Affare Telekom Serbia

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Con il nome giornalistico di Affare Telekom Serbia si intende la vicenda giudiziaria che riguarda l'acquisto di azioni dell'azienda telefonica Telekom Serbia da parte di Telecom Italia. Secondo la ricostruzione basata sulle dichiarazioni del faccendiere svizzero Igor Marini, nel corso di tale compravendita sarebbero state pagate delle tangenti ad esponenti del centrosinistra, tra le quali una supposta tangente di 125 000 dollari versata a Romano Prodi e Lamberto Dini. Tali accuse si rivelarono totalmente infondate e le prove chiave prodotte a loro supporto si rivelarono dei falsi. La commissione parlamentare istituita da Parlamento per fare luce sugli eventi durante il Governo Berlusconi II e presieduta da Enzo Trantino, non formulò alcuna accusa diretta e non presentò al Parlamento la relazione finale. Nel 2005 l'indagine della Procura di Torino aperta nel 2001 sui vertici di Telecom del 1997 venne archiviata.

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Durante il governo Prodi I nel 1997, Telecom Italia (all'epoca controllata per il 61% dal Ministero del Tesoro) acquistò il 29% di Telekom Serbia, l'operatore nazionale serbo di telefonia fissa ma anche editore della Televisione pubblica, ad un prezzo pattuito di circa 893 milioni di marchi (pari a 878 miliardi di lire e ad oltre 453 milioni di euro).

Il 16 febbraio 2001, il quotidiano la Repubblica titolò in prima pagina: «Le tangenti di Milosevic-Telecom in Serbia: il protocollo segreto tra Roma e Belgrado». Scoppiarono violente polemiche, anche perché erano vicine le elezioni politiche. Sebbene l'accordo fosse avvenuto all'interno di un piano di espansione che aveva portato Telecom ad acquisizioni in diverse nazioni, in seguito all'elezione di una nuova maggioranza di governo la vicenda e il suo relativo sviluppo suscitarono l'interesse del Parlamento. La coalizione guidata da Silvio Berlusconi decise di istituire una Commissione d'inchiesta dedicata al caso[1]. Il centrosinistra rinnegò sempre la liceità della commissione, definendola uno strumento di propaganda, fino ad abbandonarne i lavori[2].

Secondo quanto regolavano le procedure in vigore fra le società a partecipazione statale e il ministero del Tesoro, la Telecom non aveva bisogno d'informare o di attendere autorizzazioni e poteva stabilire simili accordi di compravendita in autonomia, il che escluderebbe un ruolo di Romano Prodi nella vicenda. Questo sistema era stato predisposto dal ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi in vista delle privatizzazioni che il governo aveva programmato, per meglio garantire i mercati da interferenze di tipo politico. D'altro canto, non è emerso alcun provvedimento attestante il "non obbligo" da parte delle società partecipate di informare il ministero del Tesoro, mentre finché tali società erano controllate dall'IRI tale obbligo esisteva.non chiaro Dopo pochi mesi dall'accordo in Serbia, per la Telecom iniziò il processo di collocamento nel mercato di gran parte delle quote pubbliche.

La svalutazione delle quote di Telekom Serbia succedutasi nel tempo è una delle accuse che vennero mosse ai responsabili dell'operazione, dato che questo avrebbe comportato una perdita per lo Stato stimabile nella differenza fra l'acquisizione del 1997 e la vendita effettuata nel 2003 (per un importo di 193 milioni di euro). Le azioni del Tesoro vennero collocate mentre in Borsa il titolo cresceva, e la quota posseduta di Telekom Serbia iniziò a perdere valore quando lo Stato era in possesso di solo il 5% delle azioni. Evidente causa della perdita di valore dell'investimento (il cui controvalore venne confermato nei controlli effettuati all'atto della privatizzazione). Quella stessa quota supervalutata di Telekom Serbia, sarà poi rivenduta allo stesso governo di Belgrado (senza Milosevic) per poco più di 300 miliardi, e cioè un terzo della somma a suo tempo versata, con una perdita di circa 600 miliardi.

I vertici di Telecom, al pari di quelli di altre aziende europee (tra cui la compagnia telefonica greca OTE che era intenzionata ad entrare nell'affare acquistando il 20% di Telecom Serbia dalla quota del 49% rilevata da Telecom) hanno potuto e sono voluti entrare in una situazione che vedeva una Serbia, uscente da un conflitto con la Bosnia, da diversi mesi liberata dall'embargo, revocato dall'ONU, e dalle direttive della Comunità Europea, così potenzialmente aperta agli investimenti dall'estero. L'accusa più pesante, tuttavia, fu quella di aver ricevuto tangenti dal presidente serbo Slobodan Milosevic per finanziare la ricostruzione del Paese.

Dalle dichiarazioni del faccendiere svizzero Igor Marini, vero nome Igor Zalewsky (ex attore e stuntman, sedicente conte, a volte citato come pescivendolo o operaio, noto precedentemente nella cronaca rosa per essere stato per alcuni anni il marito dell'attrice Isabel Russinova[3] ed infine condannato a cinque anni di carcere per calunnia aggravata ai danni di un magistrato romano[4]) la commissione parlamentare incaricata ricostruì una vicenda di tangenti pagate ad esponenti del centrosinistra. In primo tempo Igor Marini fece i nomi di Romano Prodi, Piero Fassino, Lamberto Dini, che si sarebbero nascosti dietro gli pseudonimi di "Mortadella", "Cicogna" e "Ranocchio", e li accusò anche di essere i mandanti di un tentato omicidio a suo danno[5]. Successivamente il faccendiere coinvolse anche Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Clemente Mastella; quest'ultimo, all'epoca dei fatti, non era membro del governo Prodi I, ma ne era all'opposizione[6]. Tra gli altri Marini chiamò in causa anche la moglie di Dini, Donatella Dini, e i Cardinali Camillo Ruini e Carlo Maria Martini[7]. Le notizie vennero fortemente rilanciate da una parte dei media e dallo stesso Berlusconi, che affermò: «La vicenda Telekom Serbia è tutta una tangente[8]».

Il punto di svolta nell'inchiesta avvenne con il viaggio a Lugano di una delegazione incaricata dalla commissione parlamentare d'inchiesta composta da due deputati, due funzionari di polizia, un magistrato-consulente e lo stesso Igor Marini. La delegazione doveva verificare l'esistenza dei documenti di cui aveva parlato il teste, che non furono trovati. Inoltre le autorità elvetiche non erano state opportunamente informate di quel viaggio, tanto che la delegazione fu fermata dalla polizia e trattenuta con l'accusa di «atti compiuti senza autorizzazione per conto di uno Stato estero» e per «spionaggio economico» secondo gli articoli 271 e 273 del codice penale elvetico. Dopo cinque ore di interrogatorio furono tutti rilasciati ad eccezione del solo Marini[9].

In seguito a questo evento il teste venne dimostrato essere non credibile, le sue dichiarazioni si rivelarono delle calunnie e vennero completamente smentite dalla magistratura. La prove chiave delle sue accuse, due ordini di versamento, si rivelano dei falsi, come mostrato anche dall'inchiesta del settimanale L'Espresso[10] e del quotidiano la Repubblica. La commissione parlamentare non formulò alcuna accusa diretta e non presentò al Parlamento la relazione finale, come le imponeva la legge istitutiva (l. 99/2002). Il 21 aprile 2006, Maurizio De Simone, Giovanni Romanazzi e Antonio Volpe, tre dei testimoni chiave che avevano procurato alla commissione di inchiesta alcuni documenti relativi, tra le altre cose, ad una supposta tangente di 125.000 dollari versata a Prodi e Dini, vengono rinviati a giudizio per calunnia aggravata con l'accusa di aver fabbricato delle prove false.

Al termine della vicenda, ci furono ancora strascichi di polemiche tra maggioranza e opposizione: i primi dissero che la commissione aveva, comunque, accertato le responsabilità politiche del governo Prodi per aver "finanziato una dittatura" e gli ultimi affermarono che la commissione aveva prodotto solo un castello di menzogne per screditare Prodi e l'opposizione. Piero Fassino arrivò ad accusare palazzo Chigi di essere il mandante di Igor Marini e per questo fu anche querelato per calunnia da Silvio Berlusconi richiedendo un risarcimento di 15 milioni di euro, tuttavia il procedimento per calunnia finì con il proscioglimento di Fassino[11].

Il 7 maggio 2005 il GUP della Procura di Torino Francesco Gianfrotta archiviò l'indagine aperta nel 2001 sui vertici di Telecom del '97 (Tomaso Tommasi di Vignano e Giuseppe Gerarduzzi). Dalla richiesta di archiviazione emerge un particolare (non penalmente rilevante) che investe direttamente l'On. Italo Bocchino, membro della commissione parlamentare d'inchiesta. Nel 2001, Bocchino ricevette dalla "Finbroker", società finanziaria con sede a San Marino, 2 miliardi e 400 milioni di lire per il quotidiano napoletano Roma (del quale l'On. Bocchino è editore[12]). Quel denaro proveniva dai 14 miliardi di lire in contanti che erano stati percepiti dal conte Gianni Vitali per la sua mediazione nell'affare Telekom Serbia.[13]

Il 20 settembre 2010 Igor Marini[14] viene arrestato dai carabinieri di Torino che eseguono un ordine di carcerazione spiccato dal tribunale di quel capoluogo in esecuzione di una condanna a cinque anni per calunnia ai danni del magistrato romano dott.ssa Maria Bice Barborini, il magistrato che lo aveva interrogato nel 2003[15].

Il 10 novembre 2011, il tribunale di Roma ha condannato Marini a dieci anni per il cosiddetto affare Telekom Serbia, per reati che vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione di documentazione falsa e contraffatta a diversi episodi di calunnia, con risarcimento dei danni a Francesco Rutelli, Donatella e Lamberto Dini, Walter Veltroni, Piero Fassino, Clemente Mastella e Romano Prodi, all'epoca dei fatti premier.[16]

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  1. ^ Legge 21 maggio 2002, n. 99, Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Telekom-Serbia.
  2. ^ Telekom, il centrosinistra lascia la Commissione
  3. ^ Ecco le carte del "Conte Igor" tra denunce, debiti e stangate, articolo di "La Repubblica", del 20 maggio 2003
  4. ^ La Repubblica, 20 settembre 2010
  5. ^ Corriere, 7 agosto 2003, Repubblica, 8 maggio 2003
  6. ^ Repubblica, 22 agosto 2003
  7. ^ Reuters
  8. ^ Silvio Berlusconi nella trasmissione Porta a Porta il 22 maggio 2003
  9. ^ Telekom Serbia, arrestato Marini due deputati indagati a Lugano, articolo di "La Repubblica", del 9 maggio 2003]
  10. ^ L'Espresso
  11. ^ Repubblica, 30 gennaio 2004
  12. ^ Bocchino evoca i verbali e nel Pdl è bufera «Come poteva sapere?»
  13. ^ Telekom Serbia, soldi a Bocchino - Repubblica.it » Ricerca
  14. ^ http://torino.repubblica.it/images/2010/09/20/113208387-08ace714-1b05-4912-bc28-299a08e83481.jpg
  15. ^ Fonte: La Repubblica, 20.09.2010, "Scandalo Telekom Serbia: Marini in manette per calunnia"
  16. ^ La Repubblica, 10 novembre 2011.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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