Inflazione

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Tasso di inflazione nei diversi paesi nel 2010

In economia il termine inflazione indica un generale e continuo aumento dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta.[1][2]

L'inflazione derivante dall'aumento dei prezzi delle materie prime o dall'aumento dei prezzi dei prodotti agricoli è definita agflazione.

Con l'innalzamento dei prezzi, ogni unità monetaria potrà comprare meno beni e servizi, conseguentemente l'inflazione è anche un'erosione del potere d'acquisto.[3][4]

Indice

In economia modifica

L'inflazione può avere diverse cause, e non c'è completo accordo su quale sia quella che influisce di più. L'aumento dell'offerta di moneta superiore all'aumento della produzione di beni e servizi, stimolando la domanda di beni e servizi e gli investimenti in assenza di un corrispondente aumento dell'offerta è considerata una causa dell'aumento dei prezzi[5].
Secondo John Maynard Keynes l'inflazione dipende dalla domanda, che però può crescere a prescindere dalla quantità di moneta immessa se ci si trova in una situazione di piena occupazione, in cui quindi la domanda cresce per la crescita dei salari[5].
Altre cause sono l'aumento dei prezzi dei beni importati, l'aumento del costo dei fattori produttivi e dei beni intermedi, in seguito all'aumento della domanda o per altre ragioni.

L'aumento del livello generale dei prezzi determina una perdita di potere d'acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si può cioè acquistare una minore quantità di beni e servizi. A titolo esemplificativo, 1 lira italiana del 1861 (la lira coniata al momento della proclamazione del Regno d'Italia) equivale ad oltre 6 000 lire del 1999, ad oltre 3 euro del 2006 e 5,17 del 2012[6].

L'incremento del livello generale dei prezzi espresso in termini percentuali è il tasso d'inflazione. L'inflazione ha effetti positivi e negativi. L'attuale Economia Mainstream considera una quantità moderata di inflazione positiva.
Ad esempio la banca centrale Europea si pone come obiettivo un'inflazione che non superi il 2%[7]. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale ritiene che questo limite possa essere innalzato al 4% per garantire alla banca centrale più margine d'azione in caso di crisi[8].
Non mancano scuole di pensiero economico che ritengano opportuna anche un'inflazione più alta almeno in talune situazioni, o altre che la ritengono in assoluto negativa. L'iperinflazione invece è unanimemente considerata in modo negativo.

L'inflazione comporta la perdita di valore del denaro accumulato, e un'inflazione imprevista comporta un trasferimento di ricchezza vantaggioso per i soggetti in posizione debitoria e svantaggioso per i soggetti in posizione creditoria.
Ad esempio un'impresa od un singolo cittadino che abbia contratto un debito a tasso d'interesse nominale fisso è avvantaggiato da un aumento imprevisto dell'inflazione, se ad essa corrisponde anche un aumento nominale delle sue entrate.
Avviene il contrario per la banca che ha concesso il mutuo, che ottiene indietro del denaro con un valore inferiore a quanto preventivato, oppure per un'impresa o un cittadino che abbia acquistato dei titoli di debito (ad esempio dei titoli di stato) che offrono un interesse reale minore di quello preventivato. Qualora invece l'inflazione sia stabile il creditore ne tiene conto nel momento in cui concede il prestito, includendo il recupero dell'inflazione nel tasso d'interesse nominale, in modo da avere un tasso d'interesse reale (al netto dell'inflazione) positivo.

Indicando con p(t) il livello generale dei prezzi, l'inflazione è la sua derivata logaritmica rispetto al tempo, ovvero la velocità con cui il livello medio dei prezzi cresce:

 i(t) = \frac{\frac{dp(t)}{dt}}{p(t)}

La derivata può essere positiva, negativa, raramente nulla. L'opposto dell'inflazione, cioè la diminuzione continuativa del livello generale dei prezzi, prende il nome di deflazione.

Il calcolo dell'inflazione modifica

Il livello generale dei prezzi viene misurato in economia attraverso l'utilizzo di numeri indice.

Il calcolo del numero indice dei prezzi al tempo t, assumendo come base il livello dei prezzi al tempo t-1 (ovvero, come spesso si usa dire, al tempo 1 con base il tempo 0), viene effettuato in tre fasi, l'ultima della quale si articola a sua volta in quattro sottofasi:[9]

  • costruzione del paniere: viene definito un insieme di beni, detto paniere, rappresentativo dei consumi finali delle famiglie;
  • costruzione del campione di prezzi rilevati: si individuano circa 33.000 negozi in 85 capoluoghi di provincia e, per ciascuno di essi, si seleziona una sola "referenza" (la marca più venduta di ciascun prodotto) per circa 1.030 prodotti;
  • costruzione dell'indice:
    • calcolo degli indici provinciali di prodotto: ciascuno di essi è una media geometrica degli indici semplici di prezzo (prezzo al tempo 1 diviso prezzo al tempo 0) rilevati presso ciascun negozio per ciascuna referenza;
    • calcolo degli indici regionali di prodotto: ciascuno di essi è una media degli indici di prezzo provinciali, ponderati secondo la popolazione (a ciascun indice provinciale viene attribuito un peso pari al rapporto tra popolazione della provincia e popolazione della regione);
    • calcolo degli indici nazionali di prodotto: ciascuno di essi è una media degli indici regionali, ponderata secondo i consumi (totale dei consumi finali nella regione diviso per il totale dei consumi finali nazionali);
    • calcolo dell'indice generale dei prezzi al consumo: è una media degli indici di prodotto, ponderata secondo il rapporto tra la spesa sostenuta al tempo 0 per un prodotto e il totale della spesa, sempre al tempo 0, per tutti i prodotti presenti nel paniere.

In sostanza, dopo aver calcolato gli indici nazionali di prezzo dei prodotti, si calcola il numero indice generale come segue:

I=\frac{\sum_{i=1}^nI_iw_i}{\sum_{i=1}^nw_i}

dove:

  • gli Ii sono indici di prezzo di prodotto, quindi rapporti tra il prezzo al tempo 1 e quello al tempo 0 per ciascun prodotto:
I_i=\frac{p_{i1}}{p_{i0}}
  • i pesi wi sono calcolati come segue:
w_i=\frac{p_{i0}q_{i0}}{\sum_{i=1}^np_{i0}q_{i0}}

Si ha quindi:

I=\sum_{i=1}^n\frac{p_{i1}}{p_{i0}}w_i=\sum_{i=1}^n\frac{p_{i1}}{p_{i0}}\frac{p_{i0}q_{i0}}{\sum_{i=1}^np_{i0}q_{i0}}=\frac{\sum_{i=1}^n p_{i1}q_{i0}}{\sum_{i=1}^n p_{i0}q_{i0}}

che è un indice di Laspeyres, normalmente moltiplicato per 100.

Il tasso d'inflazione non è altro che il tasso di crescita dei numeri indici dei prezzi così calcolati.

Fino al 1998 si usava l'indice di Laspeyres a base fissa, nel senso che il sistema dei pesi wi rilevato nell'anno scelto come base rimaneva in vigore per diversi anni successivi. Dal gennaio 1999 si usa invece l'indice di Laspeyres concatenato; si aggiornano quindi annualmente i pesi utilizzati nel calcolo, che sono ora costituiti dalle quote di spesa per ciascun bene o servizio sul totale della spesa delle famiglie come rilevate al dicembre dell'anno precedente. Si rivede inoltre periodicamente la composizione del paniere.

L'indice dei prezzi viene calcolato ogni mese e si distingue tra:

  • tasso di inflazione congiunturale, che esprime la variazione rispetto al mese precedente; indicando con I_{a:m} l'indice dei prezzi del mese m dell'anno a rispetto al dicembre dell'anno precedente, si ha:
    \left(\frac{I_{a:m}}{I_{a:m-1}}-1\right)\cdot 100
  • tasso di inflazione tendenziale, che esprime la variazione rispetto allo stesso mese dell'anno precedente:
    \left(\frac{I_{a:m}}{I_{a-1:m}}-1\right)\cdot 100
  • tasso di inflazione annuale, che è la variazione della media dei dodici indici rispetto alla media dei dodici indici dell'anno precedente:
    \left(\frac{\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a:m}}{12}}{\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a-1:m}}{12}}-1\right)\cdot 100=\left(\frac{\sum_{m=1}^{12}I_{a:m}}{\sum_{m=1}^{12}I_{a-1:m}}-1\right)\cdot 100

Da notare che, essendo piuttosto improbabile che si verifichi una diminuzione del livello generale dei prezzi, l'indice rilevato a dicembre di un qualsiasi anno è in generale superiore alla media dei dodici indici dello stesso anno. Ciò comporta che un tasso di inflazione annuale comprenda una componente propria (la variazione verificatasi nell'anno) ed una componente acquisita, ereditata dall'anno precedente:

« Il tasso di inflazione acquisito rappresenta la variazione media dell'indice nell'anno indicato, che si avrebbe ipotizzando che l'indice stesso rimanga al medesimo livello dell'ultimo dato mensile disponibile nella restante parte dell'anno. »
(ISTAT, La dinamica dei prezzi al consumo. settembre 2008, 14/10/2008, pag. 11)

In altri termini, supponendo che la media degli indici mensili dell'anno a-1 sia pari a 1,02, che l'indice rilevato a dicembre dello stesso anno sia 1,03 e che non si rilevi alcun aumento dei prezzi nell'anno a rispetto al dicembre precedente, il livello dei prezzi nell'anno a sarebbe comunque superiore di 0,01 alla media degli indici mensili dell'anno precedente. Se quindi gli indici mensili dell'anno a restassero tutti al livello di dicembre dell'anno precedente, con tassi congiunturali tutti nulli, si avrebbe comunque un tasso annuo di inflazione non nullo, pari a:

\left(\frac{\frac{1{,}03 + 1{,}03 + 1{,}03 + 1,03 + 1{,}03 + 1{,}03 + 1,03 + 1,03 + 1{,}03 + 1{,}03 + 1{,}03 + 1{,}03}{12}}{1{,}02} - 1 \right)\cdot 100 = \left(\frac{1{,}03}{1{,}02} - 1 \right)\cdot 100 = 0{,}98%

Questo 0,98%, che non è altro che la variazione dell'indice di dicembre dell'anno precedente rispetto alla media di quell'anno, costituisce l'inflazione acquisita che ciascun anno eredita dal precedente.

Ad esempio, il tasso di inflazione del 2007 in Italia è stato pari all'1,8%, di cui 0,5% ereditato dal 2006 (differenza tra dicembre 2006 e media del 2006) e 1,3% dovuto alla dinamica dei prezzi verificatasi nel 2007.[10]

Tutti i tassi citati vengono disaggregati dall'ISTAT in vario modo, calcolando tassi per singole categorie di beni e servizi (alimentari, comunicazioni, ecc.), per beni e servizi di diversa frequenza d'acquisto (alta, media, bassa), ecc. In particolare, si calcola una inflazione di fondo escludendo i prezzi ritenuti più volatili, quelli dei beni energetici e gli alimentari non lavorati.

L'ISTAT offre, peraltro, anche coefficienti per il calcolo del valore della moneta (quindi degli effetti dell'inflazione in generale) a partire dal 1861. Ad esempio, per calcolare che valore avrebbero oggi 100 lire del 1937, si applica il coefficiente 1.646,8831 e si divide il risultato per 1 936,27, ottenendo 85,05 euro.[6]

L'inflazione nella storia economica modifica

Nella storia antica sono numerosi i periodi inflativi. Il primo di tali periodi storicamente attestati risale all'Antico Regno dell'Egitto ed al Periodo Sumero Tardo, intorno al 2100 a.C., ma ne ignoriamo le cause scatenanti (coincidenti con storici periodi di anarchia, la fine dell'Antico Regno egiziano ed il declino dei centri abitati Sumeri che crolleranno definitivamente nel 2002 a.C.).

Ancora durante il regno del faraone eretico Amenothep IV Akhenaton e dei suoi successori, il venir meno dello sfruttamento delle miniere nubiane (la Nubia, attuale Sudan, era ricca di miniere aurifere, tanto che il termine Nwb in antico egizio significava appunto "oro"). L'indebolimento del potere interno egizio di questo periodo si ripercosse sulla fuga centrifuga delle province lontane quali la Nubia, la Siria e la Palestina.

Un altro storicamente documentato periodo d'inflazione coincise con la scoperta delle miniere d'argento in Spagna lungo il Rio Tinto ed il fiume Guadalquivir ad opera dei Fenici, tra il 730 a.C. ed il 620 a.C., zona geografica coincidente con la mitica Tartesso. All'epoca, la Fenicia era sottomessa agl'Assiri e l'importazione massiva in Medio Oriente di ingenti quantitativi d'argento provocò il crollo verticale del valore del metallo, tanto che la stessa Assiria dovette intervenire per impedire ulteriori importazioni di argento ispanico faendo presidiare i porti di Ugarit, Sidone, Tiro e Biblo.

Un altro episodio storico d'inflazione, sebbene più contenuto, accadde in Frigia sotto re Mida (regnante tra il 716 a.C. ed il 690 a.C.) il cui mitico tocco che trasformava tutto in oro riecheggia sia l'opulenza di quel popolo, che i danni provocati da un eccesso di ricchezza. Analogamente, un secolo dopo, in Lidia, il primo stato a battere moneta verso il 670 a.C., estraendo dal fiume Pattolo le sabbie aurifere che davano la preziosa lega naturale oro - argento detta "elettro", si verificò un episodio analogo sotto re Creso (regnante tra il 565 a.C. ed il 546 a.C.). Si noti che sia la Frigia, che la Lidia si trovano nell'attuale Turchia, che le due storiche regioni erano confinanti, ed anche la similitudine del termine greco "Hchriusos" ("oro") col nome del facoltoso sovrano lidio "Kroisos" ("Creso").

Anche durante la Guerra del Peloponneso (431 - 404 a.C.) tra Atene e Sparta si verificò un periodo di grave inflazione associata a recessione a causa del perdurare della guerra che sottraeva artigiani ed agricoltori al lavoro ed al commercio. Con la definitiva vittoria spartana, al termine del trentennale conflitto, la città laconica si vide letteralmente sommersa di "civette" (dal conio rappresentato sulla dracma argentea ateniese del periodo) il che provocò il sovvertimento dell'economia spartana che, notoriamente, vietava l'utilizzo della moneta e la pratica del commercio.

Nel periodo di conquista dell'Impero Persiano da parte di Alessandro Magno (334 - 323 a.C.), le ingenti quantità di metalli preziosi sottratte ai paesi assoggettati e dirottati in Grecia, in Macedonia ed in Epiro determinarono un decremento del valore intrinseco dell'oro contenuto nel Darico persiano e dell'argento della Dracma greca.

Un'inflazione molto grave si verificò durante il tardo periodo repubblicano nell'antica Roma quando lo Stato, per poter continuare a finanziare le campagne militari, alterò la lega metallica delle monete abbassando il titolo (la quantità) di metallo prezioso in esse contenuto.

Una situazione ancora peggiore si verificò tra il II secolo d.C. e la definitiva caduta dell'Impero romano d'occidente, nel 476: durante il corso del basso impero, si verificarono alterazioni talmente marcate dei titoli di metallo prezioso che molti commercianti si rifiutarono di esser corrisposti in moneta per i beni posti in vendita ed anche molti militari preferirono il pagamento in natura per i servizi resi. Ad esempio, all'epoca del regno di Costantino I (312 - 337), l'Asse bronzeo era ridotto a dimensioni pari ad 1/4 di quello repubblicano di trecento anni prima. Analoghe alterazioni subirono il Denario argenteo ed il Sesterzio argenteo e l'Aureo. Costantino, per pagare i soldati, fu costretto a far coniare il Solido aureo (da cui i termini in lingua italiana "Soldo", "Soldato", "Assoldare", etc.): una moneta contenente un buon titolo aureo. Precedentemente, trent'anni prima, l'imperatore dalmata Diocleziano introdusse un paniere di beni calmierati (fu la prima esperienza del genere nella storia): beni di prima necessità che non potevano, per legge, aumentare di prezzo oltre una soglia fissata dall'autorità politica, col risultato che tali beni non vennero più ad esser reperibili sul mercato, a meno di non venire pagati a prezzi assai più elevati rispetto a quelli politicamente imposti (con la creazione, quindi, di un mercato nero). Negl'ultimi decenni dell'impero, nessuno era disposto a svolgere la mansione di esattore delle tasse, mestiere un tempo assai remunerativo, tanto che si dovettero arruolare a forza funzionari statali adibendoli a tale mansione.

Durante l'Alto Medioevo l'economia europea era un'economia di sussistenza, ove prevalevano l'autarchia ed il baratto. Con la riforma monetaria di Carlo Magno, attuata intorno al 770 - 780 d.C., venne introdotta la lira (dal termine latino libra, ovvero peso) sia come unità di misura (di peso) che come unità di conto: con tale "moneta virtuale", in un'epoca di grave indigenza e di povertà assai diffusa, si potevano comprare circa 47 appezzamenti di terreno.

Nel Basso Medioevo i Comuni italiani iniziarono a batter moneta aurea (il fiorino fiorentino, il genovino genovese, etc.), ed anche altri stati europei s'incamminarono su questa strada, basti ricordare il penny argenteo di Enrico II Plantageneto re d'Inghilterra. Ma iniziarono presto anche la contraffazione delle monete (si ricordi l'episodio di Mastro Adamo, citato da Dante nell'Inferno, che falsificò il fiorino fiorentino, sottraendo ben 3 carati d'oro puro al peso della moneta originale, che conteneva 24 carati), la tosatura (limatura) e l'adulterazione (alterazione del titolo aureo) con una conseguente ripresa dell'inflazione. Per coloro i quali alteravano la moneta - in qualsiasi modo e sotto qualsiasi forma - era prevista la pena di morte.

Il primo grande episodio inflativo della storia moderna fu determinato dallo sfruttamento spagnolo dell'oro del Nuovo Mondo: in seguito alle depredazioni dei conquistadores a spese delle popolazioni Maya e Inca e all'estrazione mineraria dai giacimenti del Nuovo Mondo, le casse reali spagnole si trovarono a disporre di ingenti quantità di oro, argento e merci preziose che vennero riversate sui mercati europei sia per armare l'esercito e assoldare mercenari (il che rese la Spagna del XVI e XVII secolo la più grande potenza europea) sia da parte della corte e dei nobili per comprare, importandoli dalle altre nazioni europee, beni e servizi di ogni genere in tale quantità da causare una loro (relativa) scarsità. Questo portò, sul finire del Cinquecento, ad un rialzo generalizzato dei prezzi in Europa.

Dopo la Guerra di indipendenza americana (1775 - 1783), la stampa di quantitativi di carta moneta al di fuori di qualsiasi controllo produsse una spirale inflazionistica tale per cui anche al giorno d'oggi, negli Stati Uniti, la locuzione "Non vale un Continentale" (dal nome del dollaro di allora detto "Dollaro Continentale") indica un oggetto di valore irrisorio.

Durante la Rivoluzione Francese, prima che Napoleone Bonaparte istituisse la banca centrale francese, la moneta semplicemente scomparve e venne sostituita da un titolo (una forma mista tra una cambiale ed un titolo di stato) denominata "Assegnato" (1792) e garantita con le proprietà immobiliari confiscate alla nobiltà ed al clero. A causa dell'eccesso di stampa il valore dell'Assegnato, nel giro di pochi anni, colò a picco costringendo il governo ad imporne il corso forzoso, per poi sopprimere del tutto tale forma di pagamento.

Banconota da un milione di marchi emessa dalla Repubblica di Weimar.

Un ulteriore famoso episodio inflazionistico si ebbe poco dopo la prima guerra mondiale in Germania, durante la Repubblica di Weimar, tra il 1919 ed il 1924: i pagamenti in ottemperanza all'ultimatum di Londra, che richiese la liquidazione di enormi risarcimenti per i danni di guerra in marchi oro, più il 26% delle esportazioni tedesche, innescarono una spirale perversa che portò ad una svalutazione del marco e ad un'inflazione a tassi stratosferici (iperinflazione). Salari e stipendi venivano pagati ogni giorno affinché il loro valore non venisse abbattuto a livelli tali da quasi azzerare, nei fatti, il loro valore. Tra il giugno e il dicembre del 1922 gli indici del costo della vita salirono di 16 volte. Nel 1923 i francobolli vennero a costare miliardi di Papiermark e per comprare un uovo occorreva una quantità notevole di carta moneta. La spirale inflazionistica fece sì che la gente, appena veniva pagata correva a comperare qualsiasi tipo di merce prima di trovarsi con denaro privo di valore reale in mano, aggravando così la scarsità di beni in circolazione. L'iperinflazione venne sconfitta con l'emissione di una nuova valuta, il Rentenmark, garantito dalle terre e dalle merci degl'industriali, poi sostituita dal Reichsmark con cambio paritario. L'iperinflazione di Weimar è spesso direttamente collegata con l'ascesa del Terzo Reich di Hitler, anche se l'iperinflazione fu sconfitta già nel 1924, quindi quasi dieci anni prima dell'avvento del nazismo.

Il 15 giugno 1939 il Governo tedesco approvò la Reichsbankgesetz, la legge di riforma che limitava l'autonomia decisionale della Banca Centrale e la vincolava ad eseguire le indicazioni di politica monetaria, che tornavano nei poteri dell'esecutivo. Il Consiglio di Amministrazione della Reichsbank reagì al provvedimento con le dimissioni in blocco, mentre il Giappone recepì la legge praticamente tale e quale nel suo ordinamento giuridico.

Nel secondo dopoguerra, la Reichsbank venne sostituita dalla Bundesbank e svincolata totalmente dal potere politico, in totale autonomia. Il marco tedesco divenne la moneta di riferimento europea, tanto che lo scellino austriaco, la corona danese ed il fiorino olandese vennero "agganciati" ad esso, ovvero legati da un rapporto di cambio fisso.

Negli stessi anni in cui la Germania sperimenta l'iperinflazione, non va meglio in Austria, dove, nel 1922, essa raggiunge il 1.733 % annuale, in Polonia, dove, nel 1923, essa raggiunge il 51.699 %, in Russia, dove, nel 1923, essa raggiunge il 13.535 %.

Sempre nel ventennio tra il 1927 ed il 1946 si ebbe un episodio iperinflattivo in Ungheria. In quel periodo era in circolazione una valuta, il pengő che iniziò rapidamente a svalutarsi per far fronte alle ingenti spese belliche a partire dal 1938. Dopo la seconda guerra mondiale il pengő soffrì il più alto tasso di iperinflazione mai registrato e perse di valore. Venne rivalutato, ma questo non fermò l'iperinflazione ed i prezzi continuarono a salire fuori da ogni controllo, obbligando l'emissione di tagli di banconote sempre più alti e raggiungendo il massimo con la stampa di un biglietto da 1021(=1.000.000.000.000.000.000.000) pengő, che però non venne mai messo in circolazione. Il taglio più grosso messo in circolazione valeva 10x1020(=100.000.000.000.000.000.000) pengő. L'economia ungherese poteva essere stabilizzata solo con l'introduzione di una nuova valuta e quindi il 1 agosto 1946 venne introdotto il fiorino ungherese con un tasso di cambio di 4x1029(=400.000.000.000.000.000.000.000.000.000) pengő.

Anche in Italia si verificò un episodio iperinflattivo tra il 1943 ed il 1945 durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana. In quegl'anni, oltre alla perdita di valore della moneta per le cause belliche, si dovettero pure reperire i fondi per il mantenimento delle truppe naziste d'occupazione. Nel 1944 l'inflazione annuale si attestò al 344.47 e raggiunse, nel mese di dicembre, la cifra record del 491.4 %.

Sempre nel 1944 in Grecia uno stipendio medio non arrivava a comperare un litro di latte, essendo l'inflazione del 3,02x1010 annuale.

Cronicamente affetti da iperinflazione furono i paesi latinoamericani nel quarantennio tra il 1950 ed il 1990. Paesi un tempo prosperi s'impoverirono in modo drammatico, basti pensare al caso del Cile durante la presidenza di Salvador Allende, stremato dagli scipoeri, con un'inflazione mensile del 120 - 140 % tra il 1972 ed il 1973.

Anche l'Argentina tra il 1983 (anno in cui la vecchia moneta, il Peso fu sostituita dall'Austral ed ancorata al Dollaro statunitense con un tasso di cambio sopravvalutato di 1:1) ed il 2001 (anno in cui la nazione dovette annunciare il default, "fallimento") si trovò in una situazione paradossale. Nel solo 1989 l'inflazione era del 200 % mensile e del 5.000 % annuale.

Ancòra più emblematico è il caso del Brasile, dove l'iflazione ha praticamente da sempre accompagnato la storia nazionale. A causa dell'inflazione, al termine della Vecchia Repubblica (1889 - 1930) la valuta base non fu più il vecchio real, ma diventò inizialmente il mil réis (mille réis) e successivamente il conto de réis (un milione di réis). Nel 1930 il presidente democraticamente eletto, Getúlio Vargas, assunse poteri dittatoriali nel 1937 istituendo una concezione di stato corporativista ("Estado Novo") durato fino alla deposizione dello stesso Vargas nel 1945. Nel 1942 in Brasile venne introdotto il cruzeiro, suddiviso in 100 centavos e rimasto in circolazione fino al 1967, che sostituì il real ad un tasso di 1 mil réis = 1 cruzeiro. Dopo un ulteriore quadriennio con Vargas alla guida del paese (1950 - 1954, anno del suo suicidio), un colpo di stato militare, nel 1964 portò al governo una giunta militare. Nel frattempo l'inflazione galoppante divenne fuori controllo. A seguito della crescente inflazione, nel 1967 il vecchio cruzeiro fu sostituito dal cruzeiro nuovo, ad un tasso di 1 cruzeiro nuovo = 1000 vecchi cruzeiro. Caduta la giunta dittatoriale a sèguito d'imponenti manifestazioni di piazza a Rio de Janeiro ed a San Paolo, nel 1984, il governo democratico, nel 1986, abolì la vecchia valuta ed il cruzeiro nuovo venne sostituito dal cruzado brasiliano, al tasso di 1000 cruzeiro nuovi = 1 cruzado brasiliano. Nuovamente, nel 1989, il neonato cruzado brasiliano fu sostituito dal cruzado nuovo, ad un tasso di 1000 cruzado = 1 cruzado nuovo. Ed ancòra, nel 1990 il Brasile tornò ad utilizzare il nome cruzeiro per la propria valuta: il terzo cruzeiro sostituì alla pari il secondo cruzado. E quindi, il 1 Agosto 1993 il terzo cruzeiro fu sostituito dal cruzeiro real con un tasso di svalutazione talmente repentino da imporre l'agganciamento della moneta brasiliana al dollaro statunitense. Nel 1994 il cruzeiro real fu sostituito dal secondo real al tasso di 1 real = 2750 cruzeiros reais.

La Bolivia, un paese che ha il triste primato mondiale per numero di golpe, nel 1985 l'inflazione annuale s'assestò sull'11.750 % annuale.

La fine della guerra civile in Nicaragua lasciò in eredità al paese (1987) un'inflazione del 13.109 % annuale, mentre tre anni più tardi, il Perù sperimentò un tasso inflattivo del 7.482 %.

Il Messico tra il 1994 ed il 1995 subì una serie di attacchi speculativi finanziari contro la propria moneta, il Peso, che si svalutò - in un anno - del 35 % contro il Dollaro statunitense. Soltanto lo stanziamento di aiuti monetari statunitensi, conseguenti al crollo dei profitti delle multinazionali statunitensi medesime, bloccarono la speculazione finanziaria e fecero riprendere la valuta messicana.

Dopo il 1991 con la fine del comunismo una situazione di rapida perdita di valore della moneta si è verificata, in Russia e nei paesi dell'Europa dell'Est: in un mercato essenzialmente chiuso e privo di concorrenza, statalizzato e politicamente calmierato quale quello dell'Unione Sovietica e dei paesi satelliti, l'apertura al regime di libero mercato avvenuta tra il 1991 ed il 1995, ha provocato in alcuni casi il ritorno al regime del baratto in natura ed il rifiuto del pagamento con le monete nazionali. La Russia si risollevò dal baratro finanziario soltanto con la nomina di Vladimir Putin a primo ministro, nel 1998. Da ricordare anche i casi della Serbia tra il 1987 ed il 1994 e dello Zimbabwe a partire dal 1984.

Il caso specifico dell'Antica Roma modifica

Caso pressoché unico nell'evo antico, la reale perdita di valore della moneta romana, occorso nei secoli, è concretamente e tangibilmente evidenziabile dalla decurtazione del titolo (percentuale di metallo nobile rispetto al peso totale della moneta) nell'arco dei secoli. Quando - come nell'antichità - il valore nominale di una moneta era legata direttamente al titolo (percentuale) di metallo prezioso di cui era costituita la moneta stessa, costituiva reato da pena capitale non solo falsare il titolo (alterare la quantità di metallo prezioso presente), ma anche la tosatura (alterarne il peso, limandone i bordi e recuperando la polvere di metallo prezioso medesimo da riutilizzare). Ancor oggi molte unità monetarie ricordano, nel loro nome, il legame al peso del metallo prezioso di cui erano costituite. Basti ricordare la Peseta spagnola, il Peso argentino, la Lira italiana - israeliana - turca, il Pound (Lira Sterlina inglese), il Punt irlandese, la Dracma greca, ecc. Il termine "Lira" è una deformazione del vocabolo latino "Libra" ("bilancia"), così come il termine "Statere" deriva dal greco "Stadera" ("bilancia"), e "Dracma" dalla quantità di grano che poteva esser contenuto in un pugno. L'alterazione del titolo divenne la norma da parte dello stato romano a partire dal I secolo d.C. per fronteggiare le ingenti spese militari (stipendio dell'esercito ed acquisto di armi sempre più sofisticate), le spese dell'apparato burocratico - statale e le spese per i generi voluttuari (spezie, dall'Abissinia e dall'Arabia, seta dalla Cina, diamanti dall'India, corallo dalla Grecia, perle da Ceylon, alabastro dall'Egitto, porpora dalla Palestina e dalla Fenicia). La prima moneta di Roma fu l'aes grave (asse), corrispondente a circa 273 g. di bronzo. Venne coniato per la prima volta nel 335 a.C. Prima di questa data circolavano dei lingotti di bronzo dal peso di circa 3 kg (aes rude). Quindi, da aes rude ad aes grave si verificò una svalutazione del titolo in bronzo anche se non fu avvertita dalla popolazione, ai fini pratici, vista la scarsità dei pagamenti in moneta (era più diffuso il baratto). Il peso dell'asse subì - nel corso dei decenni - varie alterazioni di peso, e, quindi, di titolo di bronzo. Aumentò da 237 g. a 327 g. quando, al posto della libra latina venne introdotta la libra romana, ma, successivamente, andò diminuendo progressivamente per effetto delle prime inflazioni.

La polemica sull'inflazione in Italia modifica

Con l'introduzione dell'euro, in Italia si è verificato un fenomeno particolare: alcuni indicatori economici segnalavano un aumento dell'inflazione, stimato intorno al 6% annuo, mentre le rilevazioni ufficiali dell'Istat si attestavano intorno al 2-3% annuo. Secondo alcuni il primo dato corrisponde all'inflazione percepita dai consumatori, e a quella rilevata da altri istituti, come l'Eurispes. Questo, secondo il parere di alcuni economisti, non tanto perché i dati siano falsificati, bensì in quanto il campione dell'Istat non è più rappresentativo dei consumi.

Il campione dell'Istat si basa su di un paniere di prodotti, tra i quali vengono monitorati esclusivamente i più venduti di ogni categoria. Ad esempio, per le auto, non si monitorano le auto di lusso, ma le più diffuse utilitarie, e non tutte, ma solo quella più venduta. Ora, mentre in un mercato con poche offerte il prodotto di punta facilmente raggiunge valori significativi, nei mercati attualmente vi sono decine, se non centinaia, di scelte per ogni prodotto: è dunque difficile che un singolo prodotto, anche se il più diffuso, sia un campione rappresentativo della categoria. Per fare un confronto, i dati dell'Eurispes monitorano, oltre al prodotto più venduto, anche il più caro ed il più economico di ogni categoria. Questo perché, anche se il prodotto più venduto non aumenta di prezzo, ma lo fanno tutti gli altri che possono facilmente essere più del 60% del mercato, l'inflazione misurata resta ferma, ma non quella percepita. Non va però dimenticato che i punti vendita rilevati dall'Eurispes sono in numero molto più basso rispetto a quelli dell'Istat.

Secondo alcuni, il tipo di rilevazione dell'Istat non misura il disagio delle classi medie, che, abituate a comprare prodotti di una certa qualità e dunque più costosi, non potendoseli più permettere, tendono a comprimere i loro consumi. E infatti si è notato un incremento del ricorso ai discount, aumentato del 10% dall'introduzione dell'euro, un appiattimento dei consumi alimentari, un crollo della spesa media pro capite per le vacanze: tutti indicatori di un aumento dell'inflazione ben al di sopra dell'ufficiale 2-3%senza fonte.

Un ulteriore elemento di contestazione è il fatto che il tasso d'inflazione considera allo stesso modo beni durevoli e beni di consumo, che hanno vita utile e tempi di riacquisto molto diversi. L'impatto che un rincaro delle automobili ha sui redditi di una famiglia media si manifesta ogni 10 anni, mentre un aumento del prezzo della benzina ha effetti quotidiani. I prezzi vengono pesati rispetto alla quantità venduta del prodotto/servizio, ma non sono moltiplicati per coefficienti che tengono conto della loro durata.

Per altro verso, i prezzi dei beni e servizi ad alta frequenza d'acquisto incidono maggiormente sull'inflazione percepita rispetto a quelli acquistati più raramente. L'ISTAT annovera tra i beni e servizi ad alta frequenza d'acquisto i generi alimentari, le bevande alcoliche e analcoliche, i tabacchi, le spese per l'affitto, i beni non durevoli per la casa (detersivi, ecc.), i servizi per la pulizia e la manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, giornali e periodici, i servizi di ristorazione e i servizi di assistenza. Per essi si è rilevato, a giugno 2008, un tasso di inflazione tendenziale del 5,8%, che può dirsi constatato quasi quotidianamente dai consumatori. Il tasso tendenziale generale è nettamente minore (3,8%) in quanto vi contribuiscono i beni a bassa frequenza d'acquisto (elettrodomestici, servizi ospedalieri, acquisto di mezzi di trasporto, servizi di trasloco, apparecchi audiovisivi fotografici e informatici, articoli sportivi), il cui tasso tendenziale è stato dell'1,6%. Ad esempio, gli alimentari e bevande analcoliche (+6,1%), le spese per l'affitto, l'acqua, il gas, l'elettricità e i combustibili per la casa (+7,2%), i combustibili e le spese di manutenzione per i mezzi di trasporto e le spese per i servizi di trasporto (+6,9%) incidono sull'inflazione percepita, per via dell'alta frequenza di acquisto, più dei servizi sanitari (prezzi invariati rispetto al giugno 2007) o delle comunicazioni (spese postali, tariffe e prezzi di apparecchi telefonici, diminuiti del 2,4%).[11]

Si può anche supporre che le percezioni individuali siano influenzate più dai rincari che dalle diminuzioni di prezzo, oppure che sull'inflazione percepita da alcune categorie di consumatori abbia influito significativamente la dinamica dei prezzi di beni non compresi nel paniere sui cui si basano gli indici dei prezzi. Come in altri paesi, infatti, in Italia il tasso d'inflazione considera solo i consumi finali, non anche l'acquisto dell'abitazione e le relative rate di mutuo (considerati investimenti), nonostante costituiscano una spesa rilevante per i redditi da lavoro dipendente e autonomo.[12]

In seguito alle polemiche sul livello dell'inflazione, è stata attivata una "Commissione di studio per il calcolo degli indici dei prezzi", composta da professori universitari, esperti Istat, rappresentanti delle parti sociali (sindacati e Confindustria) e rappresentanti delle associazioni dei consumatori[13]

Cause dell'inflazione modifica

Nello studio della macroeconomia[14], le cause del fenomeno vengono generalmente così individuate:

  • Inflazione da domanda: un eccesso di domanda rispetto all'offerta provoca un aumento dei prezzi, se e fino a quando la produzione non riesce ad adeguarsi. È la spiegazione keynesiana
  • Inflazione da costi: l'aumento dei costi di produzione, in particolare delle materie prime e del lavoro, provoca la reazione delle imprese che aumentano i prezzi di vendita dei prodotti
  • Inflazione da eccesso di moneta: la teoria monetarista attribuisce l'inflazione all'espansione incontrollata dell'offerta di moneta da parte delle banche centrali

Inflazione da eccesso di moneta: la visione della Scuola Austriaca modifica

« Inflazione significa aumento della quantità di denaro e banconote in circolazione e della quantità di depositi bancari soggetti a controllo. Ma oggi si usa il termine “inflazione” per riferirsi al fenomeno che è una conseguenza inevitabile dell'inflazione, la tendenza all'aumento di tutti i prezzi e gli stipendi. Il risultato di questa deplorabile confusione è che non c'è più un termine per indicare la causa di questo aumento nei prezzi e negli stipendi. Non c'è più alcuna parola disponibile per indicare il fenomeno che, finora, è stato denominato inflazione. Ne consegue che nessuno si preoccupa per l'inflazione nel senso tradizionale del termine. »
(Ludwig von Mises[15])

Secondo la scuola austriaca il termine "inflazione" non significa aumento generalizzato dei prezzi, bensì aumento della massa monetaria in circolazione nel mercato. Per gli austriaci l'aumento dei prezzi è solo una delle conseguenze dell'inflazione monetaria, ossia quel processo creato da una politica monetaria espansionistica di una banca centrale, attraverso il quale più denaro in circolazione fa perdere di valore la moneta stessa, creando inevitabilmente un aumento generalizzato dei prezzi.senza fonte Seguendo questo ragionamento si può comprendere perfettamente l'aumento dei prezzi nella zona euro e negli Stati Uniti come naturale conseguenza dell'aumento degli aggregati monetari, in particolar modo dell'indicatore M3[16][17].

Partendo da tali presupposti la scuola austriaca critica molto l'attuale sistema monetario basato sulla moneta legale arrivando a parlare di truffa, in quanto consegna ad organismi di diritto pubblico quali le banche centrali, il potere di inflazionare a piacimento una moneta, creando quindi perdita di potere d'acquisto, aumento dei prezzi e, a detta degli economisti austriaci, i cicli economici (tali aspetti sono sintetizzati nella teoria austriaca del ciclo economico. In opposizione a questo sistema, gli economisti che seguono la scuola austriaca propongono il ritorno ad un sistema di moneta merce, come, ad esempio, il sistema della parità aurea, o ad un sistema monetario dove ogni banca od ente finanziario sia libero di emettere privatamente la propria valuta in concorrenza con gli altri istituti finanziari.

« Prendete, per esempio, un'economia in cui la massa monetaria sia mantenuta costante. Per ottenere denaro supplementare, gli attori del mercato dovrebbero scambiare merci e servizi contro moneta. Un rifornimento crescente di articoli vendibili relativamente alla riserva monetaria spingerebbe verso la riduzione dei loro prezzi in denaro. Ora considerate il caso di un'economia la cui massa monetaria possa essere aumentata con l'espansione del credito bancario – la caratteristica dell'odierno monopolio della moneta controllato dal governo. Gli attori del mercato possono ottenere bilanci supplementari con i prestiti bancari senza essere obbligati a cedere risorse limitate. La richiesta supplementare finanziata dall'aumentata quantità di denaro ne abbasserebbe il valore di scambio di fronte alle merci. [...] La diagnosi degli economisti di scuola austriaca sarebbe che il continuo aumento nel credito e nella riserva monetaria sta al cuore del boom inflativo; il rialzo dei prezzi (dei beni) è solo il relativo sintomo. Così se la crescita della riserva monetaria e del credito rallenta, non ci vorrà molto per gli austriaci per prevedere una recessione, o persino una deflazione. Tuttavia, la recessione e la deflazione – innegabilmente costose in termini di perdita di produzione e occupazione – sarebbero i processi economici di aggiustamento necessari per riportare l'equilibrio nell'economia attraverso la variazione dei suoi costi. Non ci vorrebbe molto per attendersi che le banche centrali controllate dal governo, quando dovessero decidere fra mantenere l'inflazione sotto controllo o impedire la recessione, molto probabilmente optino per la crescita, a qualsiasi costo, anche a scapito di una perdita nel potere di acquisto della moneta. Una volta che la crisi si diffonde, o anche soltanto si teme che ciò accada, il pubblico comincia chiedere tassi di interesse ancora più bassi ed ancora più credito e moneta. L'iniezione di moneta e il credito “facile” sono largamente considerate la ricetta per evitare la recessione e la deflazione. I banchieri centrali è improbabile che ostacolino tali richieste. »
(Thorsten Polleit[18])

La visione monetarista è avversata in particolare da quegli economisti che credono invece nell'endogeneità della moneta, ossia che l'offerta di moneta dipenda in realtà dal settore privato, dalle banche commerciali che concedono prestiti alle imprese. In tale prospettiva la banca centrale non ha un vero potere di controllare la quantità di moneta presente in un'economia[19].

Note modifica

  1. ^ Si vedano
  2. ^ EURO E INFLAZIONE PERCEPITA
  3. ^ Why price stability?, Central Bank of Iceland, Accessed on September 11, 2008.
  4. ^ Paul H. Walgenbach, Norman E. Dittrich and Ernest I. Hanson, (1973), Financial Accounting, New York: Harcourt Brace Javonovich, Inc. Page 429. “The Measuring Unit principle: The unit of measure in accounting shall be the base money unit of the most relevant currency. This principle also assumes the unit of measure is stable; that is, changes in its general purchasing power are not considered sufficiently important to require adjustments to the basic financial statements.”
  5. ^ a b http://www.treccani.it/enciclopedia/inflazione/
  6. ^ a b ISTAT, Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2006.
  7. ^ «The ECB has defined price stability as a year-on-year increase in the Harmonised Index of Consumer Prices (HICP) for the euro area of below 2%. In the pursuit of price stability, the ECB aims at maintaining inflation rates below, but close to, 2% over the medium term». https://www.ecb.int/mopo/intro/html/index.en.html
  8. ^ http://www.imf.org/external/pubs/ft/spn/2010/spn1003.pdf
  9. ^ Cfr. Franco Mostacci, Aspetti teorico-pratici per la costruzione di indici dei prezzi al consumo, ISTAT, 2004.
  10. ^ Cfr. ISTAT, La dinamica dei prezzi al consumo. Dicembre 2007, 15/1/2008, pag. 10.
  11. ^ ISTAT, La dinamica dei prezzi al consumo. Giugno 2008, 15/7/2008, pp. 2, 9 e 12.
  12. ^ Cfr. Paolo Del Giovane e Roberto Sabbatini, «L'introduzione dell'euro e la divergenza tra inflazione rilevata e percepita», Temi di discussione, n. 532, dicembre 2004.
  13. ^ Prezzi al consumo: Commissione di studio per il calcolo degli indici
  14. ^ Ad es. O. Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino 2009
  15. ^ Definizione di inflazione di Ludwig von Mises
  16. ^ Aggregato M3 negli Stati Uniti
  17. ^ Aggregato M3 in Europa
  18. ^ Go for Gold, mises.org
  19. ^ Kaldor Nicholas, Il flagello del monetarismo, 1984, Loescher

Bibliografia modifica

  • 1973 - F. Vianello, “La classe operaia e l’aumento dei prezzi”, in: AA.VV., Contro l’inflazione, Coines Edizioni, Roma.
  • (fr) - 1933 Gustave Bessiére, "Contre l'inflation et ses risques", DUNOD Paris

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