??? Intellettuali Cercansi....
Editoriale a cura di Davide Suraci


I governanti del centro-destra dichiarano di aver raggiunto molti degli obiettivi programmati e la riforma della scuola italiana rientrerebbe fra questi. Sembra che sia stato sufficiente:

- "riscoprire" la bandiera tricolore;
- non rimuovere il crocefisso dalle aule;
- anticipare l'ingresso a scuola per "valorizzare" le intelligenze precoci;
- dimostrare l'intenzione di voler facilitare la migrazione dei giovani verso il mondo del lavoro;
- introdurre precocemente nei curricoli il computer e la lingua inglese;
- sottoporre a formazione informatica gli insegnanti;
- rendere il tempo pieno "flessibile";
- gestire il lavoro degli insegnanti di ruolo e non di ruolo senza tener conto delle specificità di ognuno e dei gruppi operativi;
- rendere la preparazione complessiva dei futuri soggetti sociali più "efficiente" e finalizzata al raggiungimento degli obiettivi della produzione dell'epoca post-industriale;
- diversificare l'offerta formativa in modo da permettere a tutti, proprio tutti, di scegliere ciò che maggiormente desiderano fare da grandi;
- attribuire ai soggetti privati l'investitura di "ente" di formazione finanziato dallo Stato in sostituzione di quello pubblico;
- attribuire una patente di "falsificatori" dell'informazione a coloro che non intendono allinearsi alle pseudo-riforme...
- smascherare poco meno del 10 percento dei loschi affari (morali, oltre che economici) che avvengono in non poche scuole non statali;
- mandare il premier in tv per sugellare, quasi come un marchio di garanzia, la validità di una riforma basandosi esclusivamente sui tagli apportati al bilancio.

Le pseudo-riforme della Moratti sono la fotocopia delle cartolarizzazioni avvenute in questi ultimi anni. Niente di nuovo, niente di storico: solo manovre azzardate per demolire quanto avanzava della già malandata scuola pubblica approfittando della disinformazione dell'opinione pubblica. Nessun manifesto culturale che rappresentasse una vera svolta nel sistema nazionale di istruzione. Molto meno di niente nel rispetto dei principi costituzionali.

In realtà, attraverso il remake effettuato dalla signora Moratti e la campagna pubblicitaria fatta alla pseudo-riforma del sistema di istruzione, universitario e della ricerca, con il contorno di aggettivi Goebbeliani nei confronti di coloro che non hanno voluto subire, non è stato cambiato un bel niente: le scuole pubbliche italiane, sempre più povere di risorse, si affannano o sono costrette, oggi più di ieri, a:

- tenere in piedi strutture fatiscenti, inadeguate e fuori norma anche dal punto di vista della sicurezza;
- farsi la guerra per accaparrarsi lo studente;
- affittare le aule di scuole dello Stato a società private che vendono formazione;
- svendere strutture (anche le scuole) dello Stato Italiano a privati cittadini per uso abitativo o commerciale;
- clonare i corsi scolastici che di nuovo hanno solo la denominazione per attirare l'utenza ignara e per non perdere classi;
- introdurre dei nuovi servizi senza disporre di risorse;
- disgregare le specificità istruttive e educative locali sulla base di valutazioni di pseudo-efficienza;
- riciclarsi per non scomparire come entità territoriali;
- accettare pericolose alleanze/sudditanze con i gruppi confindustriali locali per gli stessi motivi.

Nella scuola dell'infanzia e in quella primaria, a causa dei tagli, i genitori si arrangiano rivolgendosi a privati che, nel 70% dei casi, offrono strutture scadenti, personale sottopagato, a fronte di tariffe da rapina. Non pochi genitori, pensando che una scuola privata italiana fornisca un servizio migliore, vi iscrivono i propri figli pensando di essere tutelati come cittadini oltre che come consumatori di un servizio. Quali le garanzie e i controlli sugli esiti (apprendimento, motivazione, progressi effettivi dell'allievo) se non la certezza che, pagando, la licenza o il diploma saranno garantiti comunque?

Stiamo anche assistendo alla rincorsa, da parte delle famiglie, all'iscrizione selvaggia dei propri figli (sicuramente dettata dal disorientamento) nei licei scientifici e in tutto ciò che sembra chiamarsi liceo nella speranza di non vedersi dirottati i ragazzi verso la catena di montaggio di qualche industria. In realtà anche quest'ultima ha ormai fatto il suo tempo: oggi le catene di montaggio si chiamano call-center e lavoro interinale e il 58% dei giovani che vi lavorano sono proprio ex-liceali.

Ancora una volta, indipendentemente dall'area politica da cui queste scelte sono state generate, hanno prevalso le tendenze conservatrici dello status-quo. Come i precedenti governi, anche quello attuale sembra essersi conformato allo stile "italiano".

Alba Sasso, deputato dei DS, qualche tempo fa ha rivolto un appello al mondo intellettuale affinché si risvegli. Mi chiedo se è esistito (e se esiste) realmente in Italia un nucleo forte di intellettuali in grado di rispondere pacatamente e in maniera convincente alle scelte politiche propinateci a vario titolo dagli (s)governanti di turno.

I governi che si sono succeduti (compreso quello attuale) hanno fatto ricorso a commissioni esterne che, più che essere costituite da intellettuali, sembravano rappresentare il mondo dell'editoria, del cinema, dell'industria e della finanza. In qualcuna di queste commissioni di studio vi è stato aggiunto qualche insegnante di scuola elementare e di scuola superiore, tanto per pareggiare...

Di autentici intellettuali nemmeno l'ombra. Forse Alba Sasso avrebbe dovuto dire che in questo BelPaese gli intellettuali veri sono molto rari e che essi sono degli autentici "emarginati".

Tenetevi forte, cari colleghi insegnanti di ogni ordine e grado: e se quegli intellettuali (con le dovute eccezioni) fossimo proprio noi? Se così fosse, allora saremmo responsabili dell'aver contribuito, in una sorta di meretricio gratuito, a generare parte dell'attuale assortimento politico-amministrativo che decide del nostro futuro?

Forse gli intellettuali non rispondono all'appello perché sono molto rari e, quei pochi che ci sono, sono impegnati a guadagnarsi faticosamente la pagnotta quotidiana? Non hanno tempo da perdere con questioni di cui danno già per scontato l'esito? Oppure?

L'impressione che ne ricavo, quotidianamente, è quella di un vero e proprio deserto culturale ed etico: sono in molti a lamentarsi, veramente pochi ad agire di persona o a sottoscrivere un documento di protesta o un progetto culturale e politico condiviso di consistente valenza etica. Molti, sembrerebbero portarsi addosso una sorta di iella dovuta alla scarsa autostima..

Da qui, pervenire alla conclusione che gli insegnanti italiani non contano (e non hanno mai contato) niente nei processi evolutivi etico-economico-ecologici (la vera politica - delle 4 E - dovrebbe essere proprio questo), il passo è brevissimo. Ma la responsabilità è solo dei governi oppure anche dell'intelletto di coloro che li hanno sostenuti o che ne hanno avallato l'agire tacendo?

La qualità della nostra scuola è anche la risultante della nostra storia più o meno recente. Attraverso la nostra storia (mediante la nostra scuola) non sono riuscite a passare idee forti e fondanti di un nuovo modo di essere sociali; dei principii etici che incoraggiassero le libertà fondamentali e la trasparenza dei rapporti umani.

Non sono riuscite a passare perché coloro che avrebbero dovuto trasmetterle hanno omesso qualcosa oppure perché mancava loro qualcosa da trasmettere? Che cos'è questo se non il frutto del libero confronto, senza preconcetti, che avrebbe dovuto esserci fra coloro il cui mestiere è proprio quello di progettare, oltre che il presente, anche il futuro? Gli intellettuali, appunto.

Come possono aversi delle nuove generazioni capaci di guardare positivamente al futuro se la scuola italiana (e la società con cui si identifica) è culturalmente ed intellettualmente incapace di identificarsi in ideali di fondo cui puntare come traguardi?

In uno dei tentativi di riforma operati da un governo precedente (mi sembra si trattasse del dicastero Berlinguer) la commissione dei 44 saggi affermava:"....
nella definizione dei fondamentali occorre muovere non ...... dall'immagine di un individuo ideale, ma dall'esigenza di definire saperi e valori che possano risultare comuni a tutti i cittadini".

Ci chiediamo: se non abbiamo un modello di individuo ideale verso cui tendere come possiamo dare luogo a dei processi di rinnovamento sociale?

Oppure diamo per scontato che la scuola sia strumentale ad altri fini? In assenza di idee forti che siano in grado di sgretolare l'inerzia intellettuale e sociale che stiamo attraversando, non potranno esserci dei cambiamenti. È evidente che le trasformazioni profonde richiedono moltissimi anni ma se non avviene un sia pur minimo cambiamento, che possa essere interpretato come l'inizio di una svolta epocale, continueremo a ripetere gli errori rimanendo solo abili nel lamentarci di ciò che non funziona e inabili a pensare e a fare concretamente qualcosa per la nostra società.

Come insegnanti, oltre che come cittadini, questi sono dei sacri precetti etici che dovremmo porre al disopra di ogni ideologia, credo politico o religioso. I preconcetti non aiutano a costruire niente di nuovo né di buono.

Coloro che oggi fanno dell'opposizione a queste ulteriori, assurde, riforme dovrebbero porre le fondamenta per costruire un progetto positivo per il risanamento della scuola italiana a partire:

- dal privilegiare gli obiettivi di lungo periodo rispetto a quelli tipici della scuola-azienda;
- da un'approfondita analisi sugli scopi e sulla loro qualità da raggiungere attraverso la scuola dell'obbligo;
- dall'individuazione di autentici parametri di valutazione dei soggetti in apprendimento e degli insegnanti che costituiscano uno standard nazionale su cui implementare le tipicità formativo-educative delle istituzioni scolastiche periferiche;
- da un patto di solidarietà verso la scuola pubblica italiana (e la società in cui essa si riflette) condiviso da tutti e trasversale rispetto alle formazioni partitiche;
- da un dialogo propositivo fra tutti i soggetti sociali finalizzato alla tutela dell'interesse pubblico e che privilegi la tutela dei soggetti a rischio di esclusione sociale;
- dal recupero delle macerie istituzionali ereditate dal presente dicastero e da quelli che lo hanno preceduto;
- dal recupero delle professionalità dismesse dalle numerose, ingiuste, leggi contro il precariato storico e non;
- da accordi comuni sugli obiettivi e sulla qualità formativa e educativa da raggiungere;
- dall'essere intellettualmente in grado di considerare antiquate le contrapposizioni storiche fra destra e sinistra, fra laici e cattolici;
- dalla ricerca di soluzioni che privilegino la vera cultura e l'affinamento intellettuale dei soggetti in apprendimento.

Queste tappe, molto probabilmente, richiederanno decenni ed attraverseranno molti governi; l'attenzione verso di essi dovrà essere sempre mantenuta molto alta. Soprattutto non dovremo farci guidare da interessi di natura corporativa.

A quegli intellettuali dovremo chiedere proprio questi impegni. Vanno bene i movimenti popolari ma, mi chiedo, senza un'anima collettiva, dove andremo a finire?

Si dice che la passione accende l'intelletto. Riusciremo ad essere sufficientemente appassionati?

Davide Suraci, 28 Giugno 2004

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