Pabillonis

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Pabillonis
comune
Pabillonis – Stemma
Dati amministrativi
Stato Italia Italia
Regione Sardegna-Stemma.svg Sardegna
Provincia Medio Campidano
Sindaco Alessandro Garau (lista civica) dal 31-5-2010
Territorio
Coordinate 39°35′32.53″N 8°43′18.2″E / 39.592369°N 8.721722°E39.592369; 8.721722 (Pabillonis)Coordinate: 39°35′32.53″N 8°43′18.2″E / 39.592369°N 8.721722°E39.592369; 8.721722 (Pabillonis)
Altitudine 42 m s.l.m.
Superficie 37,56 km²
Abitanti 2 947[1] (31-12-2010)
Densità 78,46 ab./km²
Frazioni Regione Foddi
Comuni confinanti Gonnosfanadiga, Guspini, Mogoro (OR), San Gavino Monreale, San Nicolò d'Arcidano (OR), Sardara
Altre informazioni
Cod. postale 09030
Prefisso 070
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 106011
Cod. catastale G207
Targa VS
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitanti pabillonesi
Patrono Beata Vergine della Neve (Madonna della Neve)
Giorno festivo 5 agosto
Localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Pabillonis
Posizione del comune di Pabillonis all'interno della provincia del Medio Campidano
Posizione del comune di Pabillonis all'interno della provincia del Medio Campidano
Sito istituzionale
« Tra le saggine palustri

Pabillonis è un'anatra

Ch'io vidi una sera,

Così poco vivo a quel fuoco

In sogno: una larva di luce

Là dietro la zanzariera.[2] »

(Leonardo Sinisgalli, 1941)

Pabillonis è un comune italiano della provincia del Medio Campidano in Sardegna.

Geografiamodifica | modifica sorgente

È situato nel centro-nord della pianura del Campidano, più esattamente al nord del "Pranu Murdegu", vicino alla confluenza di due corsi d'acqua denominati Flumini Mannu e Flumini bellu. È principalmente un comune agricolo.

Il paese si sviluppa attorno alla Chiesa di San Giovanni, un tempo chiesetta campestre e cappella di un vecchio cimitero sul quale attualmente sorge una elegante piazzetta.

Storiamodifica | modifica sorgente

Le prime testimonianze dell'uomo dei territori di Pabillonis risalgono al Neolitico (VI millennio a.C. - III millennio a.C.), infatti è possibile spesso trovare frammenti di ossidiana lavorata. La massiccia presenza di questi reperti suggeriscono la presenza di numerosi villaggi presso le sorgenti d'acqua e fiumi. Ancora non è stata trovata traccia di monumenti tipici del Neolitico. Tuttavia è probabile che l'uomo abbia abitato queste zone anche nel Eneolitico. La Civiltà nuragica ha lasciato come testimonianza il nuraghe "Surbiu" (completamente distrutto), il nuraghe di "Santu Sciori" ed il "Nuraxi Fenu".

L'origine del nome deriva da "padiglioni" (in latino "Pavilio") oppure in sardo "Pabillone" o "Pabunzone" ovvero accampamenti militari di guardia che all'epoca del Giudicato di Arborea erano stanziati a difesa dei confini.

Originariamente l'abitato sorgeva ad un paio di chilometri dall'attuale ubicazione, i ruderi si trovano nei pressi della Chiesetta campestre di San Lussorio in zona "Domu 'e Campu", vicino alle sponde del "Flumini mannu" (più anticamente Tolomeo si riferisce a "Rivus Sacer" «sacro» o "Hierus"[3]) dove le acque del Rio Piras e Riu Bruncu Fenugu s'incontrano. L'omonimo nuraghe e un ponte romano (ancora in piedi) chiamato Su ponti de sa baronessa testimoniano le antiche origini del paese. Durante il medioevo apparteneva al giudicato di Arborea e più precisamente alla curatoria di Bonorzuli, l'antico centro fu distrutto dai Mori e ricostruito nell'attuale posizione. Nei documenti del 1388 che sanciscono la pace tra Aragona ed Arborea, il paese viene nominato come "Paviglionis", "Pavigionis" e "Panigionis". In seguito alla vittoria degli aragonesi il piccolo feudo fu ceduto prima ai Carroz, poi ai Centelles ed infine agli Osorio. Nel 1584 subì il saccheggio da parte dei Mori ed il paese rimase abbandonato, lo storico Vittorio Angius scrisse: «... i barbari furono colà condotti da un rinnegato sardo, [...], tranne i popolani salvatisi colla fuga, gli altri furono massacrati o tratti in ischiavitù»[4].

Nel 1934, in epoca fascista, fu realizzata la bonifica delle paludi attorno al Frummi Mau. Il 5, 7, e 8 settembre del 1943 il campo di volo di Pabillonis ubicato in Regione Foddi fu bombardato da un totale di 112 aerei P-40 del 325mo gruppo delle forze alleate[5]. I caccia bombardieri lanciarono bombe da 20 libbre sul campo di volo ed altri obiettivi. Questo fu l'ultimo atto della guerra in Sardegna. A distanza di poche ore Badoglio ufficializzava l'uscita dell'Italia dal conflitto.

Monumenti e luoghi di interessemodifica | modifica sorgente

Architetture religiosemodifica | modifica sorgente

Santa Maria della Nevemodifica | modifica sorgente

La Parrocchia di Santa Maria della Neve è l'edificio con più testimonianze artistiche. Costruito nel XVIII secolo con pianta rettangolare a tre navate, all'interno conserva degli affreschi. La facciata, semplice, è composta dal portale attorniato da lesene. All'interno della chiesa è custodito un tabernacolo ligneo del XVI secolo di Giovanni Angelo Puxeddu.

San Giovanni Battistamodifica | modifica sorgente

San Giovanni Battista è la più antica fra le chiese di Pabillonis e risale al XII secolo. In stile romanico con pianta rettangolare a navata unica e volta a botte ha un campanile a vela con doppia campana.

Nuraghimodifica | modifica sorgente

Santu Sciorimodifica | modifica sorgente

Vicino all'antico e all'attuale centro abitato si trovano i nuraghi di Santu Sciori e Nuraxi Fenu. Il primo si trova nella località di San Lussorio ove si trovano le antiche rovine; presenta un bastione polilobato e torri antemurali risale probabilmente al 1300 a.C. nell'età del età del bronzo medio. In epoca medioevale, venne utilizzato come area sepolcrale, questo riutilizzo è testimoniato dal ritrovamento nel XIX secolo di un'urna cineraria all'interno delle rovine di una delle torri. Attualmente parte del complesso nuragico si trova sotto la chiesetta costruita negli anni '60 (le rovine dell'antica chiesa si trovano a poche decine di metri dall'attuale), sarebbero necessari degli scavi archeologici per ricostruire più esattamente la storia di quell'area poiché le testimonianze scritte sono rare.

Nuraxi Fenumodifica | modifica sorgente

Si trova a circa 3 km dall'attuale centro abitato nei pressi della stazione ferroviaria. Gli scavi iniziati nel 1996 hanno riportato alla luce molteplici cocci di vasi e anche lanterne ed alcune monete romane che testimoniano la frequentazione del sito in età imperiale. I resti del nuraghe, che si estendono per circa 2.000 m2, appartengono ad un complesso polilobato di grandi dimensioni (fra i più grandi di tutta la Sardegna) risalente al bronzo medio (1600-1300 a.C.). Vittorio Angius, parlando di San Gavino dice: «Può dunque tenersi che dentro i limiti del territorio di Sangavino sorgessero ne' tempi più antichi più di sedici nuraghi, e che alcuni de' medesimi fossero tanto grandi, quanto quello che vedesi ancora nelle vicinanze di Pabillonis, che è uno de' più colossali dell'Isola...»[6]. Si precisa che quando l'Angius scrisse queste parole, la reggia nuragica di Barumini non era stata ancora scavata. La stratigrafia ha evidenziato l'abbandono del nuraghe già in epoca antica dovuta ad un incendio e ad un crollo. È stato poi rifrequentato da genti puniche e successivamente dai romani. Lo strato più antico degli insediamenti non è ancora stato scavato. I reperti rinvenuti sono attualmente conservati nel museo archeologico di Sardara.

Societàmodifica | modifica sorgente

Evoluzione demograficamodifica | modifica sorgente

Abitanti censiti[7]

Etnie e minoranze stranieremodifica | modifica sorgente

Secondo i dati ISTAT[8] al 31 dicembre 2010 la popolazione straniera residente era di 62 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:

Senegal Senegal 30 1,02%

Tradizioni e folcloremodifica | modifica sorgente

Di grande importanza e tradizione sono le feste religiose. A giugno si festeggia la Natività di San Giovanni Battista, ad agosto la Beata Vergine della Neve e la morte di San Giovanni Battista (alla fine del mese) con i tradizionali Carrus de Sabiu. La festa di San Lussorio si festeggia alla metà del mese di agosto.

Culturamodifica | modifica sorgente

Arte ed artigianatomodifica | modifica sorgente

Sa bidda de is pingiadas è l'appellativo con il quale si usa soprannominare Pabillonis.

Fin dai tempi antichi, Pabillonis era conosciuta soprattutto negli ambienti più poveri della Sardegna con il nome di sa bidda de is pingiadas (il paese delle pentole).

Tale fama deriva dalla qualità delle produzioni in terracotta, che venivano commercializzate in tutta l'isola. Agli inizi dell'Ottocento (periodo del quale si dispone di una cospicua documentazione), la vita a Pabillonis era piuttosto attiva: le attività principali erano l'agricoltura, il commercio del bestiame, le attività cestiarie e quelle legate alla terracotta. Le materie prime per queste produzioni erano disponibili direttamente nei terreni paludosi di Pabillonis. Da qui ha origine l'importanza dei maestri pentolai, tegolai e fabbricanti di mattoni.

I tegolaimodifica | modifica sorgente

I tegolai erano gli artigiani che producevano tegole in terra cotta per la copertura dei tetti delle case. L'origine di tale attività, molto più antica dei documenti esistenti, era con tutta probabilità tramandata di padre in figlio. Nel 1837 gli artigiani operanti erano 20 più gli aiutanti, solitamente ragazzi o donne col compito di estrarre e preparare l'argilla. Già nel 1850 tale produzione era in flessione, erano attivi 17 artigiani di cui 13 fabbricanti di vasellame e 4 di mattoni e tegole. Non si sa se la diminuzione delle produzioni in terracotta e mattoni sia dovuta alla diminuzione della domanda di mercato o se siano subentrate diverse problematiche.

Si sa per certo che gli amministratori locali furono costretti a regolamentare queste attività poiché la quantità di legna necessaria alla cottura dei vasellami e tegole era maggiore delle disponibilità. I pentolai ed i tegolai consumavano più legna nelle loro rispettive professioni che tutto il comune in tutto l’anno per il proprio uso[9].

Nel 1853 gli addetti alla terra cotta e l'amministrazione comunale stipularono un contratto che intendeva regolamentare queste attività[10]. L'amministrazione concedeva un terreno per la costruzione di un forno, e poneva varie clausole sul commercio di tegole e mattoni.

Tale contratto prevedeva che il terreno fosse ceduto ai tegolai per dieci anni e garantiva a chi eventualmente abbandonava l'attività di rivendicare la parte di forno da lui costruita. Inoltre veniva imposta ai produttori la precedenza per l’acquisto di mattoni e tegole agli abitanti di Pabillonis. Difatti nulla poteva essere venduto negli altri paesi prima di quattro giorni successivi alla cottura. Garantendo la precedenza ai pabillonesi, erano impedite speculazioni sul prezzo delle manifatture a discapito della comunità.

Perché queste regole fossero rispettate, esistevano dei controlli rigorosi. Poiché l'unica materia prima non disponibile in paese era la legna, questa veniva acquistata dai paesi limitrofi con delle precise regolamentazioni. I tegolai erano tenuti a comprare la legna con un importo di tegole e mattoni equivalente al valore della legna stessa. In questo modo era possibile evitare che durante l'approvvigionamento di legname fossero vendute altrove tegole e mattoni senza aspettare i quattro giorni previsti per la commercializzazione. Degli addetti del comune controllavano che la quantità di tegole e mattoni caricate nei carri, corrispondesse, al loro rientro, al valore della legna comprata. In caso di irregolarità era stabilita una multa di una lira ogni cento mattoni e tegole oltre la quantità registrata.

Le restrizioni applicate al commercio delle tegole e mattoni riuscivano a tutelare gli interessi della popolazione ma in parte soffocavano la crescita di questo settore. Non esistevano regolamentazioni solo per il commercio ma alcune riguardavano anche l'utilizzo delle terre concesse per l'estrazione dell'argilla. Accadde ad un certo punto che nei terreni adibiti all'estrazione dell'argilla che questi cominciassero ad essere coltivati, il comune intervenne deliberando: “siccome tengono seminato qualche semenza, ne usufruiscano in questo solo anno, senza che mai possano semenza di sorte”.[11]

Tale delibera mirava a evitare che poco a poco queste terre finissero in mani di privati e che le risorse contenute rimanessero pubbliche. Anche i tegolai però potevano contare su dei servizi di tutela a loro dedicati. In caso di materiale invenduto era possibile rivolgersi al sindaco per poter vendere tramite bando pubblico il materiale eccedente. Infine il prezzo per 100 tegole era fissato in 2,88 lire per le tegole, 2,40 per i mattoni. Da queste serie di norme, che riguardavano ogni aspetto dalla produzione alla commercializzazione, si può comprendere quale fosse la rilevanza di questa attività.

I pentolaimodifica | modifica sorgente

I pentolai a Pabillonis ricoprivano un ruolo di primo piano, difatti i beni prodotti erano per lo più di uso quotidiano e consistevano in pentole, tegami, tazze e ciotole in terracotta.

Il segreti del mestiere erano tramandati di padre in figlio, la qualità dei prodotti era garantita sia dalla sapienza dei figoli (tornianti), sia dalla qualità delle materie prime, queste erano le ragioni per le quali le terrecotte prodotte a Pabillonis erano vendute in tutta la Sardegna. L'argilla, chiamata “sa terra de tresciu” era già disponibile nelle terre del paese, le terre erano affidate dal comune agli artigiani, e si trovavano nella località “domu de campu” ovvero dove sorgeva l'antico abitato di Pabillonis. Questo può far intuire quanto sia antico il legame fra Pabillonis e la terra cotta.

Sa terra 'e tresciumodifica | modifica sorgente

L’argilla veniva estratta soprattutto a luglio, dopo la mietitura dei campi poiché erano minori gli impegni agricoli ed i campi erano sgombri. Era facile riconoscere un filone di argilla perché la terra sovrastante, arsa dal sole, generava delle vistose spaccature. Una volta estirpate le sterpaglie, si scavava ad una profondità di circa 60 cm dopodiché si provvedeva all'estrazione. Una volta estratta, l'argilla era lasciata asciugare sul luogo, ad essiccazione compiuta veniva trasporta dalle donne con tipici cesti a 2 manici sulla testa o da operai tramite carri. Questa però era solo una delle materie prime necessarie, l'argilla che veniva infornata era composta da “sa terra de orbezu” e “sa terra de pistai”.

Sa terra de pistaimodifica | modifica sorgente

Veniva ricavata da terreni sabbiosi, si presentava di colore giallastro, non era malleabile, ma serviva per rendere l'impasto refrattario conferendo così ai tegami ed alle pentole un'ottima resistenza al fuoco, rendendoli adatti ad un uso quotidiano. Questa terra veniva prelevata lungo gli argini di frummi bellu (o anche Riu bellu), in una zona chiamata “margini arrubiu” (margine, riva rossa). Una volta raccolta doveva essere filtrata per togliere le impurità.

Sa terra de orbezumodifica | modifica sorgente

La si lasciava immersa nell'acqua il giorno prima del suo utilizzo, per renderla facilmente lavorabile, mentre la “terra de pistai” veniva battuta con una mazza in legno fino a ricavarne una polvere finissima, dopodiché veniva setacciata eliminando le impurità ed i granuli più grossi. Una volta ammorbidita la “terra de orbezu” e ottenuta la polvere dalla “terra de pistai”, si procedeva alla loro miscelazione. Per tale scopo venivano preparate delle palline dalla prima, le si posavano sul pavimento per poter essere pestate coi piedi, a questo punto si aggiungeva gradatamente la “terra de pistai” ottenendo così un impasto omogeneo. Da questo impasto si ricavava un grosso rotolo d’argilla e si lavorava su un tavolo con le mani (si sciuesciada) sia per ammorbidire ancora l'impasto, sia per rimuovere eventuali impurità residue. A questo punto l'argilla così miscelata veniva messa sul tornio e lavorata.

Si lavoravano 15-20 kg di argilla per volta, ed era possibile formare 18-20 pentole, di misura grande (sa manna) . In una giornata si riusciva a produrre 18-20 serie (cabidadasa) cioè 160 pezzi. Il torniante era pagato non in base al numero di “cabidadasa” prodotte.

Di solito si tendeva a consumare in giornata l’argilla preparata per evitarne l'indurimento, oppure la si avvolgeva in sacchi bagnati per poterla utilizzare il giorno successivo. I tegami, rispetto alle altre manifatture, venivano eseguiti a bocca in giù, terminata l lavorazione veniva tagliato con un sottile filo di lana e riposto su una tavoletta. Questa tecnica permetteva la costruzione di tegami piuttosto sottili. Alcune ore dopo la lavorazione al tornio, quando l'argilla cominciava ad essiccarsi, si poteva battere il fondo. Questa operazione veniva chiamata “amonai”. Il giorno dopo venivano attaccati i manici (preparati separatamente) , e veniva eseguita l'orlatura della bocca. Questa operazione era chiamata “cundresci”.

Specifiche di produzionemodifica | modifica sorgente

La serie (cabidada) era composta da cinque pezzi.

  • “Sa prima” o "pingiada manna" (la prima o pentola grande).
  • “Sa secunda" o "coja dusu" (la seconda).
  • “Sa terza” o "coja tresi" (la terza).
  • “Sa quarta” o "coja quattru" (la quarta).
  • “Sa quinta” o "coja cinqu" (la quinta, piccolina, veniva preparata solo previa ordinazione).

La “coja cinqu” non era era fatta per un uso quotidiano, ma per corredo (per i più abbienti) o per scopo decorativo. Era smaltata dentro e fuori, e sulla parte superiore, aveva delle piccole incisioni. Vi era un altro tipo di pentola “sa Sicilia”, più stretta e alta e col bordo girato. Era composta da tre pezzi, ma di solito era richiesta singola poiché costava più delle altre. Quando tutti i pezzi erano essiccati, venivano cotti.

Il forno e la prima cotturamodifica | modifica sorgente

Sino al 1920-1930, il forno era cilindrico e scoperto, durante le piogge non era possibile eseguire la cottura. Se iniziava a piovere bisognava proteggere l'infornata con dei cocci (tistivillusu) e cercare di coprire tutto con teli, per evitare che la temperatura del forno diminuisse era necessario gettare continuamente legna al fuoco e sperare di salvare almeno in parte la cottura. In seguito i forni cominciarono ad essere realizzati con la copertura in mattoni crudi e refrattari. La capienza dei forni era di 30/40 serie di pentole o 200 pezzi. Il forno era costituito da una camera di combustione coperta da una griglia che la separava dalla camera di cottura. Le pentole venivano infornate di serie di cinque, capovolte e una dentro l'altra, questo metodo era chiamato “unu pei” (un piede), tra ogni serie si posizionava “sa Sicilia”.

La prima cottura durava un giorno interno, gli addetti alimentavano continuamente il fuoco di modo da mantenere sufficientemente alta e costante, per ogni cottura era necessaria una gran quantità di legno. I legni solitamente usati erano lentischi (sa ciorroscia) o il fiore del ”su erbuzu” chiamato “cadriloi”.

La smaltatura e la seconda cotturamodifica | modifica sorgente

La smaltatura (stangiatura) della terracotta era costituita da una miscela di quattordici pentolini minio, estratto dalla miniera di Monteponi, e sette di silice (sa perda de fogu). La silice si trovava nel letto del fiume del paese stesso. La polvere di silicio si otteneva pestandola in un mortaio in pietra con una mazza in ferro. Il minio e la silice venivano mischiati con succo di crusca precedentemente filtrato in un sacchetto di lino. La miscela veniva versata sull'oggetto da smaltare e poi si procedeva alla seconda cottura. La seconda cottura durava due giorni e si usava il legno di mirto sa mutta. L'infornata veniva eseguita alla stessa maniera della prima eccetto per l'interposizione di cocci tra le pentole per evitare che, raggiunto il punto di fusione, non si attaccassero le une alle altre.

Elenco delle produzioni artigianalimodifica | modifica sorgente

Terra cottamodifica | modifica sorgente
  • tegole
  • "tianusu" tegame
  • "pingiadas" pignatta, pentola
  • "xiveddas" conca in terracotta lisciata e lucidata internamente
Cestiariamodifica | modifica sorgente
  • "scattedus" cestino
  • "cibirus" crivello
  • "crobis" corba

Persone legate a Pabillonismodifica | modifica sorgente

Eventimodifica | modifica sorgente

Fantasia di lucimodifica | modifica sorgente

Fantasia di luci è un festival pirotecnico internazionale nato nel 2006. La durata è di tre giorni e si svolge ogni anno a cavallo della festa della Repubblica. Non è solo una gara di fuochi d'artificio ma anche una grande festa con spettacoli musicali, cabaret, manifestazioni nelle piazze e nelle vie del paese.

Festemodifica | modifica sorgente

Curiositàmodifica | modifica sorgente

Nel mese di luglio del 2003 nella località "Sa Mandara" sono stati rinvenuti da un agricoltore del paese 3 crop circles su un campo di grano: due del diametro di circa 3 metri ed uno di 7 metri. Tutti i cerchi sono in senso antiorario, ovvero la direzione delle spighe schiacciate corre in senso antiorario. Alcuni testimoniano di aver visto nella notte del 4 luglio un'intensa luce nella zona.

Il 12 aprile del 2004, a lato della statale che collega Pabillonis e San Gavino Monreale, si è manifestato un evento simile, ma di ben più grandi dimensioni. Si tratta di una figura geometrica irregolare piuttosto estesa che supera i 500 m2 e quindi apparentemente non legata al fenomeno dei crop circles; potrebbe trattarsi (forse) di un fenomeno naturale. Anche nei decenni passati nelle campagne della zona si sono manifestati fenomeni simili.

In Sardegna è diffuso il modo di dire "a si da pigare in Pabillonis" ovvero "prenderla in Pabillonis" usando il nome del paese in sostituzione degli svariati termini utilizzabili per indicare il deretano. Non è chiaro il motivo per il quale si indichi proprio il paese di Pabillonis. Molto probabilmente ciò è dovuto al fatto che la stazione ferroviaria di Pabillonis si trova esattamente al centro della tratta ferroviaria Cagliari - Oristano.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ Tra le saggine palustri, tratto da Vidi le muse, 1943
  3. ^ Storia di Sardegna del barone Giuseppe Manno, ed. 1835
  4. ^ SStoria delle invasioni degli Arabi e delle piraterie dei barbeschi in Sardegna, Pietro Martini ed. 1861
  5. ^ Army Air Forces in World War II, Volume Two: Torch to Pointblank, August 1942 to December 1943, ed. The University of Chicago Press (1949)
  6. ^ Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli stati di S.M. il re di Sardegna, ed. 1849
  7. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  8. ^ Statistiche demografiche ISTAT
  9. ^ Delibera comunale del 14 maggio 1827, archivio comunale 31.
  10. ^ Accordo con i tegolai del 15 dicembre 1853, archivio comunale 34.
  11. ^ Accordo con i tegolai del 15 dicembre 1853, archivio comunale 35.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Altri progettimodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

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