Settizonio

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Coordinate: 41°53′07.44″N 12°29′20.04″E / 41.8854°N 12.4889°E41.8854; 12.4889

Settizonio
Roma
I resti del Septizodium in una stampa del 1582, poco prima della definitiva demolizione
I resti del Septizodium in una stampa del 1582, poco prima della definitiva demolizione
Civiltà romana
Utilizzo imperatori romani
Stile romano
Epoca III - XVI secolo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Roma-Stemma.png Roma
Altitudine 20-50 m s.l.m.
Amministrazione
Patrimonio Centro storico di Roma
Ente Comune di Roma
Visitabile
sito web

Il Settizonio o Settizodio (latino: Septizodium o Septizonium o Septisolium) era una facciata monumentale di un ninfeo[1], dall'aspetto di scena teatrale vitruviana, a più piani di colonne, fatta innalzare dall'imperatore Settimio Severo nel 203[2] ai piedi del colle Palatino, a Roma. Esso sorgeva sul lato sud-orientale del Palatino e costituiva la facciata della Domus Severiana su questo lato, affacciato sulla via Appia. La Domus e il Settizonio costituivano un'ala aggiunta alla Domus Augustana da Settimio Severo, a sud dello Stadio palatino, nell'ambito della sistemazione delle pendici meridionali e sud-orientali del colle, dove vennero completati gli edifici termali avviati circa un secolo prima da Domiziano[3].

Etimologiamodifica | modifica sorgente

Il tracciato del Septizodium alla base del Palatino

L'etimologia del nome è incerta: nonostante siano state fatte varie congetture sull'interpretazione del termine in senso letterale, come una struttura divisa in sette sezioni[4], su tutte le stampe, anche le più antiche, ne sono visibili soltanto tre.

Una interessante ipotesi identifica il settizonio come una struttura idrica monumentale, che conteneva le statue delle sette divinità planetarie[5] (nell'ordine): Saturno, Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere. Sono noti altri esemplari di settizonio, che però sono tutti (con l'eccezione di quello di Roma, quindi) in Africa: Henschir Bedd, Lambaesis, Lilybeum e Cincari[6].

Nel Medioevo ci si riferiva all'edificio e alla zona adiacente con i termini Septemsolium[7], Septasolis[8] e Septem Solia[9].

Storiamodifica | modifica sorgente

Posizione del Settizonio

Le fonti parlano di un primo septizonium, costruito prima del 40, in cui nacque l'imperatore Tito[10].

L'imponente edificio severiano lungo quasi 100 metri, sorgeva nella valle tra Celio e Palatino, accanto al Circo Massimo, lungo la via Appia. Secondo le fonti, l'imperatore volle con quest'opera monumentalizzare questo lato del colle, ma soprattutto impressionare coloro che da sud, percorrendo la via Appia, giungevano a Roma, in particolare i suoi conterranei dell'Africa. Verosimilmente costituiva una sorta di quinta scenografica dell'agglomerato sud dei palazzi severiani. Per breve tempo ospitò la tomba dell'imperatore Geta, figlio di Settimio Severo[11].

L'edificio era già in rovina alla fine dell'VIII secolo e quel che ne restava divenne una delle fortezze baronali da cui nel medioevo si dominava quel che restava di Roma. Crollata la sezione centrale, le due parti delle rovine erano dette Septem solia maior e Septem solia minor. I resti della struttura dovettero entrare nel sistema di fortificazioni dei Frangipane, se la vedova di Graziano Frangipane - che nel 1223 ospitò lì presso, nella Torre della Moletta, il suo amico e maestro Francesco d'Assisi - era detta Jacopa de' Settesoli.

L'8 gennaio 1198 vi si tenne il primo conclave della storia, che elesse papa Innocenzo III[12].

La distruzione e il prelievo di materiali proseguirono nei secoli. La demolizione definitiva si dovette a Sisto V, e Rodolfo Lanciani descrisse dettagliatamente come le antiche pietre andarono a rivestire mezza Roma:

« Il rimanente venne distrutto da papa Sisto V nell'inverno 1588-89 per mano del suo architetto Domenico Fontana. I lavori costarono al papa 905 scudi, abbondantemente compensati dal ricavato in peperino, travertino, marmi rari e colonne.
Trentatré blocchi di pietra furono usati nella fondazione dell'obelisco di Piazza del Popolo; 104 blocchi di marmo nel restauro della Colonna Antonina, includendo la base della statua di San Paolo che la corona; 15 nella tomba del Papa nella Cappella del Presepio in Santa Maria Maggiore, e altrettanti nella tomba di Pio V; la scalinata della Casa dei Mendicanti presso Ponte Sisto, il «lavatore» delle Terme di Diocleziano, la porta del Palazzo della Cancelleria, la facciata nord di San Giovanni in Laterano, con il cortile e la scalinata, infine la chiesa di San Giacomo degli Schiavoni[13], usufruirono delle spoglie del Septizodium »
(Rodolfo Lanciani, Rovine e scavi di Roma antica, Roma 1985, p. 168)

Descrizionemodifica | modifica sorgente

Il Septizodium in una incisione del 1580

L'edificio è noto dalla pianta sulla Forma Urbis severiana e da disegni rinascimentali. Il prospetto era lungo 89 metri e simile alle frontescena teatrali: vi si aprivano tre nicchioni semicircolari e alle estremità si trovavano due avancorpi a base quadrata, movimentando con spigoli retti e ampie curvature il fronte, che era composto di tre piani colonnati di altezza decrescente verso l'alto. Nelle nicchie si trovavano altrettante fontane a base circolare, con un'unica vasca che ne raccoglieva le acque, in basso.

L'ispirazione generale è da mettere in correlazione con il gusto asiano "barocco", mentre non possediamo sicuri frammenti architettonici che permettano di verificare se anche la decorazione fosse di gusto analogo. Come modelli si possono citare il ninfeo di Mileto, di epoca traianea, e il ninfeo di Aspendos, di epoca adrianea, che a loro volta si ispiravano alle scene degli edifici teatrali che inizialmente erano dotate di giochi d'acqua: non a caso fu proprio in quest'epoca che si diffusero gli spettacoli di mimo acquatico entro vasche (colimbétre), adattate nell'iposcenio o nell'orchestra.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Ammiano Marcellino, Storia romana, XV, 7.3
  2. ^ CIL VI, 1032 e CIL VI, 31229.
  3. ^ Septizonium in Samuel Ball Platner e Thomas Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, London, Oxford University Press, 1929.
  4. ^ Septizonium in Platner-Ashby, op. cit.
  5. ^ Theodor Dombart, Palatinische Septizonium zu Rom, Munich 1922.
  6. ^ Palmer 1978.
  7. ^ Mirabilia Urbis Romae.
  8. ^ Graphia aureae urbis Romae.
  9. ^ Tractatus de rebus antiquis et situ urbis Romae, noto come Anonimo Magliabechiano.
  10. ^ Svetonio, Vite dei Cesari, VIII - Il divino Tito, 1.
  11. ^ Eric R. Varner, Mutilation and Transformation: Damnatio Memoriae and Roman Imperial Portraiture, Leiden, Brill, 2004, ISBN 90-04-13577-4, p. 168.
  12. ^ Ferdinand Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter (Storia della città di Roma nel Medioevo, Roma 1942; Torino, Einaudi, 1973), IX, I.
  13. ^ Lapsus o refuso: si tratta della Chiesa di San Girolamo degli Schiavoni, ricostruita da Sisto V nel 1588.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Robert E. A. Palmer, Severan Ruler-cult and the Moon in The City of Rome, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II.16, Berlin-New York, Wolfgang Haase ed., Walter de Gruyter, 1978, ISBN 3-11-007612-8, p. 1117.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Torino, Utet, 1976.
  • Susann S. Lusnia, Urban Planning and Sculptural Display in Severan Rome: Reconstructing the Septizodium and Its Role in Dynastic Politics, in American Journal of Archaeology 108 (2004).
  • Charmaine Gorrie, The Septizodium of Septimius Severus revisited. The monument in its historical and urban context, in Latomus 60 (2001), pp. 653-670.
  • Karl Hampe, Ein ungedruckter Bericht über das Konklave von 1241 im römischen Septizonium (= Sitzungsberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften, Philosophisch-Historische Klasse; Jg. 1913, Abh. 1), Heidelberg, Carl Winters Universitätsbuchhandlung, 1913.
  • Christian Hülsen, Das Septizonium des Septimus Severus (46. Programm zum Winkelmannsfeste der Archäologischen Gesellschaft zu Berlin), Berlin 1886, pp. 1-36.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Altri progettimodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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