12:35 - 12/08/05 - Se gli alunni disertano l'ora di religione...
(Ed.le di Rosario Pesce)


Il sito online di Repubblica pubblica, in data 11 agosto '05, informazioni estremamente utili in merito al progressivo calo di interesse, che gli alunni delle scuole medie superiori dimostrano nei riguardi dell'insegnamento della religione cattolica.

Da tale indagine risulta che il 37,6% di alunni (molto piu' di un terzo, quindi, dell'intera popolazione scolastica nazionale), iscritti nell'anno scolastico appena concluso alle scuole superiori, statali e non, si sarebbero rifiutati - come e', d'altronde, loro diritto - di rimanere in classe durante l'ora settimanale di religione, chiedendo che le istituzioni scolastiche provvedessero a sostituire con altri insegnamenti, o comunque con altre attivita' didattiche, la disciplina cosi' rigettata.

Solo qualche anno fa, nel 2001 precisamente, la percentuale di allievi che operarono la medesima scelta fu dell'11,7%. In pochi anni, dunque, il dato si e' piu' che triplicato, interessando soprattutto un particolare ordine di scuola (la media superiore, appunto) e determinate aree del nostro Paese - quelle centro-settentrionali - con l'unica sorpresa del Lazio che, in questa graduatoria segue, contrariamente a quanto si potesse immaginare, il trend delle regioni laiciste piuttosto che quello, piu' strettamente confessionale, tipico delle aree del Mezzogiorno.

Tale dato, cosi' sconvolgente almeno in riferimento alla brevissima durata temporale, in cui si sarebbe consumato il progressivo abbandono delle aule scolastiche, porta a riflessioni, di conseguenza, sia di ordine sociologico che pedagogico.

La presenza crescente in Italia di cittadini extra-comunitari, per lo piu' di credo islamico, evidentemente e' uno dei fattori che incide maggiormente sulle fortune decrescenti dell'insegnamento della religione cattolica, cosi' come l'eta' degli allievi (per lo piu' adolescenti, impegnati nel triennio conclusivo delle scuole superiori), interessati da questo fenomeno, induce a pensare che la volonta' di non avvalersi dell'insegnamento della religione sia dovuta anche, alla fisiologica maturazione di ragazzi e ragazze, che individuano, a torto o a ragione, in questa scelta - come in altre - il parametro della loro conquistata autonomia intellettuale.

Non a caso, la scuola primaria e le scuole medie inferiori non sono interessate da una simile diserzione di massa, visto che la percentuale di studenti, che tra i 6 ed i 14 anni chiedono di avvalersi di insegnamenti alternativi, varia mediamente intorno alla piu' esigua percentuale dell'11-12%, ben piu' fisiologica per i costumi della societa' italiana.

Cosa dovrebbe, allora, fare lo Stato?

Per il momento, immettendo giustamente in ruolo circa diecimila colleghi di religione, sia pure attraverso la discutibile procedura di corsi-concorsi riservati, ha ribadito la centralita' dell'insegnamento della religione cattolica, come peraltro previsto dall'ultimo Concordato. Per i decenni prossimi, pero', sarebbe auspicabile una riflessione piu' attenta, visto che il dato, pubblicato da Repubblica, e' destinato - come si puo' dedurre da facili previsioni - a crescere vertiginosamente e a riguardare piu' direttamente, nel prossimo ventennio, anche le regioni del Sud, finora scarsamente interessate da una simile tendenza.

Verrebbe da domandarsi il motivo per cui, pur in presenza della riforma dei cicli scolastici e dei programmi ad essi connessi, il Legislatore non abbia pensato, compatibilmente con la necessaria revisione del testo Concordatario, a riformare l'insegnamento della religione, creando ad esempio una classe concorsuale ad hoc di storia e/o filosofia delle religioni?

L'Italia, contrariamente alla Germania, non avendo visto nascere e diffondersi, in eta' moderna, sul suo suolo nazionale un serio e radicato movimento di Riforma religiosa, non ha di conseguenza una legislazione che disciplini, anche a livello di docenza universitaria, l'insegnamento delle scienze teologiche.

Infatti, le Facolta' di Teologia, o comunque i Centri di studio, di approfondimento esegetico e di divulgazione delle dottrine religiose, presenti in Italia, nascono tutti dall'encomiabile, ma insufficiente, iniziativa privata di singole comunita' religiose, facendo riferimento, evidentemente, alle specifiche confessioni (cattolica, valdese, islamica, ecc.), che in esse si identificano strettamente.

Quando lo Stato italiano assumera' una propria iniziativa in questo delicatissimo ambito del vivere sociale?

Quando una disciplina fondamentale per la formazione spirituale degli allievi - come quella imperniata sullo studio dei sistemi di idee di dogmatica e di morale - cessera' di essere un momento meramente confessionale, per diventare piu' compiutamente ed ambiziosamente un insegnamento curriculare?

Quando lo Stato si fara', finalmente, garante della molteplicita' e della diversita' delle opzioni religiose, favorendo cosi' quella necessaria integrazione, che rappresenta oggi per l'Occidente intero - visti, anche, gli ultimi terribili fatti di cronaca - l'unica chance per dar vita a forme e modi di convivenza civile, universalmente accettati e rispettosi delle evidenti differenze culturali?


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