Germano Nicolini

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Il comandante Diavolo (al Dievel in dialetto reggiano) nel 2010

Germano Nicolini, conosciuto con il soprannome al Dievel (ossia Diavolo, tradotto dal dialetto reggiano)[1] (Fabbrico, 26 novembre 1919[2]), è un partigiano italiano.

Fu tra i protagonisti della resistenza in Emilia. Dopo la guerra fu sindaco di Correggio. Nel 1947 venne accusato ingiustamente dell'omicidio di don Umberto Pessina e fu costretto a scontare 10 anni di carcere; solo nel 1994 fu scagionato definitivamente dalla Corte d'appello di Perugia[2].

Biografiamodifica | modifica sorgente

La formazione e la partecipazione alla guerra di resistenzamodifica | modifica sorgente

Nato da numerosa famiglia contadina, di formazione cattolica, studi classici interrotti per malattia, diploma di ragionere e quindi studente Universitario alla Bocconi di Milano, durante la guerra diventa ufficiale del 3º Reggimento Carristi di Bologna.

Fatto prigioniero l'8 settembre 1943 dai tedeschi nei pressi di Tivoli dove l'unità carrista era stata distaccata nella difesa di Roma, riesce a darsi alla fuga e rientrato in Emilia partecipa alla guerra di Liberazione diventando comandante del terzo battaglione SAP della 77ª Brigata Manfredi, con il nome di battaglia "Diavolo", datogli per una fuga rocambolesca dai tedeschi[3].

Durante la guerra in Italia, partecipò a numerosi scontri con il nemico e a due battaglie in campo aperto (Fabbrico e Fosdondo) ritenute i più importanti eventi resistenziali della bassa reggiana, riportando due ferite in combattimento. Dopo la liberazione viene nominato Comandante della Piazza di Correggio, quindi ufficiale addetto ai rapporti tra il governatorato e le amministrazioni comunali della bassa reggiana dal governatore americano Adam Jannette. Egli si distinse anche per l'equilibrio e la difesa di prigionieri fascisti evitando in più occasioni tentativi di giustizia sommaria come testimoniarono alcuni di essi, ex appartenenti alla RSI, al processo di Perugia del 1947.

Segretario dell'ANPI di Correggio si distinse nell'immediato dopoguerra come pioniere della riconciliazione nazionale aprendo una mensa del reduce cui potevano accedere partigiani ed ex-fascisti che non si erano macchiati di crimini. Risponde Nicolini alla domanda "Rifarebbe oggi ciò che fece allora?" nell'intervista contenuta nel libro Volti di Libertà (di A. Fontanesi-D. Fontanesi): «Certo che lo rifarei, perché non ho nulla di cui pentirmi o vergognarmi, avendo sempre fatto il Partigiano nel più assoluto rispetto delle norme internazionali di guerra, come da trattato di Ginevra».

Il delitto di Umberto Pessinamodifica | modifica sorgente

Germano Nicolini

Finita la guerra, giovanissimo, si presentò alle elezioni con il Partito Comunista Italiano e fu eletto sindaco di Correggio con i voti favorevoli anche di alcuni consiglieri democristiani, in una zona e in un periodo ancora turbati dalle vendette e dai delitti di stampo politico.

Il 18 giugno 1946 venne ucciso il parroco di Correggio Umberto Pessina e Nicolini fu accusato del delitto insieme a Ello Ferretti e Antonio Prodi.

Due dei veri colpevoli dell'omicidio, Cesarino Catellani ed Ero Righi, si presentarono spontaneamente per confessare ma non furono creduti e vennero condannati per autocalunnia. Il testimone chiave dell'accusa, Antenore Valla, affermò più volte durante il processo che le proprie dichiarazioni gli erano state estorte e di esser stato torturato dai carabinieri del capitano Pasquale Vesce che, per la solerzia nel risolvere il caso, ottenne dal Papa la commenda pontificia dell'Ordine di San Silvestro Papa e fu promosso generale[4].

Nicolini, Ferretti e Prodi furono condannati a 22 anni di carcere e ne scontarono 10. Nel 1990, però, il caso venne riaperto su invito dell'onorevole Otello Montanari e William Gaiti, il cosiddetto "terzo uomo" che non era mai comparso nel processo del dopoguerra e che a differenza di Righi e Catellani si rifiutò di espatriare in Jugoslavia, confessò di aver preso parte all'omicidio insieme a Catellani e Righi.

Ferretti, Prodi e Nicolini furono definitivamente assolti per non aver commesso il fatto soltanto nel 1994 quando, assistiti dagli avvocati Giuliano Pisapia e Dino Felisetti vennero scagionati nel processo di revisione. I veri responsabili rimasero liberi e furono prosciolti nel 1993 in applicazione dell'amnistia emanata dal Governo Pella nel 1953 per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948.

L'ex "comandante Diavolo" è stato insignito della medaglia d'argento al valor militare.

Ancora oggi Germano Nicolini, ultranovantenne, continua a prestare la sua testimonianza degli orrori della guerra.

Il processomodifica | modifica sorgente

Il primo processo si svolse a Perugia nel 1947, spostato dalla sua sede naturale (Reggio Emilia) per legittima suspicione, dopo pressioni del Vescovo di Reggio su diversi Ministri.

Tutte le anomalie e le storture di quel processo sono riscontrabili negli atti giudiziari in gran parte pubblicati nel memoriale di Nicolini "Nessuno vuole la verità" (bibliografia).

Le interferenze esterne sui magistrati, la scomparsa di verbali, le firme sui verbali estorte con la violenza fisica e psicologica, le palesi contraddizioni, falsità, amnesie e reticenze di alcuni testimoni dell'accusa, la costante intimidazione dei testi della difesa, l'omissione e la falsità in atti d'ufficio da parte degli inquirenti, l'insabbiamento di prove fondamentali a favore dell'accusato (tra cui una fondamentale perizia dattiloscopica che venne poi eseguita dopo quasi mezzo secolo su Antenore Valla nel processo a carico di Gaiti) dimostrano come la sentenza fosse già scritta.

Infatti il Valla, testimone chiave dell'accusa, non poteva essere attendibile trovandosi all'epoca del delitto in Francia, incarcerato a Grenoble per espatrio clandestino sotto falso nome (alias Tontolini Sandro). La conferma veniva dalla perizia sulle impronte digitali contenute nel cartellino segnaletico della polizia francese e da una serie di documenti di Associazioni e Istituzioni francesi. La perizia dattiloscopica che confermava inequivocabilmente che Valla e Tontolini erano la stessa persona, effettuata da un esperto della Criminalpol e prodotta dalla difesa del Nicolini, non venne ritenuta attendibile dalla Corte ed ammessa agli atti anche a seguito dei riscontri del capitano Vesce, incaricato incredibilmente di un supplemento di indagini. Eppure a distanza di 46 anni la perizia venne rifatta durante il processo di Perugia a W. Gaiti (essendo all'epoca Valla ancora vivente) confermando quanto già era noto nel 1947 alla difesa dell'imputato e colpevolmente ignorato dalla Corte. A distanza di oltre 50 anni sono emersi documenti dall'archivio della Curia di Reggio Emilia che dimostrano come il Vescovo Socche, all'epoca grande accusatore di Nicolini, fosse stato informato da un suo sacerdote della vicenda Valla-Tontolini ma si sia ben guardato da farne menzione alle autorità giudiziarie. Il processo di Perugia nel 1947 venne condotto a senso unico con omissione, sottrazione e falsità in atti d'ufficio, false testimonianze, testimonianze palesemente contraddittorie e inattendibili, pressioni e interferenze esterne.

Scrive nella sentenza di assoluzione la Corte di Appello di Perugia: «Pertanto la Corte ritiene, in conformità a quanto sostenuto dalla difesa di Nicolini, che una serie di fattori - indagini di polizia condotte con metodi non del tutto ortodossi; lacune ed insufficienze istruttorie; una sorta di "ragion di stato di partito" che ebbe a ispirare il comportamento di alcuni uomini del PCI; una pressante quanto legittima domanda di giustizia da parte del clero locale, estrinsecatasi però in iniziative al limite dell'interferenza; interventi di autorità non istituzionali e comunque processualmente non competenti - abbia fatto sì che la legittima esigenza di individuare e punire gli autori del grave quanto gratuito fatto di sangue si risolvesse, oggettivamente, in una sorta di ricerca del colpevole a tutti i costi, dando luogo ad un grave errore giudiziario, al quale la Corte ha ritenuto ora di dover porre riparo assolvendo ampiamente gli imputati e restituendoli alla loro dignità di innocenti» (Perugia, 3 giugno 1994).

Nel novembre 2000 l'allora ministro delle Politiche Comunitarie Gianni Mattioli chiese pubblicamente perdono a Nicolini per l'operato del padre, Pubblico Ministero al processo di Perugia del 1947. Afferma in una intervista (Resto del Carlino, 28 novembre 2000): «Si voleva far condannare Nicolini che essendo cattolico e comunista, non piaceva alla gerarchia cattolica né ai vertici comunisti. Credo che (mio padre) se fosse stato vivo quando si appresero le manomissioni del materiale inquisitorio, avrebbe sofferto grandemente. Aveva molto rispetto per Germano Nicolini, al contrario della corte». Anche l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il giorno dopo la confessione di W. Gaiti, telefonò personalmente a Nicolini chiedendo scusa a nome dello Stato Italiano.

Se il Vescovo Socche influenzò pesantemente le indagini indirizzando il capitano Vesce verso l'obiettivo Nicolini e partecipando attivamente nelle diverse fasi giudiziarie, se gli inquirenti si applicarono con grande determinazione nel costruire i capi accusatori rivelatisi poi totalmente privi di fondamento, se la Corte di Perugia si dimostrò pregiudizialmente molto orientata alla condanna, un altro rilevante e fondamentale protagonista di questa ingiustizia fu sicuramente il Partito Comunista, che come venne poi dimostrato, era ai suoi vertici provinciali e poi nazionali ben consapevole dell'innocenza di Nicolini ma lo sacrificò cinicamente in nome di una "ragione politica" aberrante. Lo stesso partito che gli propose di espatriare clandestinamente in Cecoslovacchia (cosa che Nicolini rifiuterà sdegnosamente accettando il carcere pur di conservare il diritto di chiedere la revisione del processo), lo isolerà e lo terrà ai margini alla sua uscita dal carcere e fino in ultimo, almeno in una parte dei suoi dirigenti, solleciterà per il "bene del partito" una sorta di omertà tra i tanti militanti che sapevano. Posizione che la difesa di Nicolini evidenziò con chiarezza durante la revisione del processo nel 1994 anche attraverso atti e documenti. Ciò che Nicolini definì in una intervista "lo stalinismo aberrante del PCI".

La sua storia nei mediamodifica | modifica sorgente

La storia di Germano Nicolini, comandante Diavolo, è stata ripresa più volte in ambito musicale. Il Consorzio Suonatori Indipendenti lo cita in Linea Gotica, in cui è citato anche un altro personaggio simbolo della lotta antifascista: Giuseppe Dossetti (il monaco ubbidiente). I Modena City Ramblers gli hanno dedicato la canzone Al Dievel, che compare in una prima versione in La grande famiglia e in una seconda versione modificata in cui interviene come voce narrante anche lo stesso Nicolini in Appunti partigiani. In quest'ulimo disco è contenuto uno scritto di Luciano Ligabue intitolato "Il diavolo".

Nicolini Compare inoltre nel documentario Partigiani del 1997 di Davide Ferrario e Guido Chiesa: fa parte di una raccolta di testimonianze sulla guerra partigiana girato a Correggio. La vicenda giudiziaria di Germano Nicolini viene raccontata sempre da Davide Ferrario e Daniele Vicari nel documentario Comunisti del 1998. Sempre alla vicenda della morte di Don Pessina è stata dedicata, all'epoca della riapertura del caso giudiziario, una puntata della trasmissione televisiva Telefono Giallo di Corrado Augias.

La testimonianza di Nicolini è presente in Materiale resistente, documentario del 1995 diretto e girato da Davide Ferrario e Guido Chiesa. Materiale resistente è un'opera incentrata sul sentimento antifascista e sulla riscoperta dei valori etici della resistenza e che trae spunto dal concerto di Correggio del 25 aprile 1995, cui diede il suo contributo lo stesso Nicolini.

Ad una platea di ragazzi che l'accoglie sulle note di Bella Ciao il Comandante Diavolo dice:

« La vostra è una testimonianza di partecipazione per un onore che ho, sono una persona del popolo molto modesta, che ha fatto solo il suo dovere di italiano e credo che voi con questo canto, con questo entusiasmo giovanile che mi riporta a 50 anni fa quando anch'io avevo 25 anni, io credo che voi abbiate voluto ricordare tutti i partigiani, non solo i 70 caduti nella mia zona, ma tutti i partigiani d'Italia. Io non sono un cultore della musica moderna e non sono neanche un esegeta, cioè non riesco a capirla in tutta la sua profondità, sento comunque che parte dall'animo e sento che voi oggi traducete nella musica, nell'entusiasmo, nella passione, nelle sofferenze e nello spirito di lotta dei partigiani quello che noi siamo stati! Ho avuto il modo di cantare quando ero in carcere ricordando coloro che mi davano la forza di resistere, perché sapevo di essere un partigiano pulito ed onesto che meritava il rispetto del paese e non la carcerazione. La forza di resistere mi è venuta dal fatto che mi sentivo sempre l'uomo partigiano che combatteva per una causa giusta che non era terminata il 25 aprile, perché noi abbiamo combattuto per un'Italia diversa! »

Esiste anche un volume intitolato "Materiali resistenti" con testi e fotografie sulla giornata commemorativa di Correggio del 25 aprile 1995 a cura sempre di Davide Ferrario ed altri autori, edito a Bergamo nel 1995.

Onorificenzemodifica | modifica sorgente

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Ufficiale dell'Esercito, dopo l'8 settembre 1943, fuggiva dalla cattura ed entrava in formazione partigiana, a difesa della Patria invasa. Durante il lungo periodo di appartenenza alle formazioni e nelle numerose azioni di combattimento dimostrava brillanti doti di organizzatore e di comandante, sprezzante di ogni pericolo. La sua opera è stata giudicata cospicua, perché svolta in difficili condizioni, in zona di pianura costantemente controllata dal nemico. Considerato uno dei migliori combattenti della resistenza reggiana. Pianura Reggiana, 20.11.1943 - 25.4.1945" Il Ministro della Difesa Beniamino Andreatta»
— Roma, marzo 1997, Decreto del presidente della Repubblica[5]

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Il nome all'anagrafe è Germanino; cfr.: Ricompensa al valore militare per attivita' partigiana, Gazzetta Ufficiale n. 157, 8 luglio 1997. URL consultato il 25 maggio 2013.
  2. ^ a b Germano Nicolini, ANPI. URL consultato il 25 maggio 2013.
  3. ^ 'Ero in bicicletta, disarmato, in una zona che credevo sicura. I tedeschi sbucarono da un argine. Mi buttai giù e corsi zigzagando tra gli alberi, mentre quelli sparavano all'impazzata. Da una finestra due sorelle, nostre staffette, esclamarono «L'è propria al dievel» («è proprio il diavolo»)'. City (Roma) venerdì 12 dicembre 2008
  4. ^ il Corriere della Sera, articolo dell'8 dicembre 1993
  5. ^ Ricompensa al valore militare per attivita' partigiana, Gazzetta Ufficiale n. 157, 8 luglio 1997. URL consultato il 25 maggio 2013.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Frediano Sessi, Nome di battaglia: Diavolo. L'omicidio don Pessina e la persecuzione giudiziaria contro il partigiano Germano Nicolini, pp. 256, Marsilio Editori, 2000.
  • A. Fontanesi-D. Fontanesi, 'Germano Nicolini Diavolo' in "Volti della libertà" pp. 180–201 Edizioni Bertani & C., 2005.
  • Monica Barlettai, 'La resistenza del Diavolo' in "Correggesi in prima pagina" pp. 39–42 Gruppo Sportivo Correggese Editore, 2001
  • Otello Montanari "Gli innocenti" Tecnograf, 1998.
  • Massimo Storchi, "Combattere si può, vincere bisogna Reggio Emilia 1943-1946" Marsilio Editori, 1998
  • E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, "Dizionario della resistenza",pp. 889–890 Einaudi, 2000
  • Mauro Del Bue "Storia di delitti e passioni Dal triangolo rosso alle BR" Magic Books, 1995
  • M. Saccani, "Correggio 1920-1945 Il sacrificio di un popolo per la libertà e la democrazia" Nuovagrafica, 1988
  • Salvatore Fangareggi, "Germano Nicolini La dignità di un uomo" in Ricerche Storiche, anno XXVIII, n.74-75, dicembre 1994
  • Davide Ferrario et al., "Germano Nicolini e il caso don Pessina" in Materiali resistenti Stamperie Stefanoni Bergamo, 1995
  • Germano Nicolini "Nessuno vuole la verità Il processo don Pessina" Dea Cagna,1993
  • Giuliana Lusuardi et al. "Sindaco una scelta di vita dal 1945 al 1975" pp. 174–176Nero Colore,2009
  • Germano Nicolini "Non era questa l'Italia che sognavo da partigiano" in Luciana Castellina "Ribelliamoci L'alternativa va costruita" pp. 66–68 [(Aliberti Editore)], 2011
  • Germano Nicolini e Massimo Storchi "Noi sognavamo un mondo diverso", Imprimatur Editore, 2012

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