Iugatio-capitatio

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La iugatio-capitatio è il sistema di esazione fiscale messo a punto da Diocleziano, che determina l'ammontare dell'annona.

Tale sistema combinava due imposte preesistenti, la iugatio (che colpiva le rendite fondiarie) e la capitatio (che colpiva le persone fisiche). Secondo tale metodologia il complesso delle terre coltivabili veniva suddiviso, nelle varie regioni, in base al tipo di coltura e al loro rendimento, in unità fiscali dette iuga, mentre la popolazione veniva invece suddivisa in unità fiscali dette capita. Il valore assegnato a iuga e capita non era fisso, ma variava in base alle singole province e alle necessità del bilancio statale.

Proprio per razionalizzare in un insieme organico la massa delle imposte, Diocleziano impose la fusione di tutte le imposte dirette, fondiarie e personali, in un'unica imposta, appunto la iugatio-capitatio, prelevata sull'insieme dei fattori produttivi: uomini, bestie, terre, dopo avere stabilito l'imponibile sulla base di un gigantesco catasto della ricchezza dell'intero Impero.

La iugatio-capitatio finì però con il legare il contadino alla terra, contribuendo alla formazione dei servi della gleba: infatti, così come una terra senza contadino non può essere sottoposta a imposta, vale lo stesso per un contadino senza terra. Così il governo romano vincolò una grande massa di contadini alla terra, mentre per tassare quelli senza terra (commercianti, industriali) Costantino I introdusse una nuova tassa, auri lustralis collatio, particolarmente gravosa per i soggetti colpiti.[1]

Il sistema fiscale romano della iugatio-collatio sopravvisse fino alla fine del VII secolo per poi scomparire sotto il regno di Giustiniano II. Era un sistema fiscale che stabiliva l'ammontare delle tasse da pagare in anticipo, senza tener conto di carestie, pestilenze, terremoti, inondazioni, devastazioni dei barbari ecc. Le autorità erano disposte a ridurre i carichi fiscali solo in caso di catastrofi molto gravi, che non potevano passare inosservate.[2] Così in caso di anni di cattivo raccolto i cittadini che non riuscivano a guadagnare il necessario per pagare le tasse abbandonavano spesso i loro possedimenti per sfuggire agli esattori.

L'Imperatore Anastasio ridusse le tasse e abolì l'imposta lustrale, ma quando l'Imperatore Eraclio riprese ai Persiani la Siria e l'Egitto, dovette aumentare le tasse in quelle province appena recuperate in quanto per organizzare la riscossa contro i Sasanidi dovette indebitarsi con la Chiesa e le casse statali erano vuote. Dato che però i cittadini della Siria e dell'Egitto, devastate dal lungo conflitto, erano impossibilitati a pagare e se non avessero pagato si dovevano aspettare confische e altri provvedimenti duri, preferirono sottomettersi agli invasori arabi, che anche se li costringevano a pagare tasse discriminatorie, erano perlomeno tasse più basse di quelle imperiali.[3] Inoltre gli Arabi erano paradossalmente più tolleranti dal punto di vista religioso degli Imperatori.

Giustiniano II separò la tassa personale da quella del terreno, elevando le tasse personali (che ora colpiscono tutti i contribuenti) e portando a un aumento dei contadini liberi.[4]

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  1. ^ Ostrogorsky, op. cit., p. 37.
  2. ^ Luttwak, op. cit., p. 231.
  3. ^ Luttwak, op. cit., p. 233.
  4. ^ Ostrogorsky, op. cit., p. 118.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004.
  • Edward Luttwak, La grande strategia dell'Impero bizantino, 2009, Milano, Rizzoli.
  • Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, 1968, Torino, Einaudi.







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