Cadore

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Cadore
Cadore – Stemma Cadore – Bandiera
Cadore – Veduta
Stati Italia Italia
Regioni Veneto Veneto (Belluno Belluno)
Territorio 22 comuni nella Magnifica Comunità di Cadore
Capoluogo Pieve di Cadore
Superficie 1 427,221 km²
Abitanti 32 179 (2011)
Densità 23,5 ab./km²
Lingue italiano (ufficiale), diffuso e parlato il ladino cadorino

Il Cadore è una regione storica italiana, situata nell'alta provincia di Belluno in Veneto. Il territorio, interamente appartenente alla regione montuosa delle Dolomiti, confina con l'Austria (Tirolo e Carinzia), il Trentino-Alto Adige ed il Friuli-Venezia Giulia.

Il toponimo Cadore, come afferma il glottologo Giovan Battista Pellegrini, è di origine celtica e deriverebbe da catu (battaglia) unito a brigum (roccaforte). Potrebbe essere stato il nome dell'attuale Monte Ricco. La prima menzione scritta del nome di Catubrini risale ad un'epigrafe sepolcrale del II secolo d.C. ritrovata a Belluno nel 1888, in cui un cives romanus, Marcus Carminius, appare loro 'patrono' nell'ambito della tribù Claudia.

Patrono del Cadore, da epoca immemorabile, è San Dionisio Areopagita. Luogo principale di culto è la sommità del monte che sovrasta il paese di Nebbiù, che dal Santo prende il nome e dove, dal 1508, gli è dedicata una chiesetta.

Geografia del Cadoremodifica | modifica sorgente

Il Cadore è compreso tra il 46° 17' 35" e 46° 41' di latitudine nord e tra 0° 18' ad ovest e 0° 28' ad est del meridiano di Roma. La sua superficie è di 1.427,221 km². Il numero di abitanti (Cadore 32.179 + Ampezzo 5.921) era di 38.100 nel 2011.

Come area o regione geografica (con connotazioni storico-culturali molto radicate), comprende tutto il bacino idrografico del fiume Piave dalla sua sorgente sul Peralba alla località di Termine di Cadore. La sua linea di confine segue lo spartiacque del bacino come segue:

Il comune di Cortina d'Ampezzo, nei documenti antichi Ampitium Cadubri (1156), che fa parte del Cadore geografico, fu staccato politicamente dal Cadore (e dalla Repubblica di Venezia) per conquista da parte di Massimiliano d'Asburgo nel 1511 ed è rimasto fino al Trattato di Saint Germain (1919) sotto l'impero asburgico (Tirolo), maturando una propria identità ampezzana, anche se la lingua ladina di Cortina e quella degli altri paesi cadorini sono rimaste molto simili. Gli stemmi peraltro presentano delle analogie: due torri incatenano un pino (stemma del Cadore); due pini incatenano una torre (stemma dell'Ampezzano).

Anche Sappada, alla testa della valle del Piave, conserva una propria peculiarità storica e linguistica rispetto al resto del Cadore: la sua parlata autoctona non è ladina, ma carinziana; e la sua aggregazione al resto della regione è avvenuta solo nel XIX secolo, anche se, al tempo dei Da Camino faceva parte dei loro domini (A. Ronzon).

Il Cadore (che lo storico Antonio Ronzon definì "… Scrissi da una parte Pelmo, dall'altra Peralba e dissi: Usque huc et non amplius! (fin qui e non più ampio)": "Piccola Patria") viene generalmente suddiviso nei seguenti sub-territori:

I Cadini di Misurina, panorama lungo l'Alta via n.4

Il territorio è attraversato dalla Via Alpina (itinerario giallo[2]) e da alcune delle più conosciute Alte Vie delle Dolomiti.

L'Alta via n. 1 (la classica) e la n. 3 (dei camosci) attraversano l'Oltrechiusa e l'Ampezzano.
L'Alta via n. 4 (di Grohmann) e la n. 5 (di Tiziano) il Centro Cadore e il Comelico, l'Alta via n. 6 (dei silenzi) Sappada e l'Oltrepiave.

Da segnalare anche alcune famose vie ferrate:

Fiumi e laghimodifica | modifica sorgente

Il territorio del Cadore è attraversato dal fiume:

e dai torrenti, suoi affluenti:

oltre che da numerosissimi altri corsi d'acqua di minore interesse. Anche il fiume Tagliamento ha le proprie sorgenti in territorio cadorino.

Inoltre un numero notevole di laghi arricchisce il patrimonio idrico della zona, zona che contribuisce ad un'importante produzione di energia idroelettrica (la producibilità teorica media annuale degli impianti idroelettrici Enel in provincia di Belluno è di 2392 GWh). Indichiamo i più importanti e caratteristici:

I dialettimodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dialetto cadorino.

Le parlate sono tutte di ceppo ladino, lingua tutelata dalla legge 482/99, ad eccezione del sappadino, dialetto germanofono. L'Istituto Ladin de la Dolomites [4] ha per finalità la promozione e la valorizzazione della parlata e della cultura ladina.

Magnifica Comunità di Cadoremodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Magnifica Comunità di Cadore.

La Magnifica Comunità, istituzione che affonda le sue radici nel Medioevo, erede della storia unitaria della regione, delle sue esperienze di autogoverno e dei valori tradizionali espressi dalle genti cadorine costituisce, ancor oggi, un punto di riferimento delle realtà istituzionali e sociali operanti nel territorio. La Magnifica Comunità di Cadore, dal XIV secolo, fu la principale istituzione pubblica del Cadore. Si reggeva sull'osservanza degli Statuti cadorini e in essa vi erano rappresentati i dieci centenari (suddivisione territoriale amministrativa), composti dall' unione di Regole (comunità di villaggio).

Attualmente raggruppa tutti i comuni del Cadore, con finalità di conservazione dell'identita culturale della regione e delle sue risorse ambientali; Cortina d'Ampezzo tuttavia, per la sua lunga passata appartenenza al Tirolo, se ne auto-esclude, pur se la Magnifica ne ha conservato il seggio.

Dal 1953 la Magnifica Comunità di Cadore è editrice del mensile Il Cadore[5], periodico che dà voce alle istanze del territorio continuando una tradizione nata con la prima pubblicazione nel 1868.

Regolemodifica | modifica sorgente

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regola (ente).

Ancora oggi molte parti di territorio, soprattutto boschivo, sono di proprietà regoliera, cioè appartenenti agli eredi degli antichi abitatori costituiti in "regole"[6], enti giuridici di diritto privato con propri Statuti derivanti dagli antichi Laudi. Tali proprietà collettive, acquisite per allodio, sono indivisibili, inalienabili ed inusucapibili e sono destinate soprattutto ad attività agro-silvo-pastorali. E l'"allodialità" (piena proprietà del bene) è il fondamento che distingue e differenzia i beni regolieri dai beni pubblici di uso civico (particolari diritti d'uso dei beni -erbatico, legnatico, ecc.-, senza diritto di proprietà, che secondo il vecchio principio erano attribuiti alle comunità unicamente per concessione del Sovrano).

Comunità montanemodifica | modifica sorgente

I comuni del Cadore oggi fanno parte di quattro differenti comunità montane ora definite Unioni montane:

Storia del Cadoremodifica | modifica sorgente

Antichitàmodifica | modifica sorgente

Lamina bronzea, ritrovata a Lagole, con dedica in venetico alla divinità sanante Trumus Icatei.

Il ritrovamento dell'Uomo di Mondeval (sepoltura mesolitica risalente a 8.000 anni fa) nell'omonima località tra Selva e San Vito di Cadore, ne testimonia la presenza umana nel periodo preistorico.
Alcuni studiosi ritengono però che la più antica popolazione stanziatasi fosse composta da tribù protoceltiche, genti di origini indoeuropee diffuse nell'Europa centro-occidentale e caratterizzate dalla comune cultura di Hallstatt. Le ipotesi sono però controverse e negli ultimi anni sta diventando sempre più consistente quella secondo la quale i primi abitanti stabili fossero i Reti, ipotesi già sostenuta da Giuseppe Ciani e Antonio Ronzon (recentemente è stata rinvenuta anche una chiave di tipo alpino-retico a Cima Gogna).[9]
Certamente si insediarono gli Euganei e successivamente i Paleoveneti (VI-V secolo a.C.), che vi portarono la civiltà del piombo e del ferro, la presenza dei quali è testimoniata dalla stipe votiva messa in luce a Lagole. In seguito arrivarono i Galli Insubri "Catubrini", facies propria di stirpe celtica con numerosi contatti oltralpe e molte similitudini con i Carni del Friuli. Il Cadore fu dunque un'area molto dinamica, che rivestì il ruolo di confine aperto e dove si fusero culture diverse. Sembra che già dal 184 a.C. (per alcuni in epoca successiva, 115 a.C.) il Cadore fosse sottomesso ai Romani che, in seguito, lo aggregarono alla Regio X Venetia et Histria con capitale Aquileia, municipium Julium Carnicum, con la concessione della cittadinanza (gens Claudia) attorno al 15 a.C.. Di questo periodo restano numerose testimonianze costituite da lapidi, cippi, monete e medaglie, mentre è di costruzione romana la strada passante per la valle del Piave che collegava il territorio con la pianura da una parte e il Norico dall’altra. Un'altra via di comunicazione collegava il Cadore con la Carnia e il Friuli. Nel IV-V secolo il Cadore, compreso Ampezzo, era quasi tutto cristianizzato per opera di missionari aquileiesi.

Medioevomodifica | modifica sorgente

Caduto l’Impero romano nel 476 si avvicendarono dapprima gli Eruli (476-493), poi, via via, gli Ostrogoti (493-553), i Bizantini (553-568), i Longobardi (568-774), i Franchi (774-884), la Marca del Friuli e il Ducato di Carinzia (884-1077).

Nel 1077 il Cadore passò sotto il potere temporale del Patriarcato di Aquileia, con Sigeardo di Beilstein; da notarsi che il Cadore era sempre stato, dalle origini della sua cristianizzazione, nella giurisdizione spirituale di Aquileia (fino al 717 con la diocesi di Zuglio, suffraganea di Aquileia e poi direttamente sotto la diocesi di Aquileia). Sempre nell'XI secolo è attestata l'esistenza dell'Arcidiaconato del Cadore, come una delle quattro ripartizioni interne della Diocesi aquileiense[10]. Il Patriarcato concesse il Cadore in epoca successiva in vassallaggio ai Colfosco (ramo dei Collalto) e nel 1138 per eredità diretta ai Da Camino (Guecello Da Camino figlio di Gabriele e di Matilde di Collalto ha in eredità dallo zìo materno Alberto di Collalto la Curia del Cadore), fino al 1335, anno dell’estinzione della linea maschile di questo casato.

Attorno al XIII secolo si consolida l'uso degli Statuti comunali e degli Statuti rurali signorili, e le Comunità di villaggio cadorine (regole) si federarono dando origine alla Magnifica Comunità di Cadore, che ottenne dal Conte Biaquino Da Camino i primi Statuti cadorini (Statuto Caminese del 1235, rurale signorile; raccolta di ordini e consuetudini).

Con la morte di Rizzardo VI Da Camino (in seguito alle ferite riportate in battaglia contro le truppe patriarchine), nel 1335 senza eredi maschi, cessò la signoria caminese ed il Cadore torna ai Patriarchi, ma i Cadorini assunsero il patrocinio delle sue tre figlie orfane e con ciò anche la potestà feudale. Dal 1337 al 1347 i cadorini firmarono un patto di indipendenza (veniva garantita autonomia amministrativa) con Giovanni Enrico, duca di Carinzia e conte del Tirolo e il fratello Carlo, re di Boemia (poi imperatore Carlo IV) e passarono sotto la loro protezione, nel frattempo (1338) la Magnifica Comunità promulgò gli Statuti cadorini e nel 1341 i Conti del Tirolo, Ludwig di Brandeburgo e Margherita Maultasch ne recepirono il protettotato. Il Cadore ritornò, nel 1347, direttamente sotto il Patriarcato (patriarca Bertrando di San Genesio, venuto a Pieve nel maggio, il quale riconobbe la validità degli Statuti, le istituzioni cadorine e il sistema di autogoverno. Il 1347 è, quindi, un anno fondamentale per il Cadore) fino al 1420, anno in cui la Repubblica di Venezia pose fine al potere temporale dei patriarchi.

La Serenissimamodifica | modifica sorgente

La Giustizia o Giuditta - Tiziano. Allegoria della Serenissima.

Alla caduta del potere temporale dei Patriarchi, i Cadorini, dopo aver chiesto ed ottenuto di sciogliere formalmente il giuramento di fedeltà al Patriarcato di Aquileia, nel 1420 votarono all'unanimità la loro dedizione alla Serenissima, con il massimo consenso di tutto il popolo cadorino[11]. La Comunità Cadorina ottenne in cambio un'ampia autonomia amministrativa (reggimento del Cadore) che gestiva attraverso le forme autoctone di governo previste dagli Statuti cadorini. A partire da quell'epoca le condizioni materiali, morali e civili dei cadorini, che non erano brillanti, cominciarono lentamente a migliorare ed il savio governo della Repubblica Veneta trattò sempre con grande benevolenza il popolo cadorino. I cadorini non mancarono di riconoscenza, offrendo a Venezia il legname che occorreva ai suoi bisogni donandole, nel 1462, il grande bosco di Sommadida, detto poi di San Marco, dal quale la Serenissima trasse le antenne ed il legname per le sue navi[11]. E sempre i cadorini combatterono valorosamente contro le ripetute incursioni austriache esercitando quel ruolo di difensori delle terre venete descritto come "extremus Venetorum ager", che anche nell'antichità (all'epoca dei veneti antichi) avevano sostenuto.

A quei tempi il Cadore era diviso in dieci centenari (Pieve, Auronzo, Comelico Superiore, Comelico Inferiore, Ampezzo, Oltrepiave, Domegge, Valle, Venas, San Vito). Il governo della Comunità risiedeva a Pieve di Cadore presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore nel quale si riunivano i membri eletti dalle 27 Regole (Comunità di villaggio dotate di propri statuti).

Nel mese di giugno 1507, l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo chiese alla Repubblica Veneta di passare sulle sue terre per recarsi a Roma per farsi incoronare accompagnato dal suo esercito. La Repubblica Veneta, temendo che fosse un pretesto per invaderla, dopo molte esitazioni rispose che avrebbe acconsentito al transito dando disposizioni perché gli venissero resi i dovuti onori ma che se avesse voluto passare col proprio esercito gli avrebbe opposto resistenza. L'imperatore invece si preparò alla guerra ammassando truppe ai confini in Brunico nella val Pusteria. Nel gennaio 1508, dichiarò guerra ai veneziani e, pur con la neve alta, occupò il Cadore con oltre 7.000 soldati comandati da Sixt von Trautson. Non potendo riuscire a mantenere una truppa così numerosa ne mandò indietro 2.500, con il bottino requisito ai cadorini. Immediatamente Venezia, già in allerta, ordinò al Capitano Bartolomeo d'Alviano di muovere le sue truppe di stanza nelle caserme di Bassano per assalire gli invasori. In pieno inverno con un paio di metri di neve sui passi, 2500 soldati veneti salirono per Feltre, Zoldo, Cibiana e Valle aprendosi la strada spalando la neve a mano, e giunse nella valle di Rusecco alle spalle degli ignari invasori. Il 2 marzo 1508, con un tranello gli austriaci furono tratti allo scoperto e caddero nell'imboscata tesa dall'Alviano dove furono sterminati.

Nel 1509 le truppe imperiali, ritornate per vendicare, subirono una nuova sconfitta. Altre incursioni tedesche avvennero nel 1511 con la devastazione di alcuni villaggi incendiati e il diffondersi della peste. Lorenzago, ad esempio, contò numerosi morti per la pestilenza. La guerra della Lega di Cambrai si protrasse per alcuni anni e, alla stipula della pace, l’imperatore, che aveva conquistato, tra l'ottobre e il dicembre del 1511, il castello di Botestagno e quello di Pieve ottenne l’Ampezzo, che quindi fu staccato dal Cadore pur conservando gli Statuti cadorini anche in ambito imperiale. Da allora l'Ampezzo, con l'autonomia concessa da Massimiliano, si governò da sé, nominando un Consiglio e le altre cariche previste dagli Statuti cadorini, i quali rimasero sostanzialmente in vigore anche per la loro Comunità ormai appartenente ad altro Stato. Da allora Pescul, staccata da San Vito, divenne la decima centena cadorina.

Il Cadore rimase sempre fedele alla Repubblica Veneta fino alla sua caduta il 12 maggio 1797 in seguito all'invasione dei francesi comandati da Napoleone Bonaparte. .

Età modernamodifica | modifica sorgente

Per quasi tre secoli seguì un periodo di relativa calma sempre sotto la protezione della Repubblica di S.Marco finché nel 1797 Napoleone pose fine alla Serenissima e, dopo un paio d’anni, cedette il territorio all’Austria fino al 18 marzo 1805, anno in cui le province venete furono riunite al napoleonico Regno Italico; fu istituito il Dipartimento della Piave, venne introdotto il Codice napoleonico, soppresse le Regole con i loro Laudi ed istituiti i Comuni (intesi come municipalità). Alla caduta di Napoleone nel 1814 il Cadore passò sotto l’Austria che costituì il Regno Lombardo-Veneto e, dopo le vicende del Risorgimento italiano passò sotto il sabaudo Regno d’Italia nel 1866 al termine della terza guerra d’indipendenza, della quale in Cadore si ricorda il combattimento di Treponti in prossimità di Vigo, avvenuto il 14 agosto 1866. Dopo il referendum nazionale del 2 giugno 1946 fa parte della Repubblica Italiana e, con l'istituzione delle Regioni, nel 1970, fa parte del Veneto.

Il Cadore nel Risorgimentomodifica | modifica sorgente

Lapide commemorativa della battaglia di Rindemera, Vigo

Nel 1848 il Cadore partecipò attivamente al Risorgimento. In Italia andava via via maturando lo spirito nazionale che si concretava nella richiesta di statuti che assicurassero la partecipazione del popolo alla vita politica. Palermo insorgendo contro Ferdinando II, il 12 gennaio 1848, l'obbligò a concedere la costituzione. Poi, anche Leopoldo II (17 febbraio), Carlo Alberto (4 marzo) e Pio IX (14 marzo) dovettero concedere uno statuto che trasformò le relative monarchie da assolute a rappresentative. Rimaneva refrattaria l'Austria che governava direttamente il Lombardo Veneto ed esercitava la sua forte influenza di grande potenza su tutta l'Italia. Il 17 marzo insorgeva Venezia che si costituì in Repubblica. Il 28 marzo il Municipio di Cadore inviava al Governo provvisorio della Repubblica Veneta il seguente indirizzo: “Se il grido di Viva la Repubblica, Viva San Marco, fu come scossa elettrica per tutti gl'Italiani alla Veneta dominazione soggetti, qual'effetto immenso, indescrivibile, questo magico grido non doveva portare ai Cadorini petti? Sì, i Cadorini, datisi volontariamente alla Repubblica, onorati del titolo di Fedelissimi – titolo mai smentito e che mai cessarono dal meritare.- E gli ordini della Repubblica, ora felicemente risorta, essi attendono impazienti, onde potersi a quelli uniformare e con quelli sé reggere”. Con evidenza le dominazioni francese prima ed austriaca poi, susseguitesi al 1797 anno della fine della Serenissima, non erano state per nulla digerite. I Cadorini, sotto la guida militare di Pier Fortunato Calvi (inviato da Daniele Manin) che organizzò la guardia civica ed i corpi franchi, opposero una tenace resistenza all'Austria nella prima guerra di indipendenza, scrivendo una delle più belle pagine del Risorgimento italiano. “La difesa del Cadore fu vera guerra di montagna e fu la più eloquente manifestazione dell'ingegno acuto di Calvi e della sua sapienza militare, non comune per quei tempi”. Al Comune di Pieve di Cadore fu assegnata la Medaglia d'Oro al Valore Militare nel 1898 “per la memoranda e tenace resistenza fatta nel 1848 dalle popolazioni cadorine contro soverchiante ed agguerrito invasore”. Alcuni anni prima, nel 1892, Giosuè Carducci dedicò a Tiziano e a Pier Fortunato Calvi la celebre ode Cadore.

Il Cadore durante la Prima guerra mondialemodifica | modifica sorgente

Nel corso della prima guerra mondiale (1915-1918) il Cadore fu teatro di guerra. Si combatté una logorante guerra di posizione sulle Tofane (il Sacrario di Pocol rende omaggio a 9794 caduti italiani e 37 caduti austro ungarici)[12], sul Monte Piana, dove è ancora possibile vedere le trincee e le postazioni di ambedue gli eserciti, oggi recuperate per motivi di testimonianza, e su tutta la linea del fronte dolomitico.

L'attuale Museo nelle nuvole [13], curato dall'alpinista Reinhold Messner, è situato, ad oltre 2000 metri, proprio nel forte di Monte Rite, uno dei forti della linea di difesa Maè-Cadore: infatti, il Regno d'Italia considerava il territorio come un possibile fronte "caldo" e questo lo si poté percepire tra la fine dell'800 ed i primi anni del '900 quando, nonostante la Triplice alleanza con l'Austria e la Germania, finanziò la costruzione di imponenti fortezze situate in posizioni che avrebbero dovuto essere strategiche. La guerra, dimostrò l'inutilità di simile linea di difesa perché i forti furono abbandonati di fretta in seguito alla ritirata del 1917 conseguente alla disfatta di Caporetto. Il Cadore con ciò fu occupato militarmente e riconquistato nelle ultime fasi della guerra (30 ottobre 1918). Anche la linea ferroviaria che raggiunge Calalzo, terminata non per caso nel 1914, fu una infrastruttura importante di servizio per il fronte.

Ritornando al Monte Piana, ricordiamo che le due cime (quella sud denominata dagli italiani monte Piana e quella nord denominata dagli austriaci monte Piano), poste a circa 2300 m s.l.m. in posizione strategica, sono separate da un pianoro e dalla forcella dei Castrati e comprese tra due gruppi: ad Est le Tre Cime di Lavaredo, a Sud-Ovest il gruppo del Cristallo-Piz Popena e il lago di Misurina, a Nord la val di Landro.

Nel maggio 1915, all'atto della dichiarazione di guerra, gli austriaci abbandonano queste cime (e così altre nella zona) e si ritirano nei punti fortificati a val di Landro. Pochi giorni dopo gli alpini occupano la cima sud di Monte Piana. La notte del 7 giugno 1915 gli austriaci, dopo una intensa preparazione di artiglieria e aspri combattimenti, si attestano sulla cima Nord.

Il 19 luglio 1915, gli alpini assaltano le trincee austriache supportati dall'artiglieria ma, dopo i pesanti bombardamenti dell'artiglieria nemica di Malga Specie e di Monte Rudo e del contrattacco, si ritirano sulle postazioni di partenza; la conquista è svanita e la cima nord torna austriaca. Dopo queste operazioni iniziano grossi lavori di costruzione di caverne e gallerie in roccia, per il riparo delle truppe: le linee distano solo poche decine di metri; questo fronte diventa un punto chiave. Gli assalti, le carneficine, lo stillicidio di vite umane continuano ancora per 27 mesi, limitate solo dal freddo e dalla grande quantità di neve.

Il 22 ottobre 1917 alle 5 di mattina gli austriaci mettono in atto un poderoso attacco per distogliere l'attenzione dei comandi italiani dall'ormai prossimo attacco in forze sull'Isonzo. Al pesante bombardamento segue un assalto alla baionetta; a mezzogiorno il comando austriaco dà l'ordine di ripiegare e l'attacco si esaurisce sulle stesse posizioni.

Il 24 ottobre 1917 le armate austro-ungariche sbaragliano la II armata italiana nella rotta di Caporetto e passano l'Isonzo.

Il 3 novembre 1917, alle ore 17 le truppe alpine della IV armata (armata delle Dolomiti) ricevono l'ordine di abbandonare le postazioni per ripiegare sulla nuova linea che fa del Monte Grappa il nuovo perno centrale di difesa con il Pasubio a ovest e il Piave a est, per l'ultimo anno di guerra. Inizia un periodo molto duro (l'an de la fam) per la popolazione rimasta, soggetta a requisizioni di bestiame, foraggi e beni di prima necessità.

Il 30 ottobre 1918 le truppe italiane incominciano a rioccupare il Cadore (Pieve viene liberata il 4 novembre) a seguito della ritirata degli austro-ungarici ormai demotivati e ridotti alla fame. La guerra finirà dopo pochi giorni.

Il Cadore durante la Guerra Civilemodifica | modifica sorgente

Come tutta la montagna bellunese, tra il 1943 e il 1945 il Cadore, territorio annesso al Grande Reich tedesco (Alpenvorland), non fu estraneo alla lotta partigiana con vari episodi di guerriglia. Un'importante brigata fu il Nucleo partigiano "Luigi Boscarin"/"Tino Ferdiani".

Storia religiosa: l'Arcidiaconatomodifica | modifica sorgente

L'evangelizzazione del Cadore fu opera di missionari aquileiesi nel corso del IV-V secolo. Con la crescente organizzazione della chiesa locale si costruì il primo edificio cristiano sul monte Ricco presso Pieve nel quale convenivano i fedeli per le celebrazioni dei Divini Misteri. Tale chiesa fu dedicata a S. Pietro mentre la Pieve matrice, in tempi successivi, sarà dedicata a S. Maria Nascente e dipenderà dalla diocesi di Jiulium Carnicum (Zuglio), diocesi suffraganea di Aquileia, fino al 717; direttamente sotto il Patriarcato di Aquileia fino al 1751 (anno della sua soppressione); quindi fino al 1846 sotto l'Arcidiocesi di Udine (eccetto l'Ampezzo passato, nel 1751 e nel corso degli anni successivi, sotto le diocesi di Gorizia, Lubiana, Bressanone, Belluno dal 1964) e dal 1847 in poi sotto la Diocesi di Belluno. Da S. Maria Nascente si costituirono altre cappelle sparse sul territorio (Ampezzo, S. Stefano, Resinego, Auronzo, Avenasio, Domegge, Arvaglo). Le cappelle, già tutte attive in epoca carolingia, erano officiate dai cappellani direttamente sottoposti all'autorità del pievano che risiedeva nella chiesa madre. Il 21 marzo 1208, con un documento rogato a Vicenza presso il notaio Benincasa, veniva concessa autonomia alle sette cappelle maggiori che divennero ecclesie amministrate dotate di propri beni patrimoniali. La Pieve madre (arcidiaconato ante 1247) conserverà l'unico battistero fino al 1347 quando il patriarca Bertrando concederà il battistero alle sette chiese plebane e ai rispettivi rettori il titolo di plebanus. Attualmente il Cadore comprende 33 parrocchie e l'arcidiacono, nominato tra il clero cadorino, è il delegato (vicario episcopale) per la zona pastorale nº 1.

Referendum amministrativimodifica | modifica sorgente

Nell'ottobre 2007, un referendum consultivo indetto per il passaggio di Cortina all'Alto Adige ha ottenuto una larga maggioranza di voti favorevoli. Pure a Sappada, nel 2008, si è tenuto un referendum consultivo per il passaggio in Friuli-Venezia Giulia che ha ottenuto una altissima maggioranza di favorevoli.

Persone legate al Cadoremodifica | modifica sorgente

  • Tiziano, uno dei più affermati pittori del '500.
  • I Da Camino, nobile famiglia di origine longobarda, signori di Cadore dal 1138 al 1335.
  • Cesare Vecellio, è stato un pittore italiano.
  • Bartolomeo d'Alviano è stato un condottiero italiano.
  • Carlo IV Malatesta è stato un condottiero italiano.
  • Giuseppe Ciani, autore della "Storia del popolo Cadorino".
  • Pier Fortunato Calvi, "figlio d'adozione", patriota di ideali mazziniani, comandante risorgimentale. Nato a Noale (VE) 1817-1855.
  • Giovanni De Donà letterato e storico italiano, monsignore. Ricostruì la genealogia delle più antiche famiglie cadorine e bellunesi.
  • Antonio Ronzon letterato e storico italiano. Fondatore della Biblioteca Storica Cadorina di Vigo di Cadore ed autore dell'Archivio storico cadorino.
  • Gianpietro Talamini (1845-1934), fondatore del Il Gazzettino.
  • Natale Talamini (1808-1876), professore, patriota, sacerdote, deputato del Regno.
  • Angelo Frescura (1841-1886), promotore dell'occhialeria in Cadore (prima fabbrica italiana di occhiali: Calalzo, loc. Molinà, 1878).
  • Adeodato Giovanni Piazza, cardinale.
  • I papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno scelto il Cadore (Lorenzago) per il loro periodo di vacanze.
  • Tomaso Da Rin è stato un pittore italiano.
  • Renato Pampanini, di origine sanvitese è stato un botanico (e scrittore) di fama internazionale[14]. Tra le sue opere più importanti ricordiamo la Flora del Cadore (pubblicata postuma nel 1958).
  • Celso Fabbro (1883 - 1974), storico del Tiziano. Avvocato di professione fu per tre volte presidente della Magnifica Comunità di Cadore (1925 - 1931 - 1949). La Biblioteca tizianesca della Fondazione Centro studi Tiziano e Cadore[15] è costituita in gran parte dalla sua collezione. Le numerose pubblicazioni dei suoi studi tizianeschi sono ancor’oggi di riferimento.
  • Italo Balbo è stato un politico, militare e aviatore italiano.
  • Masi Simonetti è stato un pittore italiano.
  • Fiorenzo Tomea è stato un pittore italiano.
  • Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, insegnante, partigiana, scrittrice e alpinista. Autrice tra gli altri di "Le Leggende delle Dolomiti", "I Brusaz", premio Deledda 1954, del bellissimo diario partigiano "I Giorni Veri", Premio Resistenza-Venezia 1966, e "Racconti Partigiani".
  • Sandro Gallo insegnante e partigiano italiano.
  • Renato Del Din è stato un militare e partigiano italiano.
  • Paola Del Din, partigiana italiana, medaglia d'oro al valor militare.
  • Giovan Battista Pellegrini, linguista, glottologo e filologo italiano. Importantissimi i suoi studi sulla genesi del retoromanzo (o ladino) alla cui famiglia linguistica appartiene il dialetto cadorino.
  • Luigi Coletti (1886-1961) storico e critico d’arte. Nipote dell’omonimo patriota cadorino. Medaglia d'oro al valor militare nella prima guerra mondiale. Insegnò storia dell'arte nelle Università di Bologna e Pisa. Preside di facoltà a Trieste. Numerose ed apprezzatissime le sue pubblicazioni. La sua biografia è stata introdotta nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani.
  • Eronda è stato un graphic-designer e artista italiano.
  • Geremia Grandelis, scultore italiano. Realizzò il monumento a Lincoln.
  • Giovanni Battista Frescura è stato un archeologo italiano.
  • Enrico De Lotto medico e umanista, a lui è dedicato il Museo della Magnifica Comunità di Cadore.
  • Giosuè Carducci poeta, autore dell'ode "Cadore" s:Rime e ritmi/Cadore
  • Vittorio Schweiger è stato un pittore italiano
  • Don Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 10 settembre 1945) è un presbitero italiano, molto attivo nel sociale, ispiratore e fondatore dapprima del Gruppo Abele, come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, quindi l'Associazione Libera contro i soprusi delle mafie in tutta Italia.

Bellezze naturalimodifica | modifica sorgente

Il lago di Misurina, la perla delle Dolomiti - Auronzo di Cadore

Il Cadore è ricco di gruppi montuosi ed altre peculiarità ambientali e paesaggistiche. Il reticolo di paesi, non eccessivamente popolati, nonché il lungo perdurare di un sistema di proprietà collettiva, non hanno stravolto il paesaggio cadorino. Esso è, anzi, particolarmente conservato, e a tratti selvaggio in alta quota.

Venendo ai gruppi montuosi, il territorio del Cadore comprende:

Lo sviluppo del turismo, sorto nel XIX secolo ma sviluppatosi soprattutto a partire dagli inizi del XX secolo, ha toccato anche il Cadore, che oggi vede in questo settore sociale ed economico una delle sue principali realtà.

Le principali attrazioni ambientali del Cadore sono:

La cucina delle Dolomiti cadorinemodifica | modifica sorgente

Il Cadore è terra di confine, quindi più soggetta a scambi ed adattamenti culturali e, perciò, anche gastronomici. La cucina tradizionale si basa sulla semplicità e la genuinità dei prodotti di montagna: fa uso di polenta, pestariei (polentina liquida a base di mais, latte, burro, formaggio), patate (patate e formai), fagioli, funghi, erbe di montagna che accompagnano piatti a base di cacciagione quali cervo e capriolo marinati e stufati; gulasch; costicine, stinco e salsicce di maiale; pendole (carne con osso suina, ovina affumicata); il fricò (tortino-frittata di formaggi). Tra i primi piatti figurano canederli; gnocchi di patate, di pane, di zucca gialla o alle erbe (s-ciopete, asparago selvatico, malva, menta, sbulìe, capuże); casunżiei (pasta a mezzaluna ripiena con patate, ricotta, burro, rape rosse) condita con burro fuso, semi di papavero e ricotta affumicata; minestre di orzo e di fagioli, con le cotiche; orzotto alle verdure; tagliatelle al sugo di selvaggina, alle erbe. Ottimi anche i formaggi di malga, lo speck di Perarolo, il prosciutto sappadino. Tra i dolci: strudel di mele, frittelle di mele, le żope, la péta.

Economiamodifica | modifica sorgente

Il Cadore è stato la "culla" dell'occhialeria italiana. La prima fabbrica di montature è nata a Calalzo nel lontano 1878 ad opera di Angelo Frescura e Giovanni Lozza. Negli anni seguenti, per gemmazione, sono nate molte attività industriali ed artigianali legate all'occhialeria che hanno determinato la formazione di un distretto industriale[18]. La delocalizzazione e la globalizzazione, fenomeni interni ed internazionali manifestatisi a partire dalla metà degli anni '90 del '900, hanno contribuito all'affievolirsi dell' attività manifatturiera predominante tanto che, il Cadore, è ancora in cerca di una nuova via economica che possa garantire il suo prodotto interno lordo. Il turismo potrebbe essere il nuovo "motore" unitamente alla cura dell'ambiente (attività agro-silvo-lattiero-pastorali, culturali, folcloriche) purché convergano investimenti e politiche di sostegno.

Curiosità e leggendemodifica | modifica sorgente

  • I nomi di Cridola e croda sembra derivino da Cruodo, nome successivamente dato al dio Thor, divinità che qualcuno ritiene legata al gruppo montuoso degli Spalti di Toro (Spàute de Tóro in cadorino).
  • Nel racconto il Regno dei Fanes di Karl Felix Wolff, si narra dello scontro finale fra il popolo dei Fanes ed una coalizione di antichi popoli con i quali i Paleoveneti, risaliti lungo la valle del Piave fino al Cadore, si erano lì integrati pacificamente.
  • Gli stemmi di tutti i comuni cadorini, Sappada aggregata nel 1852 esclusa, contengono lo stemma del Cadore. Il pino silvestre (anticamente, fino al 1800, un tiglio) rappresenta la fedeltà e la giustizia, le due torri concatenate (il castello di Botestagno e quello di Pieve) l'unità del territorio. Secondo altre fonti il tiglio, raro nel Cadore (vive fino a 1200 m. s.l.m.), era considerato un albero sacro per i Veneti antichi, ed attorno ad esso si riuniva il Consiglio degli anziani del villaggio. La catena rappresenta la funzione esercitata dal Cadore per il territorio veneto nell'antichità: era l'estremo confine settentrionale ed i cadorini, come avvenne successivamente nella Repubblica Veneta, avevano il compito di presidiare e difendere tali confini dalle invasioni dal nord.

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ Originariamente, dal periodo longobardo in poi, il termine Oltrepiave ha definito la suddivisione territoriale (decania) costituita dai comuni cadorini situati alla sinistra idrografica del Piave e comprendeva i comuni di Vigo di Cadore, Laggio di Cadore, Pelós di Cadore, Pinié di Cadore e Lorenzago di Cadore. Infatti, durante il periodo longobardo, il Cadore formava con ogni probabilità una sculdascia ovvero un reparto militare che divenne poi una ripartizione territoriale e che era formata da un gruppo di cento o centoventi famiglie dello stesso ceppo «fare» (per questo motivo il territorio così suddiviso viene chiamato anche «Centenario»), che oltre alla custodia della cosa pubblica presiedeva anche all'applicazione delle leggi longobarde. Ogni sculdascia era suddivisa in dieci o dodici decanie per centurie. Le decanie del Cadore erano le seguenti: 1) Ampezzo / 2) San Vito (con Chiapuzza, Resìnego, Sèrdes, Borca, Taulèn, Marceana, Cancìa e Pescul) / 3) Venàs (con Cibiana, Vinigo, Peaio, Vodo, Zoppé) / 4) Valle (con Suppiane, Vallesina, Perarolo, Caralte, Ospitale, Davestra, Termine, Nebbiù, Tai e Damós) / 5) Pieve (con Pozzale, Calalzo, Sottocastello, Grea e Rizzios) / 6) Domegge (con Lozzo, e Vallesella) / 7) Oltrepiave (con Vigo, Laggio, Pelós, Pinié e Lorenzago) / 8) Auronzo / 9) Comelico superiore (con Candide, Casamazzago, Pàdola, Dosoledo, Costa, San Nicolò, Gera e parte di Danta) / 10 Comelico inferiore (con Santo Stefano, Tràsaga, parte di Danta, Casàda, Ronco, Costalissòio, Campolongo, San Pietro, Stavello, Costalta, Valle e Presenaio).
  2. ^ Via Alpina - L'itinerario giallo
  3. ^ Descrizione fotografica della Strada degli Alpini.
  4. ^ Istituto Culturale Ladino
  5. ^ Il mensile Il Cadore
  6. ^ Ruolo Sociale delle Regole Cadorine
  7. ^ Comunità montana Centro Cadore, sito ufficiale.
  8. ^ Selva di Cadore, con il nome di Selva Bellunese, venne aggregata al mandamento di Agordo, per iniziativa dell'onorevole Paganini, del 16 ottobre 1895 (“Hanno iniziato col chiamarla Selva Bellunese, di Selva Cadorina che era sempre stata, poi la hanno aggregata al Collegio elettorale di Belluno, mentre faceva parte di quello di Pieve di Cadore”: Antonio Ronzon Archivio Storico Cadorino, Lodi 1 marzo 1898. E successivamente: "è stato osservato più di una volta che il nome di Bellunese aggiunto al comune di Selva per distinguerlo dagli altri villaggi che hanno questo nome in Italia, era improprio, anzi contrario alla storia. Non c'era bisogno d'una alzata d'ingegno per trovare il nome proprio, non c'era anzi bisogno di trovar niente perché il nome fu trovato da molti secoli ed è quello che si legge nelle più vecchie pergamene cioè Silva Cadubrina. Mi fa piacere pertanto il leggere nel Gazzettino (N. 16) che il consiglio comunale di Selva ha chiesto al Ministero di toglier nei pubblici atti il nome di Bellunese per sostituirvi il nome storico. Si badi bene che il nome storico sarebbe non Selva di Cadore o del Cadore ma Selva Cadorina": Antonio Ronzon, in Archivio Storico Cadorino, Lodi, gennaio 1902.
  9. ^ Page 1
  10. ^ A. Rigon, Organizzazione ecclesiastica e cura d'anime nelle Venezie, in Pievi e parrocchie in Italia nel Basso Medioevo, VI Convegno di storia della Chiesa, Firenze 1981
  11. ^ a b "La Battaglia di Cadore", atti della conferenza tenuta nella sala del palazzo della Magnifica Comunità Cadorina dal generale Ferdinando Serafini.
  12. ^ Ossario militare di Pocol
  13. ^ MonteRite.it
  14. ^ Renato Pampanini su SIUSA
  15. ^ Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore
  16. ^ Ancora oggi ai piedi della Gusela del Nuvolau è possibile ammirare la croce di confine nº 1 fra l'allora Repubblica di Venezia e l'Impero d'Austria.
  17. ^ La muraglia di Giau
  18. ^ In Cadore sono nate molte aziende del settore, per citare le più note, la Safilo, la Marcolin, la De Rigo, la Lozza, la Metalflex, la Giorgio Fedon, la Gatto Astucci

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Giovanni Fabbiani, Breve storia del Cadore, pubblicata a cura della Magnifica Comunità Cadorina, Feltre - Panfilo Castaldi 1947.
  • Mario Ferruccio Belli, La Magnifica Comunità di Cadore e i suoi palazzi storici, Tipografia Tiziano, ISBN 88-900188-2-8.
  • Franco Fini, Cadore e Ampezzano, Nordpress Edizioni 2002, ISBN 88-85382-94-0.
  • Massimo Spampani, Alemagna, Mursia Editore 2009.
  • Serafino De Lorenzo, San Dionisio una chiesetta sulla montagna, 2004.
  • Pier Carlo Begotti - Ernesto Majoni, Dolomites, Società Filologica Friulana 2009, ISBN 978-88-7636-115-9.
  • Mariateresa Sivieri, Vìnego paés ladin - un balcone sulla valle, C.L.E.U.P. 2002, ISBN 88-7178-580-0.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente

Altri progettimodifica | modifica sorgente

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente

Cadore in Open Directory Project, Netscape Communications. (Segnala su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Cadore")








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