος (Ammochostos)
(TR) Gazimağusa
Centro di Famagosta
Centro di Famagosta
Dati amministrativi
Stato Cipro Cipro
Distretto Famagosta
Territorio
Coordinate 35°07′N 33°57′E / 35.116667°N 33.95°E35.116667; 33.95 (Famagosta)Coordinate: 35°07′N 33°57′E / 35.116667°N 33.95°E35.116667; 33.95 (Famagosta)
Abitanti 63 091
Altre informazioni
Fuso orario UTC+2
Localizzazione
Mappa di localizzazione: Cipro
Famagosta

Famagosta (Αμμόχωστος, Ammochostos in greco, Gazimağusa in turco) è una città di 63.091 abitanti situata sulla costa orientale dell'isola di Cipro.

Storiamodifica | modifica sorgente

La città era nota in antichità come Arsinoe (in onore di Arsinoe d'Egitto), quindi come Ammochostos (che significa "nascosta nella sabbia") che è il nome con cui è conosciuta oggi in Grecia. Questo stesso nome si sviluppò in Famagosta/Famagusta, usato nelle lingue europee occidentali e nel nome turco di Mağusa (Gazi è un prefisso turco che significa "glorificata"). Sembra che abbia avuto il suo massimo splendore nel XIII secolo, quando i cristiani in fuga dalla Siria e dalla Palestina vi si insediarono e la svilupparono in una città florida.

Periodo genovesemodifica | modifica sorgente

Nel 1372 Famagosta venne conquistata da Genova, il cui dominio dura fino all'arrivo dei veneziani.

Periodo venezianomodifica | modifica sorgente

Il suo declino si ebbe dopo una rivolta nel XIV secolo e nel XV secolo. Quando i veneziani la conquistarono nel 1489 Famagosta aveva già visto i suoi tempi migliori. I veneziani la svilupparono nuovamente, costruendo delle massicce mura attorno alla città vecchia, che esistono in gran parte ancora oggi. Il bastione Martinengo è un eccellente esempio di fortificazione alla moderna, in quanto fornisce protezione alle mura da ambo i lati. Questo porto fu l'ultimo a cadere in mano turca dopo un lungo assedio. I promessi rinforzi alla città non giunsero mai da Venezia (provenienti da Souda, nell'isola di Creta), ma la strenua tenuta di questa roccaforte fu determinante per organizzare la battaglia di Lepanto e tenere i turchi occupati più a lungo. Il brutale supplizio al quale fu sottoposto il Governatore di Famagosta, Marcantonio Bragadin echeggiò in tutto il Mediterraneo, potrebbe essere stato causato dall'uccisione, settimane prima, di alcuni giannizzeri che si erano arresi nel fossato durante una scaramuccia, ma resta un mistero anche perché non fu attuato dalla soldataglia dei venturieri turchi (notoriamente indisciplinati e spesso crudeli con i prigionieri) ma da Lelè Mustafa, uomo con fama (almeno in precedenza) di mite, giusto e benevolente verso i cristiani, oltre che generale in precedenza ed in seguito molto cavalleresco. Comunque i patti di resa della guarnigione di Famagosta furono, misteriosamente, rispettati solo in parte, cosa strana tra i turchi che in genere invece li concedevano raramente ma li rispettavano ferreamente. In particolare una parte della guarnigione fu lasciata partire (come da accordi), un'altra fu catturata e dovette scegliere tra pagare un riscatto o essere fatta schiava ed una terza (tra cui buona parte dei più alti ufficiali e tutti i soldati considerati responsabili della morte dei prigionieri) fu trucidata. La città, come da accordo, non fu saccheggiata, a parte poche ruberie della soldataglia subito represse dai giannizzeri, i civili, a differenza che a Nicosia o in altre occasioni analoghe non subirono particolari molestie, violenze, stupri né furono ridotti in schiavitù.

Conquista turcamodifica | modifica sorgente

Moschea di Lala Mustafà Pascià (cattedrale gotica di San Nicola)

La conquista dell'isola di Cipro fu iniziata nel 1570, i turchi presero l'iniziativa dopo la notizia di uno scoppio nell'Arsenale di Venezia che aveva distrutto il magazzino delle polveri e dei legnami, probabilmente un sabotaggio ad opera di agenti al soldo del sultano Selim II, e dopo che l'ultimatum turco fu rifiutato dal Senato veneziano.
Nel luglio del 1570 la forza d'invasione sbarcò a Cipro. Era formata da circa 100 000 soldati e per prima cosa essa attaccò la capitale di Cipro, Nicosia, difesa dal governatore civile Niccolò Dandolo, ma la città non aveva abbastanza viveri e mezzi necessari per resistere a un lungo assedio. Cadde il 9 settembre dopo che i turchi uccisero a tradimento i 500 difensori e il governatore che si erano rifugiati nel palazzo del governatore, dove si tentava l'ultima e disperata resistenza. Malgrado avessero accettato la resa in cambio della vita, i turchi massacrarono l'intera popolazione della città, tranne 2000 giovani i quali furono inviati come schiavi a Istanbul.

Ma Famagosta non è così indifesa come Nicosia, nel periodo dell'assedio della capitale cipriota il senatore veneziano Marcantonio Bragadin aveva rinforzato le difese e accumulati viveri e munizioni a sufficienza per un lungo assedio, il sistema difensivo efficace e innovativo.
Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, è intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti "cavalieri", che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all'esterno sono circondate da un profondo fossato.
La principale direttrice d'attacco è difesa dall'imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, più basso il forte del Rivellino.
La cavalleria turca, subito dopo la distruzione di Nicosia, con una galoppata di circa 50 chilometri, raggiunge i pressi di Famagosta portando infilzate sulle lance le teste del governatore Dandolo e di tutti gli altri dignitari, comandanti e magistrati di Nicosia. Per spaventare i difensori Mustafà Pascià invia a Famagosta, racchiusa in una cesta, la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo. Ma il Capitano Generale di Famagosta, Marcantonio Bragadin, di antico e nobile casato veneziano, non s'impressiona, respinge ogni intimidazione di resa e dà tutte le disposizioni necessarie per quella lunga ed eroica resistenza "che resterà sempre monumento di gloria negli annali militari". Bragadin ed i suoi uomini sono convinti che Venezia non li lascerà in balia del turco e che, prima o dopo, arriveranno i sospirati e promessi soccorsi.
Ma oramai l'anno è troppo avanzato per permettere un assedio regolare e Lalà Mustafa si limitò a bloccare la città via terra e di lasciare 40 galee nelle acque cipriote.
Quindi arrivarono degli insperati aiuti dalla Repubblica di Venezia, infatti il 26 gennaio 1571 Marco Antonio Querini con 16 galee e 3 mercantili provenienti dalla base veneziana di Candia disperse le 7 galee turche che bloccavano la città, distruggendone 4, quindi dopo aver catturato due navi piene zeppe di rifornimenti destinati agli ottomani e dopo aver creato gravi danni alle comunicazioni e alle torri di guardia turche rafforzò con 1600 soldati, munizioni e viveri la città assediata sbarcò a Creta tutti i non combattenti, i malati ed i feriti di Famagosta.
Sul finire dello stesso inverno sbarcò a Famagosta un altro contingente veneziano formato da 800 soldati provenienti addirittura da Venezia con una lettera di incoraggiamento che il Senato indirizzava alla "nostra carissima e fedele città di Famagosta", prova che Venezia non si era dimenticata di Famagosta, infatti anche nei negoziati con il gran visir Sokollu Mehmed Pascià, pur cedendo su molte cose, si mantenevano fermi sul trattamento onorevole della guarnigione di Famagosta, cosa per cui Sokollu aveva dato garanzia. Finito l'inverno, nella primavera 1571 il sultano inviò circa 200 navi all'indirizzo di Cipro con a bordo circa 250.000 uomini, ma "solo" 100.000 di essi erano soldati, mentre gli altri erano gli zappatori incaricati di scavare le trincee sulle rocce in direzione delle mura della città.
Inoltre i turchi tentarono di distruggere le mura attraverso gallerie che dovevano contenere grossi quantitativi di polvere da sparo; i veneziani, però, li respinsero scavando gallerie sotto quelle ottomane, per rubare al nemico la polvere da sparo, o semplicemente per farle esplodere.
Lalà Mustafà disponeva, alla fine di maggio, di 74 cannoni, tra cui 9 basilischi, quindi la morsa turca incominciò a stringersi; i cannoni ottomani fecero brecce in molte parti delle mura, ma ogni apertura era sempre riempita con sacchi di sabbia. Con provocazione beffarda i turchi issavano il vessillo veneziano catturato a Nicosia, allora il comandante militare della città (il perugino Astorre Baglioni) guidò una sortita e lo riportò indietro con le proprie mani.
Alla fine i Turchi riuscirono ad aprire nelle mura una breccia troppo grande per essere rappezzata, facendo esplodere una mina sotto la mezzaluna nei pressi dell'arsenale.
Famagosta era dunque aperta agli assalti; il primo durò cinque ore e fu respinto, una seconda breccia fu allora attaccata da una massiccia formazione turca, ma i veneziani riuscirono anche questa volta a respingere gli assalitori turchi, guidati da un fanatismo religioso esaltato dalle parole del mufti, che aveva dichiarato la conquista di Cipro una guerra santa. Infuriato, Lalà Mustafà, il cui prestigio presso la corte del sultano era già compromessa, ordinò che le brecce di Famagosta fossero attaccate simultaneamente da ogni lato; inoltre i difensori dovevano essere costretti a sottrarsi al fumo denso dei falò che li soffocava e li accecava.
Dopo che questo attacco del 9 luglio fu violentemente respinto dai difensori oramai esausti, i turchi persero la testa e tentarono un quarto attacco in massa il 31 luglio, ma vennero ancora respinti dai restanti 1800 difensori veneziani e greci. Oramai non erano più possibili sortite compiute con la cavalleria, perché i cavalli erano stati mangiati, anche la farina era esaurita e la polvere da sparo si era ridotta a 7 fusti.
Marcantonio Bragadin, consapevole che la capacità di resistenza della città era quasi del tutto esaurita, alla fine si arrese alle suppliche di coloro che premevano su di lui per trattare con Lala Mustafà.
Il senatore veneziano sapeva che, a corte, i rivali del comandante turco premevano sempre più incalzanti perché ponesse finalmente termine con la vittoria ad una campagna che stava andando troppo per le lunghe. Per la conquista della fortezza i turchi pagavano un prezzo salato, 150.000 palle di cannone, almeno 52.000 morti ed enormi quantità di polvere da sparo; Bragadin sapeva pure che poteva ancora abbandonare le mura della città e ritirarsi nella cittadella per una difesa ancora più lunga.
Naturalmente il Senato veneziano aveva saggiamente deciso di non mettere a repentaglio le sue 97 galee presenti a Candia: attaccare le galee turche, che erano circa il doppio, sarebbe stato un suicidio di massa per i veneziani, anche se il battagliero governatore di Candia, Sebastiano Venier, premeva affinché la flotta della Lega Santa si muovesse per soccorrere Famagosta; di avviso contrario era però il comandante genovese di Filippo II, Gianandrea Doria.
Ma i turchi tutte queste cose non le potevano sapere, anzi pensavano che la flotta veneziana sarebbe intervenuta da un momento all’altro per tentare di rompere l’assedio.
Le convenzioni di guerra garantivano la vita alla guarnigione di una città assediata che accettasse di arrendersi: le case non dovevano essere saccheggiate, i cittadini non dovevano essere deportati e schiavizzati e la guarnigione fatta uscire con l’onore delle armi.
Una capitolazione negoziata con accortezza poteva dunque evitare ai cittadini greci di Famagosta la ripetizione dell’orrendo massacro di Nicosia.

Il 1º agosto del 1571, i veneziani consegnarono la città ai turchi. Marcantonio Bragadin era riuscito a concludere un affare soddisfacente; Lala Mustafà garantiva la vita e la libertà a tutti coloro che si trovavano dentro le mura; i cittadini greci di Famagosta potevano restare o andarsene, a loro scelta; quelli che restavano con i turchi mantenevano le loro proprietà e attività oltre alla libertà di culto; i difensori potevano tenere le armi e allontanarsi con cinque pezzi di artiglieria, accompagnati dai loro tre comandanti a cavallo, trasportati su cinquanta galee turche dirette a Candia.
In effetti i feriti e i malati furono subito trasportati a bordo delle galee turche: Bragadin era riuscito ad ottenere vantaggi maggiori degli ambasciatori Veneziani impegnati nel trattato di pace segreto con il Gran Visir Sokollu.
Il 4 agosto convocò i principali comandanti veneziani nella sua tenda. I precedenti quattro giorni dalla firma della capitolazione erano trascorsi lisci, e Bragadin uscì dalla città distrutta con l’usuale solennità, cavalcando alla testa degli ufficiali, scortato da quaranta archibugieri, indossando le vesti senatorie, sotto un ombrellino scarlatto che indicava la sua dignità.
All’inizio delle trattative Lala Mustafà era affabile e invitava i veneziani a sedergli accanto, ma ben presto cominciò a ostentare l’irritazione artefatta di chi ha deciso di rimangiarsi l’affare.
Cominciò con l’accusare il senatore veneziano di aver ucciso i prigionieri turchi durante la tregua, continuò chiedendo garanzie per il ritorno delle 40 galee turche che sarebbero andate a Creta.
Il senatore, calmo e vigile, fece osservare che quelle cose dovevano essere dette prima della firma del trattato, ma incominciò a capire che il comandante dei turchi stava tentando di provocarlo.
Le calme risposte di Bragadin e la mancanza di paura negli occhi del veneziano irritarono il turco, che chiese come garanzia per le 40 galee ottomane un giovane ragazzo di Nicosia, Antonio Querini, il cui padre era morto a Nicosia e che era riuscito a fuggire dalla capitale cipriota durante il saccheggio; Bragadin rispose, vedendo con quale cupidigia il turco guardava il giovanotto, che nessuna clausola del trattato parlava di ostaggi.
Quindi incominciò il massacro: le guardie del turco spinsero fuori malamente i comandanti veneziani, Bragadin fu incatenato e costretto ad assistere allo scempio di Astorre Baglioni, degli altri comandanti e della scorta veneziana, che furono tutti tagliati a pezzi dai soldati turchi; al senatore furono mozzate le orecchie ed il naso.
Conosciamo questi fatti solo grazie a due giovani che erano stati trasportati a Costantinopoli come schiavi e poterono raccontarli dopo la loro liberazione.
Il comandante veneziano dentro la città, Lorenzo Tiepolo, che non vedeva motivo per non fidarsi dei turchi, portò tutte le truppe alla spiaggia; qui, furono trasportate dentro le galee turche ed appena tutti i soldati furono dentro le galee vennero denudati ed incatenati ai remi. Lorenzo Tiepolo fu impiccato. Il colonnello Martinengo, comandante delle truppe di supporto del 24 gennaio 1571, impiccato per tre volte.
In ultimo, iniziò il supplizio di Bragadin; il 17 agosto fu costretto a trasportare sulla schiena enormi sacchi di terra per le batterie; ogni volta che passava davanti alla tenda del Mustafà era costretto a baciare la terra; le galee dove erano presenti i veneziani furono allineate in cerchio affinché tutti i soldati incatenati potessero vedere le torture inflitte al senatore. Fu avvolto in catene sulla cima dell'albero di una galea perché tutti potessero vederlo, quindi lo ammainarono e lo trascinarono sulla piazza cittadina dove fu messo alla berlina, affinché anche i civili greci potessero vedere “lo spettacolo”. Infine, al suono di tamburo e trombe, il senatore veneziano fu scorticato vivo: "... e lentamente staccarono dal suo corpo vivo la pelle, spogliandola in un sol pezzo, a cominciare dalla nuca e dalla schiena, e poi il volto, le braccia, il torace e tutto il resto...". La pelle riempita di paglia fu esposta a guisa di trofeo sull'antenna più alta della nave di Mustafà Pascià, dopo essere stata ridicolizzata per molti giorni.
Nel 1571, dopo la conquista, i turchi convertirono le chiese in moschee o le usarono per scopi secolari. La Cattedrale di San Nicola divenne la Moschea Lala Mustafà Paşia.

Questo massacro avrebbe forse potuto essere evitato se al comando delle truppe ci fosse stato Selim II in persona, come era sempre avvenuto con tutti i suoi predecessori. Solimano il Magnifico, padre di Selim, aveva rispettato un patto analogo riservato ai Cavalieri Ospitalieri. Ma Selim era del tutto diverso dal padre, ai disagi dell'impegno pratico preferiva le attrattive dell'harem, ed aveva dunque lasciato il comando al Gran Visir Sokolli.

Periodo britannicomodifica | modifica sorgente

Nel 1878 l'isola fu conquistata dai britannici. Negli anni successivi i britannici demolirono molti edifici per ottenere materiale per la costruzione di Porto Said e del Canale di Suez.

Indipendenza e occupazione turcamodifica | modifica sorgente

Famagosta, come tutta l'isola di Cipro ottiene l'indipendenza dal Regno Unito il 16 agosto 1960. La città nel 1974 venne attaccata e successivamente occupata dall'esercito turco durante l'invasione dell'isola da parte della Turchia e segue le sorti della parte nord di Cipro. I suoi abitanti greco-ciprioti costretti dall'esercito turco ad abbandonarla non potranno più farvi ritorno. Dopo l'invasione gran parte della città diventa zona militare e parti moderne dell'epoca vennero abbandonate, diventando una zona non accessibile, che persiste ancor oggi. Questa parte della città viene spesso descritta come una "città fantasma", rimasta come congelata nel tempo. il quartiere turistico di Varosha è stato preso da esempio dal giornalista statunitense Alan Weisman nel libro Il mondo senza di noi (The World Without Us), dove si analizzano gli effetti della scomparsa della popolazione umana. Il giornalista sostiene che tutto quanto è costruito a Vanosha, dopo 25 anni di mancata manutenzione, è ormai inutilizzabile per i gravissimi danni degli agenti atmosferici, degli animali e delle piante; d'altro canto la città dimostra come la natura e la biodiversità rinasca dopo l'intervento umano: per esempio sulla sua spiaggia nidificano infatti ormai specie di tartarughe considerate molto rare.

Influenze culturalimodifica | modifica sorgente

L'assedio e la conquista di Famagosta da parte dell'Impero Ottomano è raccontato dettagliatamente nel romanzo storico Altai del collettivo Wu Ming.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Michele Bacci, ‘Syrian, Palaiologan, and Gothic Murals in the “Nestorian” Church of Famagusta’, in: Deltion tes christianikes archaeologikes hetaireias, Atene, ser. IV, 27, 2006, 207-220.
  • Michele Bacci, "L’arte delle società miste del Levante medievale: tradizioni storiografiche a confronto", in Medioevo: arte e storia, ed. A. C. Quintavalle [proceedings of the international symposium (Parma, 18-22 September 2007)], Milano, 2008, pp. 339-54.
  • Robert Byron, La via per l'Oxiana, Adelphi, Milano, 1995, pp. 29-36 (è il resoconto di un viaggio del 1933).
  • Fabrizio Frigerio, "Une relation de 1572 sur la guerre de Chypre et la Sainte Ligue", in: Κυπριακαί Σπουδαί Studi ciprioti, Nicosia, 1980, t. 44, pp. 91-106.
  • Fabrizio Frigerio, "Un plan manuscrit inédit du XVIe siècle du port de Famagouste", in: Πρακτικά του Β Διεθνούς Κυπρολογικού Συνεδριου Atti del secondo congresso internazionale di Studi ciprioti, Nicosia, 1986, t. 2, pp. 297-302 e tavole I-XI.
  • Fabrizio Frigerio, "Un prisonnier d'État à Chypre sous la domination ottomane : Soubh-i-Ezèl à Famagouste ", in : Πρακτικά του Γ Διεθνούς Κυπρολογικού Συνέδριου Atti del terzo congresso internazionale di Studi ciprioti, Nicosia, 2001, t. 3, pp. 629-646.
  • Nestore Martinengo, Relazione di tutto il successo di Famagosta, a cura di Gigi Monello, pp. 32, Scepsi & Mattana Editori, Cagliari, 2007.
  • Gigi Monello, Accadde a Famagosta, l'assedio turco ad una fortezza veneziana ed il suo sconvolgente finale, pp. 192, tav. 10, Scepsi & Mattana Editori, Cagliari, 2006.
  • M. Walsh, P. W. Edbury e N. S. H. Coureas (editori), Medieval and Renaissance Famagusta. Studies in Architecture, Art and History, Farnham: Ashgate, 2012.

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