20:27 - 25/11/04 - Lettera a un genitore del MO.I.GE.
Editoriale a cura di Davide Suraci


Con riferimento al mio scritto Come ti sovvenziono una scuola paritaria, pubblicato su TerritorioScuola il 3 Settembre 2003, il sig. Bruno Iadaresta, presidente del MO.I.GE. (Movimento Italiano Genitori), scrive:

"Certo non è facile difendere il monopolio della scuola statale. Tuttavia pensavamo vi sareste risparmiati di trattarci come deficienti.
Di lezioncine moraleggianti sulla scarsa qualità della scuola paritaria ne abbiamo piena la pancia. È così difficile capire che come genitori vogliamo scegliere la scuola che ci pare e piace, fosse anche quella che secondo voi è di scarso valore?
Ridateci il diritto di scegliere. Gli eventuali errori ce li piangiamo noi.
Le vostre argomentazioni sanno tanto di intolleranza e negazione della libertà altrui. Lei ha la libertà di mandare suo figlio alla scuola che tanto apprezza: quella statale! Io non ho la medesima possibilità, in quanto non coprendo il buono scuola che una piccola parte delle spese, non posso permettermi una buona scuola paritaria, che tanto apprezzo. Eppure pago le tasse come lei.
Questa è la democrazia e libertà alla rovescia di cui tanto vi riempite la bocca."
Bruno Iadaresta - Presidente del MO.I.GE.


Gentile Sig. Iadaresta,

definire la scuola statale in regime di monopolio mi sembra eccessivo: la scuola di Stato, nonostante la sua denominazione, è stata da sempre rappresentata da un coacervo di soggetti (non è difficile immaginare chi) i cui interessi erano (e sono) molto vari. Lo Stato Italiano avrebbe dovuto regolamentare (cosa che non è mai stata fatta) ed obbligare all'adozione di uno standard morale, legale, educativo anche le scuole non statali. In realtà si è gradualmente costituito un oligopolio che sta permettendo la prosperità della "scuola di mercato" e il cui controllo è fuori da ogni legge.

Le mancanze dello Stato Italiano - Lo Stato avrebbe dovuto accentuare il proprio ruolo di istituzione a difesa degli interessi della collettività (la Costituzione è esplicita) ed in questo ha fallito. Hanno fallito nello stesso modo anche le politiche dei sostegni a favore dell'agricoltura e della forestazione nelle zone disagiate del nostro Paese nell'immediato dopoguerra che non hanno risolto i reali problemi.

Interventi di sostegno (a pioggia) del genere (in non pochi settori del nostro sistema economico) non hanno prodotto alcuna crescita sociale e culturale nella nostra popolazione e, insieme ad altri fattori, hanno dato luogo a una società senza regole in cui i più furbi hanno approfittato dei "venti favorevoli" per speculare sui bisogni dei soggetti meno abbienti. Non è un caso che l'Italia sia da sempre in vetta alle classifiche per quanto riguarda la corruzione politica, la collusione fra lecito e illecito, l'evasione fiscale, le speculazioni finanziarie a carico dei risparmiatori, lo sperpero del denaro pubblico e il degrado ambientale.

Quali fini, per quale democrazia? - Si sono affermate le "pseudo-culture" dell'ignoranza, della televisione, dello stadio e degli indottrinamenti di vario genere come mezzi per annebbiare le coscienze e manovrarle. La scuola pubblica avrebbe dovuto rappresentare l'antidoto per questi mali.

La nostra società "benpensante" ha affossato "culturalmente" la nostra scuola pubblica perché ha immaginato che, pagando, avrebbe potuto ottenere un servizio migliore. Non si è chiesto come mai le scuole più povere del mondo sono quelle che funzionano meglio? È solo una questione di denaro oppure la nostra beneamata Italia non ha ancora colto il vero senso della democrazia? È lecito riconoscere il diritto di tutti i cittadini a un'istruzione migliore, ma tale diritto deve essere esercitato in ambito istituzionale. Purtroppo, quando l'istruzione da diritto civile si trasforma in un bisogno economico, si innalzano ancora di più gli steccati fra la scuola dei privilegiati (non quella permessa dai buoni scuola) e quella della "massa" abbandonata a sé stessa (noi, lei, tutti).

Ciò che ritengo immorale è che lo Stato debba sovvenzionare i privati affinché si "cerchino" l'istruzione migliore e, cosa ancora più grave, che lo Stato non tuteli questi cittadini dagli speculatori.

La scuola "obiettivo sensibile" - La scuola e l'istruzione nel suo complesso sono obiettivi sensibili (al pari di una centrale nucleare) nel senso che dalla qualità dei suoi servizi e dei suoi risultati dipenderà la continuità del nostro futuro e la moralità dei suoi abitanti.

Lo Stato Italiano deve garantire il pluralismo delle esigenze, delle confessioni e delle a-confessioni ma non disperdendo il già misero gettito fiscale. Deve anche tutelare la sicurezza nazionale intesa come continuità della nostra cultura, come conservazione dell'eredità del nostro passato e del nostro presente. La scuola istituzionale - pluralista - non è che uno nuclei fondanti della nostra futura sicurezza sociale.

Scuole istituzionali "locali", pubbliche ma con finalità etiche. - Ben vengano quindi le scuole pubbliche organizzate su base locale, finanziate con i soldi del gettito fiscale (tutto e di tutti) e controllate istituzionalmente ma senza commistioni fra interessi pubblici (di lungo periodo - continuità dei nuclei sociali) e privati (di brevissimo periodo - speculativi).

Nel mio scritto non vi era nessuna intenzione di denigrarvi ma di richiamare l'attenzione su di un problema cruciale di natura etica: i diritti e i doveri uguali per tutti. Come lo dovrebbe essere la legge. L'appello a guardarsi bene dai contratti e dalla natura dei servizi offerti dalle scuole non statali non intendeva ferire ma solo avvertire i genitori-lettori che nel settore dell'istruzione offerta dai privati spesso si celano delle vergognose e umilianti (per tutti, tranne che per i gestori) speculazioni.

Prima l'etica o l'economia? - Nessuno intende negare il diritto delle scuole non statali ad esistere; purché ciò non comporti oneri ulteriori per la società. Questa affermazione la ritengo valida anche per le (non poche/i) associazioni, enti, partiti politici italiani che sperperano denaro pubblico e sottraggono risorse allo Stato senza un reale vantaggio per la collettività.

In un mercato "eticamente competitivo" i gestori delle scuole non statali, i cui profitti netti "viaggiano" a ritmi del 25-30% all'anno, dovrebbero rinunciare a una buona fetta dei loro introiti (fatta lucrose speculazioni nei confronti dei dipendenti e degli utenti), pagare le imposte e le tasse reali.

I diritti non sono bisogni. - I diritti dei cittadini non possono essere trasformati in bisogni economici che devono essere pagati due volte. In una società "eticamente vincente" lo Stato e le istituzioni che lo rappresentano dovrebbero tutelare i diritti delle fasce sociali più deboli (in realtà lo siamo tutti, anche coloro che pensano di non esserlo) e proteggerle dai "commerci" che si svolgono sui diritti fondamentali delle persone e dei cittadini. Se la scuola statale non ci soddisfa, abbiamo il dovere-diritto di chiedere il conto allo Stato. Se ammettiamo di far parte di una società civile dobbiamo contribuire individualmente e in gruppo affinché si concretizzino le premesse per la sua realizzazione.

Se fossero costruite queste premesse, magicamente, non ci sarebbe più bisogno del buono scuola da "spendere" presso la scuola di "fiducia".

L'utente medio italiano che fruisce di questi servizi privati (anche quello che utilizza i servizi pubblici) non è a conoscenza di questi fatti e, anche se li conosce, non sa come difendersi e li accetta. Sopravvive, non reagendo, e subisce uno "stile di vita" che verrà poi ereditato dalla collettività intera con le immaginabili conseguenze. In Italia, come è noto, non esiste una "Class Action" che tuteli i singoli cittadini dalle speculazioni delle banche e dei fornitori di servizi in generale.

La tragica realtà è che in uno Stato come quello attuale è stata fallimentare anche la realizzazione del federalismo impositivo fiscale (proprio quello che avrebbe dovuto far pagare le tasse e le imposte a tutti), il solo in grado di garantire l'individuazione e la raccolta della ricchezza a livello locale e la sua corretta ed equa spendibilità "sociale".

Le pseudo-politiche (sociali, scolastiche, economiche) condotte anche da questo governo hanno approfondito il baratro fra il Paese che vive di rendita e quello che sta faticosamente cercando di sopravvivere dinnanzi all'imbarbarimento morale e materiale che avanza. Senza una scuola che privilegi le finalità educative e morali di lungo periodo potremo sperare ben poco ed avremo sempre di più dei futuri soggetti sociali che privilegeranno la speculazione e l'immoralità, esattamente come sta accadendo oggi - se non peggio.

Le associazioni come quella di cui lei è responsabile dovrebbero battersi proprio per l'eticità dei principi fondanti la società del domani (senza l'educazione alla moralità - prima di quella alla legalità - e al solidarismo si farà ben poca strada) e non per quelli di brevissimo periodo come lo sono i "contentini" profferti dagli (s)governanti di turno per accaparrarsi qualche voto in più.

Mi auguro che queste mie considerazioni non siano state da lei fraintese come "lezioncine moraleggianti" o "libertà alla rovescia".

Cordiali saluti, Davide Suraci.


Davide Suraci, 25 Novembre 2004

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