Guerra del Peloponneso (Tucidide)

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Guerra del Peloponneso
Titolo originale Περὶ τοῦ Πελοποννησίου πoλέμου
Thucydides Manuscript.jpg
Una pagina di un manoscritto dell'Ottocento
Autore Tucidide
1ª ed. originale V secolo a.C.
Genere saggio
Lingua originale greco antico

La Guerra del Peloponneso (in greco antico Περὶ τοῦ Πελοποννησίου πoλέμου, traslitterato in Perì tu Peloponnēsìu polèmu) è un'opera di Tucidide sulla guerra del Peloponneso, scritta dallo storico greco nel periodo di permanenza ad Atene.

Il titolo dell'opera e la divisione in otto libri, realizzate dai bibliotecari alessandrini, sono entrambe posteriori. Infatti all'opera viene attribuito anche il titolo di Storie, come quelle di Erodoto.

Descrizionemodifica | modifica sorgente

L'opera è un profondo e analitico resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. Sparta ed Atene per il predominio sulla Grecia.

I libri comprendono tre fasi precise del conflitto (e il I libro comprende un excursus sul cinquantennio di pace -Pentecontaetia- che precedette il conflitto diretto): lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C. (anno della pace stipulata dall'uomo politico e generale ateniese Nicia); la sventurata spedizione ateniese in Sicilia iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo; ed infine la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C.

Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra (404 a.C.).

Epitaffio di Periclemodifica | modifica sorgente

Anche se normalmente l'epitaffio è un luogo dove si raggruppano molti topoi retorici, data la grande quantità di epitaffi a noi giunti, possiamo notare che quello Tucidideo rispecchia sì lo schema tipico dell'orazione funebre, ma introduce anche molti elementi innovativi assolutamente originali. Al capitolo 34 spiega con attenzione come avviene il rituale del funerale pubblico, e segue a questo il celeberrimo discorso di Pericle.

Antefattomodifica | modifica sorgente

Nel 431 a.C., in seguito all'invasione del territorio ateniese da parte del re spartano Archidamo II, ha inizio la trentennale guerra del Peloponneso. Alla fine del primo anno di guerra, che si è concluso senza sostanziali mutamenti, gli Ateniesi organizzano le esequie ufficiali per i caduti, che prevedono un discorso funebre, detto epitafios, destinato ad essere pronunciato da parte di un uomo designato dalla città, che goda di particolare prestigio.

Il discorso pericleo non è una semplice celebrazione formale degli ateniesi morti, ma dall'occasione particolare Pericle passa subito ad un'analisi più generale della città e del suo sistema politico, così che le parole dello statista finiscono per risultare un vero e proprio manifesto della democrazia ateniese.

La formamodifica | modifica sorgente

Classico exordium per un Epilation, che spesso infatti iniziano indirettamente, concentra dentro di sé un numero elevato di topoi retorici tipici, come l'evidente affettazione di modestia. In questo caso, ad esempio, si risolve nel topos dell'inadeguatezza dell'oratore, che si trova in difficoltà per dover rendere conto da solo del valore di molti, che hanno agito con i fatti. Si riscontra così la contrapposizione di erga e logoi (i "fatti" e i "discorsi", dal greco), che fa da fulcro per quasi tutta l'orazione. Erga e logoi sono d'altra parte alla base della politica nel mondo antico, sono gli elementi fondamentali dell'epica, sono gli argomenti centrali nella ricerca storiografica dell'epoca. Poi è altrettanto evidente l'altra contrapposizione topica uno/molti, cioè l'oratore si sente inadeguato, da solo, con le parole, a rendere la grandezza dei fatti compiuti da molti, Rientrando anche questo nel topos dell'affettazione di modestia. In Lisia per esempio ricompare simile la stessa questione, in questo caso come inadeguatezza rispetto alla grandezza delle gesta degli eroi che devono essere esaltati; nel Panegirico di Isocrate è l'inadeguatezza dell'oratore quando già molti prima di lui hanno trattato lo stesso argomento, la difficoltà quindi di riuscire a superare tutti gli altri oratori sullo stesso argomento.

La seconda parte dell'exordium permette di vedere un pubblico eterogeneo, diviso fra chi sono benevoli dei caduti e quindi dell'orazione per questi (e chiaramente nei confronti dell'oratore) e coloro i quali sono invece invidiosi, meschini, che credono che quando qualcuno parli troppo bene dei caduti per la patria stia esagerando. Per cui il proemio lascia trasparire una popolazione divisa nei confronti della guerra, non priva di tensioni interne, non idilliaca ed unanime nel celebrare i propri caduti. Il compito del politico diventa quindi, a detta di Pericle, quello di superare le divisioni, con la speranza di creare invece una unanimità, così come quello dell'oratore è andare incontro alle diverse aspettative del pubblico per risolverle.

Capitolo 36modifica | modifica sorgente

Testa di Tucidide

Questo epitaffio inizia prendendo le distanza dalla convenzione. Una preterizione, infatti, riduce drasticamente il contenuto dell'orazione: Pericle non vuole parlare del valore degli antenati, dandolo per scontato nell'ascoltatore. Riferimenti del genere erano una parte sempre presente negli epitaffi, tanto che l'Epitaffio di Lisia parte persino dalla lotta di Teseo contro le Amazzoni, dei Sette contro Tebe, una glorificazione del passato a partire da quello mitico. Pericle dice invece che, anche se è giusto tributare l'onore agli antenati, lui non vorrà parlarne.

Con velocità tocca inoltre il tema dell'autoctonia degli ateniesi, che è diffusamente espresso nella arcaiologhia, dopo il proemio dell'opera. Tale tema è fra i tòpoi tradizionali nell'esaltazione di Atene perché la mette immediatamente in contrasto con Sparta, non autoctona, che era risaputo dovesse le sue origini alla migrazione Dorica e alla stratificazione di popolazioni che si era creata. Il motivo dell'autoctonia ritorna spesso in molti testi, come nel Menesseno di Platone, altro epitaffio funebre, in cui viene usata per provare la nobiltà dei caduti, dicendo che essi discendono dagli antichi nobili che da sempre hanno abitato Atene, oppure sempre in Platone l'isonomia ateniese viene ricondotta alla isogonia, alla cioè comune nascita. In questo epitaffio viene creata una connessione fra autoctonia e libertà: gli ateniesi non hanno mai dovuto liberarsi da una oppressione oppure avere legami di secondarietà con una madre patria e sono così da sempre più liberi, non hanno mai subito invasioni e quindi, mai sottomessi, sanno cos'è la libertà. Si può notare un capovolgimento della Laudatio temporis acti, che viene solo abbozzata, e si dice che i nostri padri sono ancora meglio dei nostri antenati, e noi stessi siamo più valorosi dei nostri padri. Non c'è l'idea conservatrice che ci sia una continua degenerazione e decadenza da un passato mitico ad un presente assolutamente negativo, tipica concezione dei greci: questo pessimismo (che si può trovare con evidenza nel mito delle cinque età di Esiodo) era legato al mito orientale dell'età in decadenza; nella mente greca antica non troviamo con facilità una ideologia che creda in un progresso positivo, bensì teorie conservatrici per le quali il passato è sempre meglio del presente, degrado e degenerazione dei tempi antichi. Concezione tra l'altro quasi naturalistica, che considera la storia come un organismo che lentamente invecchia e degenera. Evidentemente la democrazia introduce degli elementi diversi, ottimisti, progressisti: ed effettivamente emerge da Pericle l'idea per la quale i loro antenati sono sì degni di lode, ma la massima espansione dell'impero la si deve ai contemporanei (idea che ben si adattava all'imperialismo ateniese promosso da Pericle stesso). Più avanti nell'opera Tucidide dirà che Pericle ci aveva visto giusto, che stava muovendosi politicamente bene, che ci si sarebbe dovuti fermare lì, al massimo dell'espansione dell'impero. Pericle non voleva fare opere avventurose, andare oltre, voleva mantenere l'impero così come era in quel momento, sono stati i legislatori successivi ad avventare spedizioni rischiose come la spedizione (fallimentare) in Sicilia.

L'autarcheia è l'ennesimo tòpos che vediamo comparire. L'autarcheia ateniese, è il credere che Atene sia perfettamente autosufficiente che non ha bisogno di materie prime e introiti esterni a sé stessa (il concetto, prima di tutto economico, diventerà solo in seguito filosofico, l'autarcheia cioè del filosofo che non ha bisogno di nessun bene materiale). Cosa assolutamente non vera, dobbiamo ricordare, poiché la sussistenza di Atene era sulle spalle delle importazioni di grano e cereali dal mar Nero. Anzi, è proprio perché non è autosufficiente e perché dipende dal commercio di cereali che deve assolutamente avere il controllo sulle coste, muovendo così guerra per l'egemonia a Sparta (si dice che la stessa guerra di Troia, dal punto di vista storico, avvenne proprio per lo stesso motivo, il controllo cioè degli stretti fra il mare Egeo e il mar Nero).

Cita giusto in poche parole le guerre Persiane (tema di solito molto sfruttato ancora una volta per elogiare Atene) volutamente, allontanandosi dalla topica consueta, presentandole come delle guerre difensive, non come una guerra imperialistica (bisogna ricordare che molte città elleniche erano più che favorevoli alla Persia, e che avrebbero accettato volentieri un compromesso, ma che fu Atene a sostenere la necessità di una guerra, proprio per difendere i propri traffici marittimi; Sparta convenne per una guerra difensiva e schierò l'esercito sull'istmo di Corinto, ma per Atene questo non era vantaggioso, quindi convinse Sparta a mandare un manipolo di soldati alle Termopili. Tale decisione, tuttavia, si rivelò una disfatta e Atene venne presa e saccheggiata). Atene deve ovviamente mantenere vivo il ricordo del pericolo che la Persia fu per la Grecia, senza il quale la lega Delio-Attica sarebbe stata inutile, dopo la sconfitta di Serse. Per questo si era creato questo mito dell'Atene che aveva salvato l'Ellade dai barbari, e con questo anche tutta la fioritura retorica sulla contrapposizione greci/barbari. Qui Pericle non cade nella banalità e cita soltanto questo tòpos, dandolo per scontato, e forse troppo fazioso e rischioso da esporre in questo momento delicato.

Il capitolo 26 del V libromodifica | modifica sorgente

Al capitolo 26 del quinto libro si nota una brusca ripresa del nome dell'autore, seguita poi da una prima persona singolare non spiegabile (il cosiddetto "secondo proemio"): "Anche la narrazione di questi avvenimenti è stata composta dallo stesso Tucidide d'Atene, seguendo l'ordine del loro reale svolgimento, uno dopo l'altro, per estati e inverni, finché gli Spartani con gli alleati a fianco umiliarono la potenza ateniese e invasero le Lunghe Mura con il Pireo. [...] Giacché serbo un ricordo personale, d'aver sentito sempre, dallo scoppio della guerra fino al suo termine, più d'uno asserire che la sua durata doveva essere di tre volte nove anni. L'ho vissuta intera, stagione dopo stagione, maturo d'anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza. Mi toccarono inoltre venti anni d'esilio dalla mia patria..." [1]: molti commentatori antichi (ad esempio Marcellino e Timeo di Tauromenio) non si sono curati di questo forte stacco, utilizzando persino l'affermazione sui vent'anni di esilio dal 423 a. C. per stilare le biografie di Tucidide. Eppure l'eventualità dell'esilio porta non pochi problemi nella ricostruzione della vita dell'autore: Aristotele, ad esempio, attesta che Tucidide aveva assistito al processo contro Antifonte nel 411 a. C., ben prima della fine dei supposti vent'anni; bisogna però considerare che dopo il disastro in Sicilia fu concessa un'amnistia generale nel 413, e di questa avrebbe potuto beneficiare anche Tucidide. Per risolvere questo problema, il filologo classico Luciano Canfora ha ipotizzato che a scrivere in V,26 non sia Tucidide, ma il redattore delle sue opere che, dopo la morte dell'autore avrebbe pubblicato i suoi lavori. E secondo la versione riportataci da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi (It is said, also, that he [Senofonte] secretly got possession of the books of Thucydides, which were previously unknown, and himself published them. [...]) [2], il redattore in questione sarebbe Senofonte, al quale sarebbe quindi da riferire la notizia dell'esilio; si spiegherebbe così anche l'interruzione nell'VIII libro e la mancanza del racconto degli ultimi anni della guerra, considerando dunque parte delle Elleniche di Senofonte (1-2, 3, 10) come materiale tucidideo, che in effetti mostra delle discrepanze rispetto al resto dell'opera.

Traduzioni in italianomodifica | modifica sorgente

  • 1974, Garzanti, Savino E.
  • 1979, Guanda, (traduttore non specificato)
  • 1984, Rusconi, Moggi M.
  • 1952, Mondadori, Annibaletto L.
  • 1986, Laterza, Canfora L.
  • 1996, Einaudi, Canfora L.
  • 1996, Newton & Compton, Sgroj Pietro
  • 2008, BUR, Moreschini C., Ferrari F., Daverio Rocchi G.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Tucidide > La guerra del Peloponneso 5/1
  2. ^ Diogenes Laertius Lives of the Philosophers: Xenophon, translated by C.D. Yonge

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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