Battaglia di Caporetto (storiografia)

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Già all'indomani della disastrosa ritirata e dello sbandamento dell'esercito italiano a Caporetto si discusse, come era già accaduto per le pesanti sconfitte del 1866 a Custoza e a Lissa, se quello che era avvenuto fosse da addebitarsi a cause militari o politiche.

Il generale Luigi Cadorna in visita alle batterie inglesi

Caporetto sconfitta militare o politica?modifica | modifica sorgente

Questa volta la sconfitta era stata così grave che ci si chiedeva se a Caporetto fosse venuta meno la saldezza e coesione della giovane nazione italiana.

Il primo comunicato di Cadorna al governo, bollettino che in seguito fu modificato ed attenuato dall'intervento della censura, dichiarava che «La mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia». Successivamente lo stesso generale però affermava che «L'esercito cede, vinto, non dal nemico esterno, ma dal nemico interno», volendo in questo modo attribuire la disfatta alle mancanze morali e politiche dell'intera nazione.

Superato lo stupore e lo sconforto generati dalla sconfitta, si cominciò ad affermare che le cause del disastro andassero ricercate nei gravi errori strategici militari che la commissione d'inchiesta, costituita dopo la guerra, mise in luce a carico dei vari Cadorna, Porro, Capello, Badoglio ecc., senza però accusarli direttamente, lasciando così tutt'intero il dilemma della Caporetto cedimento politico o militare.

La storiografia divisa ideologicamentemodifica | modifica sorgente

Nella produzione storiografica seguente i fatti di Caporetto,[1] si vennero formando due interpretazioni che risentivano fortemente dell'ambiente politico in cui si sviluppavano: sotto il regime fascista, che aveva promosso ad alte cariche Badoglio e Cadorna, si avanzarono tesi che mettevano in evidenza i "meriti" dei comandi militari, addossando tutte le responsabilità ai nemici politici socialisti, cattolici e giolittiani.

Saranno gli stessi storici fascisti che, nel periodo della Repubblica di Salò (1945) con il passaggio dell'esercito e di Badoglio nelle file degli alleati anglo-americani, rividero le tesi precedenti cominciando a mettere il risalto gli errori militari che avevano causato Caporetto.

Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere[2] riflettendo su Caporetto rifiutava l'interpretazione che lo riduceva a puro fatto militare ma poiché «ogni fatto militare è anche un fatto politico e sociale» Caporetto era l'anticipazione di quella crisi profonda dello stato liberale che avrebbe portato agli avvenimenti insurrezionali del biennio rosso: lo sfogo sociale irrefrenabile di una rivoluzione mancata.[3] I governi liberali sconteranno l'errore politico di non aver capito la necessità di «inserire il popolo nel quadro statale né ci riuscirono»[4] e al posto della rivoluzione proletaria, tanto temuta, si ritroveranno con la "rivoluzione fascista".

Dopo l'instaurazione della Repubblica parlamentare italiana nel dopoguerra, la storiografia liberale con documenti incontrovertibili ha definitivamente messo in evidenza le responsabilità degli alti comandi militari ma nel contempo ha rivalutato l'azione militare di Cadorna pur sfrondandola dalla retorica fascista,[5] negando nel contempo la teoria della rivoluzione fallita di Caporetto.[6]

La storiografia della "rivoluzione fallita"modifica | modifica sorgente

La storiografia di questi ultimi anni con le opere di Giancarlo Lehner[7], di Mario Isnenghi[8] e di Paul Fussell[9] offre un'interpretazione che tiene conto degli aspetti militari della ritirata di Caporetto ma anche di quelli politici.

In particolare Mario Isnenghi ne I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, pubblicata nel 1967, si rifaceva alle memorie degli ufficiali più vicini alle truppe dove risuonava l'eco del sordo dissenso dei soldati. L'opera dello storico contestava lo «schema patriottico della truppa convinta o al massimo "rassegnata", tipico tanto della propaganda fascista quanto della storiografia democratico-liberale erede dell'interventismo democratico»

Lehner evidenziava nelle sue opere le gravi inefficienze strategico militari dello Stato maggiore italiano, ma nello stesso tempo ricordava come sin dall'entrata in guerra vi fossero «l'estrema disorganizzazione e l'intima debolezza» del nostro esercito, ma anche la corruzione negli ambienti militari e industriali che frodavano sulle forniture. «Tutte queste deficienze ed altre erano i sintomi di un male endemico che sarebbe scoppiato fragorosamente a Caporetto ma che non si esaurirà in esso.»[1]

Caporetto quindi non fu soltanto una sconfitta militare, ma essa fu «effettivamente accompagnata da una sorta di sciopero, dall'insubordinazione generalizzata, dalla diserzione in massa, da un diffuso spirito di rivolta e di protesta... che avrebbe potuto trasformarsi in un'impresa rivoluzionaria di grande e sconvolgente portata»[1]

Significative a questo proposito le lettere dal fronte spedite dai soldati alle loro famiglie; scrive uno di loro: « (...) Vi voglio raccontare un pochino come me la passo io qui, come ci trattano al fronte. (...) Si fa altro che maledire i nostri superiori (così si devono chiamare perché galonati) che vogliono tante mondizie, dico mondizie perché è fuori di ogni imaginazione. (...) Sino che eravano al masatoio cioè in prima linea, in rischio di farci macelare ogni minuto, e ci trattavano un po' meglio (perché avevano paura più di noi, e quando si fava per avanzare cridavano avanti, avanti altrimenti vi sparo.»[10]

La protesta era stata alimentata nei mesi precedenti dal disfattismo, diffuso nel popolo e in alcuni reparti dei soldati dove agiva la propaganda dei gruppi massimalisti socialisti che glorificavano la rivoluzione bolscevica come esempio da seguire secondo gli appelli della Terza Internazionale ad una rivoluzione mondiale del proletariato, ma anche dal rifiuto della guerra dei cattolici che raccoglievano il messaggio pacifista del pontefice Benedetto XV.[11]

Un pacifismo diffuso in entrambi i fronti contrapposti che portava ad episodi come quello descritto da un fante italiano alla sua famiglia: «Oggi la S. festa di risurrezione ne cia portato, anche a noi poveri soldati al fronte alcune ore di quella Pace da tanto tempo sospirata (...) nemmeno un colpo di fucile si fa più sentire. Delle bandieruole bianche sventolano dalla parte, del nemico, e dei gruppi si tacano del suo stelle, venindo verso di noi. Faciamo anche noi altrettanto, andiamo incontro a loro, li incontramo, ci diamo amichevolmente la mano scambiandosi dei zigareti e tabaco, e pane. Pasiamo alcune ore per il campo pasegiando asieme, che per noi era divenuto un paradiso terrestre. Mai ai che un colpo di canone tirato in aria da una parte e dellaltra, si fa sentire il segnale della separazione ci separamo mal volentieri perché sapevano che tornavamo nemici".[12]

L'inerzia dei socialistimodifica | modifica sorgente

Se la rivoluzione non scoppiò, secondo la moderna storiografia questo è da addebitarsi ai timori dei dirigenti del partito socialista che sin dall'inizio della guerra avevano tenuto un atteggiamento ambiguo riguardo alla partecipazione delle masse operaie con la formula «non aderire né sabotare» e che ora si trovarono di fronte ad un evento che li sorprendeva e li impauriva: anziché approfittare delle possibilità rivoluzionarie di una massa di sbandati già armati ed addestrati a combattere, che avevano bisogno solo di chi li organizzasse e guidasse, rivolsero appelli alla resistenza come fecero i dirigenti socialisti Turati e Treves.[1] Turati dichiarava apertamente nel discorso alla Camera dei deputati del 22 dicembre 1917 «che la disfatta fu l'effetto inevitabile di errori militari madornali ed imperdonabili e che i famosi sbandamenti furono l'effetto e non la causa»,[13] ma insieme a Treves nell'articolo Proletariato e resistenza dichiaravano anche «l'atroce dolore per il danno e il lutto e la ferma volontà di combattere di resistere fino all'estremo».

Turati farà sua l'espressione del capo del governo Vittorio Emanuele Orlando: «Al Monte Grappa è la patria»,[14] dimostrando come le istanze nazionaliste, una delle cause della guerra, avevano fatto proseliti nell'internazionalismo socialista. Ma anche i cosiddetti massimalisti, più vicini alle tesi leniniste della guerra imperialista come prodroma ad una rivoluzione proletaria, rimasero inerti non approfittando della situazione pre-rivoluzionaria.

La ripresa della guerra patriotticamodifica | modifica sorgente

Così comandi militari e autorità civili poterono riprendere il controllo della situazione, anche ricorrendo a decine di esecuzioni sommarie in pochi giorni, sino alla ripresa della guerra "nazionale e patriottica" dove quegli stessi italiani «stanchi, demoralizzati e mal comandati» respinsero oltre i confini quegli stessi austriaci che in pochi giorni erano avanzati sino al Piave.[15]

Questo cambiamento del morale dei combattenti italiani[16] non si spiegherebbe se non si considerasse che subito dopo Caporetto si decise di prendere celermente dei provvedimenti per migliorare le gravi condizioni materiali e morali dei soldati; si ricorse anche alla propaganda diffondendo giornali di trincea, con molte illustrazioni e caricature comprensibili da tutti, e alla istituzione di un servizio "P" (propaganda) svolto da ufficiali e da intellettuali come lo storico Gioacchino Volpe o lo scrittore Giuseppe Prezzolini.

La guerra verrà così giustificata ideologicamente per la necessità di stabilire un giusto ordine interno e internazionale senza trascurare di evidenziare i concreti vantaggi conseguiti da un'eventuale vittoria che avrebbe portato allo ristabilimento dei nostri confini "naturali".

Caporetto nella letteraturamodifica | modifica sorgente

L'interpretazione di Caporetto come rivoluzione fallita si ritrova anche in Curzio Malaparte, il discusso scrittore che aveva aderito al fascismo sin dal 1920, che scrive: «Il fenomeno di Caporetto, è un fenomeno schiettamente sociale. È una rivoluzione. È la rivolta di una classe, cioè della fanteria, di una mentalità, di uno stato d'anime, contro un'altra classe, un'altra mentalità, un altro stato d'animo. È la rivolta della "trincea" contro i "boschi", retoricamente patriottici e umanitari. È una forma di lotta di classe. C'era del sanculotto nel fante».[17]

A distanza di molti anni da questo giudizio ne troviamo uno corrispondente in un'opera di Alessandro Baricco, Memoriale di Caporetto[18], che rifacendosi agli studi storiografici di Mario Isnenghi sull'argomento e sui verbali dei tribunali militari prima e dopo la ritirata, ripropone l'interpretazione della sconfitta come una rivoluzione fallita dei soldati, «Quel corteo di folli gonfio di rancore e liberato da qualsiasi disciplina» che nello stesso periodo in cui diveniva realtà l'"incubo bolscevico" della rivoluzione russa, quegli «straccioni armati» avrebbero potuto sfogare la loro rabbia prima contro i comandanti e poi contro i borghesi che li avevano mandati a morire «E invece marciarono mansueti».[19]

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ a b c d Lehner, op.cit.
  2. ^ Quaderni dal carcere, a cura di Valentino Gerratana, 6 voll, Einaudi Torino, 1975
  3. ^ Il Biennio Rosso (1919 - 1920) è la locuzione con cui alcuni storici chiamano il periodo della storia italiana immediatamente successivo alla prima guerra mondiale in cui si verificarono soprattutto al nord mobilitazioni contadine, tumulti annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con in alcuni casi tentativi di autogestione. Le agitazioni si estesero anche alle zone rurali della pianura padana e furono accompagnate da scioperi, picchettaggi e violenti scontri.
  4. ^ Gramsci,Op. cit. Vol.III pag 2054
  5. ^ Piero Melograni, Storia politica della Grande guerra 1915-1918, Editore Laterza, Bari 1969
  6. ^ Piero Melograni, Le cause di Caporetto nelle lettere di Rino Alessi (e in una lettera del Generale Cadorna), "Il nuovo osservatore", novembre - dicembre 1966, pp. 988-990. e dello stesso autore Caporetto, in AA.VV., Ventesimo Secolo. Storia del mondo contemporaneo, Mondadori, Milano 1970, vol I.
  7. ^ G. Lehner, Economia, politica e società nella prima guerra mondiale, Messina-Firenze,1973)
  8. ^ La tragedia necessaria. Da Caporetto all'8 settembre, il Mulino, Bologna 1999, ISBN 88-15-07297-7
  9. ^ La Grande Guerra e la memoria moderna, trad. it.di Giuseppina Panzieri,il Mulino, Bologna 1984. ISBN 88-15-07731-6
  10. ^ G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite, Roma, ed. Riuniti, 1993, pp. 378-379
  11. ^ P. Fussel, op.cit.
  12. ^ G. Procacci, op.cit.
  13. ^ Filippo Turati. Bibliografia degli scritti (1881-1926) a cura di Paola Furlan, Piero Lacaita Editore Manduria-Roma-Bari 2001
  14. ^ F. Turati, op.cit.
  15. ^ M.Isnenghi, op.cit.
  16. ^ Piero Melograni, Documenti sul "morale delle truppe" dopo Caporetto e considerazioni sulla propaganda socialista, "Rivista storica del socialismo", settembre - dicembre 1968, pp. 217-263.
  17. ^ da Curzio Malaparte, La rivolta dei santi maledetti, Roma: La Rassegna Internazionale, 1921 .
  18. ^ Una sezione a sé, 62 pagine sulle 275 del libro Questa storia edito da Fandango nel 2005
  19. ^ A. Baricco, Op.cit.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • A. Gramsci, Quaderni dal carcere, a cura di Valentino Gerratana, 6 voll, Einaudi Torino, 1975
  • G. Lehner, Economia, politica e società nella prima guerra mondiale, Messina-Firenze 1973
  • M.Isnenghi,La tragedia necessaria. Da Caporetto all'8 settembre, il Mulino, Bologna 1999, ISBN 88-15-07297-7
  • M.Isnenghi, I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, Marsilio, Padova 1967.
  • M.Isnenghi, La prima guerra mondiale, Zanichelli, Bologna 1972.
  • M.Isnenghi (a cura di), Operai e contadini nella Grande Guerra, Cappelli, Bologna 1982.
  • M.Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, il Mulino, Bologna 1989.
  • P.Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, trad. it. di Giuseppina Panzieri, il Mulino, Bologna 1984. ISBN 88-15-07731-6
  • G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite, Roma, ed. Riuniti, 1993
  • P.Melograni, Le cause di Caporetto nelle lettere di Rino Alessi (e in una lettera del Generale Cadorna), "Il nuovo osservatore", novembre - dicembre 1966
  • P.Melograni, Documenti sul "morale delle truppe" dopo Caporetto e considerazioni sulla propaganda socialista, "Rivista storica del socialismo", settembre - dicembre 1968.
  • P. Melograni, Storia politica della Grande guerra 1915-1918, Editore Laterza, Bari 1969
  • P.Melograni, Caporetto, in AA.VV., Ventesimo Secolo. Storia del mondo contemporaneo, Mondadori, Milano 1970, vol I.
  • Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, Bergamo, Bur, 2006. ISBN 88-17-10711-5.

Testi letterarimodifica | modifica sorgente

La battaglia di Caporetto è anche protagonista di diversi testi letterari, a carattere narrativo o più spesso memoriale.

Voci correlatemodifica | modifica sorgente








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