Mercato Vecchio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Coordinate: 43°46′17.21″N 11°15′14.62″E / 43.771447°N 11.254061°E43.771447; 11.254061

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze, 1882-83, 39x65,5 cm
Questa è una delle voci sulla zona:
Piazza della Repubblica
Voci principali
Visita il Portale di Firenze
« Lo scempio più grave fu il cosiddetto "sventramento" del centro storico, costituito dal Mercato Vecchio e dall'antico Ghetto. »
(Piero Bargellini, Com'era Firenze 100 anni fa)

Il Mercato Vecchio era una zona di Firenze che venne demolita, assieme al vecchio Ghetto, tra il 1885 e il 1895 per la creazione di piazza della Repubblica, nell'ottica del cosiddetto "risanamento" cittadino.

Storiamodifica | modifica sorgente

Il Mercato vecchio prima delle demolizioni, come appariva in uno scorcio dall'attuale via Strozzi

In questo sito si trovava l'antico foro romano di Florentia. La zona aveva un valore altamente simbolico, poiché era il centro geografico della città dove si intersecavano il cardo e il decumano. In corrispondenza di questo incrocio si ergeva la colonna che in seguito fu sostituita dalla colonna dell'Abbondanza, ancora esistente.

In epoca alto medievale la zona continuò ad essere un punto di ritrovo, divenendo presto il luogo di mercato più importante della città. Era caratterizzato da due chiese antichissime, di epoca paleocristiana, dette Santa Maria in Campidoglio e Sant'Andrea. Il mercato fu istituzionalizzato solo dopo l'anno Mille. Tipicamente rispetto anche ad altre città italiane si veniva così a definire lo spazio pubblico destinato ai commerci, al quale si contrapponeva una piazza del Duomo destinata agli affari religiosi e una piazza del Comune (piazza della Signoria) destinata alla politica e agli affari civili. Col tempo si rese necessario un secondo mercato, il mercatum de porta Sanctae Mariae, dal nome della porta Santa Maria, dove poi nel Cinquecento venne costruita la loggia del Mercato Nuovo (in contrapposizione al mercato da allora definito "Vecchio").

Un terzo polo commerciale nelle vicinanze era la Loggia del Grano, costruita da Arnolfo di Cambio alla fine del XIII secolo, che poi nella seconda metà del Trecento divenne la chiesa di Orsanmichele. Orsanmichele era la chiesa delle Arti e corporazioni di Firenze poiché in questa zona si concentravano la maggior parte delle sedi corporative: oltre a quelle ancora oggi esistenti del palazzo dell'Arte della Lana, del palazzo dell'Arte della Seta o del palazzo dell'Arte dei Beccai, vi si trovavano a pochi isolati le sedi dell'Arte dei Medici e Speziali, di quella degli Albergatori, dei Rigattieri, degli Oliandoli e Pizzicagnoli e dei Linaioli e Sarti.

La piazza esisteva ancora all'epoca di Cosimo I, quando vi fece realizzare da Giorgio Vasari la loggia del Pesce, ma gradualmente lo spazio si era sempre più assottigliato per la costruzione di minuscoli edifici popolari, adibiti a bottega e abitazione, che avevano mutato l'aspetto della zona. Era infatti tipico nel medioevo abitare negli edifici dove si possedeva anche la bottega e il laboratorio. Inoltre la zona era costellata da pozzi, forni, chiesette, torri, logge, abitazioni di legno o in muratura.

Numerose erano i toponimi della zone legati ad attività economiche: piazza dell'Olio, via dei Pellicciai (poi via Pellicceria), via delle Ceste, piazza delle Cipolle (oggi piazza Strozzi), piazza del Vino, piazza delle Ricotte. Nella loggia dei Tavernai si vendevano vivande, mentre il tabernacolo di Santa Maria della Tromba si chiamava così perché era vicina alle botteghe dei fabbricanti di nacchere e trombe.

La demolizionemodifica | modifica sorgente

« Siete voi andato mai in quegli antri, in quelle tane, per que' sotterranei, dove la notte le pareti formicolano d'insetti, dove il soffitto è così basso, che è impossibile a un uomo di giusta statura entrare lì senza incurvarsi, e dove su putridi giacigli si scambiano gli amplessi di ladri e di baldracche, lordure umane, sgorgate in questi orrendi sterquilinii, dopo aver corso, trabalzato, per le fogne del vizio? »
(Jarro, Firenze sotterranea, 1881)

Verso il 1880 il giornalista Giulio Piccini, che si firmava con lo pseudonimo di Jarro, denunciò con una serie di articoli, raccolti poi nel libro Firenze sotterranea (1881), il degrado nel quale vivevano gli umili abitanti del centro storico. Il tono fin troppo eloquente e le numerose esagerazioni e distorsioni erano indice certo di una situazione di decadenza, ma non rendevano giustizia alla plurisecolare storia della zona. Ne nacque un certo scalpore che convinse i più della necessità di fare "piazza pulita" di tutta l'area. L'intervento si sarebbe inquadrato dopotutto nel contesto del piano del Poggi, che aveva eliminato le mura per creare quei boulevard che sono i viali di Circonvallazione, rispondendo alle nuove esigenze della borghesia di decoro, di pulizia, di passeggio. Pochi anni prima erano state infatti ampliate via dei Calzaiuoli e via Tornabuoni ed era stato sistemato un lato di via Strozzi.

Non si può trascurare il lato speculativo dell'operazione (il cosiddetto "affare del centro"), che ottenne il trasferimento dei ceti umili fuori dal centro storico nell'ottica della creazione di abitazioni, edifici ad uso commerciale e rappresentativo per la ben più remunerativa alta società cittadina. Molti storici indicano come le ragioni economiche fossero il vero motore dello sventramento, rispetto al quale le oggettive esigenze di salute pubblica, di sicurezza e di decoro ne avrebbero costituito solo la copertura ideologica.

La colonna dell'Abbondanza si erge solitaria dopo le demolizioni del Mercato Vecchio; sullo sfondo la loggia del Pesce nella sua collocazione originale (1883 circa)

Già nel 1881 il comune incaricò una commissione di rilevare lo stato degli immobili e delle condizioni di vita degli abitanti della zona del Mercato Vecchio, che rilevò il preoccupante degrado e spianò la strada all'opera di risanamento massiccio. Il progetto definitivo venne approvato il 2 aprile 1885: entro giugno tutta la popolazione della zona era stata evacuata e tutte le proprietà erano state generalizzatamente espropriate.

I lavori procedettero con solerzia dal 1888, demolendo innanzitutto la parte nord della piazza, tra la colonna dell'Abbondanza e l'attuale lato del Caffè Gilli: a questo punto, una volta eliminati i miserabili edifici del mercato si era riscoperta la piazza cinquecentesca, con la loggia del Pesce del Vasari e forse, secondo per esempio il parere di Piero Bargellini, sarebbe stato auspicabile che i lavori si fossero interrotti lì. Ma il centro era ormai gravato da forti interessi economico speculativi, che reclamavano edifici in grande pompa, nuovi di zecca per rappresentare l'emergente ceto borghese, per cui l'area delle demolizioni si ampliò notevolemente, arrivando a coprire l'area tra piazza degli Strozzi, via de' Vecchietti, via de' Pecori, via de' Calzaiuoli, piazza della Signoria e via Porta Rossa. Molte furono le antiche testimonianze architettoniche del passato che vennero sacrificate senza troppa esitazione: chiese antiche, case-torri, sedi di Arti. Anche il vecchio Ghetto, con due sinagoghe, venne raso al suolo.

Al posto della struttura urbana medievale sorse una maglia stradale regolare, caratterizzata dalla sezione costante di 12 metri, sulla quale vennero eretti i grandi palazzi, con i caffè, gli hotel e i portici, l'arco trionfale e il grande spazio di piazza Vittorio Emanuele II, oggi piazza della Repubblica.

È restato famoso il commento che il pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, grande amante degli aspetti pittoreschi e popolari di questa parte di città che soleva ritrarre spesso nelle sue opere, lasciò in risposta a un impiegato comunale che gli chiedeva se, durante la demolizione del mercato, avesse gli occhi lagrimosi per quelle "porcherie" che venivano giù: "No, piango sulle porcherie che vengono su".

Il ghettomodifica | modifica sorgente

Piazza della fonte nel ghetto

Qui si trovava anche il ghetto ebraico, dove Cosimo I e il figlio Francesco dal 1571 avevano obbligato a risiedere gli ebrei in città, già soprattutto stanziati in Oltrarno, nell'area dell'ex-sinagoga di via de' Ramaglianti.

Il ghetto fu disegnato dall'architetto Bernardo Buontalenti. Occupava un'area quadrata al centro della città delimitata a est da via dei Succhiellinai (ora via Roma), a sud dalla piazza del Mercato Vecchio (ora piazza della Repubblica), a ovest da via dei Rigattieri (ora via Brunelleschi), e a nord dal chiasso di Malacucina (ora via Tosinghi). L'accesso al ghetto era garantito da due porte, una su piazza del Mercato e una su via dei Succhiellinai.

Il ghetto era composto da un gruppo di alti edifici raccolti attorno alla piazza della Fonte, dove un pozzo forniva l'acqua agli abitanti del quartiere. Nel ghetto erano due sinagoghe: una di rito italiano (edificata nel 1571) e uno di rito levantino (edificata alla fine del XVI secolo).

Nel 1670 la zona nord del ghetto fu distrutta da un incendio e dei lavori di ricostruzione si approfittò per estendere il ghetto - già sovraffollato - fino all'attuale via de' Pecori. Nel 1750 agli ebrei fu concessa la proprietà degli edifici del ghetto che rimase in funzione fino all'epoca napoleonica.

Una ricostruzione in plastico dell'aspetto dell'antico ghetto si trova al museo ebraico del tempio israelitico maggiore di Firenze.

Architetture scomparsemodifica | modifica sorgente

La chiesa di Sant'Andrea

Nelle demolizioni andarono perse 26 antiche strade, 20 tra piazze e piazzette, 18 vicoli; furono abbattuti 341 immobili ad uso abitativo, 451 botteghe e vennero allontanate 1778 famiglie per un totale di 5822 persone.

Il Mercato Vecchio aveva il suo cuore in un edificio basso e lungo a forma di ovale rettilineo con una tettoia piuttosto aggettante che fungeva anche da riparo per i compratori e le bancarelle che si disponevano su entrambi i lati. Altri negozi e bancarelle si dispiegavano nella piazzetta attorno.

Tra gli edifici di notevole rilevanza storica andarono perduti la torre dei Caponsacchi, la torre degli Amieri, il vecchio Monte di pietà dei Pilli (già in via Monalda), ecc. Vi si trovavano inoltre le case anticamente abitate da importanti famiglie: le prime dei Medici, quelle degli Strozzi, dei Sassetti, dei Della Luna, dei Lamberti, dei Tosinghi, degli Anselmi, dei Vecchietti, dei Tornaquinci, ecc.

Numerose furono le sedi delle Arti perdute per sempre: dei Medici e Speziali, degli Albergatori, dei Rigattieri, degli Oliandoli e Pizzicagnoli e dei Linaioli e Rigattieri; in quest'ultima esisteva ancora la nicchia del tabernacolo dei Linaioli, capolavoro di Beato Angelico e Lorenzo Ghiberti, oggi nel Museo nazionale di San Marco.

Numerosi erano i tabernacoli e le chiese, spesso con opere d'arte citate da Giorgio Vasari, che oggi sono andati perduti. Si affacciava sulla piazzetta del Mercato la chiesa di San Tommaso, mentre erano in zona quella di Sant'Andrea, quella di Santa Maria in Campidoglio, San Miniato tra le torri, San Pier Buonconsiglio, San Leo e San Ruffillo; nella zona di piazza Strozzi si trovavano Santa Maria degli Ughi e San Donato dei Vecchietti.

Era questa quindi una delle zone più caratteristiche e nel corso dei secoli aveva mantenuto quasi intatto il tessuto edilizio medievale, con stradine strette ed edifici addossati gli uni agli altri. Di queste strade ed edifici antichi per fortuna resta almeno un notevole corredo iconografico di testimonianze fotografiche, pittoriche e grafiche ottocentesche.

Architetture sopravvissutemodifica | modifica sorgente

Sebbene nessuno si sognò di toccare alcuni capolavori come la chiesa di Orsanmichele o palazzo Strozzi, anche altri edifici furono risparmiati dalle demolizioni, ma il contesto nel quale erano sorti venne profondamente stravolto tanto da comprometterne irrimediabilmente la lettura corretta nel tessuto urbano.

Tra queste vi furono alcuni palazzi nobiliari, come il palazzo dei Vecchietti, il palazzo Sassetti, il palazzo Canacci-Giandonati, il palazzo dei Catellini; le torri degli Adimari, degli Agli e dei Macci; tra le strutture un tempo pubbliche si ricordano il palazzo dell'Arte dei Beccai, il palazzo dell'Arte della Lana e il palagio di Parte Guelfa (che venne poi pesantemente restaurato nel 1921); tra gli edifici di culto la chiesa di Santa Maria Sopra Porta, all'epoca già sconsacrata, che ospitava la caserma dei corpo dei pompieri.

Vennero risparmiati perché solo lambiti dall'area interessata al "risanamento" il palazzo Davanzati, la torre dei Foresi e le altre architetture di via Porta Rossa; la loggia del Porcellino e il palazzo Orlandini del Beccuto, che però perse il giardino che si trovava esternamente, oltre via del Campidoglio. Venne in parte demolito il palazzo dello Strozzino.

Vennero invece traslocate alcune architetture come la loggia del Pesce, ricostruita in piazza dei Ciompi usando il più possibile i materiali originali, e il tabernacolo di Santa Maria della Tromba, ricostruito all'angolo del palazzo dell'Arte della Lana con un restauro piuttosto arbitrario del 1905.

La grande mole di dettagli architettonici (capitelli, bassorilievi, pietre scolpite da trabeazioni, mensole, pilastri, stemmi, tabernacoli, ecc.) fu in larga parte distrutta o prese la via del mercato antiquario. Tracce di questo commercio si possono rilevare per esempio tra le collezioni del Museo Bardini, donato al comune di Firenze dal grande antiquario Stefano Bardini, che raccolse tenacemente queste testimonianze storiche della città. Solo una parte dei queste vestigia restò in mano pubblica, grazie all'impegno instancabile di intellettuali quali Guido Carocci, e oggi si trova per lo più nel lapidario del Museo nazionale di San Marco.

La colonna dell'Abbondanzamodifica | modifica sorgente

La colonna dell'Abbondanza
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colonne di Firenze.

Tra le cose salvate ci fu anche la colonna dell'Abbondanza o colonna della Dovizia, situata dove si incontravano il cardo e il decumano romani. In un primo momento venne liberata dagli edifici che arrivavano addirittura ad inglobarla, per poi essere smontata e deposta. Ricollocata nel 1956, presenta ancora oggi alcune memorie della vita del mercato: un anello in ferro in alto che reggeva una piccola campana la quale suonava per indicare l´ora di apertura e chiusura dell´attività del mercato, e un secondo anello in basso alla quale si incatenavano alla "gogna" i commercianti disonesti.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Piero Bargellini, Com'era Firenze 100 anni fa, Bonechi editore, Firenze 1998.
  • Francesco Cesati, La grande guida delle strade di Firenze, Newton Compton Editori, Roma 2003.
  • Guida d'Italia, Firenze e provincia ("Guida Rossa"), Edizioni Touring Club Italiano, Milano 2007.
  • Franco Cesati, Le chiese di Firenze, Newton Compton Editori, Roma 2002.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Altri progettimodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

Firenze Portale Firenze: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Firenze







Creative Commons License