Gian Giacomo Mora

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La lapide, una volta presso la colonna, è conservata adesso al Castello sforzesco

Gian Giacomo Mora (... – Milano, 1º agosto 1630) è stato un italiano vittima delle accuse agli untori, ucciso tramite tortura.

Cittadino del Ducato di Milano, barbiere, in occasione dell'epidemia di peste che aveva colpito Milano aveva iniziato a produrre (con il consenso dei Commissari alla Sanità) un unguento che avrebbe dovuto difendere dal contagio. Molti cittadini lo comperarono e tra questi il commissario di Sanità Guglielmo Piazza che, per la sua particolare posizione si riteneva più degli altri esposto al contagio.

L'accusamodifica | modifica sorgente

Accadde però che il Piazza, veduto in atteggiamento che fu definito "sospetto" da una testimone, fu arrestato sotto l'accusa di essere un untore. Questi negò ogni addebito ma dopo lunghe sedute di estenuante tortura confessò di essere un untore e di aver ricevuto l'unguento pestifero dal Mora. Un'immediata ispezione a casa di quest'ultimo portò al ritrovamento delle varie sostanze che naturalmente il barbiere usava come lozioni per il suo lavoro ma anche di polveri e sostanze che furono ritenute sospette (soprattutto un recipiente nel retrobottega contenente acqua e una sostanza non ben identificata sul fondo che alcuni ritennero fosse secrezione di origine umana, definita nei documenti"smoiazzo di morto").

Il processo e la condannamodifica | modifica sorgente

Mora fu arrestato il 26 giugno del 1630, con l'accusa di aver prodotto un unguento che non era un rimedio contro la peste bensì un prodotto malefico e che questo sarebbe stato utilizzato da Guglielmo Piazza (dietro richiesta del Mora, presumibilmente per denaro) per diffondere il contagio. Mora negò dapprima ogni accusa ma poi, incalzato dai giudici e sottoposto a pesanti e reiterati "tormenti" finì per confessare e chiamare in correità altre persone molte delle quali furono poi condannate, come lui, alla pena capitale.

L'esecuzionemodifica | modifica sorgente

Riconosciuto quindi colpevole fu (insieme al Piazza) attanagliato con pinze roventi, gli fu mozzata la mano destra e gli vennero spezzate tutte le ossa del corpo, poi fu piegato tra i raggi di una ruota ed esposto al pubblico per sei ore dopo le quali fu finalmente ucciso mediante taglio della gola. Il suo corpo fu bruciato e le sue ceneri disperse.
La sua casa fu distrutta ed al suo posto fu eretta una colonna (chiamata "infame") che ricordava il processo e le pene inflitte ai due "untori". Sul muro dell'edificio di fronte fu applicata una lapide nella quale era riassunta la vicenda ed erano descritte le pene comminate, nei loro particolari, perché servisse da monito ai cittadini.

I nomi di Piazza e di Mora sono citati da Alessandro Manzoni nel romanzo i Promessi Sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

Sul frontespizio della sentenza con la quale Piazza, Mora e gli altri furono condannati compare come raffigurazione del principale colpevole il ritratto di un uomo chiamato Aldrui D'Orsa a noi rimasto per il resto sconosciuto, in quanto non è menzionato da nessuno di coloro che studiarono successivamente il caso.

La colonna fu abbattuta il 25 agosto 1778. Adesso, al suo posto, si trova un palazzo con una targa commemorativa tra il corso Porta Ticinese e Via Gian Giacomo Mora[1].

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ storiadimilano.it

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, Palermo, Sellerio, 1982 ISBN 978-88-389-0189-8
  • Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630, Roma, TEN, 1994 ISBN 88-7983-539-4
  • Ermanno Paccagnini, Mora Giovanni Giacomo, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 76, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 2012

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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