Ossimoro

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L'ossimoro (dal greco ὀξύμωρον (composto da ὀξύς, «acuto» e μωρός, «ottuso», pronunciabile ossìmoro o ossimòro[1]) è una figura retorica che consiste nell'accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro.[2]

Indice

L'ossimoro nella retorica modifica

A differenza della figura retorica dell'antitesi, i due termini sono spesso incompatibili e uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell'altro (come avviene tra sostantivo e aggettivo, soggetto e predicato, verbo e avverbio): si tratta quindi di una combinazione scelta deliberatamente da chi scrive o comunque stilisticamente mai casuale, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici. Esempi: disgustoso piacere, illustre sconosciuta, silenzio assordante. Dato l'etimo del termine, anche la stessa parola ossimoro è un ossimoro.

Esempi modifica

Se alcuni ossimori sono stati immaginati per attirare l'attenzione del lettore o dell'interlocutore, altri nascono per indicare una realtà che non possiede nome. Questo può accadere perché una parola non è mai stata creata, oppure perché il codice della lingua, in virtù di alcuni limiti formali, deve contraddire se stesso per poter indicare alcuni concetti particolarmente profondi. Ciò accade spesso in poesia; si riportano qui dei versi di S'amor non è, un sonetto di Petrarca:

O viva morte, o dilettoso male,
come puoi tanto in me, s’io nol consento?

e dell'Infinito di Giacomo Leopardi:

E 'l naufragar m'è dolce in questo mare.

Giambattista Marino scrisse un'ottava interamente percorsa da ossimori (Volontaria follia, piacevol male...).[3]

La notevole incisività e forza delle espressioni basate su ossimori è stata ampiamente sfruttata nella lingua di tutti i giorni ed anche in tutta una serie di forme di arte per produrre, fra le altre cose, titoli a effetto:

Voci correlate modifica

Note modifica

  1. ^ [1]
  2. ^ lafeniceetdesartistes
  3. ^ pensieriparole; vedi anche Adone, wikosource

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