Re di Sicilia

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Regno di Sicilia nel 1154.

Re di Sicilia fu il titolo acquisito da diversi sovrani assunti al trono del Regno di Sicilia e, talora, da alcuni sovrani assunti al trono del Regno di Sicilia citeriore.

Il titolo di Re di Siciliamodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elenco dei conti e dei re di Sicilia.

Il primo a fregiarsi del titolo di Re (basileus) di Sicilia fu il candottiero greco Agatocle che, alla fine del III secolo a.C., scelse di autoincoronarsi alla maniera ellenistica dei Diadochi orientali[1].

Statua di Ruggero all'ingresso del Palazzo Reale di Napoli

Il primo sovrano moderno ad assumere il titolo di Re di Sicilia (Rex Siciliae ducatus Apuliae et principatus Capuae), però, fu Ruggero II d'Altavilla. Il normanno, già Conte di Sicilia, dopo aver esteso i suoi possedimenti in Italia meridionale, volle che la sua posizione fosse legittimata dal titolo di Re[2]. Grazie al sostegno concesso all'Antipapa Anacleto II, con una bolla del 27 settembre 1130, Ruggero fu creato re dallo stesso Antipapa. Il successivo 25 dicembre, il normanno veniva incoronato a Palermo, che veniva eletta capitale del regno. Nel 1139, dopo aver sconfitto i suoi oppositori e riconfermato sul campo di battaglia il dominio sui suoi possedimenti, il sovrano siciliano volle ed ottenne che anche il Papa Innocenzo II confermasse il titolo regio.

Gli svevi Enrico VI di Svevia, Federico II di Hohenstaufen e Corrado IV di Svevia furono re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero.

Re di Trinacriamodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Trinacria.

In seguito alla guerra del Vespro e alla Pace di Caltabellotta, veniva sancita la nascita di due distinti regni, uno al di là del Faro e l'alto al di qua del Faro. Il regno insulare, guidato dagli Aragonesi, assumeva la denominazione di Regno di Trinacria o Sicilia ultra, il regno peninsulare, guidato dagli Angioini, assumeva la denominazione di Regno di Sicilia o Sicilia citra. Il titolo di Rex Siciliae, dunque, veniva assunto dal sovrano del regno avente Napoli come capitale, mentre il sovrano del regno isolano assumeva il titolo di Re di Trinacria[3]. Nel 1314, il sovrano aragonese Federico III, dopo aver ripreso le ostilità con gli Angioini l'anno precedente, reclamò per sé il titolo di Re di Sicilia[4]. Venne a crearsi, così, un'ambigua situazione in cui esistevano due Re di Sicilia per due regni diversi. In seguito all'intervento di Papa Gregorio XI, fu siglato un accordo di pace tra Giovanna I di Napoli e Federico IV di Sicilia, nel quale si confermava l'attribuzione ai sovrani del regno peninsulare del titolo di Re di Sicilia e ai sovrani del regno insulare del titolo di Re di Trinacria[5].

Re di Sicilia ultra Pharum e Re di Sicilia citra Pharummodifica | modifica sorgente

Nonostante quanto stabilito dalla pace siglata sotto l'egida del Pontefice, gli aragonesi non accettarono il titolo di Re di Trinacria: i sovrani isolani, così, adoperarono per essi il titolo di Re di Sicilia ultra Pharum, mentre riconobbero i sovrani del regno peninsulare come Re di Sicilia citra Pharum[5]. Tale condizione perdurò fino al regno di Giovanna II di Napoli[6].

Rex utriusque Siciliaemodifica | modifica sorgente

Statua di Alfonso V all'ingresso del Palazzo Reale di Napoli.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sovrani di Napoli e Sicilia, Elenco dei viceré di Napoli e Elenco dei viceré di Sicilia.

Dopo la conquista del Regno di Napoli da parte di Alfonso il Magnanimo, già monarca di Sicilia, le corone al di là e al di qua del Faro furono riunite sotto un unico sovrano. Il re aragonese, una volta assunto il controllo dei due regni si definì Siciliae ultra e citra Farum rex[6]. In questo modo il titolo di Rex utriusque Siciliae, ovvero di Re di entrambe le Sicilie oppure di ambedue le Sicilie, fu adoperato da tutti i successivi sovrani che regnarono su entrambi i regni[6]. Nel 1458, alla morte di Alfonso d'Aragona, il destino delle due corone, fu, comunque, nuovamente separato, per essere ricongiunto nel 1504 con Ferdinando il Cattolico. Nel 1516, poi, cominciò per entrambi gli stati il lungo periodo vicereale (fatta salva la parentesi sabuda in Sicilia), prima spagnolo e poi austriaco.

Re di Napolimodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cerignola e Battaglia del Garigliano (1503).

Nel 1500, prima che i due territori fossero riunificati da Ferdinando il Cattolico, costui, già sovrano della Sicilia (definita ulteriore), strinse un accordo con il re di Francia, Luigi XII, al fine di muovere guerra al regno peninsulare, conquistarlo e sottrarlo a Federico I di Napoli. Il trattato, stipulato in Granada, l'11 novembre 1500, prevedeva che il territorio della Sicilia citeriore(Regno di Napoli) fosse così spartito tra i due monarchi: al sovrano iberico sarebbero andate le Calabrie, la Basilicata e le Puglie ed avrebbe acquisito anche il titolo di Duca di Puglia e di Calabria, mentre al sovrano francese sarebbero andati la Terra di Lavoro, i Principati e gli Abruzzi ed avrebbe assunto il titolo di Re di Napoli[7]. Fu così, quindi, che nel 1501, Luigi XII fu investito dal Pontefice con il titolo di Rex Francorum regnique Neapolitani: per la prima volta compariva in un atto ufficiale la denominazione "Regno di Napoli"[8].

Nel 1504, però, Ferdinando il Cattolico, completò la conquista dell'intero Regno di Napoli in favore della Spagna e le due Sicilie tornarono sotto la sovranità di un unico monarca. Il titolo di Re di Napoli non fu più adoperato e ad esso furono preferiti i titoli di Re di Sicilia o re delle Due Sicilie[8]. Unica eccezione fu la fase iniziale del decennio francese, momento in cui tale titolo ricomparve.

Re delle Due Siciliemodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Sicilia (1734-1816).

Nel 1734, Carlo di Borbone mosse alla conquista dei regni di Napoli e Sicilia, che, liberati dalla condizione di provincia, divenivano due stati indipendenti e sovrani. Anche il nuovo sovrano assumeva il titolo di Rex utriusque Siciliae, che sarebbe divenuto Re delle Due Sicilie con suo figlio Ferdinando. I due regni, governati dallo stesso sovrano, erano visti in Europa come un'unica potenza, ma mantenevano istituzioni autonome[9]. Nel 1806, dopo la conquista napoleonica del Regno di Napoli, Giuseppe Bonaparte e, poi, nel 1808, Gioacchino Murat assunsero al trono del regno continentale; mentre Ferdinando III manteneva la sola Sicilia. Pur governando solo sul Regno di Napoli, Murat, accampando diritti anche sulla Sicilia, pretese per sé il titolo di Re delle Due Sicilie. Parimenti, a Palermo, Ferdinando, che reclamava la restituzione del napoletano, continuava ad appellarsi Re delle Due Sicilie[10]. Tale ambigua situazione perdurò fino alla restaurazione.

Re del Regno delle Due Siciliemodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno delle Due Sicilie.

Alla fine del 1816, con la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando, fino ad allora III di Sicilia e IV di Napoli, istituì una nuova entità statuale, il Regno delle Due Sicilie, ed assunse il titolo di Re del Regno delle Due Sicilie[11]. Tale titolo restò in essere sino alla fine del regno nel 1860-1861.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione siciliana del 1848.

Fecero eccezione i mesi dal gennaio 1848 al maggio 1849, quando il parlamento siciliano offrì il titolo di re di Sicilia al duca di Genova Ferdinando Alberto Amedeo di Savoia, che venne indicato come Alberto Amedeo I di Sicilia, il quale, però, impegnato nella prima guerra di indipendenza italiana, rifiutò.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Diodoro Siculo XX, 54, I
  2. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., p. 23
  3. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., pp. 67-68
  4. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., p. 42
  5. ^ a b Pietro Giannone, Tomo III, op. cit., p. 239
  6. ^ a b c Niccolò Palmieri, op. cit., p. 286
  7. ^ Pietro Giannone, Tomo VI, op. cit., p. 171
  8. ^ a b Giuseppe Maria Galanti, op. cit., p. 2
  9. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., p. 68
  10. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., pp. 286-287
  11. ^ Niccolò Palmieri, op. cit., pp. 285-286

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

Voci correlatemodifica | modifica sorgente








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