Sam Peckinpah

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Sam Peckinpah, all'anagrafe David Samuel Peckinpah (IPA: [ˈpɛkɪnˌpɑː]) (Fresno, 21 febbraio 1925Inglewood, 28 dicembre 1984), è stato un regista, sceneggiatore e attore statunitense.

È considerato il principale rinnovatore del western statunitense.[1] Molti critici cinematografici hanno acclamato il lirismo dei suoi film[2], la profondità psicologica dei suoi personaggi[1] e il suo rivoluzionario stile registico[3].

Biografiamodifica | modifica sorgente

Le origini e gli inizimodifica | modifica sorgente

Figlio di un giudice, Peckinpah si iscrisse alla Fresno State University dopo la Seconda guerra mondiale[1] per studiare arte drammatica, diplomandosi nel 1950[1] In seguito iniziò a lavorare per la televisione, scrivendo e dirigendo molte serie western.[1].

Entrò nel mondo del cinema come aiuto-regista di Don Siegel, per il quale scrisse anche la sceneggiatura del classico di fantascienza L'invasione degli ultracorpi.

Le prime regiemodifica | modifica sorgente

Nel 1961 diresse il suo primo film, La morte cavalca a Rio Bravo, ovviamente un western, manipolato però dai produttori.[1]

L'anno dopo, con Sfida nell'alta Sierra, Peckinpah iniziò a portare una ventata d'aria fresca nel ristagnante panorama del western statunitense.[1] Anche se la storia narra di due vecchi cowboy, infatti, Peckinpah mostrò uno stile nuovo, molto crepuscolare, e aggiunse una violenza più realistica.[1] Se fino ad allora nei western statunitensi non si poteva mostrare in una sola scena chi sparava e chi veniva colpito Peckinpah mostra tutto ciò, e le ferite che mostra sui corpi dei suoi personaggi sono molto realistiche.[1]

Nel 1965 diresse Sierra Charriba, ambientato durante la Guerra Civile americana. Il film fu letteralmente massacrato dai produttori, che lo tagliarono di oltre mezz'ora.[4]

Questo film segnò l'inizio di una serie di battaglie che il regista sostenne contro i produttori, che lo perseguiteranno fino al giorno della sua morte.[1]

I grandi successimodifica | modifica sorgente

Dopo il flop di Sierra Charriba, Peckinpah finì sulla lista nera dei produttori, e gli venne negata la regia di Cincinnati Kid, poi diretto da Norman Jewison.[1] Il regista allora si dedicò alle sceneggiature e tornò a lavorare per la televisione, dirigendo Noon Wine, che riscosse un gran successo di pubblico e critica.[4]

Forte di questo successo Peckinpah tornò al cinema nel 1969, dirigendo Il mucchio selvaggio, film considerato uno dei western migliori della storia del cinema,[1][4] che contiene una violenza mai vista negli Stati Uniti (in Italia ci aveva già pensato Sergio Leone). Per questo film Peckinpah venne nominato all'Oscar, come miglior sceneggiatore.

Dopo questo film Peckinpah iniziò ad essere considerato il regista della violenza (venne soprannominato dalla stampa statunitense Bloody Sam[4]), ma il successivo film fu un western comico senza una sola goccia di sangue, La ballata di Cable Hogue, oggi considerata una delle sue migliori opere, che però all'epoca non ottenne molto successo.[4]

Nel 1971 il regista tornò all'ultraviolenza dirigendo Cane di paglia, suo primo film non western, storia di un matematico, interpretato da Dustin Hoffman,trasferitosi in uno sperduto villaggio inglese che per difendere la propria casa fa una carneficina. Il film fu attaccato praticamente da tutti e fu accusato di fascismo e misoginia,[1] come tra l'altro quasi tutta l'opera del regista.[1]

L'anno seguente Peckinpah diresse L'ultimo buscadero, un delicato dramma interpretato da Steve McQueen, che narra di un campione di rodeo. Il film, seppur oggi considerato un'opera interessante,[1] allora non ebbe alcun successo[1] e il regista tornò ai film d'azione dirigendo Getaway!, interpretato ancora una volta da McQueen.

Nel 1973 girò il suo ultimo western, il crepuscolare Pat Garrett & Billy the Kid, tagliato dalla produzione e riproposto solo nel 1988 nella sua versione director's cut,[4] quindi diresse Voglio la testa di Garcia, delirante e violento film che anticipò la moda del genere pulp.

Gli ultimi filmmodifica | modifica sorgente

Sempre più schiavo dell'alcool e delle droghe,[1] Peckinpah diresse in seguito pochi film prima della sua morte. Killer Elite è un film d'azione contaminato con il kung-fu, La croce di ferro è un film di guerra narrato dal punto di vista di un caporale pluridecorato della Wehrmacht, Convoy - Trincea d'asfalto è un film d'azione ambientato nel mondo dei camionisti, infine il suo ultimo film Osterman Weekend, che narra di un complotto della CIA, è stato tagliato di oltre venti minuti e solo pochi anni fa è tornata alla luce l'edizione voluta dal regista.[4]

Sam Peckinpah morì il 28 dicembre 1984, colpito da ictus.

Temi e stilemodifica | modifica sorgente

La tematica principale dei film di Sam Peckinpah è quella della violenza, affrontata come mai prima di allora nel cinema statunitense.[4] Peckinpah ha spianato la strada a tutto il cinema statunitense degli anni settanta, quello della New Hollywood, e ha ispirato registi come Martin Scorsese, Walter Hill, Kathryn Bigelow, Quentin Tarantino e John Woo.[4] Una dichiarazione del regista chiarisce: "Quando la gente impreca contro il mio modo di trattare la violenza, in pratica dice: «Non mostratemela, non voglio sapere, e prendetemi un'altra birra dal frigorifero...». Credo che sia sbagliato, e pericoloso, rifiutare di riconoscere la natura animale dell'uomo". [1]

Il regista ha ambientato molti dei suoi film in Messico, nazione che amava molto.[4] Peckinpah è famoso per i ralenti che metteva in ogni suo film, per prolungare le immagini di violenza e destabilizzare così lo spettatore.[4]

Altro tratto stilistico è il montaggio frenetico, che frammenta le immagini. Il mucchio selvaggio contiene ben 3643 inquadrature.[5]

Filmografiamodifica | modifica sorgente

Registamodifica | modifica sorgente

Sceneggiatoremodifica | modifica sorgente

Attoremodifica | modifica sorgente

Documentari sul suo lavoromodifica | modifica sorgente

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Valerio Caprara, Sam Peckinpah, Milano, Il Castoro Cinema, 1974. ISBN 88-8033-080-2.
  2. ^ http://www.mymovies.it/biografia/?r=1821
  3. ^ http://www.imdb.com/name/nm0001603/bio?ref_=nm_ov_bio_sm
  4. ^ a b c d e f g h i j k Franco La Polla (a cura di), Sam Peckinpah, il ritmo della violenza, Le Mani, 2006. ISBN 88-8012-285-1.
  5. ^ Umberto Mosca, Il mucchio selvaggio, Lindau Cinema, 1997. ISBN 88-7180-172-5.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Valerio Caprara, Sam Peckinpah, Milano, Il Castoro Cinema, 1974 (seconda edizione 1995). ISBN 88-8033-080-2.
  • Toni D'Angela (a cura di), Al limite dell'eccesso. Sam Peckinpah, l'ultimo westerner, Roma, Falsopiano, 2004.
  • Franco La Polla (a cura di), Sam Peckinpah, il ritmo della violenza, Le Mani, 2006. ISBN 88-8012-285-1.
  • Umberto Mosca, Il mucchio selvaggio, Torino, Lindau Cinema, 1997. ISBN 88-7180-172-5.
  • Giancarlo Chiariglione, Il cinema di Sam Peckinpah nell'America degli anni sessanta e settanta. Un universo di violenza e nostalgia, Torino, L'Harmattan Italia, 2007. ISBN 9788878920798.

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

Controllo di autorità VIAF: 73992148 LCCN: n79026876








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