Storia della Sardegna

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Bandiera della Sardegna
Storia della Sardegna

PREISTORIA
Sardegna prenuragica
Sardegna nuragica


STORIA ANTICA
Sardegna fenicio-punica
Sardegna romana


STORIA MEDIEVALE
Sardegna vandala
Sardegna bizantina
Sardegna giudicale
(Arborea · Cagliari · Gallura · Torres)
Sardegna signorile e comunale
Regno di Sardegna
(Aragonese)


STORIA MODERNA
Regno di Sardegna
(Spagnolo e Sabaudo)


STORIA CONTEMPORANEA
Sardegna contemporanea


Storia mineraria
Storia genetica
Storia antropometrica


Categoria:Storia della Sardegna Portale:Sardegna


La Storia della Sardegna riguarda le vicende storiche relative all'isola della Sardegna. In posizione centrale nel mar Mediterraneo, la Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali. Il suo territorio, ricco di boschi, di acque e di minerali, ha favorito il popolamento e l'impianto di insediamenti considerevoli. Fu così che nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità - che ha consentito lo svilupparsi della civiltà nuragica - sia dalla propria posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi. Nel suo patrimonio storico e culturale sono abbondanti le testimonianze delle culture indigene ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche.

Alcuni studiosi, come l'archeologo Giovanni Lilliu, sostengono la tesi che la storia sarda sia stata caratterizzata da ciò che egli definiva come costante resistenziale sarda,[1] ossia la lotta millenaria condotta dagli abitanti dell'isola contro i nuovi invasori: nei periodi in cui subirono l'influenza delle maggiori potenze coloniali, secondo lo studioso, il tessuto di sardità e le antiche tradizioni sarebbero state custodite dalle popolazioni barbaricine che, attraverso i secoli, le hanno tramandate fino ai nostri giorni.[2] Questa tesi contrasta con alcune evidenze, come il fatto che le stesse non abbiano preservato la lingua antecedente alla latinizzazione a differenza, ad esempio, di quelle basche il cui idioma è rimasto inalterato da tale processo.

Indice

Preistoria modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sardegna prenuragica, Protosardi, Cultura della ceramica cardiale, Cultura di Bonu Ighinu, Cultura di Monte Claro, Cultura di Ozieri, Cultura di Arzachena e Cultura del vaso campaniforme.

Le prime tracce di presenza umana (Homo erectus) in Sardegna risalgono al Paleolitico inferiore e consistono in rudimentali selci scheggiate, ritrovate nel sassarese, risalenti a un periodo compreso tra i 500.000 e i 100.000 anni fa. Le prime tracce di Homo sapiens sapiens risalgono invece a circa 14.000 anni a.C. Gli scavi effettuati nella Grotta Corbeddu, presso Oliena, hanno restituito pietre sbozzate e fossili umani.

Neolitico modifica

Numerose sono le testimonianze del Neolitico, gli antichi abitanti di quest'epoca incidevano le ceramiche con il bordo di una conchiglia, il cardium edulis. La civiltà cardiale si sviluppò sino al 4500 a.C.

La successiva civiltà di Bonu-Ighinu durò fino al 3500 a.C. circa e ad essa seguì la civiltà di San Michele che si protrasse fino al 2700 a.C. I Sardi neolitici vivevano sia all'aperto che in grotte, allevavano bestiame, utilizzavano strumenti in selce e in ossidiana di cui l'Isola abbonda, coltivavano cereali, conoscevano la caccia, la pesca e la tessitura.[3] Scolpivano statuine stilizzate raffiguranti la Dea Madre accentuandone le forme del seno e del bacino (raffigurazioni steatopigie). Costruivano ciotole e vasi decorati in vario modo.

Si svilupparono in quel periodo due forme di architettura funeraria. Da una parte si trovano strutture di tipo megalitico affini ai dolmen e ai menhir (in sardo pedras fittas, ossia pietre infisse nel terreno); dall'altra le cosiddette domus de janas (case delle fate o delle streghe), tombe scavate nella roccia che riproducevano l'intera struttura abitativa. Il pavimento e le pareti della tomba, ma anche il corpo del defunto, venivano rivestiti di ocra rossa.

Nella fase finale del periodo neolitico si susseguirono due civiltà ceramiche: quella di Monte Claro e quella del Vaso campaniforme, ed ebbe inizio la lavorazione dei metalli, prima del rame e in seguito del bronzo.

Bronzetto sardo. I bronzetti testimoniano l'alta capacità raggiunta dai nuragici nell'arte di lavorare i metalli

Civiltà nuragica modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Civiltà nuragica, Nuraghe, Pozzo sacro nuragico, Bronzetto sardo, Tomba dei giganti e Giganti di Monti Prama.

La Civiltà nuragica ebbe origine durante la fase culturale detta di Bonnanaro (1800-1600 a.C. circa). Più di 7000 nuraghi, in media uno ogni 4 km², centinaia di villaggi e tombe megalitiche sono la testimonianza di questa singolare civiltà mediterranea. Dalle testimonianze delle genti antiche con cui interagivano, i Nuragici furono sicuramente un popolo di guerrieri e di naviganti, di pastori e di contadini, suddivisi in piccoli nuclei tribali (clan). Andavano per mare, commerciavano coi Micenei, i Fenici, gli Etruschi. Furono gli abitatori della Sardegna per oltre un millennio su un territorio allora ricchissimo di boschi, acque, fertili valli. Il nuraghe era il centro della vita sociale delle comunità, ma oltre alle torri, altre strutture megalitiche caratterizzavano la civiltà nuragica: le tombe dei giganti (luoghi di sepoltura) e i pozzi sacri (luoghi di culto). Le grandi stele centrali delle tombe dei giganti (molte superano i 4 m di altezza) e la precisione costruttiva dei pozzi sacri dimostrano la complessità e la raffinatezza raggiunte da questa civiltà[4]. Anche la produzione di bronzetti, statuette tipiche di quel periodo, con raffigurazioni a volte realistiche, a volte immaginarie, aggiunge fascino al mistero di quel popolo, mistero destinato sicuramente a durare ancora per la mancanza - secondo gli studiosi - di un fondamentale elemento di decifrazione delle civiltà antiche: la scrittura, anche se in questo campo sono state fatte nuove scoperte.

Con l'arrivo in Sardegna dei Cartaginesi prima e dei Romani poi, i Nuragici si ritirarono nelle regioni interne dell'Isola opponendo una fiera resistenza agli invasori. Secondo le ipotesi degli studiosi, l'isola in quel periodo era molto popolata: alcune ipotesi indicano che su una media di 5000 nuraghi semplici, di 3000 fra nuraghi complessi e villaggi, con una media di 10 abitanti per ogni torre isolata e di 100 abitanti per ogni borgo, si poteva contare una popolazione di circa 245.000 unità (la Sardegna raggiungerà nuovamente una simile densità abitativa solo nel XV secolo)[5]; altre ipotesi fanno supporre ad un numero maggiore, tra i 400.000 e i 600.000 abitanti[6].

Dibattito sulle origini modifica

Secondo le ricerche degli studiosi, la Civiltà nuragica fu il frutto dell'evoluzione di preesistenti culture megalitiche. I monumenti che più la rappresentano sono le cosiddette torri nuragiche, ma sulla effettiva funzione di queste si discute da almeno cinque secoli. Tra le varie interpretazioni sono state proposte quelle di tombe, fortezze, forni per la fusione dei metalli, prigioni, templi di culto, abitazioni di giganti, magazzini per granaglie. Ma nonostante gli studi e i ritrovamenti archeologici, sui Nuragici, i cosiddetti costruttori di torri o Tyrsenoi (Τυρσηνοί in greco da dove viene il nome Tirreno) come li chiamavano i Greci di allora (stesso nome che davano agli Etruschi[7][8]) rimangono ancora molti punti da chiarire. Negli ultimi decenni sono state divulgate nuove teorie e nuove scoperte hanno ampliato gli orizzonti.

Navicella nuragica
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli del mare.

Grazie a nuovi reperti archeologici si fa sempre più certa l'ipotesi che le popolazioni nuragiche fossero molto abili nell'arte della navigazione, arte che permetteva loro di spostarsi facilmente in tutto il bacino del Mediterraneo e di mantenere contatti con le popolazioni micenee, cretesi, etrusche e iberiche. Ceramiche nuragiche sono state scoperte sia lungo le coste iberiche che in quelle tirreniche, nelle isole egee, a Creta, nelle coste libanesi e del nord Africa. Tali ceramiche per la maggior parte non costituivano prodotti da esportare e commerciare, ma erano prevalentemente vasi comuni, anforete, olle utilizzate dai marinai nuragici come ceramica di bordo, mentre le brochette askoidi, considerate tra i contenitori nuragici più raffinati, dal collo sottile e dal corpo globulare, finemente decorate e rinvenute in tombe etrusche, secondo gli studiosi, contenevano vino sardo commerciato con gli Etruschi che nel IX - VIII secolo non coltivavano la vite.[9]

Alcuni studiosi, sulla base di ipotesi totalmente arbitrariesenza fonte, per via di presunte similitudini fra i reperti nuragici e quanto descritto nelle fonti antiche, hanno ipotizzato che le popolazioni sardo-nuragiche siano da accomunare agli Shardana, un popolo di navigatori-guerrieri (da riferirsi ai Popoli del Mare) che assieme a una coalizione di altri genti, sul finire del II millennio a.C., portò guerra e distruzione nel bacino del Mediterraneo, tentando a più riprese di invadere l'Egitto dei faraoni, riducendo alla rovina la Civiltà micenea e quella ittita.[10]

Il giornalista e studioso Sergio Frau ha ipotizzato che la Civiltà nuragica sia legata al mito di Atlantide. Secondo la sua tesi, il centro della presunta Atlantide sarebbe stata la reggia nuragica di Barumini, la più imponente dell'isola. Frau riporta studi recenti condotti presso il C.N.R. dal geologo Mario Tozzi secondo cui un cataclisma naturale, forse uno Tsunami, potrebbe aver causato la distruzione di una fiorente e avanzata civiltà localizzata nel Mediterraneo occidentale. Secondo Frau, le antiche Colonne d'Ercole descritte da Platone, generalmente indentificate nello Stretto di Gibilterra, andrebbero ri-posizionate nel Canale di Sicilia.[11]

Recentemente lo studioso Mauro Peppino Zedda ha ipotizzato che i nuraghi siano stati osservatori astronomici. Le torri sarebbero state disposte secondo precise regole astronomiche e sarebbero state utilizzate per la misura del tempo e per l'osservazione della volta celeste. Lo studioso avvalora l'ipotesi della funzione sacra di questi edifici i quali sarebbero viste come templi custoditi da sacerdoti astronomi, rigettando la tesi del nuraghe-fortezza ampiamente sostenuta dal padre dell'archeologia sarda Giovanni Lilliu e dai suoi allievi.[12] Lo studioso sostiene di aver scoperto che le torri del nuraghe trilobato Santu Antine siano state degli osservatori astronomici per mezzo dei quali era possibile osservare il sorgere del sole sia al solstizio invernale sia al solstizio estivo, e dalle stesse si poteva osservare - sempre ai solstizi - il tramonto del sole. Secondo lo studioso il nuraghe Santu Antine è « l'apparecchio realizzato a secco tecnicamente più sofisticato di tutta la superficie terrestre».[13]. Grazie alla loro posizione - sostiene lo studioso - «gli antichi Sardi erano in grado di stabilire la scansione temporale delle stagioni e avevano riferimenti spaziali sulla terra». A riguardo dei pozzi sacri, secondo le recenti ricerche dello studioso Arnold Lebeuf, il pozzo sacro di Santa Cristina risulta essere un elaborato osservatorio astronomico tale da suggerire che i popoli nuragici possedevano conoscenze molto avanzate per un'epoca così lontana. Solo una perfetta conoscenza delle complicate teorie lunari poteva rendere possibile il disegno e la costruzione dell'osservatorio il cui progetto è stato pianificato punto per punto prima di scavare sulla roccia[14].

Epoca antica modifica

Sardegna fenicia e cartaginese modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna fenicio-punica e Trattati Roma-Cartagine.

I Fenici giunsero in Sardegna tra il X e l'VIII secolo a.C., periodo nel quale la civiltà nuragica era nel massimo splendore. Giunti come mercanti e non come invasori, si insediarono in alcuni punti di approdo lungo l'arco sud-occidentale della costa, approdi già abitati dai Nuragici con i quali si integrarono pacificamente, apportando in Sardegna nuove tecnologie e nuovi stili di vita, dando impulso ai commerci e favorendo la creazione di empori.[15]

I Cartaginesi giunsero nell'isola nel VI secolo a.C. con la deliberata intenzione di conquistare tutta l'isola per assoggettarla al loro dominio. Un primo tentativo di conquista fu sventato dalla vittoriosa resistenza nuragica intorno al 535 a.C. Tuttavia, a partire dalla fine del VI secolo l'isola entrò nell'orbita di Cartagine.[16]

Intorno agli originari empori commerciali gradualmente si svilupparono dei fiorenti centri urbani. Ancora oggi sono visibili i resti di antichi insediamenti, fra questi i maggiori centri di insediamento cartaginese furono Karalis, l'attuale Cagliari, Nora, Tharros e Sulki nell'isola di Sant'Antioco.

Nel colle di Tuvixeddu, nell'antica Karalis, si trova la più grande necropoli fenicio-punica esistente al mondo. A Sulki si trova il tophet più grande ritrovato finora. Tra gli altri insediamenti cartaginesi ricordiamo Bithia, Neapolis, Othoca, Cornus, Sulki Tirrenica vicino Tortolie un insediamento presso l'odierna Bosa.[17]

Fordongianus - Resti delle terme romane

Sardegna romana modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna romana e Guerre puniche.

I Romani ottennero la Sardegna nel 238 a.C. al termine della Prima Guerra Punica. Nel 215 a.C., il sardo-punico Amsicora, alleato coi popoli nuragici come gli Iliensi, guidò la resistenza anti-romana, ma fu sconfitto nella battaglia di Cornus. Per lungo tempo la dominazione romana fu segnata dalla difficile convivenza con i nuragici e i fenicio-punici. Gradualmente si raggiunse una certa integrazione, anche se non furono rare le rivolte. I centri punici si romanizzarono e Karalis divenne la capitale della nuova provincia. La città crebbe e fu arricchita di monumenti, tra i quali l'esempio più notevole è probabilmente l'anfiteatro, che fino al 2011 era ancora sede di spettacoli.[18] Nel nord dell'isola, i Romani fondarono il porto di Turris Libisonis, l'odierna Porto Torres, e fecero della cittadina cartaginese di Olbia un centro importante dotata di piazze, acquedotti e complessi termali. Nel 1999, nelle acque dell'attuale porto vecchio furono recuperati 18 relitti di navi romane, di cui due probabilmente dell'età di Nerone, testimonianza dell'importanza dello scalo portuale della città. Ancora oggi le aree urbane situate in queste località, ovvero Cagliari, Sassari e Olbia, sono le principali città dell'isola.

I Romani dotarono l'isola di una rete stradale utilizzata soprattutto per mettere in comunicazione i centri della parte meridionale con il settentrione. A metà di una di queste strade, i Romani fondarono Forum Traiani (presso l'attuale Fordongianus), che divenne il principale centro militare isolano e che nel I secolo d.C. fu dotato di un complesso termale. Svilupparono la coltivazione dei cereali e la Sardegna entrò a far parte delle province granaio, insieme alla Sicilia e all'Egitto. Probabilmente, l'eredità culturale più importante del periodo romano è la lingua sarda, neolatina, composta da numerosi dialetti raggruppabili nelle varietà del logudorese e del campidanese.[19]

Resti di una effigie di Costantino I conservata nei Musei Capitolini a Roma

Epoca medievale modifica

Sardegna vandala e bizantina modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna vandala e Storia della Sardegna bizantina.

Dopo la caduta dell'Impero Romano, la Sardegna fu occupata dai Vandali, che mantennero nell'isola un presidio militare per circa ottant'anni, fino alla presa di potere dei Bizantini nel 534 d.C. La dominazione bizantina consentì importanti trasformazioni sociali e culturali. Durante questo periodo, il papa Gregorio Magno portò avanti l'opera di evangelizzazione della Barbagia dove erano ancora adorate le antiche divinità nuragiche. I Barbaricini rimasero comunque sempre assai riluttanti verso i nuovi arrivati tanto che un numero assai importante di soldati limitanei vennero dislocati lungo il limes, l'antica frontiera che divideva la Romània dalla Barbària[20]. Secondo gli storici, ci fu da parte imperiale il riconoscimento di una Sardegna barbaricina indomita e libera e secondo lo storico del medioevo sardo F.C. Casùla, in qualche modo anche statualmente conformata, forse in ducato autonomo o addirittura in regno, dove continuava ad esistere una cultura d'origine nuragica. Secondo lo storico, neanche la Romània fu comunque del tutto pacificamente acquisita.[20]

Nonostante tutto, il legame tra l'isola e Bisanzio si fece più forte col passare del tempo e la Sardegna rimase bizantina durante l'invasione della penisola italica da parte dei Longobardi. L'influenza bizantina si fece sentire in maniera particolare in ambito religioso. La Chiesa sarda dipendeva dal Patriarcato di Costantinopoli che praticava il rito greco, diverso da quello latino per alcune forme liturgiche. Tale rito venne introdotto nelle cerimonie di culto, insieme a tradizioni e feste di cui rimangono tracce ancora oggi come il culto dell'imperatore-santo Costantino I, che per i Sardi divenne Santu Antine, in onore del quale a Sedilo si tiene ancora oggi la cavalcata detta s'Ardia. La presenza dei monaci cenobiti greco-bizantini, seguaci della Regola di San Basilio, si estese fino all'interno, oltre il limes, introducendo le nuove consuetudini e diffondendo l'uso degli inni, l'usanza nelle campagne di seppellire i defunti accanto alle chiese, il costume di battezzare i figli con nomi bizantini, nonché il culto di molti santi del menologio orientale.

Sardegna giudicale modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna giudicale, Giudicato di Cagliari, Giudicato di Arborea, Giudicato di Torres e Giudicato di Gallura.

Col declino dell'impero di Bisanzio, a partire dall'VIII secolo, i Sardi sull'impianto organizzativo bizantino si dettero un nuovo assetto politico. L'isola fu così divisa in quattro Giudicati indipendenti sia dall'esterno che tra loro. I giudicati erano quelli di Torres-Logudoro, di Calari, di Gallura e di Arborea ed erano retti da un giudice (judike o zuighe in sardo, judex in latino), dotato di potere di sovrano. Amministravano un territorio, chiamato logu, suddiviso in curatorie formate da più villaggi, retti da capi chiamati majores. Parte dello sfruttamento del territorio, come anche l'agricoltura, veniva gestito in modo collettivo, un'organizzazione assai moderna per l'epoca.

L'aiuto portato alla Sardegna contro gli Arabi da parte delle flotte di Genova e Pisa, specie dopo il fallito tentativo di conquista dell'isola nel 1015-16 da parte di Mujāhid al-Āmirī di Denia (il Mugetto o Musetto delle cronache cristiane italiche), signore delle Baleari dopo il crollo del Califfato omayyade di al-Andalus - ebbe come conseguenza un crescente influsso delle due Repubbliche marinare.

Nel 1395 la giudicessa-reggente Eleonora d'Arborea emanò la Carta de Logu, simbolo e sintesi di una concezione essenzialmente sarda del diritto, con apporti romano-bizantini e particolarmente innovativa in quei tempi in Europa. La Carta comprendeva un codice civile ed uno rurale, per complessivi 198 capitoli, e segnava una tappa fondamentale verso i diritti d'uguaglianza. Questo insieme di leggi rimase in vigore fino al 1827.

Incipit degli Statuti Sassaresi-XIII secolo

Sardegna signorile e comunale modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna signorile e comunale.

Nell'ambito cronologico dell'epoca giudicale è necessario menzionare a parte le vicende delle città sarde che si diedero statuti propri, sulla scia dell'esperienza dei comuni italiani. In particolare due, quella di Sassari e quella di Villa di Chiesa, appaiono rilevanti per l'importanza storica, istituzionale ed economica dei due centri.

Dell'esperienza comunale sassarese (1272 ca - 1323) restano gli Statuti della città, redatti in latino e in sardo logudorese. Della vicenda di Villa di Chiesa (1258 ca - 1323), fondata da Ugolino della Gherardesca e votata all'industria mineraria argentiera, rimane testimonianza nelle leggi cittadine raccolte nel Breve di Villa di Chiesa (di cui nell'archivio storico della città è custodito un bellissimo originale in pergamena, databile presumibilmente al 1327).

In generale, delle autonomie e dei privilegi cittadini sardi (benché si trattasse di comuni pazionati, ossia il cui podestà proveniva da una città egemone, in questo prima Pisa e poi Genova, anche per evitare lotte interne) rimarrà traccia successivamente nella storia del Regno di Sardegna, allorché alle città emerse dal periodo precedente (alle due sopra citate, bisogna aggiungere: Castel di Calari, Oristano, Bosa, Alghero, Castelaragonese), verranno riconosciuti particolari status giuridici che ne faranno delle città regie, ossia sottratte al dominio feudale e dipendenti direttamente dalla Corona, con propri rappresentanti specifici nel parlamento degli Stamenti. Le città in Sardegna rimarranno a lungo entità socio-politiche alquanto estranee, per non dire ostili, al territorio circostante.

Il Regno di Sardegna aragonese modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Sardegna, Regno di Arborea, Battaglia di Lucocisterna e Battaglia di Sanluri.

Il Regnum Sardiniae et Corsicae ebbe inizio nominalmente nel 1297, quando papa Bonifacio VIII lo istituì per dirimere le contesa tra Angioini e Aragonesi circa il Regno di Sicilia (che aveva scatenato i moti popolari passati poi alla storia come Vespri siciliani). I regno fu realizzato territorialmente 26 anni dopo, nel 1324 quando il re Giacomo II sconfisse i Pisani nella battaglia di Lucocisterna, incamerandone i territori appartenuti alla Repubblica di Pisa. Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa della durata di oltre novant'anni combattuta contro il Regno di Arborea i cui giudici non rinunciarono mai al sogno di unificare l'Isola sotto la loro bandiera. Dopo la sconfitta subita nella Battaglia di Sanluri il 30 giugno 1409, gli Arborensi difesero i loro territori storici, ma dopo altre sanguinose battaglie, la loro capitale Oristano si arrese nel marzo 1410. Dieci anni dopo quanto restava dell'ultimo giudicato sardo venne veduto per 100.000 fiorini d'oro - 17 agosto 1420 - ad Alfonso V d'Aragona il Magnanimo da Guglielmo III di Narbona, ultimo giudice arborense della storia. Attraverso varie fasi, la storia del Regno sardo percorre l'ultimo periodo del Medioevo sotto la Corona d'Aragona, e di Spagna poi, passando dopo la Guerra di successione spagnola, il Trattato di Utrecht, quello di Londra, e dell'Aia, alla dinastia dei Savoia nel 1720, per poi giungere alla sua conclusione tra il 1847 (Unione Perfetta con gli stati di terraferma) e il 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, suo erede.

Stendardo aragonese
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna aragonese.

Il periodo che va dagli inizi del XIV secolo a circa la metà del secolo successivo rappresentò per la civiltà occidentale un periodo di transizione dal Medioevo all'età moderna. La società si svincolò dai miti e dalle tradizioni medievali avviandosi verso il Rinascimento. Ma questi cambiamenti non si riscontrarono in Sardegna: questo periodo, che ebbe inizio nel 1323/1324, corrisponde infatti all'occupazione aragonese ed è considerato da molti come il peggiore di tutta la storia dell'isola. Il cammino verso l'età moderna venne bruscamente interrotto e tutta la società isolana regredì verso un nuovo e più buio Medioevo. Le maggiori cause furono viste nelle continue guerre contro il Regno di Arborea e nel regime di privilegio, di angherie e di monopolio esclusivo di ogni potere, instaurato a proprio favore dai Catalano-aragonesi e poi dagli spagnoli.

Una testimonianza evidente della situazione creatasi è fornita dagli stessi catalani che ancora nel 1481 e nel 1511 chiedevano al Re - nel loro Parlamento - la conferma in blocco degli antichi privilegi, ricordando che erano stati concessi «per tenir appretada e sotmesa la naciò sarda» (mantenere bisognosa e sottomessa la nazione sarda)[21]. Con il dispotismo e la confisca di tutte le ricchezze si arrestò bruscamente il processo di rinnovamento economico, culturale e sociale che i giudicati e repubbliche marinare, avevano suscitato tra il IX secolo e il XIV secolo. Gli Aragonesi esitarono a lungo prima di invadere e conquistare l'isola, e riuscirono solo dopo un secolo di guerre ad unificare il Regno di Sardegna e Corsica: inizialmente grazie alla Battaglia di Lucocisterna, dove intervennero su richiesta di Arborensi, in alleanza con Genovesi e Sassaresi, in funzione anti-pisana, successivamente dopo decenni di guerre, epidemie e trattati di pace, grazie all'acquisto per 100.000 fiorini d'oro dei territori superstiti ceduti dall'ultimo Giudice di Arborea Guglielmo III di Narbona. Durante la lotta per il predominio dell'isola il Regno di Sardegna fu composto infatti per diversi periodi unicamente dalle città di Cagliari e di Alghero. Gli alti costi umani e materiali della guerra recarono un grave danno all'economia e alla situazione sociale dell'isola, che non si riprenderà se non in tempi recenti con l'unificazione italianasenza fonte, mentre la Corona d'Aragona divenne parte poco dopo dell'Impero spagnolo, entrambi processi travagliati, da farli percepire secondo alcuni studiosi come estranei o distanti dalle popolazioni.[22]

Nel periodo aragonese Leonardo Alagon, discendente dei giudici d'Arborea, per difendere la sua successione al Marchesato di Oristano scatenò una guerra di successione nobiliare, ribellandosi infine al governo aragonese. La sua vicenda ebbe inizio intorno al 1477, quando entrò in conflitto con il viceré Nicolò Carros. Quest'ultimo si adoperò affinché Giovanni II d'Aragona il senza fede condannasse Leonardo de Alagon per lesa maestà e fellonia. Questi diede così il via ad una vera e propria rivolta contro il Regno di Sardegna che dapprima vide i regnicoli subire una sconfitta nella Battaglia di Uras, e la rivolta si concluse nella battaglia di Macomer con la sconfitta dei ribelli, la morte del figlio Artale, la fuga dello stesso Alagòn e la successiva sua cattura. Morì il 3 novembre 1494 nella prigione valenziana di Xàtiva.

Epoca moderna e Regno di Sardegna modifica

La Sardegna spagnola modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna spagnola.

Con la riconquista di Granada, avvenuta il 2 gennaio 1492, si realizzò pienamente la riunificazione dei regni iberici, assiduamente perseguita da Ferdinando II di Aragona e da Isabella di Castiglia.

Dopo il loro matrimonio celebrato a Valladolid il 17 ottobre 1469 con un accordo conosciuto anche come la concordia di Segovia, nel 1475, i due sovrani fecero giuramento di non fondere le due corone in un unico Stato e ciascuna entità conservò le sue istituzioni e le sue leggi. Entrambi infatti si chiamarono: re di Castiglia, di Aragona, di León, di Sicilia, di Sardegna, di Cordova, di Murcia, di Jahen, di Algarve, di Algeciras di Gibilterra, di Napoli, conti di Barcellona, signori di Vizcaya e di Molina, duchi di Atene e di Neopatria, conti di Rossiglione e di Serdagna, marchesi di Oristano e conti del Goceano.

Il Regno di Sardegna

La Sardegna sabauda modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna sabauda, Regno di Sardegna (1720-1861) e Re di Sardegna.

Agli aggiustamenti territoriali seguiti alla Guerra di successione spagnola, finita nel 1713, per un brevissimo periodo, tra il 1713 ed il 1718, il regno di Sardegna passò agli Asburgo austriaci, dopo il trattato di Utrecht del 1713 che sancì la separazione della Spagna dal suo impero. Filippo V di Spagna nel 1717 occupò Sardegna e Sicilia. Il trattato di Londra del 2 agosto 1718 assegnò il Regno al duca di Savoia, Vittorio Amedeo II. Nonostante diverse iniziative di ammodernamento, non avvenne però un sostaziale cambiamento della situazione economica della popolazione del regno di Sardegna, soprattutto per la opprimente presenza feudale, sulla quale non si effettuò alcun intervento in quanto i Savoia, nel trattato di cessione del regno, si impegnarono di mantenere gli antichi privilegi feudali. La situazione di povertà non si ridusse ed il malcontento accrebbe i movimenti di rivolta. Iniziarono ribellioni e sommosse che sconvolsero tutta la Sardegna e si accentuarono soprattutto con i grandi moti antifeudali e antipiemontesi del 1783. Nel 1789 numerosi villaggi si rifiutarono di pagare i tributi feudali, provocando un nuovo intervento repressivo, in difesa degli interessi feudali, per riportare con la forza l'ordine. Il movimento di protesta della popolazione iniziò ad avere anche l'appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l'effetto della Rivoluzione Francese. Dopo la rivoluzione, la Francia repubblicana diffuse i principi di libertà, fratellanza e uguaglianza in tutta Europa. Nel 1793 la flotta francese agli ordini dell'amiraglio Truguet occupò Carloforte e Sant'Antioco, sbarcò in territorio di Quartu e attaccò il porto di Cagliari. Con un'abile propaganda, aristocrazia e clero convinsero la popolazione della pericolosità dei francesi, che indicarono come nemici della religione, violenti e schiavisti. La propaganda ottenne il risultato voluto e i volontari sardi respinsero le truppe francesi. Questi episodi di resistenza all'attacco francese, proprio mentre le truppe piemontesi incontravano serie difficoltà sulla terraferma, crearono l'illusione che il governo sabaudo potesse concedere alle classi dirigenti sarde una gestione più indipendente della Sardegna. Vennero mandati dei delegati a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III delle richieste precise, sintetizzate nelle così dette cinque domande, un vero programma costituzionale. Queste consistevano nella convocazione del Parlamento mai più convocato dall'arrivo dei Piemontesi, la riconferma degli antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto il Popolo Sardo, la nomina negli impieghi civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di sardi, l'istituzione a Torino di un Ministero per la Sardegna e a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I delegati vennero tenuti a Torino per mesi, senza ottenere risposte, mentre in Sardegna cresceva la tensione.

Giovanni Maria Angioy
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giovanni Maria Angioy e Moti rivoluzionari sardi.

Il rifiuto regio delle richieste dei sei rappresentanti degli Stamenti Sardi,[23] provocò il 28 aprile 1794 una ribellione fra i notabili ed il popolo di Cagliari che catturarono il viceré e tutti i funzionari piemontesi, cacciandoli dopo due giorni dalla città per mare: la data viene oggi commemorata come Sa die de sa Sardigna[24]. La ribellione ebbe seguito in altre città e paesi dell'isola, come Oristano, Bosa, Milis e Bauladu.[24] Approfittando dei sommovimenti locali e dei sentimenti generati dalla Rivoluzione francese, la nobilità ed i feudatari sassaresi sfruttarono l'occasione per chiedere al Re l'autonomia da Cagliari.[24] Questo provocò la reazione dei cagliaritani, che cercarono l'appoggio dei vassalli locali, e degli abitanti di tutto il Logudoro per manifestare a Sassari il 28 dicembre 1795 cantando il famoso inno Su patriottu sardu a sos feudatarios.[24] In questa situazione emerse la personalità di Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, già distintosi nell'azione di difesa della Sardegna nel 1793 con le operazioni che portarono alla cacciata dall'isola delle squadre navali francesi. Il viceré Filippo Vivalda, preoccupato di una possibile degenerazione in rivolta della protesta, inviò Giommaria Angioy a Sassari con la carica di alternòs, ovvero il rappresentante del governo sardo con gli stessi poteri viceregi, dove fu accolto come un liberatore[24]. Angioy cercò per tre mesi di riconciliare feudatari e vassalli, ma quando si rese conto del diminuito interesse e del diminuito sostegno governativo e cagliaritano, lavorò ad un piano eversivo con emissari francesi, mentre Napoleone Bonaparte invadeva la penisola italiana.[25] Tuttavia con l'armistizio di Cherasco e la successiva Pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno, decise di effettuare una marcia antifeudale su Cagliari[25]. A questo punto dal viceré gli vennero revocati i poteri di alternòs e dovette arrestare la sua marcia a Oristano l'8 giugno, dopo esser stato abbandonato dai suoi sostenitori dopo che il Re ebbe accettato lo stesso giorno le citate cinque richieste degli Stamenti Sardi.[25]; in seguito dovette abbandonare la Sardegna e si rifugiò a Parigi, dove cercò consensi per invadere militarmente l'isola e metterla sotto la protezione della Francia. Qui morì in povertà nel 1808.

Sull'isola l'ordine veniva ripristinato con le armi. Furono assediati e presi d'assalto i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare[26].

Nel 1799 le truppe francesi occuparono il Piemonte costringendo i Savoia a riparare in Sardegna dove rimasero fino al 1814 dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte.

Diversi funzionari, borghesi e popolani continuarono anche in seguito al 1796 e alla sconfitta dell'Angioy a perseguire piani di rivolta: nell'isola si verificarono diversi tentativi di insurrezione, fra cui quelli di Vincenzo Sulis, Gerolamo Podda, Francesco Cilocco, il parroco di Terralba Francesco Corda, ed altri di ispirazione rivoluzionaria e giacobina che tentarono di proclamare una repubblica sarda, ma vennero uccisi come rivoltosi in conflitto a fuoco o condannati a morte. La presenza del Sovrano nell'isola non attenuò il malcontento generale che sfociò nel 1812, durante un anno di terribile carestia, nel tentativo di insurrezione noto come Congiura di Palabanda, guidato dall'avvocato Salvatore Cadeddu, che venne stroncato con durezza e si concluse con le esecuzioni di Giovanni Putzolu, Raimondo Sorgia e dello stesso Cadeddu.

I Savoia intrapresero una politica di gestione del territorio e di sfruttamento delle risorse, ad esempio col disboscamento per la produzione di carbone, creazione di pascoli e legname per traversine. Per stimolare la produzione agricola come in altre parti d'Europa, nel 1820 Vittorio Emanuele I promulgò l'Editto delle chiudende, con il quale autorizzò la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni. Si consentì quindi, spesso a vantaggio dei latifondisti, la creazione della proprietà privata cancellando la proprietà collettiva dei terreni, tipica dell'isola.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fusione perfetta del 1847, Risorgimento e Regno d'Italia (1861-1946).

Nel 1833 venne giustiziato a Torino il patriota sassarese Efisio Tola, primo martire della causa di unificazione repubblicana propugnata da Giuseppe Mazzini con la Giovine Italia.

La Sardegna contemporanea modifica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna contemporanea.
Vista di alcune zone di Cagliari e parte dell'area metropolitana. Sullo sfondo, lo stagno di Molentargius, il Poetto e la catena dei Sette fratelli

Nel 1847 venne sancita la Fusione perfetta della Sardegna con tutti i possedimenti della Casa Savoia, producendo come effetto l'estensione anche all'isola dello Statuto Albertino. L'atto, richiesto dai ceti dirigenti di Cagliari e Sassari per ottenere parità di diritti, comportò la rinuncia delle ultime vestigia statuali acquisite in periodo iberico (carica vicereale, parlamento degli Stamenti, suprema corte della Reale Udienza), e l'unione amministrativa e politica con gli Stati di Terraferma. Lo Stato unitario evolverà poi, quattordici anni dopo nel 1861, nel Regno d'Italia, considerato una prosecuzione ideale e giuridica del Regno di Sardegna, il cui inno ufficiale resterà (unitamente alla Marcia Reale) S'hymnu sardu nationale. A seguito della cessione della città natale di Nizza alla Francia, Giuseppe Garibaldi si trasferì nell'isola di Caprera (avendone acquistato la metà settentrionale prima, quella meridionale poi), dove morirà nel 1882 dopo avervi trascorso gli ultimi vent'anni della propria vita, e la cui Casa bianca è oggi un museo fra i più conosciuti e visitati in tutta Italia.

La Sardegna a cavallo fra ottocento e novecento non risulta una regione economicamente strategica dell'Italia unita, risentendo delle generali problematiche del mezzogiorno e della priorità di sviluppo del triangolo industriale. La debole modernizzazione e i conflitti commerciali con altri paesi europei, specie con la Francia, ne danneggiarono l'assetto produttivo e sociale. A ciò si accompagnò il fenomeno del banditismo. Contemporaneamente però emersero anche pulsioni e espressioni culturali di grande attualità e livello assoluto, fra tutti rappresentate da Antonio Gramsci e Grazia Deledda.

Nella grande guerra i soldati sardi si distinsero in particolar modo fra le fila della Brigata Sassari. Alla fine del conflitto per la delusione sui risultati ottenuti e per la loro nuova condizione di ex-combattenti nacquero nuovi fermenti politici, che con Emilio Lussu portarono alla nascita del Partito Sardo d'Azione. Durante il fascismo, al fine di incentivare la politica dell'autarchia, vennero incrementate le attività estrattive e realizzate una serie di infrastrutture e bonifiche di numerose paludi; vennero poi fondate alcune città come quella mineraria di Carbonia e quelle agricole di Arborea (al tempo chiamata Mussolinia) e di Fertilia, popolate anche da oltre Tirreno, in particolar modo da veneti, friulani, dalmati e istriani.

Veduta del piccolo golfo di Pischina Salida, Alghero.

Durante la guerra subì pesanti bombardamenti a danno degli Alleati, ma dopo l'8 settembre 1943 riuscì a sottrarsi alla guerra civile tra repubblicani e partigiani; i soldati tedeschi vennero evacuati attraverso la Corsica, e la Sardegna col resto del mezzogiorno diventò parte del Regno del Sud e restò sotto il controllo dell'esercito americano fino alla fine delle ostilità. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, insieme alla Costituzione repubblicana, viene promulgato lo Statuto Speciale di Autonomia, il secondo dopo la Sicilia e oggi esteso in totale a cinque regioni. Il dopoguerra, caratterizzato dalla sconfitta della malaria grazie alla Fondazione Rockefeller, e dalle richieste e rivendicazioni economiche, vede l'affermarsi della politica dei Piani di Rinascita, misure legislative speciali per il finanziamento dell'industrializzazione della Sardegna (a Porto Torres, Ottana, Portovesme e Sarroch), insieme alle politiche di infrastrutturazione e abitative, ma anche l'installazione di diverse servitù militari per un totale di migliaia di ettari occupati in parte legate alle vicende della guerra fredda e all'alleanza con la NATO. Persistono le piaghe degli incendi, della siccità, ora molto attenuata, e dei sequestri di persona, scomparsi solo negli anni novanta. Col miracolo economico italiano si verifica a uno storico movimento migratorio interno verso le coste e le aree urbane di Cagliari, Sassari-Alghero-Porto Torres e Olbia, che raccolgono oggi gran parte della popolazione sarda. Cresce e si afferma il settore turistico, fino a fare dell'isola una delle mete più conosciute a livello italiano e internazionale, in particolare grazie alla Costa Smeralda. Rimangono inoltre sempre vivi i fermenti culturali e le tradizioni popolari, come la nascita di talenti artistici e letterari e di figure politiche ai massimi livelli, fra cui Antonio Segni, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga.

Alla fine del XX secolo la Sardegna si attesta economicamente a metà fra strada fra centro e sud Italia, con un reddito medio pro capite simile a quello dell'Abruzzo, poco inferiore alla media europea. Altri indicatori ne sanzionano gli innegabili progressi sia economici, sia sociali, ma non annullano le oggettive difficoltà di crescita e sviluppo organico ancora presenti. Negli anni recenti, le nuove tecnologie informatiche, e il miglioramento dei trasporti, specie quelli aerei con le compagnie aeree a basso costo, hanno attenuato la condizione di insularità e contribuito a innovare e diversificare l'economia locale.

Note modifica

  1. ^ Giovanni Lilliu; Antonello Mattone (a cura di). La Costante Resistenziale sarda (PDF) in www.sardegnacultura.it. Ilisso. URL consultato in data 01 marzo 2011.
  2. ^ Lo studioso Antonello Mattone nella prefazione al libro di G. Lilliu La Costante resistenziale sarda, a pagina 81 (42) così si esprime: . L'incipit del saggio è di rara efficacia. Lilliu ne sintetizza in modo icastico il contenuto: «La Sardegna, in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un'isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza». Egli è convinto che i Sardi, nonostante «l’aggressione di integrazioni di ogni specie» merda, siano «riusciti a conservarsi sempre se stessi» nella «fedeltà alle origini autentiche e pure». È nella resistenza sarda dell’antichità, nel conflitto perenne con Cartagine e Roma che va ricercata «la sostanza della formazione del tessuto culturale, del contesto socio-economico, della struttura spirituale e dell’ordinamento giuridico dell’attuale mondo sardo delle zone interne»: l'accerchiamento «culturale coloniale» ha suscitato negli «antenati barbaricini la psicologia della frontiera», la «carica eroica del balente, lo spirito del ribelle allo statuale che non è il suo». Ai valori della propria cultura il barbaricino è legato «con un rigore etico da anabattista, con la chiusura completa ad ogni acculturazione, diventando una specie di chiesa segregata, una repubblica di santi nuragici». Lilliu trova accenti di epico lirismo per descrivere la resistenza del «mondo barbaricino d’oggi»: un mondo «in tensione continua, aggressivo e braccato insieme, teso verso una frontiera paradiso (le antiche terre perdute con la conquista punica e romana)» che avrebbe rivisto nelle bardane, nelle «temporanee incursioni» e nelle «ricorrenti transumanze pastorali»; un mondo «sempre ritornante, sempre in ritirata verso l’antica riserva, verso la sua casa-guscio […]».
  3. ^ Carlo Lugliè. La montagna della roccia nera in www.sardegnacultura.it, pp. 20 (PDF 18). URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  4. ^ Giovanni Lilliu. Sardegna nuragica in www.sardegnadigitallibrary.it, pp. 34 (PDF 68). Il Maestrale. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  5. ^ Giovanni Lilliu. Sardegna nuragica in www.sardegnadigitallibrary.it, pp. 26 (PDF 15). Il Maestrale. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  6. ^ Giovanni Ugas. Aspetti della società sarda tra il XVI e il X a.C. in pierluigimontalbano.blogspot.com. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  7. ^ Sergio Frau. Le torri dei sardi Tyrsenoi così simili a quelle etrusche in www.repubblica.it. URL consultato in data 24 febbraio 2011.
  8. ^ Sergio Frau. I signori dei metalli quei marinai rifugiatisi in collina in www.repubblica.it. URL consultato in data 24 febbraio 2011.
  9. ^ Roberto Milleddu. Sant'Antioco, intervista a Bartoloni Piero in www.sardegnadigitallibrary.it, pp. 26:50. Regione Autonoma della Sardegna. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  10. ^ Gianfranco Pintore. Intervista sugli Shardana con Giovanni Ugas in www.gianfrancopintore.net. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
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  15. ^ Enrico Acquaro; Presentazione Sabatino Moscati. Arte e cultura punica in Sardegna in www.sardegnadigitallibrary.it, p. 4. Carlo Delfino. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  16. ^ Piero Meloni, La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1975.
  17. ^ Enrico Acquaro; Presentazione Sabatino Moscati. Arte e cultura punica in Sardegna in www.sardegnadigitallibrary.it. Carlo Delfino. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  18. ^ Mauro Dadea. L'Anfiteatro romano di Cagliari in www.sardegnadigitallibrary.it. Carlo Delfino. URL consultato in data 25 febbraio 2011.
  19. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1997.
  20. ^ a b Francesco Cesare Casula, Breve Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, luglio 1994, pp. 272. ISBN 88-7138-065-7
  21. ^ In realtà, scrive lo storico Evandro Putzulu, tutte le forze attive del Regno di Sardegna - che erano catalano -aragonesi - tendevano ancora ed esclusivamente a cristallizzare il regime di predominio e di monopolio che si erano assicurate subito dopo la conquista. La testimonianza più evidente ci è fornita dagli stessi Catalani che ancora nel 1481 e nel 1511, in pieno Parlamento, chiedevano al re la conferma in blocco degli antichi privilegi, ricordando che erano stati concessi per tenir appretada e sotmesa la naciò sarda, cioè a dire, bisognosa e sottomessa la nazione sarda. Evandro Putzulu, Il periodo aragonese in La società in Sardegna nei secoli, ed. ERI 1967, pag 159
  22. ^ [...] in ultima analisi se oggi la Catalogna e la Sardegna non sono niente più che due semplici regioni appartenenti a due nazioni da molti ancora sentite come estranee per origini, lingua e cultura, è perché i due Paesi nel Medioevo si combatterono fino a distruggersi a vicenda. F.C. Casula, Medioevo: Saggi e rassegne. Vol VII, pagina 90. Università di Cagliari - Istituto di Storia medievale. Fossataro, 1982
  23. ^ Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, pp. 467. ISBN 88-7741-760-9
  24. ^ a b c d e Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998. ISBN 88-7741-760-9 pagine=468
  25. ^ a b c Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, pp. 470. ISBN 88-7741-760-9
  26. ^ La rivolta antifeudale

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