Maurizio Minghella

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Maurizio Minghella (Genova, 16 luglio 1958) è un criminale e serial killer italiano, condannato a 131 anni di carcere per aver commesso una serie di dieci omicidi di prostitute avvenuti fra il 1996 e il 2001 a Torino quando era in semilibertà, dopo che aveva ucciso cinque donne a Genova nel 1978. Inoltre è stato condannato per rapina, sequestro di persona e fuga dal carcere.

Biografiamodifica | modifica sorgente

Maurizio Minghella nasce a Genova nel 1958. Vive nel quartiere di Bolzaneto, in val Polcevera. Quando ha sei anni la madre si separa dal marito e inizia a crescere da sola cinque figli, compreso Maurizio. In seguito la madre si lega ad un nuovo compagno che picchia tutta la famiglia. Minghella comincia a covare un odio profondo per il convivente della madre, definendolo in seguito, durante il primo interrogatorio, con queste parole:

« Era un alcolizzato e ci menava di brutto. Lo detestavo parecchio, sovente ho sognato di ucciderlo, stringendogli una corda al collo da dietro le spalle »

Frequenta la scuola senza riuscire a superare la seconda elementare, e a 12 anni frequenta ancora la prima. A scuola prende i compagni per il collo e tappa loro il naso o la boccasenza fonte. Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista, pur continuando sovente a rubare scooter, moto, Fiat 500 o Fiat 850 per sfrecciare sulle strade della val Polcevera e dintorni. Donnaiolo, veniva visto sempre con ragazze diverse ed era stato soprannominato il "Travoltino della val Polcevera" per la sua passione per la discomusic[1]. Si appassiona al pugilato ma poi viene cacciato dopo aver picchiato un ragazzosenza fonte.

Un episodio che avrà poi forti ripercussioni sulla sua psiche è la morte del fratello, schiantatosi in moto.

Da questo episodio Minghella comincerà a sviluppare una morbosa attrazione per i morti, specialmente di giovane età[2]. Riformato dal servizio di leva per disturbi psichici[2], sposa nel 1977 "per scommessa, per caso", come lui stesso dichiarò, la quindicenne Rosa Manfredi, dipendente dagli psicofarmaci. Il matrimonio ha comunque vita breve: Minghella è un assiduo frequentatore di prostitute, e la ragazza muore in seguito ad una overdose da farmaci in un momento di depressione dopo un aborto spontaneo. L'aborto spontaneo traumatizza ulteriormente il Minghella e la sua fragile personalità. Nel 1978 viene visitato nella clinica psichiatrica dell'Università di Genova e al test del Q.I. risulta di 70senza fonte.

I primi omicidi del 1978modifica | modifica sorgente

Il 18 aprile 1978 uccide a Genova la prostituta ventenne Anna Pagano, nascondendone poi il cadavere nei pressi di Trensasco, frazione di Sant'Olcese. Il cadavere è ritrovato da alcuni pastori, ha la testa fracassata ed è stata seviziata con una penna a sfera conficcata nell'ano. Inoltre Minghella tenta di depistare le indagini scrivendo sul corpo "Brigate Rose" anziché "Brigate Rosse" commettendo un errore di ortografia, ma la polizia si accorge subito del depistaggio.

L'8 luglio uccide Giuseppina Jerardi a Genova con le stesse modalità e nasconde il cadavere in un'auto rubata e abbandonata. Il 18 luglio uccide Maria Catena "Tina" Alba di 14 anni, che viene trovata a Valbrevenna nuda il giorno successivo, il corpo legato con una specie di garrota ad un albero. Il 22 agosto, dopo una notte in discoteca, uccide Maria Strambelli di 21 anni, commessa di origine barese, il cui corpo viene trovato a 3 giorni dalla scomparsa nella periferia di Genova.

L'ultima vittima è Wanda Scerra di 19 anni, amica di Maria Strambelli e scomparsa il 28 novembre. Il cadavere viene scoperto nella scarpata che costeggia la ferrovia Genova-Milano nei pressi di Genova. La vittima è stata violentata e strangolata.

L'arresto del 1978, il processo e il carcere fino al 1995modifica | modifica sorgente

Minghella viene arrestato e la notte tra il 5 e il 6 dicembre confessa l'uccisione della Strambelli e della Scerra, ma nega le responsabilità degli altri omicidi. Viene richiesta una perizia calligrafica tra la calligrafia di Minghella e il tentativo di depistaggio ritrovato sul corpo di Anna Pagano. Sia la scrittura che la penna usata per sodomizzare la vittima vengono ritenute di Minghella. Per l'omicidio di Tina Alba, viene ritrovato un paio di occhiali di Minghella sulla scena del crimine.

Il 3 aprile 1981 viene condannato dalla Corte d'Assise di Genova all'ergastolo per i 5 omicidi da scontare presso il carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro. In carcere si è sempre proclamato innocente e negli anni Ottanta anche don Andrea Gallo chiese la revisione del processo. Nel 1995, a 37 anni, ottiene la semilibertà e viene trasferito al carcere delle Vallette di Torino. Entra nella comunità di recupero di don Ciotti, in una delle cooperative del Gruppo Abele dove lavora come falegname dalle 17 alle 22.

Cronologia degli omicidi accertati tra il 1996 e il 2001modifica | modifica sorgente

Nel marzo 1997 uccide la prostituta Loredana Maccario di 53 anni in casa della donna in via Principe Tommaso nel quartiere torinese di San Salvario. A maggio strangola con il laccio di una tuta da ginnastica a Caselette la prostituta marocchina di 27 anni Fatima H'Didou dopo averla picchiata e violentata.

Il 30 gennaio 1999 strangola con un foulard la prostituta originaria di Taranto di 67 anni Cosima Guido detta "Gina" nell'appartamento dove riceveva i clienti in largo IV Marzo, nel centro di Torino. Sulle scale del pied-à-terre della donna vengono ritrovati due pezzi di carta assorbente da cucina con tracce biologiche di Minghella.

Florentina "Tina" Motoc, 27 anni, madre di un bambino di due, viene uccisa nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 2001. Percossa brutalmente al volto e al capo, Minghella ha poi cercato di sbarazzarsi dei vestiti della ragazza accendendo un piccolo falò[3].

È l'ultimo omicidio di Minghella: le tracce di DNA, impronte complete o parziali ritrovate nei luoghi dei delitti, le modalità simili degli omicidi e la fascia oraria in cui sono avvenuti (tutti dopo le 17), portano la polizia ad arrestarlo.

Il nuovo arresto e il nuovo processomodifica | modifica sorgente

Minghella viene arrestato il 7 marzo 2001 e a casa sua vengono trovati i cellulari delle vittime con il numero di matricola cancellato. Il cellulare di Minghella viene inoltre rintracciato nella zona dove si trovava la Motoc la sera del delitto. Condotto nel carcere delle Vallette, nella primavera 2001 tenta di evadere fuggendo dalla lavanderia, ma riesce ad arrivare solo al primo muro di cinta.

Rinchiuso nel carcere di Biella, la mattina del 2 gennaio 2003 si fa ricoverare per dolori al petto e al braccio nel pronto soccorso del capoluogo, riuscendo a fuggire da un bagno dello stesso. Viene arrestato alle 22 dello stesso giorno nei pressi della stazione ferroviaria.

Sospettato di dieci omicidi di prostitute, ma condannato solo per quattro di essi, il 4 aprile 2003 viene condannato dalla Corte d'Assise di Torino all'ergastolo per l'omicidio della Motoc e a 30 anni di carcere per gli omicidi di Cosima Guido e Fatima H'Didou. Al momento è rinchiuso in isolamento nel carcere di Poggioreale a Napoli.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Articolo de La Stampa.
  2. ^ a b Ibidem.
  3. ^ Scheda su Tina Motoc nella sezione Misteri di Chi l'ha visto? - Edizione 2000/2001
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