Battaglia del solstizio

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Battaglia del solstizio
Forze in battaglia sul Monte Grappa
Forze in battaglia sul Monte Grappa
Data 15 - 22 giugno 1918
Luogo Regione alpina orientale
Esito Decisiva vittoria italiana
Schieramenti
Comandanti
Perdite
Circa 90.000 uomini tra morti, feriti e dispersi Circa 150.000 uomini tra morti, feriti e dispersi
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La battaglia del Solstizio o seconda battaglia del Piave[1] fu combattuta nel giugno 1918 tra Regio Esercito Italiano e Imperial Regio esercito. Fu l'ultima grande offensiva sferrata dagli austro-ungarici nel corso della prima guerra mondiale. Il nome "battaglia del solstizio" venne utilizzato dal poeta Gabriele D'Annunzio,[2] lo stesso che il 9 agosto 1918 sorvolerà Vienna con 11 aeroplani Ansaldo S.V.A., gettando dal cielo migliaia di manifestini inneggianti alla vittoria italiana.

Antefattimodifica | modifica sorgente

Già nel marzo 1918 il capo di stato maggiore Arz von Straussenburg aveva rassicurato l'alleato tedesco su un'offensiva estiva in via di preparazione sul fronte italiano,[3] in appoggio strategico all'offensiva di Ludendorff sul fronte occidentale. I rapporti tra i due Imperi centrali erano da tempo conflittuali. L'Austria-Ungheria, ormai allo stremo e alle soglie della carestia alimentare, dipendeva fortemente dagli aiuti tedeschi, che l'avevano salvata sul fronte orientale e avevano permesso lo sfondamento di Caporetto. Appariva però evidente anche agli alti comandi che l'intransigenza tedesca minava fortemente le possibilità di sopravvivenza dell'Impero asburgico.[4] Nell'aprile del 1918 i tentativi di Carlo I d'Austria di ottenere segretamente una pace separata nel 1917, il cosiddetto "affare Sisto", erano divenuti pubblici. L'alleato tedesco, infuriato, aveva costretto l'Austria-Ungheria a legarsi definitivamente a sé in un'intesa pantedesca, in posizione subordinata, nel maggio 1918.[5]

Piano delle operazionimodifica | modifica sorgente

L'obiettivo strategico era di sfondare e raggiungere la fertile pianura padana, impossessandosi delle scorte italiane, per costringere il nemico all'armistizio e liberare forze da concentrare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L'offensiva fu preparata quindi con grande cura e larghezza di mezzi dagli austriaci che vi impegnarono oltre sessanta divisioni, considerando la riserva, senza però raggiungere un'effettiva superiorità di uomini e mezzi.[6] Del resto il morale dell'esercito austroungarico sembrava ancora alto e la fiducia negli esiti dell'azione elevata,[3] malgrado fosse minato dai noti sforzi dell'imperatore Carlo per raggiungere la pace e dalla penuria di beni di prima necessità.

Lo stesso Boroević, promosso a feldmaresciallo e capo di uno dei due gruppi d'armata, lo considerava però uno sforzo suicida. Convinto dell'inevitabile sconfitta finale, avrebbe preferito preservare l'esercito per la salvezza della monarchia.[6]

Il piano d'attacco soffriva in effetti degli scontri, personali e ideologici, tra i due capi dei corpi d'armata, Conrad e Boroević. Lo sforzo, anziché essere concentrato in un punto come a Caporetto, venne suddiviso tra i due corpi d'armata. Il piano era stato infatti suddiviso in tre operazioni distinte. Un iniziale attacco diversivo sul Passo del Tonale, denominato Lawine (valanga), avrebbe anticipato quello dall'altopiano di Asiago verso Vicenza da parte della 10a e 11a armata di Conrad (operazione Radetzky) ed uno attraverso il Piave verso Treviso da parte della 5a e 6a armata di Boroević (operazione Albrecht). Queste due penetrazioni avrebbero dovuto costruire i bracci di una tenaglia da chiudersi nella zona di Padova. [3]

La mancanza di una chiara superiorità, della concentrazione delle forze su un punto del fronte e la ricostituita forza dell'esercito italiano, fisica e morale, attuata da Diaz e Badoglio condannavano l'offensiva al fallimento.

Casa sinistrata con una famosa scritta patriottica a Sant'Andrea di Barbarana durante la Battaglia del solstizio.

La risposta italianamodifica | modifica sorgente

Gli italiani conoscevano in anticipo i piani del nemico, comprese la data e l'ora dell'attacco, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell'Altopiano dei Sette Comuni i colpi di cannone delle artiglierie italiane anticiparono l'attacco degli austriaci, lasciandoli disorientati. Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l'intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico. Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono, tanto che i gendarmi riuscirono a bloccare i fuggitivi solamente nella piana di Villach.

La battagliamodifica | modifica sorgente

La mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci arrivando da Pieve di Soligo-Falzè di Piave, riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. La loro avanzata continuò successivamente sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall'artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte ad intervenire, in caso di bisogno. Il Servizio Aeronautico italiano mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l'avanzata. Colpito da un cecchino austriaco moriva il magg. Francesco Baracca, asso dell'aviazione italiana. In realtà la morte del pilota avvenne per mano di un aviatore austriaco, ma a causa dell'inesperienza e delle nuvole presenti in zona l'aviatore che volava su un altro aereo in pattuglia con Baracca il fatto rimase pressoché sconosciuto (o forse fu volutamente nascosto) agli italiani per decine di anni hanno così creduto all'abbattimento per vile fucilata, addirittura circolò la voce che costretto all'atterraggio preferì suicidarsi, solo recentemente sono stati resi pubblici i registri dell'aviazione asburgica che proverebbero l'abbattimento.

Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall'alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, i nemici decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti. Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena. Nelle ore successive alla ritirata austriaca, il re Vittorio Emanuele III visitava Nervesa liberata e completamente distrutta dai colpi di artiglieria. Ingenti i danni alle antiche ville sul Montello e al patrimonio artistico della zona. Stessa cosa per Spresiano: completamente distrutta. Gli austro-ungarici nella loro avanzata arrivarono sino al cimitero di Spresiano, ma l'artiglieria italiana che sparava da Visnadello e i contrattacchi della fanteria italiana riuscirono a bloccarli.

Le truppe austro-ungariche attraversarono il Piave anche in altre zone. Conquistarono pure le Grave di Papadopoli ma si dovettero successivamente ritirare. A Ponte di Piave percorsero la direttrice ferroviaria Portogruaro-Treviso, dopo alcune settimane di lotta, nella zona di Fagarè, vennero ricacciate dagli arditi italiani. Passarono il Piave anche a Candelù, da Salgareda raggiunsero Zenson e Fossalta, ma la loro offensiva si spense in pochi giorni.

Il 19 giugno 1918 nella frazione di San Pietro Novello presso Monastier di Treviso il VII Lancieri di Milano comandato dal generale conte Gino Augusti, contiene e respinge l'avanzata delle truppe austro-ungariche infiltrate oltre le linee del Piave infliggendo loro una sconfitta decisiva nell'economia della Battaglia del Solstizio. L'operazione militare passerà alla storia come la "Carica di San Pietro Novello": il reggimento di Cavalleria pur in inferiorità di uomini e mezzi riuscì nell'impresa, combattendo anche appiedato in un corpo a corpo alla baionetta. [7]

La mattina dell'attacco, sino dalle ore 4.00, dal suo posto di osservazione posto in cima ad un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l'effetto dei proiettili oltre Piave. Le prime granate lacrimogene ed asfissianti ottenevano pochi risultati, grazie alle maschere a gas "inglesi" usate dagli italiani. Durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono 200mila granate lacrimogene ed asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a S.Biagio di Callalta e Lancenigo. Diversi proiettili da 750 kg di peso, sparati da un cannone su rotaia, nascosto a Gorgo al Monticano, arrivarono fino a 30 km di distanza, colpendo Treviso. Dall'altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d'acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni, che martellavano incessantemente le avanguardie del nemico e le passerelle poste sul fiume, per traghettare materiali e truppe. Il bombardamento delle passerelle fu determinante, in quanto agli austriaci vennero a mancare i rifornimenti, tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave.

Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile, per impedire agli austriaci ogni tentativo di avanzata. Dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte, che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina (Jesolo).

Il punto di massima avanzata degli austriaci, convinti di arrivare presto a Treviso, fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso. Gli Arditi o truppe d'assalto, forti della fama che li accompagnava, ricacciarono gli austriaci sulla riva del Piave da cui erano venuti. Non facevano prigionieri e andavano all'attacco con il pugnale tra i denti, tanto che la loro presenza terrorizzava il nemico. La testa di ponte di Fagarè sulla direttiva Ponte di Piave-Treviso fu l'ultimo lembo sulla destra del Piave a cadere in mano italiana.

Conseguenze della vittoria italianamodifica | modifica sorgente

La tentata offensiva austriaca si tramutò quindi in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini. La battaglia fu tuttavia violentissima e anche le perdite italiane ammontarono a circa 90.000 uomini.

Il generale croato Borojevic, comandante delle truppe austriache del settore e fautore dell'offensiva, capì che ormai l'Italia aveva superato la disfatta di Caporetto. Infatti, non solo si esauriva la spinta militare dell'Austria, ma apparivano anche i primi segnali di scontento tra la popolazione civile austriaca, per la scarsità di cibo. Gli "Alleati dell'Intesa" avevano isolato per mare gli Imperi Centrali e la penuria di risorse si faceva sentire.

In tale situazione la battaglia del Solstizio era l'ultima possibilità per gli austriaci di volgere a proprio favore le sorti della guerra, ma il suo fallimento, con un bilancio così pesante e nelle disastrose condizioni socio-economiche in cui versava l'Impero, significò in pratica l'inizio della fine. Dalla battaglia del Solstizio, infatti, trascorsero solo quattro mesi prima della vittoria finale dell'Italia a Vittorio Veneto.

Ricorrenza e sacrari della battagliamodifica | modifica sorgente

La ricorrenza della battaglia viene ricordata ogni anno il 15 giugno e celebrata come la festa dell'Artiglieria.

A Fagarè della Battaglia, sulla provinciale Oderzo-Treviso, c'è l'Ossario dei caduti della Grande Guerra. Fu edificato nel punto in cui gli austriaci raggiunsero la massima avanzata. Ai lati dell'Ossario sono stati trasportati i muri su cui figurano alcune celebri scritte, opera probabilmente dei propagandisti di guerra, come "Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati" e "Meglio un giorno da leone che 100 da pecora".

A Nervesa si trova l'Ossario ai caduti italiani sul Montello, con piccolo museo storico annesso. Verso Pederobba, sulla strada che porta a Feltre si trova invece quello francese. A Tezze di Piave si trova il cimitero militare britannico e nel tempio votivo di Ponte della Priula, ci sono i resti di diversi soldati trovati anche di recente, sul greto del Piave.

Vanno ricordati, oltre ai combattenti francesi, statunitensi e britannici, anche quei soldati cecoslovacchi che passarono dalla parte dell'esercito italiano. Essendo costoro cittadini dell'Impero austro-ungarico, se catturati venivano giustiziati, in quanto considerati traditori della patria. Sul viale alberato che portava da Conegliano a S. Vendemiano, ne vennero impiccati a decine.

La presenza di Ernest Hemingwaymodifica | modifica sorgente

Proprio in quel periodo si trovava nella zona di Fossalta il futuro premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, allora diciottenne, che si era arruolato volontario con la Croce Rossa degli Stati Uniti e prestava servizio in zona come autista di autoambulanze.

Ferito dalle schegge di una bomba e da un proiettile di mitragliatrice, sarà poi decorato con la medaglia d'argento per essersi prodigato, anche dopo essere stato colpito, nel salvataggio di altri militari feriti. Da questa personale esperienza e dal successivo ricovero in un ospedale milanese trarrà il suo celebre romanzo "Addio alle Armi".

Nel Sacrario di Fagarè, fra i tanti militari sepolti, vi è l'unico statunitense, un tenente amico di Hemingway, caduto in battaglia lungo il Piave, a cui lo scrittore dedicò una poesia, riportata sulla lapide ancora oggi visibile.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Battaglie del Piave in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 21 settembre 2013.
  2. ^ «Or è un anno la battaglia del Solstizio sfolgorava in un mattino lavato e rinfrescato dall'acquazzone notturno» in Il sudore di sangue
  3. ^ a b c Tullio Vidulich, La battaglia del Piave o del solstizio (15 - 23 giugno 1918). URL consultato il 21 settembre 2013.
  4. ^ Gary W. Shanafelt, The secret enemy: Austria-Hungary and the German alliance, 1914-1918, East European Monographs, 1985. ISBN 978-0-88033-080-0.
  5. ^ Francesco Amendola, Guglielmo II voleva schiaffeggiare Carlo I d’Austria per il suo desiderio di pace, 5 agosto 2010. URL consultato il 21 settembre 2013.
  6. ^ a b John R. Schindler, Isonzo, il massacro dimenticato della Grande Guerra, Libreria Editrice Goriziana, 2002, pp. 403-428. ISBN 88-86928-54-8.
  7. ^ La Carica di San Pietro Novello del VII Lancieri di Milano

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Pierluigi Romeo di Colloredo, La Battaglia del Solstizio - Giugno 1918, Associazione Italia, 2008







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