Luigi Castellazzo

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« Il Castellazzo non mancava di qualità attraenti. Allorché nel 1866 feci parte della Commissione sulla condotta del colonnello Pietro Spinazzi nella giornata di Bezzecca, ebbi occasione di conoscerlo, perché citato come testimone. Era un bel giovane, simpatico, intelligente e disinvolto »
(Giovanni Cadolini, Memorie, 1911)
on. Luigi Castellazzo
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luigi Castellazzo
Luogo nascita Pavia
Data nascita 29 settembre 1827
Luogo morte Pistoia
Data morte 16 dicembre 1890
Professione Avvocato
Partito Estrema sinistra storica
Legislatura XV
Collegio Grosseto

Luigi Castellazzo (Pavia, 29 settembre 1827Pistoia, 16 dicembre 1890) è stato un patriota, ufficiale garibaldino e uomo politico italiano, di idee federaliste.

Biografiamodifica | modifica sorgente

Il peso della colpamodifica | modifica sorgente

Luigi Castellazzo detto comunemente Bigio dagli amici, dalla metà dell’Ottocento fino alla sua morte avvenuta nel 1890, fu uno dei personaggi più discussi del risorgimento nazionale in quanto veniva considerato da molti il responsabile del tradimento dei congiurati nei moti mazziniani di Mantova del 1851-52, tra i quali don Enrico Tazzoli e Tito Speri, che trovarono poi la morte a Belfiore mentre da altri, tra i quali Giuseppe Garibaldi, un sincero e disinteressato patriota.

Arrestato dalla polizia austriaca confessò le proprie colpe e, secondo alcuni, fece i nomi dei congiurati. Inoltre Castellazzo mise i panni dell’agente provocatore e si fece pure mettere in carcere assieme al giovine trentino Iginio Sartena, riuscendo a carpirgli con l’inganno che era giunto da Parigi con l’incarico di uccidere il generale Radetzky. Dopo le rivelazioni di Castellazzo e quello di un altro delatore, l’avvocato Giulio Faccioli di Verona, gli arresti salirono a 110, dei quali uno, Pezzetto, si uccise in una cella del castello di Milano.

A seguito del processo, il 13 novembre, fu emanata la sentenza di morte per alto tradimento per Tazzoli, Carlo Poma e tre rivoluzionari che operarono a Venezia: Angelo Scarsellini, Bernardo Canal e Giovanni Zambelli; per gli altri imputati, fra questi Giuseppe Finzi condannato a 18 anni di carcere duro, la pena fu commutata in quella dei ferri e da diciotto a dodici anni di galera. Il 7 dicembre i cinque condannati furono condotti nella valletta di Belfiore, fuori porta Pradella, e qui appesi alle forche. Il processo di Mantova venne riaperto e il 3 marzo 1853, vennero giustiziati, sempre a Belfiore, altri tre congiurati: Carlo Montanari, Tito Speri e don Bartolomeo Grazioli, arciprete di Revere. Solamente trentatré accusati riuscirono a fuggire ai rigori della giustizia e fra questi Giovanni Acerbi, grande amico di Castellazzo, Benedetto Cairoli, Achille Sacchi, Attilio De Luigi e Giovanni Chiassi. Il 19 marzo, compleanno dell’imperatore, Radetzky elargì l’amnistia a tutti gli inquisiti in attesa di sentenza, ne beneficiò anche Castellazzo, uno degli imputati più compromessi, ma prima che fosse notificata, venne impiccato lo sfortunato Pietro Frattini.

Il 4 luglio 1855 fu giustiziato l’ultimo patriota, Pier Fortunato Calvi. Perseguitato dal rimorso per tutta la vita, Castellazzo cercò di riscattarsi dalle “colpe che non han perdono”, come sostiene impietosamente lo storico Alessandro Luzio, autore di un approfondito studio sui moti mantovani e principale inquisitore, buttandosi a capofitto alla ricerca della morte in combattimento in tutte le imprese di Garibaldi, dalla campagna con i “Cacciatori delle Alpi” del 1859, alla spedizione nell'Italia meridionale del 1860 e quella francese di Digione del 1870-1871.

Nella guerra del 1866 fu instancabile: liberò Magasa, la Val Vestino e comandò esplorazioni pericolose oltre le linee austriache. Per il suo comportamento giovanile divise l’opinione dei patrioti in innocentisti e colpevolisti, e, quando, nel 1884, fu eletto deputato al parlamento italiano nel collegio di Grosseto, la sua nomina diede luogo a incidenti e a roventi polemiche che segnarono profondamente la vita politica di quel tempo.

Fu iniziato alla Massoneria il 17 giugno 1867, alla Loggia "Concordia" di Firenze; ricoprì l'incarico di Gran Segretario del Grande Oriente d'Italia, fu direttore della Rivista della Massoneria Italiana e raggiunse il 33º ed ultimo grado del Rito Scozzese Antico e Accettato[1][2].

Morì a Pistoia il 16 dicembre 1890. Cremato, le sue ceneri sono conservate nel cimitero del Verano a Roma.

Dissero di luimodifica | modifica sorgente

Da una biografia di Telesforo Sarti di fine Ottocento apprendiamo che costui:

« ...“Nacque a Pavia il 29 settembre 1827. “Fanciullo” (così scrive di lui il Angelo De Gubernatis), seguì il padre impiegato a Mantova e vi fece i suoi studi. Tornò nel 1846 a Pavia, per seguirvi i corsi universitari; nel 1848 prese le armi, e combatté alla Corona, a Rivoli, a Salionze coi Bersaglieri torinesi, poi con Garibaldi e il Medici[3]; finalmente alla difesa di Roma, col grado di sergente maggiore. Fatto prigioniero dai Francesi, fu
Veduta di Magasa liberata dal maggiore Castellazzo il 10 luglio 1866
condotto a Bastia, onde riuscì ad evadere, per riparare nuovamente a Mantova a cospirare contro l’Austria. Preso nel 1852, bastonato, torturato, sostenne 11 mesi di carcere militare. L’amnistia lo liberò, ond’egli poté ritornare a Pavia a pigliarvi la laurea in legge. Nel 1859 tornò a combattere da prode col Piemonte; fu alle battaglie di Vinzaglio e di San Martino, e vi ebbe due menzioni onorevoli. Nel 1860 rimase ferito alla battaglia di Capua, ove ottenne menzione onorevole e brevetto di maggiore. Ma egli non cercò mai né gradi, né stipendi.

Nel 1861-1863 è tra i redattori del giornale federalista toscano La Nuova Europa.

Nel 1866 rientrò come semplice soldato fra i volontari garibaldini nel Tirolo, e vi conseguì la croce del merito militare di Savoia. Nel 1867 si era recato a Roma per prepararvi l’insurrezione de’ Romani, ma fu preso e condannato alla galera perpetua. Liberato nel 1870, più ancora che la libertà della patria, cercando la morte, raggiunse l’esercito garibaldino a Dole in Francia. Nel corso della XV legislatura eletto a sostituire nella rappresentanza di un seggio del collegio di Grosseto alla Camera nazionale dei deputati l’onorevole Telemaco Ferrini dimissionario per ragioni di salute, tale elezione diede luogo ad accuse e recriminazioni infinite contro il Castellazzo che taluno volle far passare per traditore dei martiri di Belfiore. Alla Camera la convalidazione di siffatta elezione diede origine ad una appassionata discussione l’11 dicembre 1884. Cavallotti, Aporti, Crispi e Righi (relatore della Giunta delle elezioni) sostennero doversi convalidare l’elezione e Felice Cavallotti specialmente difese vivacissimamente il Castellazzo dagli attacchi ai quali era stato fatto segno; oppugnarono la convalidazione Chinaglia e Adamoli. La questione venne risolta per appello nominale in cui, sopra 289 presenti, i fautori della convalidazione risultarono 155, gli oppugnatori 123 e 11 gli astenuti (ministri e segretari generali). In seguito a cotal risultato, l’onorevole Finzi, compagno ai martiri di Belfiore ed accusatore principale del Castellazzo, diede, seduta stante, le dimissioni da deputato, giacché riteneva non decoroso per lui l’esser collega in Parlamento al Castellazzo. A proposito della grave accusa di tradimento contro di questa emessa e della deplorevole, dolorosa questione sorta alla camera, scriveva assennatamente, a chi ha l’onore di redigere questo volume, un illustre senatore del regno, nei seguenti termini: “Io aborro da queste vivisezioni umane, da questi processi basati sulle ipotesi, da questo notomizzamento delle intenzioni, e profondamente deploro le polemiche nell’ un senso e nell’altro suscitate, aizzate dall’affare Castellazzo. Deploro che gli amici di lui, forse più zelanti del trionfo del partito che riguardosi alla persona, lo abbiano impelagato in un’ iliade di dolori da cui la sua povera anima n’esce a strappi, sanguinolenta. Deploro che Giuseppe Finzi abbia voluto assumere l’aria implacabile di vindice della giustizia, e che non siavi stato alcuno fra i suoi amici che abbia avuto il pensiero o il potere di ritornarlo a più miti propositi, aggiungendo così nuovi argomenti alle patriottiche benemerenze dell’ex deputato mantovano. Non so, né voglio sapere se Luigi Castellazzo, sotto i colpi del bastone croato, circuito da abili inquisitori, abbia recato nocumento a’ suoi fratelli di congiura, ma so (e di questo solamente mi curo) che egli ha scontato un ipotetico errore di giovinezza con una vita reale di dolori, di eroismi, di sacrifici, di onorate azioni che lo designano fra i più benemeriti della causa italiana. Di tanti si sono posti compassionevolmente e nobilmente in oblio i constatati errori, e si vorrà essere implacabili con Castellazzo per una colpa non bene accertata e, ad ogni modo, scontata le mille volte? Via, parliamoci schietto: è giustizia codesta? Ma, si va dicendo: altro è la riabilitazione, altro è l’esaltazione che si è voluto fare di Castellazzo coll’eleggerlo a deputato. Ripeto che sarebbe stato preferibile, sotto ogni rapporto, il lasciar Castellazzo in disparte; affermo, tuttavia, che disapprovo l’accanimento con cui gli son fatti addosso i numerosi avversari. Nella peggiore ipotesi intorno alla colpabilità del Castellazzo durante i processi di Mantova, io affermo che se il re lo crede meritevole, varii anni appresso, di fregiarsi il petto della croce di Savoia, non si disonorerà certo oggi la Camera dei deputati di averlo a collega… Se i martiri di Belfiore (ammesso pure che il Castellazzo gli abbia traditi) potessero sorgere dai loro sepolcri gloriosi, sarebbero i primi a impor silenzio, nel nome d’Italia, alle accuse contro di lui ed a stendere, in segno di perdono e di riconciliazione, la destra dell’accusato”. Il Castellazzo, seduto all’estrema sinistra intervenne assiduo ai lavori parlamentari, ma non ruppe mai il silenzio. Da varii anni egli vive in Roma come segretario generale della Massoneria. Sotto il nome specialmente di “Anselmo Rivalta”, da lui assunto e ritenuto spesso dopo i fatti del 1852, il Castellazzo ha pubblicato varii reputati lavori, ché egli è scrittore originale, vigoroso, ricco di fantasia, con uno stile nervoso, a scatti, che impressiona ed attrae. Il romanzo “Tito Vezio” costituisce il migliore di tali lavori. Di essi vanno nominati anche il dramma “Tiberio” e il racconto “La battaglia di Armogeniton”. Ha pure collaborato politicamente e letterariamente con varii giornali, a cagion d’esempio nella “Riforma” (da lui diretta in gran parte nei primi due mesi di vita del giornale), nella “Civiltà italiana”, nella “Nuova Europa”, nella “Lega della democrazia”, ecc. ecc.”. »

Il Cavallottimodifica | modifica sorgente

Nella citata seduta parlamentare dell’11 dicembre 1884, il deputato Felice Cavallotti difese il Castellazzo con queste accorate parole:

« Da qualche tempo dunque, del nome di un nostro collega, poiché tale è per noi l’eletto di Grosseto dal primo momento che l’urne lo proclamarono, è stato fatto innominabile strazio; e a quel nome è stata apposta la macchia più turpe, più negra che abbia mai macchiato una coscienza umana; è quest’uomo che, malgrado una simile accusa, di cui il solo nome fa fremere, trova da per tutto uomini onesti, che si onorano di stringere nella loro mano la sua, trova dappertutto e nella sua stessa città nativa, nella città che fu il suo Calvario, migliaia di cittadini che salutano, acclamano entusiasti in nome suo; trova amicizie affettuose che alternamente associano la propria sorte alla sua; questo bersagliere adolescente del 1848, [...] questo volontario del 1866, che conquista sui balzi trentini la croce militare di Savoia; questo cospiratore del 1867 il quale precorre i volontari gloriosi di Monterotondo, e qui dentro Roma, organizzando la riscossa, arrischia ogni giorno la vita finché caduto in mano alla sbiraglia pontificia salva col silenzio imperterrito i compagni; e dopo 14 mesi di segreta, condannato alla perpetua galera, trascina per due anni e più ancora la catena del galeotto, finché non giungano le armi liberatrici da Porta Pia; questo ufficiale brillante della campagna dei Vosgi, che anche all’estero serve la patria tenendo alta la fama delle armi e del valore italiano, e gravemente ferito alla fronte, non posa, ma guarito appena sfida ancora gli estremi rischi, e attraversa vestito da contadino, egli ufficiale nemico, le linee Prussiane di Manteuffel per portare notizie ai volontari chiusi in Langres; questo strano, prodigioso cercatore della morte [...] Le accuse di oggi sono le accuse di ieri: non una di più, non una di meno. Tre tribunali, di cui due pubblici, le hanno esaminate, le hanno dichiarate insussistenti e calunniose; e si che i documenti di difesa non c’erano, allora neppure tutti ... Non vi bastano tre tribunali? [...] Ah! Ora comprendo perché la discussione di quest’oggi appassiona tanto il paese, e perché i deputati son numerosi, e gli spettatori nelle tribune si accalcano: gli è che in ogni tempo e in ogni paese la moltitudine ha sempre avuti l’istinto della curiosità crudele; in ogni tempo e dovunque essa accorre alle esecuzioni capitali; o quella che or si chiede, quella a cui ci si invita, è una delle esecuzioni fra le più strane di quante si siano vedute mai; perché non preceduta neppur da un'ombra di giudizio statuario, neppur da un cencio di sentenza , neppur da una riga di motivi, quella poca riga dalla quale non credeva di poter dispensarsi, verso i suoi condannati, neppure il tribunale del Sant’Uffizio.[4] »

L'avvocato Ernesto Pozzimodifica | modifica sorgente

Ernesto Pozzi, avvocato e ufficiale garibaldino che con il Castellazzo divise i rischi della guerra del 1866 e della campagna francese dei Vosgi del 1870-'71, ce lo descrive così in uno scritto del 30 agosto 1874:

« A Mantova, gettassi nelle congiure contro i vecchi oppressori, che ben riconoscevano in lui un nemico implacabile, e agguantato dalla loro sbiraglia nell’aprile 1852 ebbe novantacinque bastonate giusta il rito teutonico e patì 11 mesi di carcere militare a S. Domenico. Scampato dagli artigli dell’aquila grifagna, coll’affanno di tremende ore trascorse, tra la servilità di un popolo prono sotto i colpi delle verghe e le infamie di biechi delatori e calunniatori, vergogna della razza umana, scuotendo la polvere dai sandali, rifuggissi nella solitudine degli studii, tolse la laurea in legge all’università di Pavia. Nel 1866 la gioventù chiedeva di iscriversi agli ordini del suo naturale duce Garibaldi, le fanfare percorrevano le strade seguite da immensa folla acclamante alla guerra, e tre o quattro rappresentanti di una sterminata valanga di cittadini salivano gli scaloni di Palazzo Vecchio (a Firenze) per chiedere al Governo e al Parlamento la dichiarazione di ostilità contro la Casa degli Asburgo. Tra quei rappresentanti rimarcato e riverito passava un gentiluomo sui quarant’anni, dall’occhio ardente, calmo e incisivo, dalla capigliatura corvina e florida, spaziosa e liscia la fronte, irti e arroncigliati i baffi, sotto i quali rivelatasi un mezzo sorriso mefistofelico e noncurante, che eternamente gli sedeva sulle labbra sottili. Alquanto ricurvo della persona, il suo incesso non era né superbo né umile, ma di uomo conscio della propria forza, avezzo agli ostacoli e sicuro delle proprie idee: donde la semplicità degli atti e delle maniere in ogni più grave negozio. Quel rappresentante era Luigi Castellazzo. Castellazzo sembra un personaggio preso di mira dal destino, che gli fa attraversare le più dure e crudeli prove per condurlo forse un giorno al trionfo. Cospirazioni, glorie belliche alla luce dei campi, replicate prigionie e sevizie senza nome, creazione di opere magistrali, e lotta incessante accanita sono le varie fasi alle quali sembra votata la sua vita. Poche esistenze subiscono vicende pari alla sua, ed egli, già prigioniero dei francesi, dei tedeschi e dei papalini, giacque ora nelle carceri di Modena per conto della Monarchia Sabauda […] La signora Jessie White, moglie di Alberto Mario, che nella sua preziosa qualità di raccoglitrice ed infermiera dei feriti nell’ardor della mischia, l’ebbe per sorte in cura (nel 1860 dopo la battaglia di Capua), mi narrava più di dieci anni dopo, in Francia, d’averlo allora udito esclamare quasi nell’agonia: - Spero che questa palla mi avrà finito -. Chi sa quanti e quali dolori si celavano sotto quella frase straziante! [...] Nella campagna del 66 in Tirolo dopo la battaglia di Bezzecca la colonna dell’austriaco generale Kuhn si era ritirata sull’altipiano a nord di quel meschino villaggio e poscia all’imbrunire su per la nefasta Valle dei Morti. Nella notte Castellazzo penso di esplorare il nemico, e tolto seco un luogotenente con un drappello di 30 soldati, per via deserta e silenziosa si recò alla distanza di un paio di chilometri verso il suo campo. La solinga comitiva s’imbatte alfine nella sentinella perduta dei tedeschi, che stanca ed atterrita dal disastro della giornata cercava riposo ed oblio nelle braccia di Morfeo. Si voleva ucciderla, ma valse il partito di non disturbarla. Intanto però le fronde stormivano al passaggio dei pochi audaci, ed i fuochi accesi per militar precauzione nell’accampamento austriaco gettavano intorno ad essi sinistri bagliori. L’animo dei volontari cominciava ad oscillare, ed il luogotenente cominciava ad osservare come fosse eccessiva imprudenza l’avanzarsi ancora. Ma Castellazzo con la sua strana e glaciale freddezza gli rispondeva, additandogli i falò: - Nostro compito e di entrare là nel centro del campo nemico e di metterlo tutto in allarme -. E si andava innanzi, quando la seconda scolta al nuovo rumor di passi esplose il fucile e diede l’allerta a tutto l’esercito. Il nostro comandante della ricognizione allora ordinò il fronte indietro e rifece la strada con la pacatezza di chi entra in un breve chiassuolo senza sfondo, e, accortosi dello sbaglio ritorna sulle sue pedate per prender un’altra via. Castellazzo nel 66 aveva sotto i suoi ordini il 2º battaglione del 2º Reggimento Volontari Italiani ed era quindi mio maggiore, ma il nostro battaglione veniva comandato da un capitano, perché egli fu sempre trattenuto al quartier generale da Garibaldi od errante in spedizioni rischiose sul genere di quella or narrata [...] Nel '67 fondò a Firenze il giornale «La Riforma», e scrisse in testa a quel giornale il detto di Bacone: Instauratio facenda ab imis fundamentis, che ancor oggi vi si conserva, fuor di posto come un trovante, anche oggidì [...] Castellazzo udì che Garibaldi, non ancor domo delle fatiche, dai disinganni e dalle immense peripezie, tentava nuove imprese ed in terra straniera, e neppure egli abbattuto lo seguì tosto a Dôle in Francia. Quando egli colà giunse, fu gara in tutti gli italiani di festeggiare il galeotto del papa. A Dôle e nelle tremende giornate di ghiaccio e di vaiolo nero trascorse nell’inverno del 1870-71 ad Autun nella Borgogna, Castellazzo solo o con qualche amico ripeteva le sue caratteristiche peregrinazioni, ed alle feste di ceppo viaggiò in mezzo ai prussiani e alla neve per tre giorni in una magnifica carrozza a tiro due requisita al castaldo del generale Changarnier, nativo di Autun, da questa patria di Talleyrand e Mac-Mahon a Château Chinon, Clamecy e Vermenton, dove Ricciotti stava per venire alle mani colla sua brigata di poc’oltre i mille uomini contro seimila badesi e bavaresi con artiglieria e cavalleria. Al quartier generale Garibaldi, Stefano Canzio, Lobbia e tutti gli amici lo credettero caduto prigioniero dei prussiani, ma egli parlò e s’intese con Ricciotti e quindi tornossone tranquillo ad Autun dopo averla accoccata anche ai sistematici vendicatori del 1813. Pur durante quella guerra di tratto in tratto Castellazzo, coperto dalla sua pelle d’orso, giusta il costume appreso dagli ufficiali francesi, si recava, chiamato da Garibaldi, a discorrere sulle cose militari del giorno colla carta topografica sul tavolo, nello studio della quale egli è valentissimo, e gli è certo che l’eroe dei due mondi non spregiava i giudizi dell’autore di Tito Vezio. Quando il brigadiere Lobbia partì con la sua colonna verso i Vosgi, col progetto di precedere Garibaldi per tagliare ai prussiani la base d’operazione e la ritirata sul Reno, il tenente-colonnello Castellazzo lo seguì quale suo capo di Stato Maggiore. Alle prime fucilate del propizio combattimento di Prauthoy, le guardie mobili fuggiasche lo rovesciarono dal suo bianco cavallo, stanco e spossato dopo un giorno ed una notte di marcia continua, ed egli ne riportò grave contusione e ferita alla fronte, onde fu d’uopo trasportarlo su di un carro in una prossima casa di contadini. Allorché eravamo nei pressi della fortezza di Langres senza notizie di Garibaldi e degli altri corpi, Castellazzo s’assunse due volte l’incarico di attraversare, camuffato da villano, le linee dei 50.000 prussiani di Manteuffel, che da Parigi scendevano su Dijon, per recar nostre informazioni al generale in capo e riportarne le istruzioni. Tornato in Italia diede opera a nuovi lavori letterari, finché nel marzo scorso fu imprigionato in Roma dal ministro Lanza, e fatto tradurre in carcere di S. Eufemia a Modena, donde fu da pochi giorni, e dopo circa cinque mesi d’ingiustificabile detenzione, sciolto per sentenza dalla Sezione d’accusa, che, proponente ed annuente il Pubblico Ministero, dichiarava il solito non farsi luogo a procedere degli arbitrari e molestissimi processi politici [...] Se io volli dire di Castellazzo ancora vivo, vi fui eccitato dallo sdegno di vederlo continuamente ludibrio della cieca forza della tirannia, e dalla bile che assale ogni italiano nello scorgere come le altre nazioni sappiano far valere ad usura i meriti dei loro figli, non cale se vivi o morti, che appena loro rechino lustro, mentre in patria si conoscono e celebrano molte mediocrità straniere e vanno neglette le pure nostre glorie e i generosi, che soli ponno infonderci l’orgoglio che, senza degenerare nella solita burbanza di qualche vicino, ci preservi dalla servilità della moda, nella politica e in tutti i sistemi di guerra e di pace, diversi ovunque a seconda dei climi, dei temperamenti, dei singoli bisogni e delle varie aspirazioni.[5] »

Il congiurato don Enrico Tazzolimodifica | modifica sorgente

Le accuse al Castellazzo non si affievolirono neanche con la sua morte. Ogni qualvolta si parlava dei martiri di Belfiore, il suo nome ricompariva prontamente additato come il loro traditore. Nel 1905 lo storico Alessandro Luzio, nel suo citato studio, pubblicò per la prima volta i documenti raccolti negli archivi che comprovavano, almeno in parte, le insinuazioni rivolte al Castellazzo. Da questo studio riportiamo un brano di una lettera che don Enrico Tazzoli inviò segretamente dal carcere all’amico Giovanni Acerbi il 24 novembre 1852:

« La mia sentenza è già pronunciata, ma non la si conosce ancora; solo mi disse il Vescovo che non spera nulla per me. Manco male. A me rincresce per gli altri, non per me. Almeno ho la coscienza di non aver commessa nessuna viltà. Il povero Castellazzi pare essere stato condotto col bastone a interpretare quel registro che costituì la nostra imprudenza. Non so poi come si sapesse di molti non notati in quel registro: p.e. di Marchi; i nomi di Faccioli e Cesconi, etc., etc., rivelolli forse Castellazzi? Nol so. Duolmi di un’ultima deposizione di Castellazzi che rovinò Tito Speri, Poma, Frattini e Ferrari: disse che si tentò di ammazzare Rossi quando io era in prigione, e che io ne era consapevole, cosa al tutto falsa; e disse di un tentativo a Brescia sopra Mazzoldi accusando Speri d’esser venuto a chiedere il nostro voto. »

Le parole taglienti di un ex congiuratomodifica | modifica sorgente

Anche un’interessante lettera conservata al Museo del Risorgimento di Roma del 1903 consistente in una bozza, spedita da un non meglio identificato congiurato del 1852, al direttore del giornale «La Provincia» di Cremona, riprende il solito filone accusatorio, il 9 dicembre 1903:

« Carissimo signor Sacchi, avendo letto nella Provincia parecchi assennati articoli sulla questione del Castellazzo, ho pensato di comunicarle alcune osservazioni intorno a tale argomento molto importanti per coloro che presero parte alle cospirazioni, d’onde trassero origine i processi di Mantova. Per quanto mi riguarda devo premettere che, arrestato il 1º maggio 1852, avendo potuto sfuggire a molte mani di gendarmi, che indarno mi inseguirono, ebbi la sorte di sottrarmi al processo, in cui sarei stato impiccato se fossi rimasto prigioniero, in causa dei rapporti che avevo avuto col comitato di Mantova. Andai allora in esilio a Genova, dove conobbi parecchi emigrati mantovani, fra i quali Giovanni Acerbi, il dottor Gaetano Sacchi, Giovanni Chiassi, Borchetta, Nuvolari ecc. i quali al cominciare dei processi, si erano rifugiati per sottrarsi all’arresto di cui erano nominati. Dopoché nei giorni 3 e 19 marzo 1853 furono pronunciati le sentenze di condanna per quattro imputati al patibolo, e per parecchi altri a molti anni di carcere coi ferri da scontarsi in una fortezza, col proclama pure del 19, furono chiusi per grazia sovrana i processi e posti in libertà tutti gli altri imputati, fra i quali il Castellazzo. Da quel giorno sorse la questione che annovera si misfatto. Alcuni fra gli emigrati mantovani, persone sotto ogni rapporto altamente stimabili, difendevano fino da allora il loro compagno, né volevano portar fede alle corrispondenze provenienti dalla Lombardia, che lo accusavano financo di essersi affratellato – dopo uscito di carcere - con ufficiali austriaci. Per contro Giuseppe Finzi, Rossetti, Pastro, Felice Cavallotti e gli altri condannati nel 1853, al pari di coloro che furono allora liberati, lo accusavano quale denunziatore dei compagni, come pure risulta da diverse pubblicazioni nelle quali trovansi riferiti i confronti che egli sostenne contro altri imputati. Dal dottor Rossetti, che era stato capo del comitato di Lodi, e del quale fui molto amico, raccolsi io stesso le più esplicite dichiarazioni circa le denunzie del Castellazzo. Finalmente, è molto significante il fatto, da molti dimenticato, che mentre dalle risultanze del processo fu provato che era stato il segretario e l’anima del comitato di Mantova, il Castellazzo anziché subire una condanna fu liberato. Ora par chiaro, che il giudizio di coloro i quali subirono l’inumano processo, e che durante la prigionia ebbero cognizione della condotta di tutti gli imputati, abbia un valore prevalente rispetto agli apprezzamenti intuitivi degli esuli - per quanto rispettabili e stimati - che da lungi cercarono di difenderlo. Si asserisce che egli sia stato flagellato a colpi di bastone, e che, vinto dalle atroci sofferenze inflittagli, siasi lasciato strappare le rivelazioni accusatrici dei complici. Tutti i compagni di carcere prodi negarono e i superstiti sempre negano ancora che alcuno di loro sia stato bastonato. Tuttavia non c’è dubbio che, fatta eccezione dei poveretti amici, anche fra gli esuli era notorio che il Castellazzo aveva denunziato i compagni. Infatti allorché, nell’aprile del 1861, il nostro Bargoni fu invitato ad assumere la direzione del giornale «Il Diritto», egli accettò la proposta mettendo per patto che fosse troncata la pubblicazione, già iniziata nell’appendice di quel giornale, una memoria sui processi di Mantova, dettata appunto dal Castellazzo, poiché l’egregio nostro concittadino non voleva enunciare il ..... col nome di lui. Il Castellazzo non osò sollevare recriminazioni contro siffatto oltraggioso ostruzionismo, né quella memoria vide la luce di poi. Ora si invoca in una difesa la dichiarazione rilasciata da un giurì d’onore, in data di Condino, durante la campagna del 1866. Fra i firmatari si leggono i nomi di Cavallotti, di Menotti Garibaldi, e d’altri che, per ragioni d’età, non poterono essere testimoni di quel tempo. Si leggono pure i nomi d’altri patrioti che sono però sempre gli stessi che lo avevano assolto in esilio. Nessuno di coloro che subirono il processo aderì a quel verdetto, e neppure aderirono il Cairoli ed altri egregi uomini che avevano preso parte alle cospirazioni. La predetta dichiarazione era procurata sulla premessa che il Castellazzo, solo tra i processati, ebbe a subire per tre giorni la terribile prova del bastone, dietro la quale si indusse a confessar ecc., perciò appare che essa fu dettata coll’ intendimento, non già di cancellare un fatto che appartiene alla storia, bensì di riabilitare il Castellazzo che si era distinto con prove di valore date nella campagna. La riabilitazione fu ispirata da fatti nuovi, e allora recenti, il che spiega come siasi scordato sino al 1866, a provocar il verdetto purificatore. Ma la riabilitazione così spiegata non attenua i fatti anteriori. Essa testifica che Castellazzo fu valoroso soldato come molti altri che onorarono l’Italia, non già un congiurato eroico a tutta prova. Il municipio di Mantova deliberò di porre nella piazza di S. Pietro una lapide ai martiri di Belfiore, includendovi il nome di Luigi Castellazzo. [...] Questa deliberazione del municipio diede origine alle polemiche fin sui giornali, taluni dei quali difendevano la deliberazione nonostante che il Castellazzo aveva denunziato questi nomi e ne facevano un eroe. La questione è grave e delicata imperochè si tratta dell’onore di un uomo che non può difendersi. [...] Perciò è grave offesa di sentimenti il proposito di mettere accanto de’ nomi dei martiri il nome di colui che li denunziò, e che mentre essi andavano al patibolo fu amnistiato. Vi starebbe meglio il nome dello Amatore Sciesa che, per non farsi accusatore, preferì la forca. Ma grazia è quella del Pezzotti che, per tema di non recar danno ai compagni, si suicidò in carcere, com'era suo proposito, anche a me rivelato in Cremona un anno prima. Il Castellazzo non mancava di qualità.[6] »

Scrittimodifica | modifica sorgente

  • Lombardia 1848, edito nel 1862.
  • Corso di conferenze: prolusione di Luigi Castellazzo, Roma, Capaccini & Ripamonti, 1879.
  • Tito Vezio, Stab. Tip. di Edoardo Perno, Roma, 1883.
  • La Battaglia di Armagedon – Notti Vaticane, A. Sommaruca & C., Roma, 1884.

Onorificenzemodifica | modifica sorgente

Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia
«Per essersi distinto nel comando di vari distaccamenti incaricati, di particolari ed importanti missioni e specialmente nell'occupazione di Hano (Capovalle), della valle Vestina e Monte Bragone»
— Tirolo, 1866

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Alessandro Luzio, I martiri di Belfiore e il loro processo, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, Milano 1908.
  • Gianpaolo Zeni, Il maggiore Luigi Castellazzo e la campagna garibaldina del 1866 sul fronte di Magasa e Val Vestino, in "Passato Presente", Storo, 2008.
  • Gianpaolo Zeni, La guerra delle Sette Settimane. La campagna garibaldina del 1866 sul fronte di Magasa e Val Vestino, Comune e Biblioteca di Magasa, 2006.
  • Simonetta Bono, Luigi Castellazzo e i processi di Mantova del 1852-53 alla luce di alcuni documenti, in Rassegna Storica del Risorgimento, 43, 1956, nº 1, gennaio-marzo.
  • Giuseppe Solitro, Dopo Belfiore e la laurea di Luigi Castellazzo, Rassegna Storica del Risorgimento, 1936.
  • Biblioteca della Camera dei Deputati di Roma, Atti parlamentari, tornata dell'11 dicembre 1884, pp. 10089 e 10090.
  • Museo Centrale del Risorgimento di Roma, Fondo Archivio Cadolini, 455, F. 000003.
  • Costantino Cipolla, Belfiore, Franco Angeli editore, Milano 2006.
  • Giovanni Cadolini, Memorie, Milano 1911.
  • Corpo dei Volontari Italiani (Garibaldi), Fatti d’armi di Valsabbia e Tirolo, 1867.
  • Angelo De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, diretto da Angelo De Gubernatis, Firenze, Successori Le Monnier, 1879, e successive edizioni.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Rosario F. Esposito, La Massoneria e l'Italia, Roma, 1979, pagg. 170-73.
  2. ^ Anna Maria Isastia, Uomini e idee della Massoneria. la Massoneria nella storia d'Italia., Roma, Atanòr, 2002, p. 98
  3. ^ Giacomo Medici
  4. ^ Biblioteca della Camera dei Deputati di Roma.
  5. ^ Ernesto Pozzi, Biografie e paesaggi, Tipografia del Commercio, Lecco 1874.
  6. ^ Museo Centrale del Risorgimento di Roma.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente








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