Carmina triumphalia

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I Carmi trionfali (in latino Carmina triumphalia) sono una delle forme preletterarie appartenenti alla letteratura latina. Essi sono caratterizzati dall'utilizzo del verso e dall'oralità; infatti non venivano trascritti, ma solamente recitati. Gli unici esempi conosciuti sono stati tramandati grazie ad alcuni autori, che li hanno citati nelle loro opere.[1]

Un rilievo romano rappresenta il sacro rito del Triumphus. Si tratta della processione trionfale di Tito.

Durante la cerimonia del trionfo un corteo formato dalle massime autorità romane, dal generale vittorioso e dai suoi soldati sfilava dalla Porta Triumphalis al Campidoglio. In questa occasione, i legionari romani improvvisavano tali carmina.

Questi canti erano il risultato dell'unione di frasi di lode verso il comandante vincitore assieme a frasi di scherno. Infatti i soldati, approfittando dell'atmosfera festosa e permissiva, non si limitavano ad elogiare il loro comandante, ma ne facevano oggetto di ilarità, prendendolo in giro. La funzione di tali carmina era quella di moderare l'esaltazione del successo mediante lo scherno e non suscitare superbia nel condottiero vittorioso celebrato.
Poiché con questi canti si derideva il trionfatore, i Carmi trionfali sono considerati dei Fescennini.

Agli studiosi questa pratica è parsa sorprendente, vista la grande disciplina e il rigore che vigeva in tutti gli aspetti della società romana e soprattutto in ambiente militare.[1]

Tra i Carmina triumphalia giunti fino a noi abbiamo quelli che i soldati cantarono durante il trionfo di Cesare. A riportarlo è lo storico Svetonio, in un carmen in cui si fa allusione all'omosessualità di Cesare.

(LA)
« Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem:
ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias,
Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem. »
(IT)
« Cesare ha sottomesso le Gallie, Nicomede Cesare
ecco, ora trionfa Cesare, che sottomise le Gallie,
mentre non trionfa Nicomede, che pur sottomise Cesare. »
(Svetonio)

[2]

Un altro esempio di carmen, ancora riferito a Giulio Cesare, è quello trascritto dai biografi dello stesso condottiero e recitato in occasione della vittoria sui Galli riportata nel 46 a.C. In questi due versi i soldati scherzano sulla calvizie del loro comandante, di cui evidenziavano soprattutto aspetti legati alla vita sessuale e al modo, alquanto discutibile, di gestire il denaro.

(LA)
« Urbani, servate uxores: moechum calvum adducimus.
Aurum in Gallia effutuisti, hic sumpsisti mutuum. »
(IT)
« Civili, state attenti alle mogli: vi portiamo l'amatore calvo.
L'oro in Gallia te lo sei fottuto in donne, qui (a Roma) l'hai preso in prestito. »

[3][4]

Notemodifica | modifica sorgente

  1. ^ a b Carmina. URL consultato il 9 ottobre 2011.
  2. ^ Giovanni Galvani, Lezioni accademiche di Giovanni Galvani, Modena, Clitarco Temideo, 1839.
  3. ^ Gaius Suetonius Tranquillus, The Lives of the Twelve Caesars, Forgotten Books.
  4. ^ Giovanna Garbarino, Lorenza Pasquariello, Latina1 - Dalle origini all'età di Cesare, Varese, Paravia, 2008.

Bibliografiamodifica | modifica sorgente

  • Conte G. B. - Pianezzola E., Latinitatis memoria, storia a testi della letteratura latina, Firenze 1998.
  • Garbarino G. - Pasquariello L., Latina 1 - Dalle origini all'età di Cesare, Varese 2008.

Collegamenti esternimodifica | modifica sorgente








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