Public company

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La società ad azionariato diffuso (in inglese: public company) è un modello d'impresa a proprietà diffusa (o frazionata) ed è tipico della realtà anglo-statunitense. Il termine, di origine inglese, si utilizza per indicare le aziende che consentono la vendita al pubblico dei loro titoli mobiliari (azioni, obbligazioni, ecc). Di solito ciò avviene attraverso una borsa valori, oppure attraverso l'over the counter (OTC) tramite market maker che non utilizzano servizi di quotazione degli scambi come ad esempio le OTCBB e le Pink Sheet.

Nonostante l'aggettivo "pubblico", la public company è una società di diritto privato e di proprietà privata: per indicare una società pubblica (di proprietà dello Stato o di un altro ente statale) in inglese non viene utilizzato il termine public company ma government-owned corporation. In Italia, a volte, il termine public company viene utilizzato per designare la società ad azionariato diffuso.

La caratteristica che contraddistingue le public company è però rappresentata dal loro assetto proprietario molto aperto, non sottoposto a vincoli legali e alla portata di chiunque abbia le disponibilità finanziarie per accedervi (cioè possieda capitale a titolo di equity). In gergo si dice che è contendibile.

Caratteristichemodifica | modifica sorgente

La public company, solitamente di grandi dimensioni, ha una struttura polverizzata, nel senso che sono presenti tanti proprietari, ma nessuno di essi ha azioni sufficienti a governare l’impresa: in questo modello si realizza la separazione tra proprietà e governo, poiché non sono i proprietari, a causa del loro elevato numero, a gestire l’impresa. La public company è dunque per sua natura un’impresa manageriale, in cui si realizza una delega a dei professionisti che devono gestire l’impresa, i cosiddetti "manager", che non sono i proprietari, ma i dirigenti dell’impresa stessa. Per quanto riguarda la stabilità, essa è bassa, poiché i proprietari cambiano costantemente.

La public company, dipendendo dal mercato, ha una grande capacità di attirare risorse e inoltre viene spesso gestita dai migliori manager sul “mercato”, presentando dunque un ottimo profilo per quanto riguarda la gestione e l’affluenza di capitale, ma ha come difetto una certa "miopia" (mancanza di progettualità). Gli azionisti infatti vogliono guadagnare sul proprio investimento, ma se ciò non avviene, vendono le proprie azioni, e ciò ne fa calare il prezzo e fa scendere il "capital gain". Per questo motivo i manager, volendo conservare il proprio potere e il proprio prestigio, mantengono massimo il numero di azionisti, remunerandoli anno per anno, altrimenti l’azienda rischia di essere scalata da altre e i manager stessi rischiano di essere licenziati, ma facendo ciò, essi sono impossibilitati nell’avviare progetti a lungo termine, come l’impresa consociativa, non avendo a disposizione, a questo punto, risorse economiche sufficienti: ciò spiega perché le public company, negli anni ’80, non abbiano partecipato alla rivoluzione tecnologica, pur avendo più risorse a disposizione.

In quanto a trasparenza, questa tipologia d'impresa "vive" di comunicazione, e non a caso l’informazione economico-finanziaria che essa fornisce all'esterno è la più ampia. La public company ha due tipi di clienti: uno al quale deve vendere il prodotto, e l’altro al quale deve vendere delle azioni.

Nella public company, le figure chiave sono i professionisti, nonché i manager razionali e preparati.

Pregimodifica | modifica sorgente

  • Non soffre di vincoli finanziari: il capitale è aperto quindi l'impresa può cogliere tutte le possibilità di investimento
  • Massima possibilità di frazionare il rischio tra gli investitori
  • Il governo dell'impresa è assunto da professionisti appositamente formati

Difettimodifica | modifica sorgente

  • Rapporto di diffidenza tra azionisti e management
  • Necessità di meccanismi di controllo e di remunerazione affinché il management sia spinto ad agire negli interessi dell'azionista.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Lucio Potito, Economia aziendale, Torino, Giappichelli, 2012.
  • Cavalieri E. - Franceschi R, Economia aziendale, Torino, Giappichelli, 2010.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

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