Il Pecorone

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il Pecorone è una raccolta di cinquanta novelle scritte da un non meglio identificato ser Giovanni Fiorentino tra il 1378 e 1385.

L'opera è conservata in tre manoscritti: il Laurenziano Rediano 161 databile al XVI secolo, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, il codice 85 della Biblioteca Trivulziana di Milano e il codice magliabechiano II.IV.139 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, del XV secolo.

L'A. afferma a chiare lettere nel prologo di aver iniziato a comporre l'opera nel periodo del tumulto dei Ciompi, 1378, e fu quasi sicuramente terminata nei dieci anni seguenti come infatti risulta dalla datazione più tarda che è possibile ricavare dalle stesse novelle e quindi non oltre il 1385.

La prima edizione della quale si ha notizia risale al 1558 ed è da attribuire a Lodovico Dominichi [1] che fece diverse modifiche sia sul piano linguistico che su quello formale.

Tramamodifica | modifica sorgente

Il testo contiene cinquanta novelle suddivise in venticinque giornate introdotte da un Proemio e racchiuse in una cornice.

I protagonisti sono Saturnina, una giovane e bella suora di un convento di Forlì e Auretto, un giovane di Firenze, «savio, sentito e costumato e ben pratico di ogni cosa» che per conoscerla, avendone sentito lodare la fama, si fa frate e diventa cappellano nel monastero dove è rinchiusa la giovane. I due si innamorano e, per potersi almeno vedere, si mettono d'accordo per ritrovarsi ogni giorno ad una data ora in parlatorio dove, per consolarsi e cercare di frenare il loro ardente amore, si raccontano una novella. Alla fine di ogni novella, e alla fine quindi di ogni giornata, i due giovani, alternativamente, pronunciano una canzonetta o ballata. La raccolta si chiude poi definitivamente con un sonetto che ha la funzione di epilogo.

La narrazione, come scrive Enzo Esposito[2], è «contrassegnata ancora da atteggiamenti ed esiti propri del modulo letterario nominato "locutio brevis" dalle "artes dictandi"».

Originemodifica | modifica sorgente

Chiara è l'influenza del Decamerone di Giovanni Boccaccio oltre alla Gemma ecclesiastica di Giraldus Cambrensis, il Dolopathos, il Libro dei sette Savi, La legenda aurea e, per quanto riguarda i riferimenti di carattere storico, la Nova Cronica di Giovanni Villani.
Buona parte delle novelle, a partire dall'VII giornata sono infatti dei veri e propri rifacimenti della "Cronaca" del Villani. In certe novelle non sono poi estranei i legami con certe fonti popolari, i fabliaux e ancora alcuni avvenimenti di cronaca contemporanea che traggono ispirazione da alcuni personaggi di allora.

Nelle Novelle di Giovanni Sercambi, la novella IX del Pecorone è riecheggiata nella LXXXVIII, mentre quella di Giannetto, conosciuta attraverso la rielaborazione di William Painter, sarà ripresa ne Il mercante di Vedreavnezia da William Shakespeare [3].

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Lodovico Dominichi, Il Pecorone, appresso di Giovanni Antonio de gli Antonii, Milano, 1558
  2. ^ Il Pecorone, ed. critica a cura di E. Esposito, Longo, Ravenna, 1974
  3. ^ The Merchant of Venice, prefato da il Giannetto di ser Giovanni Fiorentino, Myricae edizioni, Milano 2009

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • E. Esposito, Ser Giovanni Fiorentino, Il Pecorone, in appendice i "sonetti di donne antiche innamorate" del ms. II, II, 40 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Ravenna, Longo, 1974, in part. pp. 571-572
  • P. Stoppelli, Malizia Barattone (Giovanni di Firenze) autore del "Pecorone", in Filologia e Critica, II, 1, in part. pp. 12-13, n. 33
  • Ser Giovanni, Il Pecorone, a cura di Enzo Esposito, Collana: Classici italiani minori, Longo, 1974

Voci correlatemodifica | modifica sorgente








Creative Commons License