Quinquennio d'oro

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« Il legame tra la famiglia Agnelli e la Juventus, suggellato dai cinque scudetti dei primi anni trenta, tuttavia ha posto le basi per quello che sarà il calcio italiano nella seconda metà del secolo passato. Che farà appunto della squadra bianconera la 'fidanzata d'Italia', la regina indiscussa del nostro football, amatissima da milioni di tifosi da nord a sud della Penisola, riferimento obbligato per qualsiasi tipo di riflessione sul nostro calcio. »
(Guido Luguori ed Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, 2003[1].)

Con il nome di Quinquennio d'oro, anche noto come Quinquennio o la Juventus del Quinquennio, si indica il periodo storico di cinque anni della società calcistica italiana Foot-Ball Club Juventus[2] compreso nella prima metà degli anni trenta del XX secolo.

Composta da calciatori di rilievo, tra i quali Gianpiero Combi, Virginio Rosetta, Umberto Caligaris, gli oriundi Luis Monti, Renato Cesarini e Raimundo Orsi e Felice Borel II, la Juventus divenne la prima squadra nella storia del calcio italiano a vincere cinque campionati nazionali consecutivi, titoli conquistati tra il 1930-31 e il 1934-35. Contemporaneamente raggiunse le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale per quattro anni consecutivi, confermandosi una delle migliori squadre europee dell'ante-guerra[3][4].

Allenatore della squadra in quattro delle cinque vittoriose stagioni fu Carlo Carcano, uno dei precursori del cosiddetto Metodo, mentre molti giocatori di quella compagine andarono a formare il nucleo della Nazionale italiana che si aggiudicò le vittorie nella Coppa Internazionale di calcio, progenitrice dell'attuale campionato d'Europa e, soprattutto, nel campionato del mondo 1934[5]. Nel pieno di tale periodo d'oro, importante anche per l'enorme impatto sociale che aveva generato[6], la Juventus inaugurò nel 1933 lo Stadio Comunale (oggi Stadio Olimpico)[7].

Lo schema tatticomodifica | modifica sorgente

Disposizione dei calciatori sul campo secondo lo schema tattico del Metodo durante gli anni 1930.

La Juventus della prima metà degli anni trenta del ventesimo secolo utilizzò il Metodo, un innovativo – per l'epoca – schema tattico applicato dalla Nazionale italiana. Tale indirizzo di gioco fu prodotto di una derivazione delle tattiche applicate dalla Scuola Danubiana durante il terzo e il quarto decennio del secolo passato. Il suo modulo innovativo 2-3-2-3 o «WW» (cfr. la disposizione dei giocatori nell'immagine a fianco), che è stato derivato invece del modulo tattico definito come la Piramide di Cambridge (2-3-5), prevedeva il sostegno degli attaccanti interni della squadra, Cesarini – specializzato in segnare gol pesanti quasi al termine delle partite – e Ferrari, alle funzioni del «centromediano metodista» Monti (punto di riferimento fra la difesa e l'attacco), principalmente alla costruzione del gioco, mentre i due mediani laterali, Varglien I e Bertolini, affrontavano le ali delle squadre avversarie; il fronte difensivo, affidato al celebre trio Combi-Rosetta-Caligaris[8], acquisì maggior sicurezza ed il centrocampo beneficiò di una maggior consistenza numerica che nelle formazioni precedenti. Inoltre, tale schema rese possibile la realizzazione di manovre di attacco e contrattacco più veloci ed efficaci che nel decennio scorso. Il fronte di attacco bianconero, con calciatori degni di nota come le ali Sernagiotto ed Orsi ed il centravanti Vecchina e poi Borel II, con il contributo delle mezzali prima nominate, fu artefice della maggior parte delle 434 reti segnate dalla squadra in partite ufficiali durante il periodo (384 in tornei nazionali e 50 nelle coppe).

Le stagionimodifica | modifica sorgente

Stagione 1930-31: L’arrivo di Carlo Carcanomodifica | modifica sorgente

Il trio difensivo del Foot-Ball Club Juventus e della Nazionale italiana alla fine della decade del 1920 e durante la decade del 1930 Combi-Rosetta-Caligaris composto, nominati da sinistra a destra, dal terzino destro Virginio Rosetta – il primo calciatore professionista in Italia[9] –, dal portiere Gianpiero Combi e dal terzino sinistro Umberto Caligaris, tutti e tre campioni del mondo nel 1934.

Nel 1931 la Juventus si rafforzò con l'ex difensore del Alessandria e della Nazionale, Carlo Carcano (che è stato invece collaboratore in ambito della preparazione atletica ed allenatore in seconda della Squadra Azzurra), al fronte della squadra torinese in sostituzione dello scozzese Aitken, con l'interno Giovanni Ferrari, altro ex giocatore grigio, e con il difensore Luigi Bertolini ed il centravanti Giovanni Vecchina.

Con l'allenatore-psicologo Carlo Carcano, l'unico ad avere vinto quattro scudetti di fila nella storia del calcio italiano, la Signora infilò all'inizio del campionato 1930-31 otto vittorie in fila[10], guadagnando 16 punti sui 16 disponibili – un record vigente durante 74 stagioni – e, dopo un testa a testa con la Roma del attaccante Rodolfo Volk dalla ventiduesima giornata e poi, la vittoria del 21 giugno per 1 a 0 a Milano contro i campioni in carica del Ambrosiana-Inter nella 33ª giornata, si laureò campione d'Italia con una grande prestazione di Raimundo Orsi (terzo maggior marcatore stagionale con 20 reti). La Juventus ha vinto il suo terzo scudetto con 55 punti (4 punti di vantaggio rispetto ai giallorossi infine torneo), 79 reti a favore e 37 contro.

In ambito internazionale, la Signora raggiunse i quarti di finale della Coppa dell'Europa Centrale, ma fu battuta dallo Sparta Praga cecoslovacco degli attaccanti Oldřich Nejedlý e František Kloz per 3 reti a 2 nello spareggio del 2 settembre 1931 dopo un'eliminatoria molto combattuta (2-1 all'andata del 12 luglio; 0-1 al ritorno del 22 luglio).

Stagione 1931-32: Il quarto scudetto e la semifinale di Coppa dell'Europa Centralemodifica | modifica sorgente

La stagione successiva diventò una battaglia testa a testa, soprattutto nel girone di ritorno, tra la Juventus, campione in carica, e «Il Bologna che tremare il mondo fa» di Angelo Schiavio, squadra capolista durante la maggior parte del torneo. La vittoria bianconera in rimonta per 3 reti a 2 contro i bolognesi il 1º maggio 1932 sul campo di Corso Marsiglia a Torino è stato fondamentale per la vittoria del suo secondo scudetto consecutivo e quarto della sua storia, arrivato con il noto apporto di Luigi Bertolini e Luis Monti, dopo la vittoria per 3 reti a 0 contro il Brescia il 29 maggio dello stesso anno. Madama finì il campionato con 54 punti, uno in meno della stagione precedente (4 davanti agli emiliani e 14 sui romanisti), 89 reti effettuate e 38 subìte[11], ovvero il più forte attacco del torneo. Da notare le dieci vittorie di fila[12] della Juventus nel girone di ritorno del campionato (un record imbattuto per 74 anni nel calcio nazionale), il trionfo del 6 marzo 1932 a Corso Marsiglia per 7 reti a 1 contro la Roma, la maggior sconfitta romanista da sempre in campionato – che rappresentò, agli occhi dei tifosi juventini di quegli anni, la rivincita di quella pesante sconfitta subita nella Città Eterna un anno prima – e gli incontri diretti tra l'argentino Monti ed il bolognese Schiavio, «nemici» nel campionato, ma entrambi membri della nazionale calcistica. Nel piano societario il barone Giovanni Mazzonis diventò il «braccio destro» operativo del presidente Edoardo Agnelli.

Festeggiamenti tra i tifosi e i calciatori juventini per il 4º scudetto vinto dalla società torinese il 12 giugno 1932 dopo il pareggio 2-2 contro la Fiorentina allo Stadio di Corso Marsiglia per la 34ª e ultima giornata del campionato nazionale.

La formazione bianconera si classificò per la prima volta alle semifinali della Coppa dell'Europa Centrale nel 1932 dopo aver sconfitto il Ferencváros ungherese del centravanti György Sárosi per 4 reti a 0 nella gara d'andata il 29 giugno a Torino (reti d'Orsi, Sernagiotto e doppietta di Cesarini) e dopo aver pareggiato 3 a 3 nella gara di ritorno disputata a Budapest quattro giorni dopo. In tale partita l'arbitro austriaco Braun aveva fischiato tre calci di rigori, che suscitarono forti polemiche, in favore dei magiari, di cui due vennero assegnati nel giro di quattro minuti.

Nelle semifinali la squadra italiana incontrò lo Slavia Praga, una delle squadre più prestigiose dell'epoca che rappresentò il nucleo della nazionale cecoslovacca vicecampione del mondo nel 1934. Nella prima partita, giocata il 6 luglio 1932 a Praga, il pubblico cecoslovacco invase il campo di gioco come risultato di tensioni tra lo juventino Cesarini ed il massaggiatore dello Slavia generatesi a seguito di un'entrata di “Viri” Rosetta sull'ala cecoslovacca Antonín Puč. L'arbitro Braun – quello della gara di ritorno tra la Juventus ed il Ferencvaros – riprese il gioco e concesse, dopo aver sospeso la gara per dieci minuti ed espulso Cesarini, un rigore dubbio al 86' allo Slavia, che rappresentò il 4 a 0 finale in favore della formazione del capoluogo centroeuropeo.

La gara di ritorno si giocò quattro giorni dopo a Corso Marsiglia (Torino). Alla fine del primo tempo, la Juventus vinceva per 2 a 0 con reti di Renato Cesarini, capocannoniere del torneo con 5 reti[13], e di “Mumo” Orsi. All’inizio della seconda parte della partita, il portiere dello Slavia František Plánička – chi è stato insieme a Combi e Zamora il miglior portiere della sua epoca –, si accasciò al suolo «come morto» mentre l'azione di gioco era lontana dalla sua area, probabilmente colpito da una pietra lanciata dai tifosi juventini, infastiditi per il gioco eccessivamente ostruzionistico degli ospiti, ma quello fu un evento mai verificato. I suoi compagni dapprima lo circondarono e poi lo trasferirono di peso negli spogliatoi, senza ritornare più in campo. Lo Slavia, infatti, si ritirò e, conseguentemente, il direttore di gara Miesz sospese la partita. I medici della Juventus visitarono negli spogliatoi il portiere cecoslovacco ma non riscontrarono tracce di lesioni. Poteva essersi trattato di un malore, ma si sospettò subito che questo gesto antisportivo della formazione ospite non servisse altro che ad ottenere a tavolino la qualificazione per la finale. I giocatori bianconeri, convinti della loro innocenza, andarono in vacanza per riposarsi, in attesa della finale, programmata all'inizio per la fine di agosto dello stesso anno, ma mai disputata, in quanto il Comitato Organizzatore della Coppa, con un provvedimento molto controverso, squalificò entrambe le squadre ed assegnò di ufficio il titolo di campione all'altra squadra finalista del torneo, il Bologna.

Stagione 1932-33: Il tricampionato nazionalemodifica | modifica sorgente

Nella stagione 1932-33 arrivano a Torino il vercellese Teobaldo Depetrini ed il brasiliano oriundo Pietro Sernagiotto. È stato anche la stagione-debutto, a 18 anni, del giovane centravanti Felice Placido Borel II, capocannoniere del campionato con ben 29 reti in 28 partite e, con il passo degli anni, uno dei più forti attaccanti che la Signora, ed anche la nazionale italiana, abbia mai avuto nella sua storia.

L'inizio del campionato fu amaro per i bianconeri: due sconfitte nelle tre prime giornate in trasferta contro l'Alessandria per 3 reti a 2 e contro il Napoli d'Attila Sallustro per 1 a 0. Nonostante ciò, la Juventus raggiunse il primo posto del campionato dopo aver sconfitto il Torino nel derby alla 10ª giornata, la settima di una serie di nove vittorie consecutive[14] nella massima divisione. Con un notabile girone di ritorno (13 vittorie in 17 scontri), la squadra juventina si laureò tricampione d'Italia con due giornate d'anticipo sulla fine del torneo dopo aver battuto il Milan per 3 reti a 0 nella gara decisiva del 16 giugno 1933. I bianconeri chiudono con 54 punti[15] in campionato (otto punti in più rispetto all'Ambrosiana-Inter e quattordici sugli emiliani e partenopei, le pretendenti allo scudetto), 83 reti a favore e 23 contro, entrambi record del torneo. Da notare l'incontro di calcio del 18 dicembre 1932 a Torino (Juventus 3-0 Ambrosiana-Inter): si giocò con presenza di 14 000 spettatori allo Stadio di Corso Marsiglia e un incasso di 140 000 lire.

Il giornalista Mario Pennacchia descrisse così il momento in cui la squadra bianconera raggiunge, per la prima volta, il primo posto di quel campionato e il suo impatto nella società italiana:

Il Napoli cade a Bologna, la Juve è già prima: "Dà tale spettacolo di forza, di freddezza, di potenza e di sicurezza – le rende omaggio la stampa – che c'è da temere, oggi decima giornata del torneo, un suo definitivo addio alla compagnia delle avversarie".
Detto e fatto.
L'intera Nazione stravede per la squadra di Edoardo Agnelli. Un fenomeno senza precedenti di esaltazione popolare congiunge le Alpi alla Sicilia. Un distintivo del club bianconero diventa una preziosa rarità. Un biglietto per la partita dei campioni diventa premio ambìto promesso al figlio per la promozione. Torino o un'altra città dove gioca la Juventus venne inserita negli itinerari dei viaggi di nozze. E in mare scende perfino una grande motonave battezzata Juventus fatta costruire dalla società di navigazione presieduta dal marchese Luca Ferrero di Ventimiglia.

—Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, 1985[6].

Nei quarti di finale della Coppa dell'Europa Centrale la Juventus incontrò l'Újpest FC. La doppia vittoria della squadra torinese (4-2 nell'andata e 6-2 al ritorno ai fini giugno 1933) la classificò alle semifinali della Coppa dell'Europa Centrale per la seconda stagione consecutiva, ma la squadra fu battuta dall'Austria Vienna del celebre centravanti Mathias Šindelář, poi vincitore del torneo (0-3; 1-1). Da notare la prestazione di Raimundo Orsi, capocannoniere di tale competizione con 5 reti[13].

Stagione 1933-34: L'ingresso allo Stadio Comunale e la Nazio-Juvemodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Stadio Comunale di Torino.

Nella stagione 1933-34 la Juventus fece il suo primo ingresso al più moderno stadio costruito in Italia di quegli anni: lo Stadio Comunale (successivamente ribattezzato Stadio Comunale "Vittorio Pozzo" e, dopo i giochi olimpici invernali del 2006, Stadio Olimpico), al cui interno era stata predisposta una solida rete metallica alta due metri che dividesse i suoi 65.000 posti per il pubblico dal campo di gioco, fu inaugurato il 14 maggio 1933 con il nome di Stadio Municipale di Torino "Benito Mussolini", rappresentando così il cambio della sede sociale bianconera da Corso Marsiglia a Via Bogino 12: il primo effettuato nel corso di undici anni[7]. Tale impianto, situato in Via Filadelfia, è stato costruito per ospitare i Giochi Universitari Mondiali e poi, la Coppa del Mondo dell'anno successivo. La Juventus utilizzarà il Comunale per ospitare tutti i suoi incontri casalinghi fino alla vittoria nella finale della Coppa UEFA nella stagione 1989-90.

Il «centromediano che cammina» Luis Monti, uomo-cardine della squadra bianconera degli anni 1930 e campione del mondo nel 1934 con la nazionale italiana.

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Combi
Varglien I
Rosetta (C)
Monti
Caligaris
Bertolini
Sernagiotto
Borel II
Orsi
Cesarini
Ferrari

I bianconeri chiudono il girone d'andata del quinto campionato di Serie A con cinque punti di svantaggio sull'Ambrosiana-Inter di Giuseppe Meazza, nonostante quella differenza fu ridotta a un punto a favore dei rivali lombardi fino all'incontro diretto della ventisettesima giornata (Juventus 0-0 Ambrosiana-Inter il 1º aprile 1934). Nelle ultime sette partite di campionato la squadra bianconera inanellò sette vittorie, guadagnando quattordici punti sui quattordici disponibili[16], di cui furono notevoli i trionfi in trasferta del 25 aprile sul Brescia per 2 reti contro 1 – dove la squadra piemontese raggiunse la prima posizione del torneo per la prima volta nella stagione con 43 punti, uno in più rispetto all'Ambrosiana – e sulla Lazio per 2 a 0 quattro giorni dopo, dove la squadra torinese portò a quattro punti il suo vantaggio rispetto ai nerazzurri. Così, la Juventus si aggiudicò il titolo di campione d'Italia per la quarta stagione consecutiva con 53 punti, 88 reti a favore – il miglior blocco di attaccanti del torneo per il terzo anno consecutivo con un totale di 100 realizzazioni nella stagione – e 31 gol contro. Il centrattaccante juventino Borel II vinse la classifica marcatori del torneo per la seconda stagione consecutiva con 31 reti.

Felice Placido Borel II, capocannoniere della Serie A nelle stagioni 1932-33 e 1933-34, in azione con la divisa bianconera.

Così fu descritta la quarta vittoria consecutiva della Juventus in campionato:

La Juventus ha vinto il suo quarto campionato consecutivo. Cioè, è la prima volta che una squadra italiana riesce in quest'impresa da quando si gioca il campionato, cioè, dal [milleottocento]novantotto al oggi. Neanche ai tempi dei campionati fra tre o quattro squadre, neanche nei tempi facili del girone doppio, ciò non è mai successo.
La squadra che si discute per avere i record della vecchiaia, felix culpa, eppure è la squadra che si è saputa rinnovare in toto. Prima di tutto ha valorizzato i giovani. Bastì a dimostrarlo il nuovo primato assoluto nei cannonieri con 32 gol del ventenne Farfallino.
E soprattutto, la maestra del gioco era anche maestra per educazione sportiva. Il miglior primato raggiunto della squadra di tutti i record è, secondo noi, proprio quello di avere ottenuto tale primato e tali cifre senza un espulso né un ammonito né un reclamo in tutta la stagione. Prova più convincente di dignità morale e tecnica. Gioia sportiva non è possibile.
Vincente e convincente, la Juventus può vantare, soprattutto, il primato di consensi, degli applausi e di emozioni regalate[17].

Il calendario del campionato fu modificato nella seconda metà del girone di ritorno come conseguenza della partecipazione della Nazionale ai Mondiali di calcio in Italia, gli azzurri vinsero il trofeo con ben nove giocatori della squadra torinese (cinque furono titolari durante il torneo) tra i ventidue convocati[5]. Tale gruppo di calciatori, che è stato l'asse portante dell'Italia di Pozzo durante le primi due edizioni della Coppa Internazionale[18] (nei periodi 1927-1930 e 1931-1932), durante la fase di preparazione pre-mondiale[5] e anche durante il Mondiale del 1934, sarà ricordato come la Nazio-Juve[19][20][21].

Archiviata l'avventura del mondiale, il portiere Gianpiero Combi, campione del mondo con la nazionale azzurra in qualità di capitano e pluricampione d'Italia, lasciò la società juventina dopo undici anni e, dopo il trionfo nella Coppa Internazionale nel 1935[5], la Squadra Azzurra e l'attività sportiva[22].

Stagione 1934-35: Juventus pentacampione d'Italiamodifica | modifica sorgente

I giocatori juventini nella stagione 1934-35, da sinistra e dall'alto: Caligaris, Ramella, Gabetto, Gazon, Cesarini, Ferrari, Valinaso, Diena, Rosetta, Varglien I, Bertolini, Borel II; Foni, Serantoni, Depetrini, Tiberti, Varglien II e Monti.

Nell'autunno del 1934 si ebbe un avvicendamento sulla panchina bianconera: al posto del allenatore Carcano (licenziato per pesanti insinuazioni sulla sua vita privata, all'epoca mal tollerate in Italia) subentrò la coppia fatta dall'ingegner Benedetto Gola, un dirigente juventino all'epoca, e l'ex giocatore Carlo Bigatto I, prima «bandiera» della storia juventina e considerato da molti l'archetipo del calciatore-allenatore.

Con un'età media della squadra molto elevata (33 anni di Monti, Orsi e Caligaris; 32 di Rosetta), la Juventus arruolò il giovane Alfredo Foni, e promosse dal suo vivaio Guglielmo Gabetto e Pietro Rava. Così, la squadra torinese, con il portiere Cesare Valinasso al posto di Combi, raggiunse il primo posto della classifica generale del sesto campionato di calcio a girone unico, il primo a 16 squadre, una settimana dopo l'inizio del torneo con il suo trionfo casalingo per 2 reti a 1 contro il Napoli, ma fu superata alla fine del girone d'andata dalla Fiorentina con una differenza di tre punti. Il campionato diventò una lotta serrata tra i bianconeri, i viola ed i nerazzurri dell'Ambrosiana dalla ventesima giornata fino alla fine del torneo. I bianconeri vinsero il loro quinto scudetto consecutivo l'ultima giornata grazie a una rete di Giovanni Ferrari a pochi minuti dal termine della gara contro la Fiorentina di Pedro Petrone (1 a 0 il 2 giugno 1935 a Firenze) e per via della sconfitta della Ambrosiana-Inter contro la Lazio a Roma (un risultato identico a quello del 5 maggio 2002). La Juventus finisce il trentacinquesimo torneo italiano con 44 punti – due in vantaggio sui milanesi e cinque rispetto ai viola –, 45 reti a favore e 22 contro, il migliore blocco difensivo del campionato per la seconda volta nel corso di tre anni. Da notare le 49 partite casalinghe senza soffrire sconfitte della squadra bianconera dal 1933 al 1935.

Il giornalista Bruno Roghi raccontò così il quinto scudetto consecutivo bianconero per La Gazzetta dello Sport del 4 giugno 1935:

Ancora una volta l'elogio della disciplina e della volontà. Ancora una volta il riconoscimento che la Juventus, parlando poco e sottovoce, come s'usa nelle buone famiglie, non perde perché non si disperde. Le vittorie, per essa sono numeri da mettere in fila e da sommare, non serbatoi di chiacchiere. È una squadra, quindi una società, che quando vince esulta, quando perde riflette. Altre delirano quando vincono, si flettono quando perdono. Il mestiere, per la Juventus, significa questo: il domani di una vittoria può chiamarsi sconfitta, ma il domani di una sconfitta deve chiamarsi rivincita... Ma la Juventus ha avuto e detto qualcosa di diverso. Ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d'avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale. Le vittorie sportive non sono soltanto fatti tecnici, o stetici. Sono fatti morali. Sotto questo punto di vista la Juventus fa bene a tenere cattedra. Bene a se stessa, bene ai suoi avversari, bene allo sport nazionale[23].

Nelle due ultimi stagioni la Juventus ha raggiunto le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale. Dopo aver conquistato il tricolore, Orsi e Cesarini lasciarono la squadra torinese e tornarono alla loro terra natale, l'Argentina, nella primavera del 1935. Ferrari fu acquistato dall'Ambrosiana-Inter e Caligaris fu ceduto al Brescia.

La prematura morte dell'allora presidente della Juventus Edoardo Agnelli, avvenuta in quell'anno, coincise con la fine del cosiddetto Quinquennio d'oro. Per il resto degli anni trenta e quasi tutti i quaranta la squadra bianconera non riuscì più a riconquistare lo scudetto, che giunse solo in fine di decennio, nel 1949-50.

Statistichemodifica | modifica sorgente

Competizione G V N S GF GF/P GS GS/P
Serie A 1930-31
25
5
4
79
2,32
37
1,09
Serie A 1931-32
24
6
4
89
1,15
38
1,12
Serie A 1932-33
25
4
5
83
2,44
23
0,68
Serie A 1933-34
23
7
4
88
2,59
31
0,91
Serie A 1934-35
18
8
4
45
1,50
22
0,73

Legenda:
G: Partite giocate, V: Partite vinte, N: Partite pareggiate, S: Partite perse (sconfitte), GF: Goal fatti, GF/P: Goal fatti per singola partita (%), GS: Goal subiti, GF/P: Goal subiti per singola partita (%).

Impatto nella società italianamodifica | modifica sorgente

Il cosiddetto Quinquennio d'oro della Juventus, oltre a costituire il primo grande ciclo di vittorie di una squadra di calcio italiana dall'istituzione del campionato a girone unico[24], ebbe un forte impatto sociale nella storia della Nazione precedente alla seconda guerra mondiale[25], rendendo la squadra bianconera negli anni successivi la fidanzata d'Italia[26] in merito alla diffusione lungo tutta la Penisola sia dei trionfi che della passione e del tifo juventino, che la porteranno a diventare la prima entità sportiva con una tifoseria di carattere «nazionale» in un'epoca dove i tifosi di club erano concentrati nella propria città o, al più, regione d'origine[27].

La enorme popolarità della società bianconera all'inizio degli anni 1930, come osservò lo storico torinese Aldo Agosti, «era il risultato di una serie particolare di fattori: un'ineguagliata catena di successi, propiziati e accompagnati da un gioco spettacolare, un contributo decisivo dato alle fortune della Nazionale che nel 1934 conquistò la Coppa Rimet, antenata dei mondiali, e anche una sapiente costruzione di immagine, che si alimentava di una crescente diffusione delle cronache sportive sui quotidiani»[28]. Inoltre, la continua associazione della Juventus a «una classe e uno stile elevati a dignità artistica e ad esempio di cavalleresca sportività» sui mass media nazionali dai primi anni del Quinquennio fu un altro fattore importante per estendere la popolarità del club nel resto del Paese[23][27], processo che sarebbe stato compiuto nella prima metà degli anni cinquanta[29]. Paradossalmente, un altro motivo per cui i simpatizzanti al calcio divennero juventini al di là dell'elemento sportivo durante quel periodo, come venne segnalato dal prof. della Università di Torino Giovanni De Luna, fu l'alternativa che il club bianconero rappresentava – e tuttora rappresenta – al campanilismo inerente nelle tradizioni regionali in quanto era ritenuto un «strumento di ribellione» contro i capoluoghi locali[25][30], ideologia che sarebbe accentuata durante la seconda metà del decennio successivo con il secondo dopoguerra e l'istituzione della Repubblica[31].

« [...] La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda, ne emiliana, né veneta, né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l'esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione il capoluogo è stato anche capitale d'Italia [...] Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all'epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero [piemontese] e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavono in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus così come i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battuti in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus. »
(Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975[32].)

Oltre alla sua popolarità, la supremazia della Juventus nel calcio italiano e il consenso che suscitava come squadra che rappresentava la totalità della popolazione, in particolare fra coloro che emigrarono a Torino per lavorare nella FIAT durante gli anni trenta, fecero del club la squadra d'Italia, appellativo che ancora identifica la società bianconera principalmente all'estero[33][34]. Tali fattori, insieme alla presenza massiccia dei calciatori juventini in Nazionale – decisiva nei successi degli azzurri durante l'era Pozzo –, avendo contribuito a.e. nove uomini nella vittoria contro l'Ungheria per la Coppa Internazionale di calcio nel 1933[35], le permisero di occupare un posto importante nella memoria storica italiana[33], favorendo il fenomeno di «nazionalizzazione» in modo tale che il club poté svolgere quello che sarebbe il ruolo più decisivo nella formazione di un'identità nazionale attraverso lo sport[36] pur non essendo mai favorevole né gradito all'allora regime «perché aveva nel suo direttivo antifascisti come Mazzonis ed era tra le poche a non imporre ai giocatori la 'cimice' fascista sulla giacca della divisa»[37]. Tale processo provocò il – ancora vigente – dualismo tra il tifo capitolino e il tifo provinciale, manifestato nei confronti della Juventus sia in un certo livello di avversione presente in alcune città del Nord quali Milano e Bologna e del Centro quali Firenze che nell'affetto e l'ammirazione immutata per la squadra bianconera in provincie come la Brianza, la Romagna, la Lucchesia e la Garfagnana e, soprattutto, come sostenne il giornalista Gino Palumbo, in regioni lontane da Torino quali il Sud:

L'amore del Sud per la Juventus scaturisce dal gioco dei contrasti: la Juventus del Quinquennio ha caratterizzato l'evoluzione del calcio italiano e ha dominato per lungo tempo il campionato, ha dato esempio di rigorosa organizzazione, di equilibrio tecnico, di elevato spirito sportivo, proprio nel periodo più oscuro del calcio meridionale, allorché nel Sud il football era ancora in una fase pioneristica e confusa, e ancora non si intravedono i segni del suo sviluppo... Mancano nel Sud, nei confronti della Juventus, quelle venature di asperezza, di invidia, di risentimento che scaturiscono dalla rivalità. Genova si sentiva ferita... Milano e Bologna vedevano nella Juve un'antagonista... Nel Sud, no. Non c'erano motivi di contrasto, non esistevano ambizioni rivaleggianti[38].

Alcuni storici e saggisti, tra cui il prof. De Luna, affermarono che i successi sportivi del club durante la prima metà degli anni trenta, insieme ai trionfi della Nazionale, principalmente il titolo mondiale vinto nel 1934, costituirono il fattore determinante nella composizione ed ulteriore consolidamento del calcio come fenomeno di massa in Italia[39]. In aggiunta a ciò, il Quinquennio della Juventus fu ritenuto il periodo nella storia dello sport italiano in cui ebbe inizio la decentralizzazione del tifo, sino ad allora radicato a livello locale e/o regionale, un fenomeno sociale che sarebbe consolidato nella seconda metà del XX secolo durante il cosiddetto miracolo economico[40][41].

Retaggio storicomodifica | modifica sorgente

Il Quinquennio della Juventus, ritenuto il primo ciclo d'oro nella storia della società torinese, fu il periodo in cui furono delineati le proprie caratteristiche essenziali: «il generoso patronato della dinastia Agnelli, un singolare spirito sportivo – il cosiddetto stile Juventus, considerato un modello di rigore, disciplina e stabilità istituito dall’allora presidente Edoardo Agnelli e simboleggiato dalle 'tre S': Semplicità, Serietà, Sobrietà[42] –, un sostegno molto esteso e una corporeità deterritorializzata; ed un'invidia [nei confronti del club] altrettanto diffusa»[24][43].

I successi della società torinese, la prima in Italia ad essere gestita a livello professionistico[44], permisero la diffusione sia di un nuovo tipo di gestione a livello dirigenziale che del schema tattico usato dalla squadra al resto di società calcistiche nel Paese «rendendo così tecnicamente e tatticamente omogeneo il calcio italiano (ragione non ultima del suo successo), contribuendo a rendere la Nazionale [...] la regina del calcio mondiale negli anni trenta», come sostenne lo storico dello sport Antonino Fugardi[45].

Elenco di rosemodifica | modifica sorgente

Qui di seguito è riportata la lista di tutte le stagioni della Juventus durante il Quinquennio d'oro:

Galleria fotograficamodifica | modifica sorgente

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Luguori, Smargiasse, op. cit., p. 9
  2. ^ Calcio, op. cit., p. 92
  3. ^ (EN) Central European Cup record (1927-1945): Marathon Table, International Federation of Football History & Statistics. URL consultato il 9 gennaio 2009.
  4. ^ (EN) Europe's Club of the Century in International Federation of Football History & Statistics, 10 settembre 2009. URL consultato il 14 settembre 2009.
  5. ^ a b c d (EN) Italy – International Matches 1930-1939, The Record Sport Soccer Statistics Foundation. URL consultato il 9 gennaio 2009.
  6. ^ a b Pennacchia, op. cit., p. 106
  7. ^ a b Stadio Olimpico di Torino, op. cit.
  8. ^ Cascioli, op. cit., p. 324
  9. ^ Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., p. 460
  10. ^ Dal 28 settembre 1930 (Juventus 4-1 Pro Patria; 1ª giornata) al 16 novembre 1930 (Juventus 1-0 Legnano; 8ª giornata).
  11. ^ Da notare i 65 reti a favore fatti dalla Juventus nei suoi incontri casalinghe durante il campionato 1931-32, record assoluto del calcio italiano.
  12. ^ Dal 27 marzo 1932 (Alessandria 2-3 Juventus; 24ª giornata) al 5 giugno 1932 (Ambrosiana-Inter 2-4 Juventus; 33ª giornata).
  13. ^ a b (EN) Central European Cup Topscorers (1927-1940), The Record Sport Soccer Statistics Foundation. URL consultato il 9 gennaio 2009.
  14. ^ Dal 9 ottobre 1932 (Juventus 4-1 Roma; 4ª giornata) al 18 dicembre 1932 (Juventus 3-0 Ambrosiana-Inter; 12ª giornata).
  15. ^ La Juventus ha vinto 16 incontri di un totale di 17 giocati (1 pareggio) in condizione di squadre locale durante il campionato 1932-33, record assoluto del calcio italiano.
  16. ^ Dall'8 aprile 1934 (Genova 1893 0-2 Juventus; 28ª giornata) al 26 aprile 1934 (Pro Vercelli 0-2 Juventus; 34ª giornata).
  17. ^ La grande storia della Juventus, op. cit., vol. 1 «Il segreto della Juventus»
  18. ^ Torneo per squadre nazionali antesignano dell’attuale campionato europeo anche conosciuto come Coppa Antonin Švehla. Dopo la seconda guerra mondiale il campionato ha presso il nome di Coppa Dr. Gerö, cfr. (EN) Coppa Dr. Gerö, The Record Sport Soccer Statistics Foundation. URL consultato il 26 settembre 2008.
  19. ^ (SL) FC Juventus: Predstavitev. URL consultato il 6 marzo 2009.
  20. ^ La Storia siamo noi, op. cit., «Vittorio Pozzo: Quando il calcio parlava italiano»
  21. ^ Mario Pennacchia, I 17 uomini d'oro della Juve mondiale in La Gazzetta dello Sport, 16 luglio 1998. URL consultato il 26 giugno 2009.
  22. ^ Speciale azzurri: Calciatori – Gianpiero Combi, Federazione Italiana Giuoco Calcio. URL consultato il 9 gennaio 2009.
  23. ^ a b Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., Aldo Agosti, «Juve anni 30. Il successo del pragmatismo», p. 915
  24. ^ a b Fear and loathing in world football, op. cit., Patrick Hazard, David Gould, «Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy», p. 209
  25. ^ a b RAI Storia, op. cit., Giovanni De Luna, «Nasce la Juventus»
  26. ^ Brera, op. cit., pp. 81; 114
  27. ^ a b Papa, op. cit., p. 271
  28. ^ Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., Aldo Agosti, «Juve anni 30. Il successo del pragmatismo», p. 913
  29. ^ Giovanni De Luna, 'Toro', e l'Italia del dopoguerra tornò a sognare in La Stampa, 10 agosto 2005, p. 5. URL consultato il 5 febbraio 2011.
  30. ^ Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., Giovanni De Luna, «Il tifo pro e contro l'Italia. Un laboratorio dell'identità nazionale», p. 1492
  31. ^ Ibid. pp. 713; 915
  32. ^ Brera, op. cit., p. 114
  33. ^ a b Fear and loathing in world football, op. cit., Patrick Hazard, David Gould, «Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy», pp. 208-209
  34. ^ (ES) Santiago Siguero, Inter-Milan, el derbi de Europa in Marca, 15 febbraio 2009. URL consultato il 9 gennaio 2011.
  35. ^ Brera, op. cit., p. 127
  36. ^ Clark, op. cit., pp. 125 sqq.
  37. ^ Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., Aldo Agosti, «Juve anni 30. Il successo del pragmatismo», p. 914
  38. ^ Ibid., pp. 914-915
  39. ^ Dizionario di un secolo del calcio italiano, op. cit., Giovanni De Luna, «Il tifo pro e contro l'Italia. Un laboratorio dell'identità nazionale», p. 1491
  40. ^ Papa, op. cit., p. 120
  41. ^ Provvisionato, op. cit., pp. 28; 55-72
  42. ^ Bromberger, op. cit., pp. 149-152
  43. ^ Fear and loathing in world football, op. cit., Patrick Hazard, David Gould, «Three Confrontations and a Coda: Juventus of Turin and Italy», pp. 209; 215
  44. ^ Ibid., p. 209
  45. ^ Fugardi, op. cit., p. 92

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Librimodifica | modifica sorgente

  • (EN) Gary Armstrong, Richard Giulianotti, Fear and loathing in world football, Berg Publishers, 2001. ISBN 1-85973-463-4.
  • Gianni Brera, Storia Critica del Calcio Italiano, Baldini Castoldi Dalai [1975], 1998. ISBN 88-8089-544-3.
  • (FR) Christian Bromberger, Alain Hayot, Jean-Marc Mariottini, Le match de football: ethnologie d'une passion partisane à Marseille, Naples et Turin, Editions MSH, 1995. ISBN 2-7351-0668-3.
  • Lino Cascioli, Storia fotografica del calcio italiano: dalle origini al campionato del mondo 1982, Roma, Newton & Compton, 1982.
  • (EN) Martin Clark, Modern Italy; 1871-1995, 2ª ed., Longman [1995], 1996. ISBN 0-582-05126-6.
  • Antonino Fugardi, Il calcio dalle origini ad oggi, Cappelli, 1966.
  • Guido Luguori, Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, Manifestolibri, 2003. ISBN 88-7285-342-7.
  • Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il Mulino [1993], 2002. ISBN 88-15-08764-8.
  • Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, Milano, Rizzoli, 1985. ISBN 88-17-85651-7.
  • Sandro Provvisionato, Lo sport in Italia: analisi, storia, ideologia del fenomeno sportivo dal fascismo a oggi, Roma, Savelli, 1978.
  • Marco Sappino (a cura di), Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano, vol. 2, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2000. ISBN 88-8089-862-0.

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