Nedo Fiano

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Nedo Fiano (Firenze, 22 aprile 1925) è uno scrittore italiano sopravvissuto alla deportazione nazista nel campo di concentramento di Auschwitz. È uno dei più attivi testimoni contemporanei dell'esperienza dell'Olocausto nazista.

Biografiamodifica | modifica sorgente

Primi annimodifica | modifica sorgente

Nato a Firenze, dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, dovette abbandonare la scuola a 13 anni perché di religione ebraica. Proseguì gli studi presso una piccola scuola organizzata autonomamente all'interno della comunità ebraica fiorentina. Cinque anni dopo l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati, mentre i tedeschi occuparono dell’Italia centro settentrionale. Fiano e la sua famiglia, tutti di origine ebraica, fuggirono da casa cercando rifugio nelle dimore di amici. Dopo le difficoltà incontrate nel trovare una dimora, trovarono ospitalità presso la casa di un amico del padre.[1]

Il 6 febbraio 1944, all'eta di 18 anni, la polizia fascista lo arrestò mentre passeggiava in via Cavour a Firenze e lo rinchiuse nel carcere della città per il suo essere ebreo. Successivamente venne trasferito al campo di transito di Fossoli, insieme con altri undici membri della sua famiglia.

Deportazionemodifica | modifica sorgente

« Ciò che ha connotato tutta la mia vita è stata la mia deportazione nei campi di sterminio nazisti. Con me ad Auschwitz finì tutta la mia famiglia, vennero sterminati tutti. A diciotto anni sono rimasto orfano e quest’esperienza così devastante ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per tutta la vita »
(Dalla testimonianza di Nedo Fiano[2])

Il 16 maggio 1944 fu deportato, insieme con tutti i suoi familiari arrestati, presso il campo di concentramento di Auschwitz.

Viaggiomodifica | modifica sorgente

Il viaggio durò sette giorni e sette notti all’interno di un vagone usato per il trasporto di bestiame, senza sapere cosa stesse succedendo e il perché. Alle sei del mattino dell’ottavo giorno il treno si fermò e le persone all’interno del vagone caddero una sopra l’altra. All’entrata del campo, Fiano intravide, immerse nel buio, solo quattro ciminiere riconducibili alla presenza di un complesso industriale..[1]

Ad Auschwitz arrivò il 23 maggio. La sua matricola di prigioniero era A5405.

La vita nel campomodifica | modifica sorgente

Una volta raggruppati, gli ignari internati erano divisi tra uomini e donne. Le donne venivano messe in fila e si decideva la loro sorte. La madre di Fiano morì il giorno stesso dell'arrivo al campo, mandata ai forni crematori. Le persone portate ai forni crematori dovevano attraversare tre camere differenti. Nella prima, un complesso di docce, le donne venivano fatte spogliare; nella seconda erano radunate e controllate in caso avessero nascosto qualche cosa; nella terza si procedeva all’uccisione mediante l’utilizzo del gas, che impiegava una quindicina di minuti a fare effetto. Una volta morte venivano tradotte nei forni crematori e bruciate; le ceneri erano infine utilizzate come mangime per i pesci o concime per la terra. Questi forni crematori restavano in funzione tutto il giorno tranne la notte perché il fumo poteva essere scoperto dagli aerei nemici.

I bambini incontravano anche loro la morte appena arrivati nel campo. Presi alle madri, davanti ai loro occhi venivano lanciati in aria e uccisi con un colpo di pistola. Una volta morti venivano bruciati anche loro nei forni crematori come le madri.

Nel campo tutti gli uomini dovevano radunarsi alle quattro e trenta del mattino nella piazza centrale disposti in una geometria perfetta. Tutti i compiti e i diversi ordini dovevano essere svolti in pochi minuti e rispettando il tempo prestabilito altrimenti si era malmenati o anche uccisi.[1]

La liberazione e il matrimoniomodifica | modifica sorgente

L'11 aprile 1945 fu liberato dalle forze alleate nel campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato trasferito dai nazisti in fuga, unico superstite della sua famiglia.

La mattina seguente al suo rientro a Firenze, decise di ritornare nella sua vecchia casa per vedere cosa era rimasto dopo la sua deportazione, ritrovando però solo macerie. In condizioni di grave indigenza, fu aiutato dai cugini, unici familiari rimasti in vita perché non deportati. In seguito, riprense gli studi con l'obiettivo di diventare perito tessile per avere un diploma che gli permettesse un accesso al mondo del lavoro.

In questo periodo di difficoltà economiche, Fiano partecipò a una festa religiosa ebraica al Teatro della Pergola di Firenze dove ritrovò Rina Lattes.[3] Rirì, pseudonimo della donna, alla quale il signor Fiano “tirava le trecce ai tempi nella scuola della comunità ebraica di Firenze frequentata al posto di quelle governative vietate dalle leggi razziali”, rappresenta per lui il ritrovamento di un affetto perduto.

I due si sposarono il 30 ottobre del 1949 e, dopo solo un anno, nel 1950 nacque il primogenito Enzo, nel 1955 il secondo figlio Andrea.

L’anno dopo la famiglia si trasferì a Milano dove Fiano aveva trovato un impiego nell’industria tessile. Nel 1963, decise di iscriversi all’università Bocconi di Milano, in concomitanza con l’arrivo del terzo figlio, Emanuele Fiano. Nonostante gli impegni familiari e lavorativi, si laurea nel 1968, dando una svolta alla sua carriera e vita a una società di marketing. Di lì a poco, inizierà a portare la sua testimonianza in giro per l’Italia e per le scuole.

Nel 2003 ha pubblicato il libro A 5405. Il coraggio di vivere, nel quale ha raccontato la sua esperienza di deportato.

È stato uno dei consulenti di Roberto Benigni nel film La vita è bella; è apparso in numerosi programmi televisivi di divulgazione e ha preso parte a molti documentari, tra i quali Volevo solo vivere di Mimmo Calopresti, Un treno per Auschwitz di Bruno Capuana, Un giorno qualunque di Hendrick Wijmans.

Il 7 dicembre 2008 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, conferitogli dal Comune di Milano. Il 22 maggio 2010 a Pontremoli ha ricevuto il Premio Bancarellino, per il libro Il passato ritorna (Editrice Monti).

Il 2 aprile 2011 è stato nominato Gran Maestro Onorario del Grande Oriente d'Italia durante la "Gran Loggia" riunita a Rimini.

Il messaggio agli studentimodifica | modifica sorgente

L’esperienza della deportazione gli ha provocato la perdita della famiglia e un doloroso ricordo. L’Italia e la Germania erano sottomesse al potere di Hitler, per questo motivo Fiano ritiene la democrazia, ovvero il potere del popolo, un bene irrinunciabile. Le sue speranze si rivolgono soprattutto ai giovani, portando avanti il ricordo dei fatti, della sofferenza, degli errori e dell'alienazione.

Durante il suo racconto su Auschwitz, Fiano ricollega tutte le situazioni sempre a due importanti elementi: la madre e il treno. Parlando della madre si paragona a Primo Levi il quale, sopravvissuto allo sterminio torna a Torino e sulle scale di casa trova la madre ad aspettarlo. Nedo, a differenza di Primo Levi, perse la madre fin dall’inizio, quando sorpassò i cancelli di Auschwitz. Quando arrivò la libertà egli era in fin di vita nella baracca dove aveva alloggiato dal primo giorno dell’internamento.[1]

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ a b c d L'orrore di Auschwitz rivive nelle parole di Nedo Fiano. URL consultato il 18 aprile 2013.
  2. ^ LA SHOAH: TESTIMONIANZA DI NEDO FIANO. URL consultato il 29 aprile 2013.
  3. ^ Nedo Fiano e Rina Lattes rinascere grazie all'amore. URL consultato il 29 aprile 2013.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Altri progettimodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

Controllo di autorità VIAF: 58467462 LCCN: n2004032798








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