In nome della legge

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In nome della legge
In nome della legge (film).JPG
una scena del film
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1948
Durata 99 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico, poliziesco
Regia Pietro Germi
Soggetto Giuseppe Mangione
Sceneggiatura Giuseppe Mangione, Tullio Pinelli, Pietro Germi, Aldo Bizzarri, Federico Fellini, Mario Monicelli
Produttore Luigi Rovere
Casa di produzione Lux Film- Rovere Film
Distribuzione (Italia) Lux Film
Fotografia Leonida Barboni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Gino Morici
Interpreti e personaggi
Premi

In nome della legge è un film del 1948 diretto da Pietro Germi, girato a Sciacca, tratto dal romanzo Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, vincitore di tre Nastri d'argento, fra cui uno speciale al regista.

Tramamodifica | modifica sorgente

Sicilia, 1948: un giovane magistrato di Palermo viene inviato come pretore a Capodarso (Barrafranca nella realtà), paesino siciliano e, per amore della giustizia e della legalità, si trova costretto a combattere contro varie ingiustizie sociali. Il suo zelo lo porterà a scontrarsi contro un notabile, il barone Lo Vasto e contro la mafia, rappresentata dal massaro Turi Passalacqua e dai suoi uomini. Tutto ciò contornato da una realtà omertosa e fortemente diffidente che non fa che ostacolare il suo lavoro. Solo contro tutti, appoggiato unicamente dal maresciallo della locale Stazione Carabinieri e dal giovane amico Paolino (la cui barbara uccisione lo convincerà a rinunciare alle dimissioni appena presentate), condurrà fino alla fine la sua battaglia che consiste non solo nell’applicare la legge ma anche nell’insegnarne il valore.

Criticamodifica | modifica sorgente

Per il Dizionario Mereghetti si tratta di «un'opera accattivante nella sua spettacolarità ma molto ambigua dal punto di vista ideologico».[1] Per il Dizionario Morandini è un «vigoroso, qua e là affascinante film d'azione anche se sociologicamente poco attendibile», anticipatore del cinema civile degli anni sessanta e «primo western del cinema italiano postbellico».[2]

Un western italianomodifica | modifica sorgente

All'uscita, com'era accaduto per il precedente Gioventù perduta, il confronto critico sul film di Germi s'incentrò sulla sua più o meno convinta adesione al "programma ideologico ed estetico del neorealismo".[3] Vi fu così chi lo criticò per il cedimento alle "convenzioni dello spettacolo cinematografico",[4] e chi lo definì il film "... più giusto, più organizzato di questi anni... [non avendo mai permesso] che l'inchiesta, la questione morale, il reportage prevalessero sul racconto."[5]

In particolare da parte dei secondi, si sottolinearono "i punti di contatto" del film verso il western.[6] Nella sua monografia su Pietro Germi, Mario Sesti individua in Sfida infernale di John Ford "il riferimento più probabile del genere originario: nella recitazione di Girotti (che sembra proprio rifare Henry Fonda negli sguardi fissi e muti, quasi ipnotici, con i quali sfida i suoi nemici nel bar tabacchi) e nell'uso scenografico di una comunità e del suo villaggio, isolati dalla natura e dal deserto, che è assai vicino al modello scenografico della Tombstone di John Ford."[7] Ma continui sono i riferimenti; dall'arrivo del pretore nella stanzioncina deserta, "degna di Yuma o di Hadleyville",[8] ai "mafiosi a cavallo che si stagliano contro cieli siciliani sulle alture, come le tribù indiane" dei film di Anthony Mann.[9]

Il finalemodifica | modifica sorgente

L'"ambiguità"[10] di un finale in cui il pretore stringe un patto di lealtà con la banda del mafioso Passalacqua, "... di una concezione romantica e, certo, discutibile del fenomeno mafioso"[11] furono sottolineate da diverse parti,[12][13] per quanto questi caratteri nel film fossero meno marcati che nel racconto di Giuseppe Guido Lo Schiavo da cui era stato tratto il soggetto. Anche Leonardo Sciascia rimproverò al regista di aver ricavato un film da un testo che accreditava un'immagine della mafia, ispirata da una profonda vocazione alla giustizia.[14]

Incassimodifica | modifica sorgente

Nella stagione 1948-49, il film incassò 401 milioni di lire, classificandosi al terzo posto per le maggiori entrate, dopo Fabiola di Alessandro Blasetti e La sepolta viva di Guido Brignone.[15]

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 9788860731869 p. 1471
  2. ^ Il Morandini - Dizionario dei Film 2000. Bologna, Zanichelli editore, 1999. ISBN 8808021890 p. 641
  3. ^ Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi, Baldini&Castoldi, Milano, 2007
  4. ^ Luigi Chiarini, Panorama del cinema contemporaneo 1954-57, Roma, 1957
  5. ^ Ennio Flaiano, Il mondo n. 9, 16 aprile 1949
  6. ^ Guido Aristarco, Cinema, n. 13, 1949
  7. ^ Mario Sesti, cit., pag. 169
  8. ^ Valerio Caprara, in Pietro Germi e la Sicilia
  9. ^ Guido Fink, Distanze di sicurezza: cinema americano e cinema italiano in Storia del cinema italiano, Marsilio. Edizioni Bianco&Nero, Venezia.
  10. ^ Mario Sesti, cit.;
  11. ^ Mario Sesti, cit.;
  12. ^ Carlo Doglio, Cinema, n. 21, 1949
  13. ^ "... la norma della mafia riconoscerà il suo errore, in un dolciastro finale deamicisiano, che sottrae al film quelle pagine che potevano essere le sue più alte e necessarie". Mario Gromo, Film visti. Dai Lumière al Cinerama, Edizioni Bianco&Nero, Roma, 1957
  14. ^ La Sicilia nel cinema, in La corda pazza, Einaudi, Torino, 1982
  15. ^ Documenti a cura di Veronica Pravadelli, in Storia del cinema italiano cit.;

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

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